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di Barry Longyear
(1985)
(Titolo originale: Enemy mine; traduzione di Delio Zinoni)
Clicca qui per scaricare il racconto in formato Word (178 kb, 33 pagine)!
Il Draconiano contrasse le tre dita della mano. Negli occhi gialli della creatura potevo leggere il desiderio di stringere quelle dita attorno a un’arma, o alla mia gola. Mentre contraevo a mia volta le dita, sapevo che lui poteva leggere lo stesso desiderio nei miei occhi.
"Irkmaan!" disse l’essere, sprezzante.
"Luridissimo Drac!" Gli feci cenno di avvicinarsi. "Avanti, Drac, fatti sotto!"
"Irkmaan vaa, koruum au!"
"Insomma, vuoi chiacchierare o vuoi lottare? Avanti, fatti sotto!"
Sentii uno spruzzo sulle spalle. Il mare era un inferno di cavalloni crestati di bianco che minacciava di inghiottirmi come aveva già fatto con il mio caccia. Io ero sceso con l’apparecchio. Il Drac si era gettato con la capsula di salvataggio, quando il suo caccia era stato colpito, negli strati superiori dell’atmosfera. Ma non prima di avermi messo fuori uso il motore. Ero esausto per lo sforzo di nuotare fino alla spiaggia di roccia grigia e di tirarmi in salvo. Alle spalle del Drac, fra le colline nude e rocciose, potevo vedere la sua capsula. Sopra di noi, molto in alto, la sua gente e la mia se le stavano ancora dando di santa ragione per il possesso di un angolo di nulla disabitato. Il Drac se ne stava lì, immobile, e cercai di ricordarmi la frase che ci avevano insegnato durante l’addestramento... una frase studiata apposta per fare impazzire di rabbia qualsiasi Drac:
"Kiz la youmeen, Shizumaat!"
Traduzione: Shizumaat, il più illustre filosofo draconiano, mangia escrementi di kiz. Più o meno come costringere un mussulmano a mangiare la carne di maiale.
Il Drac spalancò la bocca, orripilato, poi la richiuse, mentre per la rabbia cambiava letteralmente colore, da giallo a bruno-rossiccio:
"Irkmaan, Topolino è cretino!"
Avevo giurato di combattere e morire per molte cose, ma quel venerabile roditore non entrava nel novero. Cominciai a ridere, e continuai finché la risata, combinandosi con la stanchezza, non mi costrinse a cadere sulle ginocchia. Facendomi forza, aprii gli occhi per sorvegliare il mio nemico. Il Drac stava correndo verso le alture, allontanandosi da me e dal mare. Mi girai verso il mare, ma feci appena in tempo a intravedere un milione di tonnellate d’acqua che mi piombavano addosso, prima di perdere i sensi.
"Kiz da Youmaan, Irkmaan, ne?"
Avevo gli occhi pieni di sabbia e irritati per la salsedine, ma qualcosa dentro di me riuscì a dire: "Ehi, sei vivo!" Feci per pulirmi gli occhi, e scoprii che avevo le mani legate a una sbarra di metallo. Mentre le lacrime mi ripulivano gli occhi, potei vedere il Drac seduto su una roccia nera, che mi guardava. Doveva avermi tirato in salvo.
"Grazie, faccia di rospo. E queste manette?"
"Ess?"
Cercai di agitare le braccia, ma riuscii solo a dare l’impressione di un caccia atmosferico che scivola d’ala: "Slegami, schifoso Drac!" Ero seduto sulla sabbia, con la schiena appoggiata a una roccia.
Il Drac sorrise, mettendo in mostra le due mandibole. Avevano un’aria abbastanza umana... Tranne per il fatto che, invece di avere denti separati, erano di un pezzo unico.
"Eh, ne, Irkmaan." Si alzò, mi venne vicino, e controllò le mie manette.
"Slegami!"
Il sorriso sparì: "Ne!" Mi puntò addosso un dito giallo:
"Kos son va?"
"Non parlo il Drac, faccia di rospo. Parli Inglese, tu? O Esper?"
Il Drac alzò le spalle, con aria molto umana, poi si puntò il dito contro il petto: "Kos va son Jeriba Shigan." Indicò ancora verso di me: "Kos son va?"
"Mi chiamo Willis Davidge."
"Ess?"
Sillabai con qualche difficoltà: "Kos va son Willis Davidge."
"Eh..." Jeriba Shigan annuì, poi mi fece un cenno con la mano:
"Dasu, Davidge."
"Altrettanto a te, Jerry."
"Dasu, dasu!" Jeriba sembrò spazientirsi. Mi strinsi nelle spalle meglio che potei. Il Drac si chinò, mi afferrò con entrambe le mani il petto della tuta e mi tirò in piedi:
"Dasu, dasu, kizlode!"
"Ho capito, ho capito! Dasu vuol dire alzati. E kizlode?"
Jerry rise: "Gavey kiz?"
"Sì, gavey."
Jerry si indicò la testa: "Lode." Indicò la mia testa: "Kizlode."
Avevo capito. Sferrai un colpo con le braccia unite, e presi Jerry sulla testa con la sbarra. Il Drac andò a sbattere contro una roccia, con un’espressione di sorpresa. Si toccò la testa con una mano, e la ritirò coperta di quel pus biancastro che i Draconiani considerano sangue. Mi guardò con un’espressione omicida negli occhi:
"Gefh! Nu Gefh, Davidge."
"Fatti sotto, Jerry, figlio di puttana di un kizlode!"
Jerry mi si buttò addosso, e io cercai di colpirlo ancora con la sbarra, ma il Drac mi prese il polso destro con entrambe le mani, e sfruttando la mia spinta mi fece girare su me stesso, mandandomi a sbattere con la schiena contro un’altra roccia. Proprio mentre riuscivo a riprendere fiato, Jerry raccolse un piccolo masso e venne verso di me con tutte le intenzioni di sfracellarmi il cranio. Appoggiandomi con la schiena alla roccia, gli diedi un calcio nello stomaco, mandandolo a finire lungo disteso sulla sabbia. Corsi verso di lui, pronto a sfracellargli a pedate il cranio, quando lui indicò alle mie spalle. Mi voltai e vidi un’altra onda gigantesca che prendeva la rincorsa per venirci addosso: "Kiz!" Jerry si mise in piedi e corse come un pazzo verso il terreno più elevato, con me alle calcagna.
Con il ruggito dell’onda alle nostre spalle ci infilammo fra le rocce nere, levigate dalla sabbia e dall’acqua bassa, finché non raggiungemmo la capsula di Jerry. Il Drac si fermò, appoggiò la spalla all’aggeggio a forma di uovo e cominciò a farlo rotolare. Compresi il suo scopo. Quella capsula conteneva gli unici mezzi di sopravvivenza, cibo compreso, di cui fossimo a conoscenza sul pianeta: "Jerry!" gridai al di sopra del rombo crescente dell’onda. "Toglimi questo dannato affare e ti potrò aiutare." Il Drac mi guardò accigliato. "La sbarra, kizlode, toglimela!" Indicai con la testa le mie mani.
Jerry mise una roccia sotto la capsula, per impedirle di rotolare indietro, poi mi slegò in fretta i polsi e tirò via la sbarra. Ci appoggiammo entrambi con le spalle alla capsula, e la facemmo rotolare sul terreno più elevato. L’onda si arrampicò sul pendio, veloce, finché non ci arrivò al petto. La capsula galleggiava come un sughero, e riuscimmo a stento a tenerla ferma, fino a quando l’onda non si ritirò, lasciando la capsula incastrata fra tre massi. Mi fermai ansimante.
Jerry si lasciò cadere sulla sabbia, appoggiando la schiena a uno dei massi. Osservò l’onda recedere verso il mare.
"Magasienna!"
"L’hai detto, fratello." Mi sedetti vicino al Drac. Stipulammo con un’occhiata una tregua temporanea, e immediatamente ci addormentammo.
Aprii gli occhi su un cielo di neri e grigi ribollenti. Lasciai rotolare la testa sulla spalla sinistra e guardai il Drac. Era ancora addormentato. La prima cosa che pensai fu che quella era un’occasione d’oro per fare un bello scherzo a Jerry. La seconda fu quanto era sciocca la nostra disputa, di fronte alla lotta gigantesca degli elementi intorno a noi. Perché non era ancora arrivata la squadra di soccorso? Forse la flotta dei Drac ci aveva annientato? E allora perché i Drac non erano arrivati per raccogliere Jerry? Forse si erano annientati a vicenda. Non sapevo neppure dove mi trovavo. Scendendo, era sembrata un’isola, ma oltre a questo non sapevo nient’altro. Fyrine IV: il pianeta non era neanche abbastanza importante da avere un nome, ma lo era abbastanza perché vi fossimo mandati a morirci.
Mi alzai faticosamente. Jerry aprì gli occhi, e con una mossa rapida si accucciò in posizione di difesa. Feci un gesto con la mano e scossi la testa:
"Calma, Jerry. Voglio solo dare un’occhiata in giro."
Gli voltai le spalle e mi arrampicai tra i massi. Qualche minuto dopo raggiunsi un terreno pianeggiante.
Era proprio un’isola, e neanche molto grande. A occhio e croce, l’altezza massima sul livello del mare raggiungeva gli ottanta metri, la lunghezza circa due chilometri, e la larghezza uno. Il vento che mi sferzava servì almeno ad asciugarmi la tuta, ma osservando i massi levigati sulla cima della collina, mi resi conto che io e Jerry dovevamo aspettarci delle onde ancora più grosse di quelle che avevamo sperimentato fino a quel momento.
Sentii un rumore alle mie spalle, e vidi Jerry arrampicarsi. Il Drac raggiunse la cima e si guardò attorno. Mi inginocchiai vicino a uno dei massi e ci passai sopra la mano per fagli notare che era liscio, poi indicai il mare. Jerry annuì: "Ae, gavey." Indicò la capsula, poi il punto dove stavamo: "Echey masu, nasesay."
Aggrottai le sopracciglia, puntai un dito verso la capsula: "Nasesay? La capsula?"
"Ae, capsula nasesay. Echey masu." Jerry indicò ai suoi piedi.
Scossi la testa: "Jerry, se tu gavey perché queste rocce sono lisce," ne indicai una, "allora gavey che masuare la nasesay fin quassù non servirà a un accidenti." Mossi le mani su e giù. Indicai il mare: "Onde quassù." Indicai dove stavamo: "Onde echey."
"Ae, gavey." Jerry si guardò in giro, poi si fregò il mento. Si sedette vicino ad alcune piccole rocce e cominciò a metterle una sopra l’altra: "Viga, Davidge."
Mi inginocchiai accanto a lui e osservai le sue dita veloci costruire un cerchio di pietre, una specie di arena in miniatura. Jerry infilò un dito in mezzo al cerchio.
"Echey, nasesay."
I giorni, su Fyrine IV, sembrava che durassero tre volte quelli di tutti gli altri pianeti abitabili che avevo conosciuto. Anche se abitabile, riferito a Fyrine IV, era un eufemismo. Ci volle quasi tutto il primo giorno per far rotolare la nasesay di Jerry in cima alla collina. La notte era troppo buio per lavorare, e inoltre faceva un freddo cane. Togliemmo il sedile dalla capsula, ricavando spazio appena sufficiente per infilarci dentro entrambi. Il calore dei nostri corpi riscaldò un po’ l’ambiente, e passammo il tempo a dormire, a mangiare le razioni di Jerry (avevano un sapore a metà fra quello del pesce e del pecorino) e cercando di trovare un accordo sulla lingua:
"Occhio."
"Thuyo."
"Dito."
"Zurath."
"Testa."
Il Drac rise:
"Lode."
"Ah ah, che ridere."
"Ah ah!"
All’alba del secondo giorno facemmo rotolare la capsula al centro del piccolo altopiano, incastrandola fra due grossi massi, uno dei quali aveva una sporgenza che, nelle nostre speranze, doveva servire a trattenerla all’arrivo delle onde. Tutto attorno disponemmo delle pietre piuttosto grosse come fondamenta, e riempimmo le fessure con pietre più piccole. Quando il nostro muro ebbe raggiunto l’altezza delle ginocchia, ci rendemmo conto che una costruzione fatta con quelle pietre lisce e tonde, senza malta, non poteva stare in piedi. Dopo qualche esperimento, scoprimmo un sistema per spaccare le pietre, in modo da avere dei lati piatti: prendevamo una pietra e la sbattevamo con violenza sopra un’altra. Facemmo a turni: uno spaccava pietre e l’altro costruiva. La pietra era una specie di vetro vulcanico, e facevamo anche dei turni per toglierci le schegge a vicenda. Ci vollero nove di quegli interminabili giorni per finire il muro. Le ondate ci vennero varie volte vicino, e una ci arrivò alle caviglie. Per sei di quei nove giorni piovve. La dotazione della capsula includeva un telo di plastica, e questo divenne il nostro tetto. Si riempiva al centro, così ci praticammo un buco, che ci fornì anche una riserva di acqua fresca. Se arrivava un’onda di una certa entità, potevamo dire addio al nostro tetto; ma noi avevamo fiducia nel muro, che aveva uno spessore di circa due metri alla base, e di uno alla sommità.
Una volta finito, ci sedemmo all’interno e ammirammo la nostra opera per circa un’ora, finché non cominciammo a renderci conto che eravamo restati senza niente da fare...
"E adesso, Jerry?"
"Ess?"
"Adesso cosa facciamo?"
"Adesso aspettare noi." Il Drac alzò le spalle: "Cosa altro, ne?"
Annuii: "Gavey."
Mi alzai e andai alla porta. Non avendo legname per fare una vera e propria porta, nel punto dove i due muri si sarebbero dovuti incontrare, a uno avevamo fatto fare una curva, estendendolo per circa tre metri parallelamente all’altro, con l’apertura dalla parte opposta rispetto ai venti prevalenti. I venti non avevano mai smesso di soffiare, ma la pioggia era cessata. Il nostro muro non era gran che da guardare, ma vederlo lì, nel bel mezzo di quell’isola deserta, mi faceva sentir bene. Come dice Shizumaat: "La vita intelligente prende posizione contro l’universo." O almeno, era questo il senso che ero riuscito a ricavare dall’inglese pasticciato di Jerry.
Presi una scheggia appuntita e feci un altro segno sulla roccia che mi serviva da calendario. Dieci segni in tutto, e sotto il settimo una piccola x per indicare la grossa onda che aveva sfiorato la cima dell’isola.
Gettai a terra la scheggia:
"Dannazione, odio questo posto!"
"Ess?" Jerry sporse la testa dall’altra parte dell’apertura: "Parli chi, Davidge?"
Gli lanciai un’occhiataccia: "A nessuno."
"Ess va nessuno?"
"Nessuno. Niente."
"Ne gavey, Davidge."
Mi battei sul petto col dito: "Me! Parlo a me stesso! Questo lo gavey, faccia di rospo?"
Jerry scosse la testa: "Davidge, ora dormo. Non parlare tanto a nessuno."
Sparì dietro la parete di roccia.
"Ma va a quel paese, figlio di..."
Mi incamminai lungo il fianco della collina.
"Solo che tu una madre, a rigor di termini, non ce l’hai, faccia di rospo. E neanche un padre... Se potessi scegliere, con chi ti piacerebbe fare naufragio su un’isola deserta?"
Mi chiesi se qualcuno aveva mai scelto di finire in un angolo gelato dell’inferno, insieme a un ermafrodito.
Giunto a metà del pendio, seguii un sentiero che avevo segnato con alcune rocce fino a una pozza formata dalle maree, e che avevo ribattezzato Ranch delle Lumache. Attorno alla pozza c’erano numerose rocce, e sotto di queste, nell’acqua bassa, vivevano i più grossi lumaconi marini che avessi mai visto.
Avevo fatto la scoperta durante una pausa dei lavori e avevo chiamato Jerry.
Jerry aveva alzato le spalle: "E allora?"
"Come, allora? Senti, Jerry, le tue razioni non dureranno in eterno. Cosa mangeremo quando saranno finite?"
"Mangiare?" Jerry aveva guardato i lumaconi che si contorcevano e aveva fatto una smorfia: "Ne, Davidge. Prima prendono noi. Cercano, trovano e prendono noi. "
"E se non ci trovano?"
Jerry aveva fatto un’altra smorfia, e si era voltato per tornare al lavoro: "Acqua beviamo noi, fino quando trovano." Aveva farfugliato qualcosa a proposito di escrementi di kiz e dei miei gusti, ed era sparito dalla vista.
Da allora, avevo rinforzato le pareti di roccia intorno alla pozza, sperando che la maggiore protezione avrebbe permesso un aumento della popolazione di molluschi.
Guardai sotto parecchie rocce, ma non c’era stato alcun aumento apparente. Comunque, non avevo il coraggio di ingoiarne uno. Rimisi a posto la roccia, mi alzai e scrutai il mare. Anche se la cortina perenne di nubi nascondeva come sempre i raggi di Fyrine, non pioveva, e si era sollevata la solita nebbia. Dalla parte dov’ero approdato, il mare si stendeva fino all’orizzonte. Fra le creste bianche delle onde, l’acqua era grigia come il cuore di uno strozzino. A circa cinque chilometri dall’isola si formavano delle lunghe onde parallele. Il settore centrale avrebbe investito l’isola, mentre le altre proseguivano il loro cammino. Alla mia destra, sulla stessa linea delle onde, potevo distinguere un’altra piccola isola, alla distanza di una decina di chilometri. Seguii con gli occhi la direzione di marcia delle onde, e dove il grigio-bianco del mare avrebbe dovuto incontrare il grigio più chiaro del cielo, contro l’orizzonte, vidi una linea nera.
Più cercavo di ricostruire mentalmente le carte topografiche di Fyrine IV, più diventavano confuse. Anche Jerry non ricordava niente, o almeno non me lo voleva dire. E poi perché avremmo dovuto ricordarcele? La battaglia avveniva nello spazio, dove ognuna delle due parti cercava di impedire all’altra di stabilire un contingente orbitale. Nessuno aveva intenzione di mettere piede sul pianeta, e ancor meno di combatterci sopra. Comunque, quella che vedevo era una massa di terra molto più grande della striscia di roccia e sabbia dove ci trovavamo.
Il problema era come arrivarci. Senza legname, fuoco, foglie, pelli di animale, io e Jerry eravamo in una condizione peggiore dei più arretrati selvaggi. L’unica cosa a nostra disposizione che potesse galleggiare era la nasesay, la capsula. E perché no? Il problema era convincere Jerry.
La sera, mentre il grigio si trasformava lentamente in nero, Jerry e io ci sedemmo fuori dal muro, a mangiare le nostre razioni. Gli occhi gialli del Drac scrutarono la linea nera sull’orizzonte. Poi scosse la testa:
"Ne, Davidge. Pericoloso è."
Mi infilai in bocca il resto della razione, e parlai masticando:
"Più pericoloso che restare qui?"
"Presto prendono noi, ne?"
Lo fissai negli occhi: "Jerry, tu ci credi quanto me." Mi chinai verso di lui: "Senti, le nostre possibilità di sopravvivenza saranno molto maggiori su una massa di terra più grande. Protezione dalle grandi ondate, forse cibo...
"Non forse, ne?" Jerry indicò il mare: "Come guidare nasesay, Davidge? Dentro, come guidare? Ess he ondate oltre terra portano, gavey? Bresha." Jerry batté assieme le mani: "Ess he bresha su rocce, ne? Noi morti."
Mi grattai la testa: "Le onde da qui vanno in quella direzione, e così pure il vento. Se la terra è grande abbastanza, non dovremo pilotare la capsula, gavey?"
Jerry sbuffò: "Ne grande abbastanza; allora?"
"Non ho detto che era una cosa sicura."
"Ess?"
"Una cosa sicura, certa, gavey?"
Jerry annuì.
"E quanto a sfracellarci sulle rocce, probabilmente c’è una spiaggia come questa."
"Sicuro, ne?"
Alzai le spalle: "No, non è sicuro, ma è sicuro stare qui? Non sappiamo quanto possano diventare grandi quelle onde. Se ne arriva una e ci porta via dall’isola? Cosa facciamo, allora?"
Jerry mi guardò stringendo gli occhi:
"Cosa là è, Davidge? Base Irkmaan, ne?"
Mi misi a ridere: "Te l’ho detto che non abbiamo basi su Fyrine IV."
"Perché vuoi andare, allora?"
"Te l’ho detto, Jerry. Penso che le nostre probabilità di sopravvivenza sarebbero migliori."
"Uhmmm." Il Drac incrociò le braccia: "Viga, Davidge, Nasesay resta. Io so."
"Cosa sai?"
Jerry sorrise, poi si alzò ed entrò nel nostro riparo. Dopo un attimo ritornò e gettò a terra ai miei piedi una sbarra di metallo lunga due metri. Era quella che aveva usato per legarmi le mani.
"Io so, Davidge."
Alzai le sopracciglia e mi strinsi nelle spalle:
"Di che cosa stai parlando? Non l’hai presa nella tua capsula?"
"Ne, Irkmaan."
Mi chinai e raccolsi la sbarra. Non presentava tracce di corrosione, e a una delle estremità c’erano dei numeri in cifre arabe: il numero del pezzo. Sentii un ondata di speranza, ma questa svanì subito, quando mi resi conto che si trattava di un numero civile. Gettai la sbarra sulla sabbia:
"Non possiamo sapere da quanto tempo si trovi qui, Jerry. Si tratta di un numero civile, e nessuna spedizione civile è più arrivata in questa parte della galassia dallo scoppio della guerra. Potrebbe essere stata lasciata da una vecchia spedizione di inseminazione o di esplorazione..."
Il Drac mosse la sbarra con la punta del piede: "Nuova, gavey?"
Lo guardai: "Tu gavey l’acciaio inossidabile?"
Jerry sbuffò e si voltò verso il riparo:
"Io resto, nasesay resta; dove vuoi, tu va, Davidge!"
Con il nero della lunga notte che si stava chiudendo sopra di noi, il vento aveva preso velocità, e ululava attraverso le fessure del muro. lì tetto di plastica sbatteva, veniva risucchiato dentro e fuori con tale violenza che minacciava di lacerarsi o di volarsene via. Jerry sedeva sulla sabbia, con la schiena appoggiata alla nasesay, come per mettere in chiaro che lui e la capsula non si muovevano, anche se la furia crescente del mare sembrava dargli torto.
"Mare brutto ora è, Davidge, ne?"
"È troppo buio per vedere, ma questo vento..." Alzai le spalle, più per me stesso che per il Drac, dal momento che l’unica cosa visibile nel riparo era la luce pallida che filtrava dal soffitto. Da un minuto all’altro potevamo essere spazzati via dall’isola...
"Jerry, ti stai comportando come uno stupido per quella sbarra, e lo sai."
"Surda."
Il Drac aveva un’aria dispiaciuta, quasi desolata.
"Ess?"
"Ess he Surda?"
"Ae."
Jerry rimase in silenzio per un momento:
"Davidge, gavey «non certo non è»?"
Ci pensai un momento...
"Vuoi dire «forse», «magari», «può darsi»?"
"Ae, forsemagaripuòdarsi. Flotta dracon ha navi Irkmaan. Prima di guerra comprare; dopo guerra catturare. Forsemagaripuòdarsi sbarra è di Dracon."
"Perciò, se c’è una base segreta su quella grossa isola, surda è una base draconiana?"
"Forsemagaripuòdarsi, Davidge."
"Vuoi dire che intendi provarci, Jerry? Con la nasesay?"
"Ne."
"Ne? E perché, Jerry? Se ci fosse una base drac..."
"Ne! Ne parlare!" La voce del Drac era strozzata.
"E invece sì, che parliamo, Jerry! Se devo crepare su quest’isola, ho il diritto di sapere il perché."
Per un po’ il Drac restò in silenzio...
"Davidge..."
"Nasesay, tu prendi. Metà razioni lasci. Io resto."
Scossi la testa per schiarirmela:
"Vuoi che prenda la capsula da solo?"
"Quello è che vuoi, ne?"
"Ae, ma perché? Lo sai anche tu che non verranno a prenderci. Che c’è? Hai paura dell’acqua? Se è così, sarà meglio..."
"Davidge, bocca chiudi. Nasesay prendi. Me non hai bisogno, gavey?"
Annuii nel buio. Potevo prendermi la capsula. E cosa me ne facevo di un Drac dalla testa dura... soprattutto dal momento che la nostra tregua poteva spirare da un istante all’altro? La risposta mi fece sentire un po’ sciocco... e umano. Ma forse è la stessa cosa. Il Drac era l’unica cosa che mi separava dalla più completa solitudine. Però c’era anche il piccolo problema di sopravvivere.
"È meglio andare insieme, Jerry."
"Perché?"
Mi sentii arrossire. Se gli uomini hanno così bisogno di compagnia, perché si vergognano tanto ad ammetterlo?
"Avremo più probabilità di cavarcela."
"Solo, tue possibilità meglio sono, Davidge. Io tuo nemico sono."
Annuii ancora e feci una smorfia nel buio: "Jerry, tu gavey «solitudine»?"
"Ne gavey."
"Essere solo, senza nessuno."
"Gavey sei solo. Prendi nasesay; io resto."
"Appunto... Vedi, viga, io non voglio.
"Vuoi andare insieme noi?" Nel buio si sentì una risata gorgogliante: "Dracon a te piace? Morto ti piace, Irkmaan!" Jerry ridacchiò ancora: "Irkmaan poorzhab in testa, poorzhab."
"Lascia perdere!"
Mi lasciai scivolare in terra e mi rannicchiai con la testa dalla parte del Drac. Il vento sembrava essersi un po’ placato, e chiusi gli occhi per cercare di dormire. Dopo un po’, gli schiocchi del tetto di plastica si confusero con i fischi e gli ululati del vento, e mi sentii scivolare nel sonno.
Spalancai di colpo gli occhi al suono di passi che si avvicinavano. Tesi i muscoli, pronto a scattare.
"Davidge?"
La voce di Jerry era molto calma.
"Cosa c’è?"
Sentii il Drac sedersi vicino a me:
"Tua solitudine, Davidge. Difficile parlare di questa, ne?"
"E allora?"
Il Drac farfugliò qualcosa che si perse nel vento.
"Come?" Mi voltai e vidi Jerry che sbirciava da una fessura nel muro:
"Perché resto. Ora dico te, ne?"
Alzai le spalle: "E va bene. Perché no?"
Jerry parve lottare con le parole, aprì la bocca per parlare. Poi i suoi occhi si spalancarono:
"Magasienna!"
Mi alzai: "Ess?"
Jerry indicò la fessura: "Guarda!"
Lo spinsi da parte e guardai anch’io. Simile a montagne crestate di bianco, una serie di onde gigantesche si stava dirigendo come una furia verso la nostra isola. Era difficile giudicare al buio, ma quella di fronte sembrava più alta di quella che aveva sfiorato la cima dell’isola qualche giorno prima. Quelle che venivano dopo erano ancora più grandi!
Jerry mi mise una mano sulle spalle, e io lo guardai negli occhi. Poi ci mettemmo a correre verso la capsula. Sentimmo la prima ondata infrangersi sul fianco della collina mentre armeggiavamo alla ricerca della maniglia. La trovai proprio mentre l’ondata colpiva il rifugio e faceva crollare il tetto. Un attimo dopo eravamo sott’acqua, e le correnti in mezzo al muro ci sbattevano come panni in una lavatrice.
L’acqua sì ritirò e, mentre mi fregavo gli occhi, mi accorsi che il lato controvento della parete era parzialmente crollato...
"Jerry!"
Attraverso la breccia, scorsi il Drac che barcollava, all’aperto.
"Irkmaan!"
Alle sue spalle, vidi un’altra onda prendere velocità.
"Kizlode, cosa diavolo ci fai là fuori? Entra!"
Mi voltai verso la capsula, sempre fermamente ancorata fra le due rocce, e trovai la maniglia. Mentre aprivo il portello, Jerry arrivò incespicando e mi finì addosso:
"Davidge! Onde sempre vengono! Sempre!"
"Entra!"
Lo aiutai a infilarsi, e non aspettai che si facesse da parte. Gli montai sopra e chiusi il portello proprio mentre la seconda ondata ci colpiva. Sentii la capsula sollevarsi un po’ e andare a urtare contro la sporgenza.
"Davidge, galleggiamo?"
"No. Le rocce ci tengono fermi. Saremo a posto, passata la tempesta."
"Via da me sopra!"
"Oh!" Mi spostai dallo stomaco di Jerry, e mi appoggiai a una parete. Dopo un po’ la capsula smise di rollare, e ci preparammo alla terza ondata.
"Jerry..."
"Ess?"
"Cosa stavi per dirmi?"
"Perché resto?"
"Sì."
"Difficile parlare di questo, per me, gavey?"
"Capisco, capisco."
Arrivò la terza ondata, e sentii la capsula sollevarsi e urtare la roccia.
"Davidge, gavey «vi nessa»?"
"Ne gavey."
"Vi nessa... è... piccolo me, gavey?"
La capsula rimbalzò contro le rocce si fermò.
"Piccolo cosa?"
"Piccolo me... Piccolo Drac... Da me, gavey?"
"Vuoi dire che aspetti un bambino?"
"Forsemagaripuòdarsi."
Scossi la testa:
"Un momento, Jerry, voglio capire bene... Stai per avere un bambino? Sei incinto?"
"Ae, bambino. Molto importante, ne?"
"Spaventosamente. E questo cosa c’entra col fatto che non vuoi andare sull’altra isola?"
"Prima, io vi nessa, gavey? Tean morto."
"Il tuo bambino, è morto?"
"Ae!" Il sospiro del Drac era come quello di tutte le madri dell’universo... "Io caduto ferito. Tean morto. In mare nasesay sbattere noi. Tean male, gavey?"
"Ae, gavey."
E così, Jerry aveva paura di perdere un altro bambino. Era quasi certo che il viaggio in mare ci avrebbe sbattuti un bel po’, ma restare su quell’isoletta non sembrava una prospettiva certo migliore. La capsula era ferma e decisi di dare un’occhiata fuori. I piccoli finestrini erano coperti di sabbia, e dovetti aprire il portello. Mi guardai intorno. Il muro non esisteva più. Guardai verso il mare, ma non riuscii a vedere nulla...
"Sembra tutto tranquillo, Jerry..." Alzai gli occhi verso il cielo quasi nero e vidi la cresta di un’onda gigantesca che mi precipitava addosso.
"Porca magasienna!" Richiusi precipitosamente il portello.
"Ess, Davidge?"
"Tieniti, Jerry!"
Il rumore dell’acqua che colpì la capsula fu tanto forte che non riuscii a percepirlo. Urtammo una, due volte contro la roccia, poi sentii la capsula ruotare e sfrecciare verso l’alto. Cercai di aggrapparmi a qualcosa, ma in quel momento la capsula ripiombò in basso. Caddi addosso a Jerry, poi andai a sbattere con la testa contro la parete opposta. Prima di svenire, sentii Jerry gridare:
"Tean Vi tean!"
...
Il tenente premette un pulsante, e sullo schermo apparve una figura: alta, umanoide, gialla.
"Lurido Drac!" gridò il pubblico di reclute.
Il tenente si voltò verso le reclute:
"Esatto. Questo è un Drac. Noterete che ha un colore uniforme: i Drac sono tutti gialli. Usando un raggio di luce, il tenente indicò vari punti del corpo del Drac: "Caratteristica distintiva sono le mani con tre dita, e così pure la faccia senza naso, che dà loro l’aspetto di rospi. Mediamente, la loro vista è migliore di quella umana, l’udito è circa lo stesso, e l’odorato..." Il tenente fece una pausa... "L’odorato è terribile!"
Il tenente sorrise allo scoppio di risa che si alzò dalle reclute. Quando smisero, puntò il fascio di luce su una piega nella pancia della figura:
"Questo è il posto dove il Drac tiene i suoi gioielli di famiglia... Tutti quanti!"
Altre risate.
"Infatti i Drac sono ermafroditi: uno stesso individuo possiede tanto gli organi riproduttivi maschili quanto quelli femminili."
Il tenente guardò le reclute:
"Se dite a un Drac di fottersi, state attenti, perché è capacissimo di farlo!"
Quando la risata si spense, il tenente indicò lo schermo con una mano:
"Se vedete uno di questi animali, cosa fate?"
"LO AMMAZZIAMO!"
...
...
Liberai lo schermo e bloccai il computer sul caccia Drac, che appariva nel mirino come una doppia X. Il Drac virò bruscamente a destra, poi ancora a sinistra. Sentii il pilota automatico guidare il mio apparecchio dietro il caccia, selezionando e scartando le false immagini e cercando di centrare il caccia nel suo mirino elettronico.
"Avanti, faccia di rospo! Un po’ più a destra..."
La doppia X entrò nell’anello centrale dello schermo e sentii il missile appeso alla pancia del mio caccia partire. Preso! Attraverso il finestrino vidi l’esplosione. Lo schermo mostrò il caccia Drac perdere il controllo e scendere a spirale verso le nuvole di Fyrine IV. Mi lanciai all’inseguimento per essere sicuro della sua fine... La temperatura dello scafo aumentò, entravo negli strati superiori dell’atmosfera...
"Forza, scoppia!"
Misi in funzione i sistemi per il volo atmosferico. Ormai era chiaro che avrei dovuto seguire il caccia Drac fino sulla superficie. Prima di raggiungere le nuvole, il Drac smise di girare su se stesso e invertì la rotta. Esclusi il pilota automatico e tirai tutta la cloche verso di me. Il mio caccia ondeggiò, cercando di puntare verso l’alto. Lo sanno tutti che i caccia Drac sono migliori nell’atmosfera... Mi puntava addosso, in rotta di collisione... Perché quel bastardo non spara? Un attimo prima della collisione, il Drac si gettò con la capsula...
"Il motore si è spento; posso solo controllare la caduta. Seguo la capsula attraverso le nubi... Voglio trovare quel bastardo e finirlo..."
...
Da minuti, o forse da anni, brancolavo nel buio. Sentivo di toccare qualcosa, ma le parti di me che venivano toccate sembravano lontanissime. Prima dei brividi, poi febbre, poi brividi ancora, e qualcosa di freddo sulla testa. Socchiusi gli occhi e vidi Jerry sopra di me, che mi teneva qualcosa di bagnato sulla testa.
"Jerry..." riuscii a mormorare.
Il Drac mi guardò negli occhi e sorrise:
"Buono, Davidge. Buono."
La luce che illuminava la faccia di Jerry tremolò, e sentii odore di fumo.
"Fuoco."
Jerry si fece da parte e indicò il centro della stanza, sul pavimento di sabbia. Girai la testa e mi resi conto che giacevo su un letto di foglie morbide. Di fronte al mio letto ce n’era un altro, e in mezzo scoppiettava un bel fuoco.
"Noi fuoco abbiamo, Davidge, e legno." Jerry indicò il soffitto, fatto di pali, coperti di larghe foglie.
Mi guardai intorno, poi lasciai ricadere la testa dolorante e richiusi gli occhi:
"Dove siamo?"
"Grande isola, Davidge. Onda portato via noi. Vento e onde portato qui. Ragione avevi."
"Non... non capisco. Ne gavey. Ci saranno voluti dei giorni per arrivare qui."
Jerry annuì, e lasciò cadere una specie di spugna in una conchiglia piena d’acqua: "Nove giorni. Io legato te a nasesay, poi qui su spiaggia noi arrivati."
"Nove giorni? Sono stato svenuto per nove giorni?"
Jerry scosse la testa: "Diciassette. Noi arrivati otto giorni..."
"Otto giorni fa?!"
"Ae."
Diciassette giorni su Fyrine IV equivalevano a più di un mese sulla Terra. Riaprii gli occhi e guardai Jerry. Il Drac pareva eccitatissimo. "Come va tean, il tuo bambino?"
Jerry si batté sulla pancia ingrossata: "Bene va, Davidge. Nasesay fatto più male a te."
Resistetti all’impulso di annuire: "Sono felice per te, davvero."
Chiusi gli occhi e mi girai verso la parete di pali e di foglie... "Jerry?"
"Ess?"
"Mi hai salvato la vita."
"Ae."
"Perché?"
Per un po’ Jerry non disse niente...
"Davidge. Su isola tu parlato. Solitudine ora gavey." Il Drac mi scosse un braccio: "Ecco, mangia ora."
Mi voltai e guardai una conchiglia piena di liquido fumante:
"Cos’è? Brodo di pollo?"
"Ess?"
"Ess va?" Indicai la conchiglia, rendendomi conto per la prima volta di quanto fossi debole. Jerry aggrottò le sopracciglia: "Come lumacone, ma lungo."
"Un’anguilla?"
"Sì, ma su terra, gavey?"
"Un serpente."
"Forsemagaripuòdarsi."
Appoggiai le labbra al bordo della conchiglia. Presi un sorso di brodo, lo inghiottii, e sentii il suo calore benefico diffondersi nello stomaco.
"Buono."
"Tu custa vuoi?"
"Ess?"
"Custa."
Jerry prese da vicino al fuoco un pezzo di pietra quadrangolare. La guardai, la grattai con un’unghia, poi la toccai con la lingua.
"Sale!"
Jerry sorrise: "Custa vuoi?"
Mi misi a ridere: "Servizio completo! Certo, dammi un po’ di custa."
Jerry prese il pezzo di sale di roccia, ne staccò un angolo con una pietra, e quindi lo macinò contro un’altra pietra. Allungò la mano con un mucchietto di granelli bianchi sul palmo. Ne presi due pizzichi, li misi nel brodo di serpente e mescolai col dito. Poi bevvi un lungo sorso. Feci schioccare le labbra:
"Favoloso!"
"Buono, ne?"
"Meglio che buono: favoloso!"
Ne bevvi un altro sorso con grandi schiocchi di labbra e roteare di occhi.
"Favoloso, Davidge, ne?"
"Ae."
Gli feci un cenno con la testa:
"Credo che basti. Vorrei dormire."
"Ae, Davidge, gavey."
Jerry prese la conchiglia e la mise vicino al fuoco. Si alzò, andò fino alla porta, poi si voltò. I suoi occhi gialli mi studiarono per un istante, poi mi rivolse un cenno con la testa e uscì. Chiusi gli occhi, e lasciai che il calore del fuoco mi cullasse nel sonno.
Due giorni dopo, provai ad alzarmi, e dopo altri due Jerry mi aiutò a uscire. La capanna era situata sulla cima di un pendio che saliva dolcemente, in mezzo a un bosco di arbusti e di bassi alberi. Ai piedi del pendio, a più di otto chilometri dalla capanna, c’era il mare. Il Drac mi aveva portato a braccia fin lì. La nostra fedele nasesay si era riempita d’acqua ed era stata trasportata via dal mare poco dopo che Jerry mi aveva portato all’asciutto. Con la capsula se ne erano andati i resti delle razioni di emergenza. I Drac sono molto schizzinosi sul mangiare, ma alla fine la fame aveva indotto Jerry a provare la flora e la fauna locali... La fame e quell’impiccio umano che stava spegnendosi per mancanza di cibo. Il Drac aveva scelto come dieta una radice amidacea e insapore, una bacca che, una volta fatta seccare, produceva un infuso accettabile, e carne di serpente, oltre al sale che aveva trovato per caso. Nei giorni che seguirono, quando ebbi ripreso le forze, aggiunsi alla nostra dieta vari tipi di molluschi marini e un frutto che sembrava una via di mezzo fra una pera e una prugna.
Man mano che le giornate si facevano più fredde, io e il Drac fummo costretti ad ammettere che Fyrine IV aveva un inverno. Stabilito questo, dovevamo affrontare la possibilità che l’inverno fosse tanto rigido da impedire la raccolta del cibo e di legna. Le bacche e le radici, seccate vicino al fuoco, si conservavano bene; provammo anche a salare e affumicare la carne di serpente. Usando le fibre di certe piante, cucimmo insieme pelli di serpente per farci dei vestiti invernali: usavamo due strati di pelle, con della lanugine vegetale in mezzo, tenuta a posto trapuntando i due strati.
Fummo entrambi d’accordo sul fatto che la capanna non poteva bastare. Ci mettemmo tre giorni a trovare la nostra prima caverna, e altri tre prima di trovarne una adatta. L’imboccatura guardava sul mare eternamente in tempesta, ma era su una scogliera ben al di sopra delle onde. Attorno all’entrata trovammo una grande quantità di legna secca e di pietre. Raccogliemmo la legna da ardere, e con le pietre chiudemmo l’entrata, lasciando solo lo spazio per una porta. Costruimmo dei cardini con pelle di serpente e una porta con dei pali legati assieme per mezzo di fibre vegetali. La prima notte, i venti marini la fecero a pezzi. Decidemmo di tornare al sistema usato sull’isola.
Stabilimmo la nostra residenza in profondità, in una camera spaziosa, con il pavimento di sabbia. Ancora più in profondità, vi erano delle pozze d’acqua, ottima da bere, ma troppo fredda per farci il bagno. Nella camera con le pozze ci mettemmo le provviste. Lungo le pareti, nella zona residenziale, accatastammo la legna da ardere, e ci facemmo dei nuovi letti con pelli di serpente e lanugine. Al centro della camera costruimmo un focolare di discreta grandezza, con una pietra piatta da mettere sopra le braci per graticola. La prima notte in cui dormimmo nella nostra nuova casa, scoprii che non sentivo più il vento. Era la prima volta da che ero finito su quel dannato pianeta.
Durante le lunghe notti invernali, sedevamo vicino al fuoco facendo oggetti con le pelli di serpenti: guanti, cappelli, zaini. E parlavamo. Per rompere la monotonia, alternavamo il Drac con l’Inglese. Quando venne la prima tempesta di neve, ognuno di noi se la cavava bene con la lingua dell’altro.
Parlammo del bambino di Jerry:
"Come lo chiamerai, Jerry?"
"Ha già un nome. Vedi, la famiglia Jeriba ha cinque nomi. Io mi chiamo Shigan; prima di me è venuto mio padre, Gothig; prima di Gothig c’era Haesni; prima di Haesni, Ty; e prima di Ty, Zammis. Il bambino si chiamerà Jeriba Zammis."
"Perché solo cinque nomi? Un bambino umano, quando diventa adulto, può scegliere il nome che gli piace."
Il Drac mi guardò con occhi pieni di pietà:
"Davidge, come devi sentirti perso! Come dovete sentirvi persi, tutti voi umani..."
"Persi?"
Jerry annuì: "Da dove vieni, Davidge?"
"Vuoi dire chi sono i miei genitori?"
"Sì."
Alzai le spalle: "Li ricordo."
"E i loro genitori?"
"Ricordo il padre di mia madre. Quando ero piccolo andavamo a trovarlo."
"Davidge, cosa sai di questo nonno?"
Mi fregai il mento... "Non ricordo bene... Mi pare che si occupasse di agricoltura... Non so."
"E dei suoi genitori?"
Scossi la testa: "La sola cosa che ricordo è che fra i miei antenati c’erano degli Inglesi e dei Tedeschi. Gavey Inglesi e Tedeschi?"
Jerry annuì: "Davidge, io potrei recitare la storia della mia famiglia a partire da uno dei colonizzatori del mio pianeta, Jeriba Ty, centonovantanove generazioni fa. Negli archivi della nostra famiglia, su Draco, ci sono le testimonianze che seguono la nostra famiglia fino al pianeta d’origine della nostra razza, Sindie, e ancora indietro per parecchie generazioni possiamo risalire fino a Jeriba Ty, il fondatore della famiglia Jeriba."
"E com’è che uno diventa un fondatore?"
"Soltanto il primogenito porta avanti il nome della famiglia. I secondi, i terzi o i quarti nati devono fondare le loro famiglie."
Annuii, impressionato: "Perché solo cinque nomi? Solo per poterli ricordare più facilmente?"
Jerry scosse la testa: "No. Noi attribuiamo grande onore ai nomi. Sono solo cinque, e sempre gli stessi, in modo da non oscurare gli eventi che hanno contraddistinto chi li portava. Il mio nome, Shigan, è stato portato da grandi soldati, studiosi, filosofi, e molti preti. Il nome che porterà mio figlio è stato onorato da scienziati, insegnanti ed esploratori."
"Tu ricordi le attività di tutti i tuoi antenati?"
Jerry annuì: "Sì, e quello che hanno fatto e dove lo fecero. Uno deve recitare i propri antenati nell’archivio di famiglia, al raggiungimento dell’età adulta. Io l’ho fatto ventidue anni fa. Zammis farà lo stesso, solo che lui dovrà cominciare a recitare...," Jerry sorrise, "col mio nome, Jeriba Shigan."
"Tu sai a memoria quasi duecento biografie?"
"Sì."
Andai a distendermi sul mio letto. Mentre osservavo il fumo che veniva risucchiato da una fessura nel soffitto della grotta, cominciai a capire cosa intendeva Jerry quando aveva detto che dovevo sentirmi perso. Un Drac, con parecchie decine di generazioni sempre davanti agli occhi, sapeva chi era e a cosa doveva tener fede...
"Jerry?"
"Sì, Davidge?"
"Me li reciteresti?"
Mi voltai a guardare il Drac in tempo per vedere sul suo viso un espressione di estrema sorpresa trasformarsi in gioia. Fu soltanto dopo molti anni che seppi di aver reso a Jerry un grande onore con quella richiesta. Fra i Drac è una manifestazione di rispetto particolare, non solo verso l’individuo, ma verso l’intera famiglia.
"Di fronte a voi io recito i miei antenati, io, Jeriba della famiglia Shigan, nato da Gothig, insegnante di musica. Musicista di grande merito, fra i suoi allievi si annoverano Datzizh della famiglia Ném, Perrevane della famiglia Tuscor e molti altri musicisti minori; istruito in musica alla Shimuram, Gothig si presentò agli archivi nell’anno 11.051 e parlò del suo genitore Haesni, il fabbricante di navi..."
Mentre ascoltavo la recitazione cantilenante di Jerry, le biografie dei suoi antenati, che cominciavano con la morte e finivano con l’ingresso nell’età adulta, provai un senso di smarrimento temporale, come se fossi capace di toccare il passato. Battaglie, imperi costruiti e distrutti, scoperte e grandi imprese... Una cavalcata attraverso duemila anni di storia, percepiti come una continuità viva e ben definita.
Facciamo il confronto. Di fronte a voi io recito i miei antenati, io, Willis dei Davidge, nato da Sybil la casalinga e da Nathan, ingegnere civile di seconda classe, nato dal nonno, il quale probabilmente aveva qualcosa a che fare con l’agricoltura, nato chissà da chi... Al diavolo, non potevo dire neanche quello: era mio fratello maggiore a portare avanti il nome della famiglia, non io.
Mentre lo ascoltavo, decisi che mi sarei fatto insegnare da Jerry la storia della sua famiglia.
Parlammo della guerra:
"È stato un bel trucco quello di attirarmi nell’atmosfera per poi speronarmi..."
Jerry si strinse nelle spalle: "I piloti drac sono i migliori. Si sa."
Inarcai le sopracciglia: "È per questo che ti ho bruciato la coda, eh?"
Jerry si strinse nelle spalle e continuò a cucire pelli di serpente: "Perché i Terrestri vogliono invadere questa parte della Galassia, Davidge? Abbiamo avuto migliaia di anni di pace prima del vostro arrivo..."
"Ma siete stati voi a invadere questa zona. Anche noi eravamo in pace. Che cosa ci fate qui?"
"Ci stabiliamo su nuovi pianeti. È la tradizione drac. Siamo esploratori e fondatori."
"E bravo, faccia di rospo! E noi, chi ti credi che siamo? Delle donne di casa? Noi umani abbiamo scoperto la propulsione interstellare da meno di duecento anni, ma abbiamo colonizzato il doppio dei pianeti che avete colonizzato voi..."
Jerry alzò un dito: "Proprio così! Voi umani vi diffondete come un’epidemia. Ne abbiamo abbastanza di voi!"
"E invece siamo qui e intendiamo restarci! Sentiamo, cosa avete intenzione di fare?"
"Lo vedi che cosa abbiamo intenzione di fare, Irkmaan: combattiamo!"
"Puah! Tu lo chiami un combattimento, quella scaramuccia? Accidenti, Jerry, non farmi ridere, con quelle vostre bagnarole...
"Ah, Davidge! È per questo che te ne stai qui a masticare carne di serpente!"
Tirai fuori il pezzo di carne dura che avevo in bocca e lo puntai verso Jerry:
"Mi pare che anche il tuo fiato puzzi di serpente, Drac."
Jerry sbuffò e voltò le spalle al fuoco.
Mi sentii uno stupido: primo, perché non potevamo risolvere noi due una contesa che funestava cento pianeti da più di un secolo; secondo, perché volevo che Jerry controllasse la mia recitazione. Avevo mandato a memoria più di cento generazioni.
Il Drac si era messo di sbieco rispetto al fuoco, e la luce era sufficiente per mostrare che stava cucendo qualcosa.
"Jerry, cosa stai facendo?"
"Non ho niente da dirti, Davidge."
"Sù, non fare così! Dimmi cos’è."
Jerry voltò la testa per guardarmi, poi prese un vestitino di pelle di serpente: "Per Zammis." E sorrise. Io scossi la testa e mi misi a ridere.
Parlammo di filosofia:
"Tu hai studiato Shizumaat, Jerry; perché non mi dici qualcosa dei suoi insegnamenti?"
"No, Davidge."
"Perché? È un segreto, o qualcosa del genere?"
Jerry scosse la testa: "No, ma lo onoriamo troppo per parlarne."
Mi fregai il mento: "Vuoi dire per parlarne in generale, o per parlarne con un umano?"
"Non con gli umani, Davidge. Con te."
"Perché?"
Jerry sollevò la testa e strinse gli occhi: "Non ti ricordi più quello che mi hai detto, sull’isola?"
Mi grattai la testa. Mi ricordavo vagamente di aver detto qualcosa sulle abitudini culinarie di Shizumaat. Spalancai le braccia: "Ma Jerry, ero infuriato. Non puoi ritenermi responsabile per quello che ho detto."
"E invece sì."
"Cambierebbe qualcosa se mi scusassi?"
"No."
Mi trattenni dal dire qualcosa di offensivo, e ripensai a quel giorno, in cui io e Jerry eravamo pronti a farci la pelle a vicenda. Mi ricordai di un particolare, e dovetti fare uno sforzo per non sorridere...
"Mi spiegherai gli insegnamenti di Shizumaat, se io ti perdono... per quello che hai detto di Topolino?" E chinai la testa fingendo reverenza, ma in realtà per non farmi vedere a ridere.
Jerry mi guardò con aria contrita:
"Mi sono sempre sentito in colpa per quella cosa, Davidge. Se mi perdoni, ti parlerò di Shizumaat."
"Ti perdono, Jerry."
"Un’altra cosa, Davidge..."
"Cosa?"
"Anche tu devi spiegarmi gli insegnamenti di Topolino."
"Sì... Cercherò di fare del mio meglio."
Parlammo di Zammis:
"Jerry, cosa vuoi che faccia da grande?"
Il Drac alzò le spalle: "Zammis deve fare onore al nome che porta. È il massimo che posso chiedere."
"Zammis sceglierà quello che vorrà?"
"Sì."
"Ma c’è qualcosa che ti piacerebbe che facesse?"
Jerry annuì: "Sì, c’è."
"E che cos’è?"
"Che un giorno o l’altro se ne andasse da questo schifoso pianeta."
Annuii: "Amen."
"Amen."
L’inverno non accennava a finire. Io e Jerry cominciammo a chiederci se per caso non eravamo capitati all’inizio di un’era glaciale. Fuori della caverna, tutto era coperto da uno spesso strato di ghiaccio; il freddo e il vento ininterrotto rendevano l’avventurarsi fuori una sfida alla morte, per caduta o per congelamento. Tuttavia, per mutuo accordo, uscivamo entrambi per fare i nostri bisogni. C’erano parecchie camere isolate nelle profondità della caverna, ma avevamo paura di inquinare la nostra riserva d’acqua; per non parlare dell’aria. Il rischio più grave, uscendo, era quello di calarsi le braghe mentre soffiava un vento talmente gelido da gelarci il fiato prima che potessimo soffiarlo fuori dalla maschera che c’eravamo fabbricati con la tela delle nostre tute. Imparammo a non perdere tempo.
Una mattina, Jerry era fuori per un bisogno urgente, mentre io preparavo una pasta di radici secche e di acqua per fare delle frittelle. Sentii Jerry chiamarmi dall’entrata:
"Davidge!"
"Cosa c’è?"
"Vieni subito, Davidge!"
Una nave! Doveva essere una nave! Appoggiai sulla sabbia la conchiglia che mi serviva da recipiente, m’infilai guanti e cappello, e corsi verso il passaggio.
Prima di uscire mi allacciai sulla bocca la maschera. Jerry, bardato come me, era sulla soglia.
"Cosa succede?"
Jerry si fece da parte: "Guarda!"
La luce del sole! Il cielo azzurro e la luce del sole. Lontano, sul mare, si stavano accumulando nuove nuvole, ma sopra di noi il cielo era sereno. Non potevamo guardare direttamente il sole, ma voltammo le facce ai suoi raggi e li sentimmo scaldarci la pelle. La luce si rifletteva abbagliante sulle rocce e sugli alberi coperti di ghiaccio.
"È meraviglioso!"
"Sì." Jerry mi prese per la manica: "Davidge, sai cosa vuol dire?"
"Cosa?"
"Possiamo fare dei segnali di fuoco, la notte. In una notte serena, un grosso fuoco potrebbe essere avvistato dallo spazio, ne?"
Guardai Jerry, poi ancora il cielo...
"Non saprei. Se il fuoco fosse grande abbastanza, e la notte serena, e se qualcuno guardasse da questa parte..." Crollai la testa: "Sempre supponendo che ci sia qualcuno in orbita."
Cominciai a sentirmi le dita intirizzite:
"È meglio che rientriamo."
"Davidge, è una possibilità!"
"E cosa useremo per fare il fuoco?"
"Indicai con il braccio gli alberi attorno e sopra la caverna: "Hanno sopra almeno quindici centimetri di ghiaccio."
"Nella caverna..."
"La nostra legna?" Scossi la testa: "Che ne sappiamo di quanto durerà ancora questo inverno? Sei sicuro che possiamo sprecare legname?"
"E una possibilità, Davidge!"
Più che una possibilità, era un rischio. Alzai le spalle: "Perché no?"
Passammo le ore seguenti a trasportare fuori un quarto delle nostre preziose riserve. Quando finimmo, e molto prima che arrivasse la notte, sul cielo era tornata a stendersi una cortina di nubi, grigia e uniforme. Ogni notte, da allora, a più riprese, scrutammo il cielo sperando di vedere le stelle. Durante il giorno, dovevamo passare parecchie ore a battere sulla pila di legna per liberarla dai ghiaccio. Ma ci dava speranza. Finché, un giorno, la legna nella caverna finì, e dovemmo cominciare a prelevarla dal mucchio preparato per il segnale.
Quella notte, per la prima volta, il Drac sembrò completamente sconfitto. Sedeva di fronte al fuoco, fissando le fiamme. Infilò una mano sotto la giacca di pelle, e tirò fuori un piccolo cubo d’oro appeso al collo con una catena. Strinse il cubo fra le mani, chiuse gli occhi, e cominciò a mormorare sotto voce in Drac. Lo osservai dal mio letto finché non ebbe finito. Il Drac sospirò, fece un cenno col capo e si rimise il cubo sotto la giacca.
"Che cos’è?"
Jerry mi guardò e si toccò il davanti della giacca: "Questo? È il mio Talman... Quello che voi chiamate Bibbia."
"La Bibbia è un libro. Con delle pagine, che si leggono."
Jerry tirò fuori il cubo, mormorò una frase in Drac, poi aprì una piccola serratura. Dal primo cubo ne usci un altro, pure d’oro. Il Drac me lo porse:
"Trattalo con grande cura, Davidge."
Mi alzai a sedere, presi il cubo e lo esaminai alla luce del fuoco. Tre quadrati di metallo dorato, con delle cerniere, formavano le copertine e la costa di un libro grande due centimetri e mezzo. Aprii il libro. Sulle pagine c’erano due colonne di punti, di linee e di scarabocchi...
"È Drac?"
"Certo."
"Non so leggerlo."
Jerry alzò le sopracciglia: "Parli il Drac così bene, che mi ero dimenticato... Vuoi che ti insegni?"
"A leggere questo?"
"E perché no? Hai un appuntamento urgente?"
"No."
Appoggiai un dito al bordo e cercai di girare le pagine. Ne sollevai almeno cinquanta insieme.
"Non riesco a separare le pagine."
Jerry indicò un piccolo rigonfiamento alla sommità della costa: "Tira fuori l’ago. Serve a girare le pagine."
Tirai fuori un ago, lo appoggiai sulla pagina e questa si sollevò e girò: "Chi ha scritto il Talman, Jerry?"
"Molti. Tutti grandi maestri."
"Shizumaat?"
Jerry annuì: "Shizumaat è uno."
Chiusi il libro e lo tenni sul palmo della mano. "Jerry, perché l’hai tirato fuori adesso?"
"Ne avevo bisogno." Il Drac spalancò le braccia: "Forse invecchieremo e moriremo in questo posto. Forse non ci troveranno mai. L’ho capito oggi, mentre portavamo dentro la legna."
Jerry si mise una mano sulla pancia:
"Zammis nascerà qui. Il Talman mi aiuta ad accettare ciò che non posso mutare."
"Quanto manca?"
Jerry sorrise: "Poco."
Guardai il piccolo libro:
"Mi piacerebbe che mi insegnassi a leggerlo, Jerry."
Il Drac si levò dal collo la scatola con la catena e me la porse:
"Devi tenere il Talman qui dentro."
Presi la scatola d’oro e la guardai per un momento. Poi scossi la testa:
"Non posso, Jerry. È troppo importante per te. E se lo perdessi?"
"Non lo perderai. Tienilo mentre impari. Lo scolaro deve fare così."
Mi misi la catenella intorno al collo:
"Mi fai un grande onore."
"Sempre meno di quello che tu fai a me imparando a memoria l’albero genealogico Jeriba. La tua recitazione è precisa e commovente."
Jerry prese dei carboni dal fuoco e andò a una delle pareti. Quella notte imparai le trentun lettere dell’alfabeto Drac, e altr