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Progetto Fantasie e Sparizioni
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Leggi le interessantissime domande di Beatrice e Caterina su questi film!

Corso di Educazione Cinematografica
Terzo anno
Fantasie e Sparizioni
Ciò che la fantasia degli umani mette al mondo
(che si tratti di una scoperta,
di un’invenzione,
di un’opera d’arte
o del valore che diamo gli uni agli altri)
ha sempre un nesso con quel che invece fa sparire.
E i film, fatti di luce e d’ombra, contengono entrambi:
quel che si crea e ciò che si distrugge,
i vivi e i morti,
ciò che desideriamo che esista
e quel che vogliamo non ci sia mai più...
*
Fantasie e sparizioni, nostro invisibile mare interno,
danno vita alla mente,
notte dopo notte la trasformano in segreto;
e noi vediamo quel che mettiamo al mondo
ignorando però come sia nato!
Solo nei sogni e nei film, come nei quadri e nei libri,
(tra luce e ombra e i chiaroscuri del colore,
tra il bianco della pagina e il nero dell’inchiostro)
fantasie e sparizioni
si lasciano da noi quasi vedere.
6. Tentativi di Capire il Male
9. Uomini e Donne dentro la Storia
10. Fantasia e Comprensione della Realtà
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1. Mai più 13 anni, di Sirin Eide (Norvegia 1996), con Sofie Cappelen e Martine Karlsen. 1h 20’. È la storia di un’amicizia tra due compagne di scuola, Rikke e Bea, dapprima difficile e poi sempre più salda e profonda. Ma è anche il racconto, narrato con affettuosa discrezione e intelligenza, della loro inconsapevole ricerca di una buona risposta a un’importantissima domanda: esiste un modo “giusto” di diventare (ed essere) donna? E se esiste, deve essere lo stesso per tutte? Oppure ogni ragazza ha la straordinaria opportunità di creare, a poco a poco, la propria personale fantasia della femminilità? E che ne è della bambina, a mano a mano che si trasforma in una donna? Deve sparire? O può rimanere con lei per tutta la vita? |
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2. Quindici anni e incinta, di Sam Pillsbury (U.S.A. 1998), con Kirsten Dunst. 1h 36’. Tina, una ragazza di quindici anni, per qualche tempo ha creduto d’aver trovato il grande amore (e la risposta a tutti i suoi problemi con la famiglia e la scuola) in un coetaneo di nome Ray. Ma poi rimane incinta, e allora è costretta a scoprire, molto più presto e drammaticamente di quanto si dovrebbe, che la vita reale esige da lei una fantasia assai più ricca e complessa del romanzetto che aveva immaginato, per quanto tenero esso fosse. Una fantasia che le dica che cosa ci verrà a fare, al mondo, il suo bambino, e le spieghi perché e come ella possa non farlo sparire... Una fantasia, insomma, che tenga a bada la realtà e non le permetta, con le asprezze e le delusioni che essa infligge, di indurla a uccidere il suo mondo interiore. |
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3. Rosetta, di Luc e Jean-Pierre Dardenne (Francia 1999), con Émilie Dequenne. 1h 31’. Nella vita di Rosetta, invece, sembra che per la fantasia non ci sia posto: con una madre alcolizzata da sfamare, senza nessuno che le voglia bene, senza casa e ben presto anche senza lavoro, Rosetta ogni giorno deve lottare per sopravvivere, come un animale, in una Società che non la considera e non la tratta come un essere umano. Che l’ha fatta sparire, e che perciò si comporta come se lei non esistesse. Ma Rosetta rifiuta di credere alla bugia che la vuole non umana, animale, inesistente, sparita, e si batte per mantenere viva nel proprio cuore, nella mente e nella realtà l’immagine bella e valida che ha di sé: un’immagine che nessuno le ha mostrato (perché nessuno intorno a lei è mai stato in grado anche solo di sospettarne la possibilità) ma che Rosetta ha saputo creare e serbare intatta contro tutti e tutto. Perfino contro sé stessa. |
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4. Il laureato, di Mike Nichols (U.S.A. 1967), con Dustin Hoffman, Anne Bancroft e Katharine Ross. 1h 45’. Benjamin ha finito il Liceo, e i suoi genitori (aiutati dai loro invadenti amici) premono su di lui perché decida cosa vuol fare della sua vita. Al ragazzo è concessa ancora un’estate, per spassarsela e dire addio a sé stesso; poi dovrà sparire, e lasciare il posto all’uomo. Solo che Benjamin non è ancora in grado di raffigurarsi il proprio futuro, perché non sa ancora bene che tipo è lui: in famiglia e a scuola gli hanno insegnato e prescritto tante cose, ma nessuno lo ha aiutato a elaborare una fantasia di sé; e quelle che ha trovato già fatte, realizzate nelle vite dei suoi genitori e dei loro amici, non gli piacciono proprio... Saranno due donne, disgustandolo e affascinandolo con le opposte realizzazioni umane che susciteranno in lui, a fargli capire come vuole e come non vuole essere. |
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5. L’attimo fuggente, di Peter Weir (U.S.A. 1989), con Robin Williams. 2h 08’. L’Accademia Welton, antica e prestigiosa scuola superiore, ha un’immagine precisa di come un giovane uomo dev’essere, e non tollera che sia messa in discussione: i suoi studenti diventeranno ciò che Welton vuole che diventino, altrimenti saranno espulsi. Ma il professor Keating, il nuovo insegnante di Lettere, non condivide questa impostazione: pensa che una fantasia di sé ricevuta dall’alto, immodificabile e uguale per tutti sia meglio che niente, ma vuole insegnare ai “suoi” alunni a non accontentarsi di questo, a far sparire la rassegnazione e la tendenza a ripetere, a tentare di creare sé stessi liberamente, pur nel rapporto con la realtà e le fantasie altrui, perché è convinto che solo così renderanno le proprie esistenze degne di essere vissute. Tra lui e le autorità accademiche, sostenute da alcuni genitori e alunni, il conflitto è dunque inevitabile, e sarà durissimo e drammatico. |
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6. Buffalo ’66, di Vincent Gallo (U.S.A. 1998), con Vincent Gallo, Christina Ricci, Anjelica Huston e Ben Gazzara. 1h 46’. A Buffalo, nello stato di New York, il giovane Billy Brown esce di prigione (dopo aver scontato cinque anni per un delitto che non ha commesso) con l’idea fissa di uccidere un giocatore della squadra di football dei Buffalo Bills (che considera il responsabile di tutte le sue sventure) e poi di suicidarsi. Questa folle e miserabile fantasia è tutto ciò che gli rimane nella mente e nel cuore, l’intero suo mondo interiore: il resto è sparito a poco a poco nel vuoto e nel buio di un’infanzia della quale il ritorno di Billy a casa e l’incontro con i genitori e gli amici di un tempo ci fa intravedere l’immensa povertà psichica. Ma poi, quando sembra che niente possa più trattenerlo dal precipitarsi nell’abisso, ecco che la fortuna gli lancia una ciambella di salvataggio: l’incontro fortuito con una ragazza. Riuscirà Billy ad aggrapparvisi? |
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7. Will Hunting, genio ribelle, di Gus Van Sant (U.S.A. 1997), con Matt Damon e Robin Williams. 2h 06’. Il giovane Will Hunting è orfano, ha subito violenza da bambino ed è già stato in carcere. Attualmente vive alla giornata, tra lavoretti sottopagati e rischiose scorribande con gli amici. Ma all’insaputa di tutti è anche un genio, e il professor Lambeau, docente di matematica al prestigioso Massachussets Institute of Technology (dove il ragazzo si guadagna da vivere facendo le pulizie) se ne accorge quando lo sorprende a risolvere (per divertirsi!) dei complicatissimi teoremi. Nella speranza che smetta di sprecare le sue eccezionali qualità, Lambeau cerca allora di convincerlo ad affidarsi alle cure di uno psicologo... Ma Will, nel corso della sua lunga e terribile lotta per sopravvivere e conservarsi sano di mente, ha realizzato una fantasia di sé che si basa sull’autosufficienza, sulla solitudine e sull’odio per gli adulti, per il loro modo di vivere e per la loro cultura. E non ha un vero rapporto con nessuno, neanche con gli amici. Anzi: se ancora non l’ha fatto sparire, quell’ultimo legame con l’Umanità che essi rappresentano per lui, è solo perché loro, almeno apparentemente, non hanno alcuna immagine di ciò che egli potrebbe essere, e lo accettano così com’è. |
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8. Psycho, di Alfred Hitchcock (U.S.A. 1960), con Anthony Perkins, Janet Leigh, Vera Miles e Martin Balsam. 1h 49’. Marion, giovane impiegata, sparisce dopo aver commesso un terribile errore. Lila, sua sorella, che la cerca con l’aiuto di un investigatore privato e del giovane Sam, fidanzato di Marion, rischia ben presto di sparire anche lei. E Norman, un ragazzo che fa l’albergatore e per passione imbalsama uccelli, forse è già sparito da gran tempo, insieme alla vecchia madre, nei meandri di oscure e spaventose fantasie... C’è ancora una speranza di salvezza, almeno per qualcuno di essi? O quella tetra dimora sulla collina, che li attende a un certo punto dei loro oscuri percorsi mentali, sarà per tutti una tomba senza nome? |
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9. Gli uccelli, di Alfred Hitchcock (U.S.A. 1963), con Tippi Hedren, Rod Taylor, Jessica Tandy e Suzanne Pleshette. 1h 59’. C’è una villetta in riva al mare, a pochi chilometri dal tranquillo villaggio di Bodega Bay, dove la strada ha termine e per così dire sparisce: è il luogo dove vanno a finire le esistenze di quattro esseri umani (due giovani donne, Melanie e Annie, un giovanotto, Mitch, e la sorellina e la madre di quest’ultimo, Cathy e Lydia) quando la paurosa fantasia di qualcuno di essi improvvisamente si trasforma in realtà, e milioni di uccelli, provenienti da ogni angolo del cielo, convergono su quell’ultimo e precario rifugio per trafiggerli e ucciderli con i loro becchi aguzzi. Un racconto di una buona scrittrice, trasformato in un grande film da un geniale regista, il cui tema è la tendenza delle idee, anche le più folli e distruttive, a realizzarsi nei rapporti fra gli esseri umani e a dar forma in tal modo, a poco a poco, al loro destino su questa terra. |
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10. Picnic a Hanging Rock, di Peter Weir (Australia 1975), con Rachel Roberts, Helen Morse, Anne Louise Lambert, Dominic Guard e Tony Llewellyn-Jones. 1h 55’. Durante una gita scolastica all’antichissimo monolite chiamato Hanging Rock, due studentesse e una delle loro insegnanti spariscono misteriosamente. Le ricerche, subito intraprese dalle autorità, non danno alcun risultato e vengono abbandonate. Solo due ragazzi rifiutano di rassegnarsi, e grazie alla loro tenacia Irma viene ritrovata ancora in vita, mentre di Miranda e di miss McCraw non si saprà più nulla, e l’unica superstite non sarà in grado di fare alcuna luce sulla loro sorte... Ma c’è un’altra domanda (magistralmente evocata, agli occhi dei protagonisti e degli spettatori, dalla vuota e angosciosa maestosità del monolite) a cui non si riesce a dare una risposta: quali fantasie possono indurre delle creature come Miranda, a cui sembra che la vita prometta solo gioie, a incamminarsi invece verso mete fatali, qualunque esse siano, e talvolta a trascinare con sé anche altre persone? |
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11. La doppia vita di Veronica, di Krzysztof Kieslowski (Francia/Polonia/Norvegia’91), con Irène Jacob. 1h 38’. Due giovani donne che non sono parenti e non sanno l’una dell’altra, Veronica in Polonia e Veronique in Francia, si assomigliano come gocce d’acqua e hanno entrambe una voce stupenda: una dote meravigliosa, che tutti chiedono loro di non sprecare. Ma sulle vite di entrambe incombe una prematura e terribile sparizione, e né le ragazze né altri lo sanno, e nessuno può far nulla per impedirla... Tranne forse loro stesse, se sapranno trovare e percorrere una certa strada, svoltare o fermarsi al momento giusto, e ogni tanto lasciarsi guidare dall’amore senza fare alcuna resistenza, come le marionette dalle mani e dall’estro del burattinaio: incamminandosi su un itinerario che ha qualcosa di magico (dato che è, come tutti gli itinerari, una creazione della fantasia) e senza aver paura, costi quel che costi, di seguirlo fino in fondo. |
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12. Tarda primavera, di Yasujiro Ozu (Giappone 1949), con Chishu Ryu e Setsuko Hara. 1h 48’. L’anziano vedovo Shukichi finge di voler risposarsi; ma è solo un espediente per convincere l’affezionatissima figlia Noriko a non sacrificare la propria esistenza per restare vicino a lui, e a sposarsi a sua volta... È la storia di un padre e di una figlia che, come usava una volta tra le persone che si volevano bene, tentano entrambi di sparire per favorire la realizzazione dell’altro. Ma il padre sa che la “vittoria” deve arridergli ad ogni costo, perché quella della figlia sarebbe disumana; e la fantasia di cui dà prova nell’assicurarsela dimostra che può permetterselo, questo trionfo, perché la sua solitudine sarà allietata dallo spettacolo infinito e cangiante che egli riesce sempre a scorgere, come quando si siede a guardare il mare, nel fluire apparentemente uniforme e monotono delle cose. |
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13. Segreti e bugie, di Mike Leigh (Gran Bretagna/Francia 1996), con Brenda Blethyn, Marianne Jean-Baptiste, Timothy Spall, Phyllis Logan e Claire Rushbrook. 2h 22’. Che cosa accade a una figlia che ritrova la madre sparita il giorno della sua nascita? Che cosa accade a una madre, quando la figlia sparita riappare? Che cosa accade a entrambe, quando scoprono l’una nell’altra una caratteristica (che per entrambe è la stessa, pur essendo in entrambe diversa) che può far sparire sia l’una che l’altra agli occhi delle rispettive comunità di appartenenza? E che cosa succede agli altri membri della famiglia, tutti già da tempo “scomparsi” l’uno per l’affetto dell’altro, quando scoprono nella madre e nella figlia, che non si sono mai viste, una capacità d’amare di cui essi non sapevano nulla, e di cui temono di non avere neanche l’ombra? Scoprono, tutti, che è la fantasia con cui gli esseri umani guardano gli uni agli altri, e non la registrazione all’anagrafe, ciò che rende i genitori genitori, e i figli figli. |
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14. Rebecca, la prima moglie, di Alfred Hitchcock (U.S.A. 1940), con Laurence Olivier, Joan Fontaine, George Sanders e Judith Anderson. 2h 10’. Una giovane donna sposa un ricco vedovo, del quale è innamoratissima e che sembra amarla almeno altrettanto. Ben presto, però, comincia a essere ossessionata dal timore che egli la paragoni sfavorevolmente alla prima moglie, la scomparsa Rebecca, di cui tutti le parlano come di una donna straordinaria. Vorrebbe imitarla, riuscire a essere come lei, e invece i suoi tentativi in tal senso (come se non servissero che a rendere ancor più evidente la sua distanza dall’irraggiungibile modello) non sortiscono altro risultato che quello di alienarle sempre di più l’affetto e le attenzioni del marito... Ma com’era veramente Rebecca? Perché è morta? E a quale destino si prepara, colei che al suo ritratto sta ciecamente ispirando la propria immagine di donna, la propria fantasia di sé? |
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15. L’avventura, di Michelangelo Antonioni (Italia 1960), con Gabriele Ferzetti, Monica Vitti e Lea Massari. 2h 25’. Anna e la sua amica Claudia vengono invitate a una gita alle Eolie sullo yacht di Sandro, architetto, fidanzato di Anna. Dopo un litigio con Sandro, però, Anna improvvisamente scompare. Sandro e Claudia si mettono allora a cercarla, ma invano, e a poco a poco si instaura fra loro un rapporto ambiguo, fondato più sulla sparizione di Anna (e sulla terribile e inconfessata volontà che ella non torni a turbarlo) che sulla fantasia di un amore che possa restituire a entrambi gli affetti e l’umanità quasi del tutto perduti... Naturalmente, una spaventosa delusione è in agguato per Claudia a un certo punto di questa strada senza uscita: una delusione a cui ella non saprà reagire altrimenti che rassegnandosi alla miseria interiore di Claudio e accettando così, anche per sé stessa, una sparizione non meno insensata e definitiva di quella di Anna. |
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6. Tentativi di Capire il Male
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16. Il dottor Jekyll e mister Hyde, di Victor Fleming (U.S.A. 1941), con Spencer Tracy, Ingrid Bergman e Lana Turner. 1h 53’. Il dottor Jekyll non si limita alle sue normali attività di medico e scienziato illustre, ma s’interessa anche alla psicoanalisi, che il famoso Sigmund Freud (ci troviamo infatti agli inizi del ’900) ha appena proposto all’attenzione del mondo scientifico. Nel tentativo di unificare psicoanalisi e medicina, arte e scienza, fantasia e ragione, Jekyll sperimenta dunque su di sé un liquido da lui inventato, con il quale, come si elimina una malattia organica con un farmaco, spera di far sparire la propria “parte cattiva”. Le cose, però, andranno molto diversamente, dimostrando che il Male è parte insopprimibile di ogni essere umano, e che qualsiasi tentativo di isolarlo e distruggerlo non può che sfociare in una catastrofe... Ma è davvero così? Basato sull’omonimo capolavoro di Robert Louis Stevenson, lo scrittore de L’Isola del Tesoro, diretto dal regista di Via col vento e interpretato da due grandi attori. |
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17. La morte corre sul fiume, di Charles Laughton (U.S.A. 1955), con Robert Mitchum, Lillian Gish e Shelley Winters. 1h 33’. Harry Powell, un predicatore molto interessato alle vedove ricche, si fa sposare dalla giovane vedova di un omicida, che prima di morire ha nascosto il bottino dei suoi delitti tra le mura di casa. Ma la donna non sa nulla dei soldi: sono i suoi due bambini a custodirne il segreto; e Powell, pur di impadronirsene, può arrivare a uccidere... Poiché in lui ci sono amore e odio, come in ogni essere umano, ma nettamente distinti e separati l’uno dall’altro: sulle nocche della sua mano destra c’è scritto “love”, su quelle della sinistra “hate”. E non c’è nulla, in questa sua folle fantasia sulla natura umana, che decida di volta in volta quale delle due forze debba far sparire l’altra e prevalere in lui: è la bramosia di ricchezza e nient’altro, come un enorme peso che grava meccanicamente sulla sua mente senza libertà, che fa pendere inerte la mano dell’amore e mette in moto la mano assassina... È dunque questa la causa del Male? |
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18. Shining, di Stanley Kubrick (Gran Bretagna 1980), con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd e Scatman Crothers. 1h 55’. Jack Torrance, in cerca dell’isolamento che gli permetta di scrivere il suo primo romanzo, accetta l’incarico di custode invernale di un enorme albergo tra le montagne, l’Overlook Hotel. Lo seguono la moglie Wendy e il figlioletto Danny, la cui straordinaria immaginazione è in grado di “vedere” nel passato e nel futuro. Ma il ritiro dal mondo, anziché liberare la fantasia creativa di Torrance, fa ben presto sparire, in lui, ogni legame con la realtà e quel poco di affetti che egli riusciva ancora a sostenere, rendendolo schiavo della misteriosa forza malefica da cui l’hotel è pervaso, e il cui solo obiettivo sembra essere la morte della donna e del bambino... Come se il Male non fosse altro che il contenuto, il significato e soprattutto lo scopo, invisibile e tenuto segreto con ogni cura, della nostra Società (di cui l’Overlook Hotel, costruito con assoluto disprezzo per l’umanità su un cimitero indiano, è chiaramente il simbolo) e come se accettare di entrarvi, di esserne parte e di farsene custodi ci trasformasse subito e senza pietà in Suoi servitori... |
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19. Paris, Texas, di Wim Wenders (Gran Bretagna/Francia/Germania 1984), con Harry Dean Stanton, Nastassja Kinski e Hunter Carson. 2h 27’. Travis, un uomo che da qualche anno ha deciso di sparire dalla vita di tutti coloro che lo conoscevano e lo amavano, crolla stremato nel deserto della California. Suo fratello Walt, avvisato dai soccorritori, lo raggiunge e lo porta a casa propria, dove, insieme alla moglie Anne, con la quale non ha avuto bambini, si è preso cura del figlio di Travis, Hunter, che ora ha otto anni. A poco a poco Travis esce dal silenzio e stabilisce un buon rapporto col bambino. Ma ecco che una nuova fantasia si forma nella sua mente: quella di cercare e ritrovare Jane, la mamma di Hunter, che è voluta sparire in una maniera ancora più radicale e autodistruttiva della sua, e di far rinascere il rapporto fra lei e il bambino. Un rapporto che proprio Travis aveva aggredito e annientato. |
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20. Quarto potere, di Orson Welles (U.S.A. 1941), con Orson Welles e Joseph Cotten. 1h 59’. Charles Foster Kane è un miliardario e un uomo potentissimo, e si è “fatto da sé”. Ha dato la scalata al potere e alla ricchezza con il quotidiano da lui fondato e diretto (poiché erano i giornali, quando ancora non esisteva la televisione, a rendere i loro proprietari padroni delle menti delle masse come dei capi religiosi) ma lungo il percorso una parte fondamentale della sua umanità è sparita per sempre, portando via con sé anche la sua capacità di amare, e di suscitare l’amore negli altri. Adesso è vecchio, e completamente solo, e una cupa e dolorosa fantasia si è impadronita della sua mente: l’idea che ciò che ha perduto, come accadeva nelle favole che sua madre gli narrava quand’era bambino, sia racchiuso in uno dei milioni di oggetti che la bramosia di possesso gli ha fatto accumulare nel suo castello; e la speranza che una parola magica, “Rosebud”, possa farglielo ritrovare prima che lo raggiunga la morte. Ma forse è troppo tardi... |
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21. Il verdetto, di Sydney Lumet (U.S.A. 1982), con Paul Newman, Charlotte Rampling, Jack Warden e James Mason. 2h 09’. Frank Galvin è un avvocato che si è dato all’alcol dopo che ha dovuto abbandonare la carriera per essere stato coinvolto (calunniosamente) in un caso di corruzione. Si è ridotto a correr dietro alle cause di risarcimento per incidenti automobilistici (è diventato, cioè, quello che la gente, negli Stati Uniti, chiama un “cacciatore di ambulanze”) e non ha più alcun rispetto per sé stesso: la sua antica immagine di sé (quella di un difensore dei deboli e di coloro che sono accusati ingiustamente) è sparita, cancellata dal fango che gli è stato gettato addosso e dalle troppe volte che egli stesso l’ha sporcata e rinnegata. Ma ecco che un vecchio collega gli offre una possibilità di riscatto affidandogli la difesa di una donna che, operata in un ospedale cattolico, per un errore degli anestesisti è in coma da quattro anni. L’arcivescovo, proprietario della clinica, per evitare lo scandalo offre ai parenti 210.000 dollari. Ma Galvin, recatosi all’ospedale per scattare alla donna qualche foto che lo aiuti a tirare sul prezzo, a un tratto ha la fantasia di scorgere, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, quel che i suoi occhi non riuscivano più a vedere da tanto tempo: un altro essere umano. |
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22. La fonte meravigliosa, di King Vidor (U.S.A. 1949), con Gary Cooper, Patricia Neal e Raymond Massey. 1h 54’. Howard Roark è un architetto profondamente innovativo, dalle idee geniali, ed è talmente consapevole del proprio valore e del rispetto che deve a se stesso e alle proprie creazioni, che rifiuta tutti i clienti che vorrebbero affidargli dei lavori tradizionali o pretendono che modifichi i suoi progetti per soddisfare le loro richieste o pregiudizi. Perciò, isolato dai colleghi e disprezzato dai committenti, per campare deve adattarsi a fare lo spaccapietre in una cava di marmo. Ma poi le cose cominciano a cambiare: qualcuno, che pensa con la propria testa, apprezza le sue creazioni, lo cerca, gli offre lavoro; e una donna, Dominique (che da tempo credeva irrealizzabile la propria fantasia di un uomo che sia davvero tale) s’innamora di lui pur fra le mille resistenze del suo carattere non meno indomito... Ed è allora, quando il successo pubblico e privato inizia finalmente ad arridergli, che si scatena contro Howard Roark l’odio di quelli che vorrebbero far sparire, dalle menti degli esseri umani, l’idea che sia possibile e desiderabile essere liberi, forti, e creativi. |
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9. Uomini e Donne dentro la Storia
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23. Queimada, di Gillo Pontecorvo (Italia 1969), con Marlon Brando ed Evaristo Márquez. 2h 12’. Inizi dell’800. William Walker è un agente inglese incaricato di organizzare la rivolta contro i Portoghesi a Queimada, un’isola dei Caraibi. Ma la sua azione, più che a scopi di libertà, mira a far sì che il dominio dell’Inghilterra, più “civile” e “moderno”, si sostituisca a quello delle altre potenze coloniali che da secoli sfruttano l’America Latina. Per realizzare questo progetto, Walker cerca fra gli schiavi dei Portoghesi un uomo che possa rappresentare, agli occhi della comunità nera dell’isola, la realizzazione della loro fantasia sempre frustrata di un capo coraggioso e fiero, nemico dell’oppressione, onesto come un santo e incapace di piegarsi a compromessi. Lo trova, alla fine, in José Dolores (o meglio lo crea, perché quella fantasia, tratta da un angolo dimenticato e tradito della sua mente, in qualche modo era nata proprio in lui) e lo mette a capo della rivoluzione. José Dolores vince, e Walker riparte. Ma qualche anno dopo, quando gli Inglesi cominciano a non sopportare più la tenacia con cui José Dolores difende i princìpi che loro stessi gli hanno insegnato, è proprio a William Walker che viene ordinato di tornare a Queimada e di far sparire la propria creazione. |
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24. Via col vento, di Victor Fleming (U.S.A. 1939), con Clark Gable, Vivien Leigh, Leslie Howard e Olivia de Havilland. 3h 58’. La Guerra di Secessione, come fa la Storia quando infuria, travolge la rosea e tranquilla esistenza di Rossella O’Hara senza alcun riguardo per i suoi amori, i suoi piccoli intrighi e i suoi bei vestiti. Ma al tempo stesso rivela qualcosa che nessuno aveva mai immaginato: che Rossella è fatta della stessa stoffa di quella Storia così violenta e possente; che è forte, tenace, resistente e indomita quanto lei; che ha in mente una fantasia (quella della sua Tara, la proprietà che il padre le ha affidato morendo) identica al modello di Nazione (libera, forte, e generosa con tutti i suoi figli) che la Storia sta mettendo al mondo; e che, perciò, solo chi la seguirà e farà come lei potrà sperare di sopravvivere al parto della nuova Società. C’è solo una cosa che non va, in Rossella: ama Ashley, che non la vuole perché non comprende né ama il mondo così somigliante a lei che la Storia sta facendo nascere; mentre di Rhett (che appartiene alla sua specie ed è il primo, nella vita di Rossella, che valga la sua resa all’amore) altro non sa farsene che farlo sparire... |
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25. Il dottor Zivago, di David Lean (U.S.A. 1965), con Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Rod Steiger, Alec Guinness e Klaus Kinski. 3h 17’. 1917: la Rivoluzione, guidata dal partito comunista bolscevico di Vladimir Lenin, imperversa sull’impero russo per realizzare la propria fantasia di un mondo migliore. Ma anche Yuri Zivago, medico e artista e innamorato, è l’incarnazione di una fantasia: è l’Uomo che ama e crea e sa, l’essere umano quale potrebbe e dovrebbe essere. Mentre Lara, la donna che egli amerà per tutta la vita, è l’immagine della sua nazione, la Russia, e in senso lato dell’intera Società umana: stuprata dal nobile Komarovski al tempo dell’antico regime; sposata dal rivoluzionario Antipov quando i comunisti prendono il potere per eliminare la violenza e l’oppressione; abbandonata quando essi si consacrano invano, come inquisitori medioevali, alla costrizione della realtà entro i rigidi schemi della loro fede; ripresa, infine, e questa volta fatta sparire per sempre, dall’ex-nobile Komarovski quando gli antichi violentatori, travestiti da “compagni”, tolgono il potere ai rivoluzionari, li massacrano e ricominciano a opprimere il popolo. Solo Zivago non smette mai di amarla, incantato dal presentimento di come Lara potrebbe essere se, per la prima volta nella Storia, ella potesse essere secondo la sua natura. |
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26. Casablanca, di Michael Curtiz (U.S.A. 1942), con Humphrey Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Claude Rains, Conrad Veidt, Sydney Greenstreet e Peter Lorre. 1h 42’. 1942. A Casablanca (come nel resto del mondo, dove la Seconda Guerra Mondiale devasta le nazioni e disperde e massacra interi popoli) uomini e donne appaiono e scompaiono senza lasciar traccia; ma il bar di Rick è una zona franca, dove una magica mistura di musica, d’alcol, di effimeri amori e di gioco d’azzardo illude per qualche ora i suoi avventori di non essere come foglie al vento, che la Storia travolgerà da un momento all’altro senza neanche accorgersi della loro esistenza, ma protagonisti, esseri straordinari, creature della fantasia che niente potrà mai distruggere, e il cui ricordo sarà tramandato. È solo un sogno, naturalmente, e molti di essi non arriveranno a vedere la fine della guerra, ma talvolta, come tutti i sogni, può trasformare la realtà: fare di un assortimento di mediocri individui una schiera di partigiani che cantano la Marsigliese in faccia ai nazisti, di un rapporto di convenienza una splendida amicizia, di un piccolo amore una favola sublime, di un avventuriero un uomo... Perché il bar di Rick è il Cinema, siamo noi quelli che vi si rifugiano, e sono le nostre stesse vite che tra le sue mura si rivelano a un tratto profondamente significative e ricche di insospettate possibilità. |
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27. Schindler’s list, di Steven Spielberg (U.S.A. 1993), con Liam Neeson, Ben Kingsley, Ralph Fiennes, Caroline Goodall e Embeth Davidtz. 3h 17’. Oskar Schindler arriva nel 1939 a Cracovia, in Polonia, con l’intenzione di arricchirsi sfruttando il lavoro degli Ebrei, che i nazisti, in attesa di dare il via alla cosiddetta “soluzione finale” (cioè allo sterminio) hanno ridotto in una condizione di semi-schiavitù. È un avventuriero, un uomo privo di qualsiasi ideale, animato soltanto dalla bramosia di denaro; e la progressiva sparizione di un intero popolo (nei ghetti, nei vagoni piombati, nei campi di sterminio e infine nelle camere a gas) non è per lui né impressionante né tanto meno commovente, ma solo un’occasione di facili e ingenti guadagni. A un tratto, però, tutto cambia: la vista, nella realtà, di una bambina di pochi anni, avvolta in un cappottino rosso e sperduta tra la folla dei deportati, riesce a penetrare nella sua fantasia, a rianimarla, a crearvi nuove idee. L’atto del vedere, che in noi è rapporto creativo con il mondo, in lui si era ridotto a registrazione della realtà, a raccolta di dati per i propri calcoli... Ma quella bambina no! Quella, Oskar Schindler riesce a guardarla da essere umano; e guardandola, a intraprendere la creazione di sé e la salvezza di mille persone. |
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28. La vita è bella, di Roberto Benigni (Italia 1997), con Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Giorgio Cantarini, Giustino Durano e Horst Buchholz. 2h 02’. I fascisti italiani si accodano servilmente ai nazisti tedeschi e promulgano leggi contro gli Ebrei per la cosiddetta “difesa della razza”. Anche Guido, Dora e il piccolo Giosuè dovranno sparire: caricati su un treno, chiusi in un vagone senza aperture che sarebbe crudele perfino per degli animali, vengono trasferiti in un campo di sterminio, dove saranno tenuti in vita solo finché potranno lavorare come schiavi. È questa, infatti, la Società che la folle fantasia dei nazisti e dei fascisti sta partorendo: un mondo in cui non più le idee, ma solo la distruzione e il massacro siano gli strumenti della creatività umana. La lotta contro di essi non è, dunque, un conflitto tra uomini di fedi diverse, ma una guerra di tutta l’Umanità contro quelli che ad essere umani hanno rinunciato. E Guido (pur nell’inferno del lager, che prima di ucciderlo è stato concepito per fare anche di lui una bestia come i suoi carnefici) riesce infatti a rimanere umano creando per il proprio figlioletto un mondo che è solo fantastico, sì, ma che paradossalmente è l’unico vero. Poiché “vero” non è ciò che è reale, ma ciò che fa star meglio gli esseri umani. |
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29. Il dottor Stranamore, di Stanley Kubrick (Gran Bretagna 1964), con Peter Sellers, George C. Scott, Sterling Hayden e Slim Pickens. 1h 33’. Nel pieno della cosiddetta “guerra fredda” tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il generale Ripper, di propria iniziativa, scatena contro l’U.R.S.S. i B52 della “sua” base, carichi di bombe atomiche. Nella mente del generale, infatti, si è formata una spaventosa fantasia: è sicuro che i Russi stiano inquinando l’acqua potabile e il cibo per disseccare e dissolvere i “succhi più preziosi” degli Americani! È stato il fatto di non riuscire più a far bene all’amore, dice, che gli ha dimostrato che i comunisti stavano aggredendo gli “uomini liberi” all’interno dei loro stessi corpi. Ed è fermamente convinto che, pur d’impedirglielo, valga la pena di rischiare di far sparire dalla faccia della Terra l’intera Umanità! Riusciranno a fermarlo? O sotto sotto (“Meglio morti che rossi!”) sono quasi tutti pazzi come lui? |
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30. Matinée, di Joe Dante (U.S.A. 1993), con John Goodman e Cathy Moriarty. 1h 39’. Nell’ottobre del 1962 il mondo è sull’orlo della catastrofe nucleare per la crisi di Cuba, ma per il giovane Gene l’evento più emozionante è l’arrivo nella sua città di Lawrence Wolsey, un regista davvero speciale, con il suo ultimo film dell’orrore: “Mant!, l’uomo-formica”. Infatti i film di Wolsey sono famosi, per la paura che fanno, e specialmente i ragazzi accorrono in massa a vederli. E così, nel buio delle sale cinematografiche, mostri terrorizzanti scaturiti dalla fantasia fanno sparire per un paio d’ore, dalle menti degli spettatori, la paura assai più realistica dell’olocausto atomico e delle mutazioni genetiche indotte dalle radiazioni. La catastrofe, poi, anche questa volta per fortuna non avviene, i rifugi a prova di tutto si rivelano inutili e lo “stato di allerta” viene revocato. Ma ecco che qualcuno già immagina, ora che Cuba è stata neutralizzata, che tra non molto si dovrà combattere per il Vietnam; mentre i ragazzi (che tra qualche anno in Vietnam dovranno andarci) adesso, nel cinema, si salvano per miracolo dal crollo della galleria provocato dagli immaginosi effetti speciali di Woolsey... Possibile che gli incubi, a furia di sognarli, possano materializzarsi sul serio? |
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31. JFK, un caso ancora aperto, di Oliver Stone (U.S.A. 1991), con Kevin Costner, Kevin Bacon, Tommy Lee Jones, Gary Oldman, Sissy Spacek, Jack Lemmon, Joe Pesci, Walter Matthau, Tomas Millian, Lolita Davidovich, John Candy e Donald Sutherland. 3h 09’. Forse non si saprà mai chi erano John e Robert Kennedy, e perché e come siano stati ammazzati. La verità, infatti, è stata fatta metodicamente sparire. Ma proprio per questo la fantasia degli artisti e di tutti gli uomini è autorizzata a creare la propria interpretazione dell’accaduto, a credervi fermamente, come se fosse suffragata da prove, e a farne uno strumento di lotta contro le forze che hanno voluto quella tragedia, e che da allora fondano su di essa il proprio potere: John Kennedy non è stato ucciso da un folle, che nel suo delirio credeva di fare in tal modo il bene dell’Umanità (come purtroppo è spesso accaduto, nel corso della Storia) ma da gente astuta e potente, che per la prima volta mirava a colpire a morte, per mezzo di quell’assassinio, la sua stessa nazione e tutta l’Umanità, estirpando dalle menti umane perfino l’idea che si possa sperare in un mondo più giusto senza rischiare per questo la morte... È quel che fa il regista Oliver Stone componendo un film che è più una vorticosa frenesia d’immagini e di parole che non un racconto, ma che proprio per questo lascia nelle menti degli spettatori, anziché una teoria ragionata e razionale sulla tragedia dei Kennedy, opinabile come tutte le teorie, la sensazione di essersi immersi davvero, per tre ore e nove minuti, nella follia da cui quella tragedia scaturì. |
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32. Full metal jacket, di Stanley Kubrick (U.S.A. 1987), con Matthew Modine. 1h 56’. Il presidente Kennedy e il partito democratico, a quanto si dice, si accingevano a ritirarsi dal conflitto vietnamita. Ma Kennedy è stato assassinato, e gli Stati Uniti si trovano perciò ad aver bisogno di mezzo milione di giovani uomini da mandare a combattere nelle giungle del Sud-est asiatico. Questi ragazzi devono prima essere addestrati, naturalmente. Ma come si preparano a una guerra spaventosamente crudele degli esseri umani che sono stati allevati, educati e istruiti nel culto della democrazia, della tolleranza, del rispetto e della gentilezza verso tutti, e in generale dei migliori e più affettuosi sentimenti? Be’, è semplice: con un addestramento spaventosamente crudele. Bisogna maltrattarli nei modi più malvagi, ferirli con le più atroci ingiustizie, deludere ogni loro aspettativa, far sparire dalle loro menti tutto ciò che li rende umani e istillarvi la fantasia opposta: quella di essere belve assetate di sangue! Dopo di che, gli ex-cuccioli della specie umana potranno affrontare il nemico, non meno selvaggio di loro, con qualche possibilità di sopravvivergli. Full metal jacket (che significa “giubbotto anti-proiettile) racconta appunto questo: nel primo tempo l’addestramento, che sostituisce la naturale sensibilità dell’epidermide umana con la corazza dell’indifferenza e dell’odio; nel secondo il battesimo del fuoco. Al quale, però, nonostante la ferocia dell’addestramento, i giovani protagonisti si rivelano incapaci di resistere. Segno, forse, che l’Umanità è andata ormai troppo avanti, sulla via della realizzazione, per essere ricacciata nella barbarie? Speriamolo... Anche se, dopo che il Vietnam ha impartito questa lezione, hanno inventato le bombe “intelligenti” che vanno al “lavoro” al posto nostro. |
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10. Fantasia e Comprensione della Realtà
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33. Blow up, di Michelangelo Antonioni (Gran Bretagna 1966), con David Hemmings, Vanessa Redgrave e Sarah Miles. 1h 51’. Thomas, giovane e affermato fotografo, riprende in un parco le effusioni amorose di una coppia, ma la donna lo rintraccia e pretende che egli le consegni i negativi. Thomas, con un trucco, le dà invece un’altra pellicola. Quella sera, però, quando sviluppa le foto, ha l’impressione di intravedervi qualcos’altro, che al mattino, sul posto, i suoi occhi non avevano notato. Per capire di che cosa si tratti, Thomas ingrandisce le foto sempre di più; finché, ingrandimento dopo ingrandimento, riesce a scorgere un cadavere. Torna nel parco in piena notte, e il cadavere c’è davvero! Sembra un trionfo della tecnologia, perché la macchina fotografica è riuscita a vedere quel che il suo creatore non aveva visto... Ma la mattina dopo, quando Thomas si reca di nuovo nel parco, il corpo è sparito. Allora si precipita nel suo studio, ma scopre che anche le sue foto e i negativi non ci sono più: la verità (un’atroce verità, che rivelerebbe che quel rapporto di coppia, che era sembrato d’amore, era invece una complicità omicida) è stata cancellata dalla faccia della Terra, e nessuna macchina potrà mai più recuperarla. Ma essa non è stata davvero distrutta: è racchiusa nella fantasia di Thomas, e da lì può ancora dispiegare i suoi effetti nel mondo umano... fino a ché, almeno, un mondo umano esisterà ancora. |
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34. Giro di vite, di Jack Clayton (Gran Bretagna 1961), con Deborah Kerr. 1h 40’. Miss Giddens viene assunta come istitutrice nel castello inglese di Bly. Il suo compito sarà quello di badare ai due bambini del principe, Flora e Miles, dato che il padre non ha il tempo né la voglia di farlo. Presto, però, turbata dalla vista di un uomo e una donna sconosciuti che appaiono e scompaiono di quando in quando senza lasciar traccia, la donna comincia a sospettare che i bambini siano stati resi schiavi dai fantasmi di due amanti, un cameriere del principe e la precedente istitutrice, morti l’anno prima in circostanze misteriose. Come salvarli da questa terribile condizione?... Un film non eccelso, ma basato su uno dei massimi capolavori della letteratura di tutti i tempi: “The turn of the screw”, il racconto di Henry James che per la prima volta ha intravisto l’origine del Male in certe costruzioni mostruose della fantasia umana. |
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35. I Lautari, di Emil Loteanu (Unione Sovietica, 1971) con Sergei Lunkevich e Ol’ga Kympianu. 2h 05’. Nella Bessarabia dell’Ottocento, dove convivono Moldavi, Zingari, Ebrei, Romeni, Russi e molte altre genti, la pace è turbata da conflitti fra le etnie e fra poveri e ricchi. Ma i Lautari non appartengono ad alcun popolo o classe sociale: liberi e poveri in canna, amati da chi è sensibile alla musica e odiati da chi capisce solo il potere e il denaro, si spostano da un villaggio all’altro vivendo della riconoscenza della buona gente per l’allegria che le recano e perché le rammentano ciò che rende uguali gli esseri umani: la fantasia che ci rende diversi dalle bestie.Capolavoro di un regista che in un solo film ha racchiuso per intero la sapienza e l’arte sue, I Lautari narra la creazione durante tutta la vita - da parte degli innamorati protagonisti Toma e Ljanka, costretti dalla violenza della società a sparire per sempre l’uno per l’altra - di quell’opera meravigliosa e immortale (benché invisibile e sconosciuta a chiunque altro) che è la donna per l’uomo e l’uomo per la donna; e lo fa con immagini, voci e musiche indimenticabili, piene di colore e di passione, la cui apparente “ingenuità” formale (perfino imbarazzante, per chi non sa più accostarsi senza dolore a ciò che un tempo lo fece gioire e senza irrisione a ciò che lo fece piangere) è invece il solo modo possibile di rappresentare quel che ci rende umani senza renderlo piatto e insignificante. |
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36. Una storia vera, di David Lynch (Francia/Gran Bretagna/U.S.A. 1999), con Richard Farnsworth, Sissy Spacek e Harry Dean Stanton. 1h 51’. Il vecchio Alvin Straight un bel giorno concepisce una strana fantasia: montare sul suo tagliaerba e partire, percorrere a passo di lumaca un migliaio di chilometri di strade e di campi di mais, attraversare il Mississippi e tutto quel che c’è sotto l’immenso cielo degli States fra casa sua e quella di suo fratello, e andare a riconciliarsi con lui, che non vede da troppo tempo. È un’impresa che solo un essere umano può concepire. È straordinaria, soprattutto per un vecchio che gli anni hanno così indebolito che può a stento camminare da solo. Ed è talmente insensata e generosa, da meritarsi il nome di creazione artistica. Il film di David Lynch ce la racconta badando soprattutto a mostrarci due cose: quanto è splendido il mondo, quando ci si può permettere di camminare così lentamente da contemplarlo; e quanto il vecchio Alvin ci sa fare con la gente, le rare volte che ha la fortuna di incontrare gente abbastanza bella da esser degna di incontrare lui. E con questo film io concludo i miei tre anni di Educazione Cinematografica: realizzati con mezzi tecnologici che corrispondono più o meno al tagliaerba del suo protagonista, per uno scopo altrettanto umano e nobile del suo, e (spero) con non minore successo di quello che alla fine arride a lui. |
La Materiachenoncè
Come Alvin Straight, in questi tre anni anche noi abbiamo compiuto un’impresa assolutamente non pratica (studiare i film?! E a che serve?) e che non ha niente a che fare con l’utile (per caso si trova più facilmente un lavoro, vedendo tutti quei film?!...) Come Alvin, anche noi abbiamo percorso un lunghissimo e faticoso tragitto: abbiamo visto più di 100 film, abbiamo parlato insieme di ciascuno di essi, e per vederli e parlarne abbiamo impiegato un tempo non certo meno lungo di quello che Alvin ha trascorso sulla strada per Mount Sion, nel Wisconsin. Come Alvin abbiamo compiuto questa impresa grande (per le proporzioni) e minuscola (per il risultato pratico) con dei mezzi minimi: un videoregistratore e uno schermo televisivo (così ridicolmente piccolo, quest’ultimo, in confronto alle gigantesche immagini che abbiamo contemplato in esso!) sono stati il nostro tagliaerbe, e una saletta angusta e un po’ ammuffita è stata il nostro rimorchio a due ruote. Come Alvin anche noi abbiamo dovuto affrontare e superare difficoltà di ogni genere, prima di arrivare in porto: problemi di orario, personaggi esterni e interni alla scuola che non apprezzavano affatto quel che stavamo facendo, ragazzi che si assentavano o che non seguivano i film (cioè se ne tornavano a casa con la coda fra le gambe) perché qualcuno aveva fatto in modo che non si credessero né capaci né degni di andare avanti insieme a noi, apparecchiature che si guastavano, corrente elettrica che veniva a mancare tanto spesso e volentieri quanto può accadere solo nei domìni altomedioevali dell’Enel dell’Alta Valle dell’Aniene... E come Alvin, infine, anche noi abbiamo compiuto questa impresa per uno scopo che andava molto al di là dell’apparenza: per ritrovare e riconoscere, cioè, quel nostro fratello che è l’essere umano, con il quale abbiamo talvolta litigato (o ci hanno fatto litigare) fino al punto di correre il rischio di dimenticare come siamo fatti e il nostro immenso valore; perché ciascuno di noi potesse ricrearla per così dire dal nulla, l’immagine parzialmente cancellata o deturpata dell’essere umano e di sé stesso, componendo secondo la propria fantasia i piccoli e grandi tasselli forniti da quei cento film; e perché ciascuno di noi potesse riscuotersi e uscire dall’incubo televisivo che come in The Truman Show o in Pleasantville tenta di imprigionarci in una rappresentazione della realtà umana, e quindi di noi stessi, che è tanto più delirante e distruttiva quanto più pretende, annullando e negando la propria meschina bassezza, di essere l’unica vera, l’unica a cui dovremmo credere.
È stata dunque un’impresa davvero straordinaria, il nostro Corso di Educazione Cinematografica, anche se (come quella di Alvin) a guardarla superficialmente non sembrava tale. E un’impresa così insensata e generosa (nel suo stridente contrasto con il cosiddetto “ideale” produttivistico al quale la scuola, secondo alcuni, dovrebbe piegarsi per diventare quella fabbrica di robot di cui la Società avrebbe bisogno) da meritarsi il nome di creazione artistica. Ci siamo infatti inventati una Materiachenoncè in un’Aulachenoncè, e che cosa c’è di più artistico di uno spazio e di un tempo immaginarii? Ma non basta: una volta alla settimana ci siamo andati a stare sul serio, nella nostra Aulachenoncè, come Peter Pan nell’Isolachenoncè o come Bastian nel Regno di Fantàsia! Ci siamo presi, cioè, la libertà di “evadere” dai programmi ufficiali della Scuola Media, di sottrarre delle ore alle materie cosiddette “curricolari” e di dedicarle alla nostra materia inventata nella presunzione che saremmo stati così bravi che la fantasia ci sarebbe riuscita più vera della realtà! E tuttavia (per quanto rischiosa potesse apparire agli altri e anche a noi questa audace impresa di “marinare la scuola” insieme al professore e di “fuggire” una volta alla settimana dalla sacrosanta realtà) l’inaudita libertà che ci siamo presi non ha fatto di noi dei selvaggi come i protagonisti de Il signore delle mosche né ci ha allontanato per sempre dalle nostre famiglie come Peter Pan e i suoi Bimbi Sperduti: ogni venerdì siamo ritornati a casa sani e salvi e più maturi, perché il nostro scopo non era quello di non diventare mai grandi, ma di crescere rimanendo almeno altrettanto umani di quando siamo venuti al mondo; e, anziché trasformarci in altrettanti ragazzacci, le nostre “fughe” ci hanno a poco a poco condotto fino al traguardo della licenza media con un patrimonio di ricordi e di fantasie (di fantasie-ricordi) che quasi mai si riesce a trarre dalle lezioni scolastiche.
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Stop this day and night with me and you shall possess the origin of all poems,
You shall possess the good of the earth and sun, (there are millions of suns left,)
You shall no longer take things at second or third hand, nor look through the eyes of the dead, nor feed on the spectres in books,
You shall not look through my eyes either, nor take things from me,
You shall listen to all sides and filter them from your self.
I believe in you, my soul, the other I am must not abase itself to you,
And you must not be abased to the other.
Férmati oggi con me, férmati questa notte, e possederai l’origine di tutte le poesie,
Possederai il bene della terra e del sole (sono rimasti ancora milioni di soli,)
Non riceverai più le cose di seconda, terza mano, non dovrai più guardare attraverso gli occhi dei morti, né nutrirti di spettri nei libri,
E neppure dovrai guardare attraverso gli occhi miei, né ricever le cose per mezzo mio,
Ascolterai d’ogni parte, e filtrerai le sensazioni attraverso te stesso.
Credo in te, anima mia, e l’altro che io sono non dovrà mai umiliarsi a te,
Come tu non dovrai umiliarti all’altro.
Walt Whitman,
(USA, 1819-1892)
Foglie d’erba - Il canto di me stesso,
traduzione di Enzo Giachino, Mondadori, Milano, 1971, pp.64-65