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Il Mondo dei Bambini
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Susanne Portmann, Il Mondo dei Bambini, pastello su carta, 1982
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2. I Neri e i Bianchi
Per qualche giorno non si allontanarono da casa. La mattina presto ― mentre Fabian dormicchiava, cullato dai lievi rumori che fluivano tra le imposte increspando la lucida frescura dell’alba ― Etra accudiva gli animali e si occupava dell’orto e del frutteto. Poi, dopo colazione, ci tornava con lui, che non era tranquillo se non si era assicurato della buona salute e soddisfazione dei suoi beniamini: le cinque caprette, una più pelosa dell’altra, che era incantevole pascere attraverso il recinto lasciandosi ciucciare le punte delle dita dai loro labbruzzi prensili; i conigli dal liquido sguardo imbambolato, in apparenza goffi, pigri, e invece pronti a scappare a zampe levate e così difficili da riacciuffare; le starnazzanti galline, che non si doveva impaurire o per qualche tempo non avrebbero dato uova; i pulcini sempre pigolanti, tremuli, sbigottiti; il gallo, di cui era prudente avere un po’ di timore e che cantava tutto il giorno e quasi tutta la notte; e perfino il caracollante e gloglottante tacchino, tronfio e antipatico ma degno anche lui di considerazione proprio per la sua stranezza: Fabian li amava tutti ed Etra aveva il suo da fare per convincerlo a non rimpinzarli, ché la provvista di mangime e foraggio era limitata e i loro ventri poco abituati agli stravizi. Ma l’ansia che le procurava saltabeccando fra le bestiole come un folletto tanto benevolo quanto sventato, il bambino se la faceva perdonare in casa esigendo di aiutarla nel disbrigo delle faccende, comprese quelle da cui la donna non poteva non escluderlo poiché richiedevano una prestanza che egli non voleva riconoscere di non poter ancora mettere al suo servizio. E anche da queste non era facile esonerarlo, perché Fabian non aveva voglia di giocare, né di fantasticare sdraiato sul letto o su un pagliericcio in veranda, e men che meno di scendere in spiaggia: desiderava solo starle vicino, in casa o nelle immediate adiacenze, e da vicino guardarla e ascoltarla abbracciandola il più spesso possibile.
Etra gli raccontava di quand’era piccola, della sua vita prima di trasferirsi ad Anticoli, dei genitori che non vedeva da due anni. Il bambino l’ascoltava finché non lo distraevano i suoi occhi raggianti, le smorfiette sbarazzine, la danza delle mani affaccendate, il buon odore che veniva dal suo corpo; poi si accontentava di ammirarla, rapito, sognando al suono della sua voce. Ma neanche la sua bellezza poté distrarlo quando per la prima volta la donna inventò una storia per lui: rimase a bocca aperta, incantato, e quando finì ne chiese un’altra, e un’altra ancora, ed Etra lo accontentò finché la fantasia la soccorse. Poi gli fece vedere la raccolta che aveva scritto per i suoi scolari (i soli, disse, che potevano leggere le sue storie gratuitamente) e per chiunque le desse qualcosa in cambio: un fascio alto un braccio di fogli coperti da una grafia minuta, serrata, compatta come le tessere di un mosaico. “Scegli i titoli che ti fanno voglia,” disse, “e te le racconterò mentre ci diamo un po’ da fare...”
L’ora di pranzo, così, giungeva in men che non si dica, e anche più alla svelta si dileguavano le buone cosette che Etra preparava col poco che aveva: antipasti a base di olive e formaggio, fettuccine di sua fattura condite con la salsa di pomodoro, funghi, frittate alle erbe, insalate, macedonie di frutta, dolci di ricotta dorati col miele, fette di pane tostato spalmate di burro, di marmellata: al bambino veniva l’acquolina in bocca solo a vederle, a respirarne i profumi, e i sapori li trovava così intensi e squisiti che gli pareva di non averne mai gustati di simili!
Il
sindaco non si fece più vedere, e men che meno le guardie. Ma
dall’alba al tramonto, e anche più tardi, neri e bianchi d’ogni età
passavano sullo stradone da soli o in compagnia, vocianti o taciturni,
per lavoro o per diporto, a piedi o a cavallo, su un carro o a dorso di
mulo:
andavano e tornavano dai campi,
spiegò la maestra, o
dalla sorgente, o da Agatìa, o perfino da più lontano. Quasi tutti la
salutavano cordialmente, e non pochi si concedevano una sosta per far
quattro chiacchiere o per offrirle un baratto: come un omino vestito
solo di calzoncini di tela, scarno e agile come un monello ma curvo e
canuto come un vecchietto, che arrivò su un enorme carro lentamente
trainato da ben quattro cavalli, si mise a rovistare sbuffando e
borbottando tra gli oggetti ammucchiati alla rinfusa tra le sue alte
sponde e a un tratto saltò giù con un balzo da acrobata:
“Fatti
vedere, ragazza!” gridò, appoggiandosi al cancelletto di legno e
storcendo il collo per guardare avanti a dispetto della schiena
ingobbita. “Ho carta per te! E inchiostro! E il libro che mi hai
chiesto!... Vieni fuori, bella guardiana, e guardami coi tuoi occhi
incantatori!”
“È
Pepe!” spiegò la donna al bambino allarmato. “Mi chiama così perché
la mia casa è la prima del paese. È vecchio, e ha moglie e figli
grandi, e nipotini che vengono a scuola, ma ancora gli piace parlare
alle donne come un giovanotto!”
Le gambe e le braccia di Pepe erano sottili come stecchi, ma muscolose come fasci di corde. Il corpo glabro, rattrappito e come spezzato all’altezza della vita, sembrava tuttavia ancora capace di notevoli sforzi. La voce, malgrado l’età e le ridotte dimensioni dello strumento, non era stridula né debole né atona, ma allegra e scoppiettante come un fuoco d’artificio. E la faccetta grinzosa, coperta da uno strato di polvere e immobile come una maschera di gesso, guardava di qua e di là con occhietti cerulei che erano invece vispi ed espressivi come quelli di un bambino. Nell’insieme ispirava un certo timore, ma al contempo incuriosiva; tanto che Fabian non poté fare a meno, un passo alla volta, di scortare la maestra fino a lui.
Etra
andò al cancello con una sporta di vimini e il vecchietto v’infilò
un fascio di fogli ingialliti legati con uno spago, una bottiglia
d’inchiostro nero e un volumetto senza copertina, mangiucchiato dai
topi. Il bambino fece in tempo a leggerne il titolo: Il dolce domani.
“Tre
cose difficili da trovare, ragazza mia,” disse, alzando tre dita e
guardandole di sottecchi come per verificare che fossero proprio tre,
“e perciò questa volta ne voglio tre anch’io!”
La
donna gli porse un mazzetto di fogli cuciti insieme lungo uno dei
margini: “Ti aspettano da un bel po’!” disse, sorridendo. “E
sono quattro, perché mi servono anche tre metri di cotone per cucire un
po’ di biancheria. Ne hai?”
“Belle?”
domandò l’omino per tutta risposta, annusando il libretto come un
mazzolino di fiori.
“Che
cosa sono?” domandò Fabian.
“Storie!”
rispose Etra. “Una più bella dell’altra!”
“Ma
solo per lui?” disse il bambino.
“E
per tutti quelli che vorrò io!” proclamò il vecchio, ridacchiando.
“Non preoccuparti!” rispose la maestra. “Sono anche queste nella raccolta!”
“Non
t’ho mai visto e non so da dove sei sbucato, cucciolo bianco,” disse
l’omino, “ma ho un regalo per te!”
Si
arrampicò di nuovo sul carro e si rimise a frugare. Il bambino vide
legno e lamiera, corde, stoffe, stracci, rotoli di filo metallico e di
plastica, attrezzi d’ogni sorta, pezzi di macchinari, piatti, posate,
barattoli, bottiglie, bicchieri, bambole, strumenti musicali,
secchi, quadri, gabbiette...
“Scarpe
da bambino ne hai?” domandò la donna, alzandosi sulle punte dei piedi
per guardare dentro.
“Neanche
mezza, né grandi né piccole!” rispose il vecchio continuando a
rovistare. “Prima o poi ne troverò, un giorno che avrò pochi ordini
e tempo per cercare. Ma questa volta c’erano il sindaco e le
guardie in cerca di armi, non mi andava di giocare all’esploratore
davanti a loro. E poi sono stato una giornata intera a cercar libri per
Peter. Ma quelli che vuole lui non ci sono, non c’è niente da
fare!”
“E
l’hanno trovate?” domandò la donna.
“Le
armi?”
Etra
si limitò ad annuire, e il suo silenzio indusse Pepe a sospendere per
un attimo la ricerca e a scoccarle un’occhiata ironica che a Fabian
parve un lampo azzurrino.
“Ma
dove?!” esclamò, rimettendosi a frugare. “Non ce n’è più da un
pezzo, e per quel che ne so potrebbero anche non esserci mai state!
Gliel’avrò detto mille volte. Ma i testoni non hanno orecchie!”
Faceva
un tale fracasso che alcuni passanti e le donne delle case vicine
vennero in cerca anche loro di ciò che gli occorreva. Finché si rialzò,
trionfante, aggrappandosi con una mano rinsecchita alla sponda del
carro, e con l’altra porse alla donna e al bambino una candida pezza
di cotone accuratamente ripiegata e una grossa penna stilografica che
rifletteva i raggi del sole.
“Come
ti chiami, bambino bianco?” domandò, scendendo dal carro.
“Fabian...”
“Io
sono Juan, ma mi chiamano Pepe dal giorno che andai in cerca di
pepe ad Accra e ne tornai col mio primo carico di tutto un po’. Dal
piacere nasce il mestiere! Ti piace il mio regalo?”
“Sì,
signore.”
“Con
quella, se ci sai fare, un giorno scriverai bene come la
tua maestra!”
“Grazie, signore.”
“Cosa
vuoi in cambio?” disse la donna al vecchio.
“Niente,
ragazza! È un regalo, ti ho detto! La capisci, la gente, quando
parla?”
“Ho
capito che è un regalo! Per questo voglio farti un regalo anch’io!”
“E
allora guarda qua, testarda d’una maestra!” gridò il vecchio,
rimettendosi a frugare. “Spiegami cosa sono questi arnesi, se lo
sai, e saremo pari! Non ne ho mai visto i compagni!”
Il primo fu facile: era un grosso compasso di legno, e la donna gli mostrò come lo poteva usare con un pezzetto di gesso o di carbone. Ma l’altro non l’aveva mai veduto neanche lei, fu il bambino che lo riconobbe:
“È un’anima!” esclamò.
Era una specie di piastrella azzurra, quadrangolare, di circa dieci centimetri di lato, smaltata da ambo i lati; lungo gli spigoli, alti forse mezzo centimetro, correva una fila di minuscoli forellini disposti a un paio di millimetri l’uno dall’altro.
“E che cos’è un’anima?” domandò Etra.
Fabian rimase a bocca aperta: “Non lo so,” dovette ammettere.
Gli
occhi di zio Pepe, dal fondo della sua maschera di gesso, brillarono
ancora di più.
“Un bambino sapiente... ma non troppo!” commentò, sorridendo. “Proprio come piacciono a me! Tra qualche anno, se non mi sarò piegato del tutto, potremmo fare qualche viaggio insieme... Che ne dici, eh?”
Fabian, benché la proposta lo lusingasse, si strinse alla donna e non rispose.
“E da dove sei sbucato me lo sai dire?” domandò il vecchio.
“No...” riconobbe il bambino con un fil di voce. Poi, notando l’espressione scettica dell’altro, si smarrì: porse la stilografica alla maestra e tornò in casa di corsa.
“Scusami!” gridò l’ometto. “Non volevo immischiarmi nei fatti tuoi!”
*
Nessun viandante, del resto, pur senza far domande, si tratteneva dall’allungare il collo per scorgere il bambino; e ogni volta Fabian correva a nascondersi se li vedeva arrivare o si rincantucciava fra le gambe di Etra se era colto di sorpresa; mentre in casa, dove si sentiva al sicuro, ai suoni che giungevano dall’esterno lo si sarebbe detto sordo, se non fosse stato così attento a quelli che venivano dalla donna e ai versi dei suoi beniamini a quattro e a due zampe, che raramente lasciava senza risposta e ai quali andava a far visita di continuo. Così come lo attraevano, benché non volesse farsi vedere neanche da loro, le grida e i richiami dei bambini che dalla mattina alla sera scorrazzavano sulla spiaggia; e nelle ore più calde (quando, dopo aver sonnecchiato accanto a Etra, si aggirava in punta di piedi tra la camera da letto e la cucina avvolto nella sua camiciona bianca come il piccolo spettro a cui era parso così simile la sera dell’arrivo, tornando ogni tanto a sbirciare se la donna si fosse svegliata e immobilizzandosi a contemplarla in attesa del sorriso affettuoso che l’avrebbe fatto correre fra le sue braccia) non poteva fare a meno di acquattarsi dietro le persiane socchiuse a curiosare che cosa mai combinassero, laggiù, da indurli a tanto vocio, e nel farlo traeva un gran piacere dal restare per un istante abbagliato e dall’aspirare a pieni polmoni il fiato rovente della spiaggia assolata e il caldo aroma della vernice e del legno.
“Ti piacerebbe andare a giocare con loro?” diceva Etra svegliandosi, e nella penombra vedendolo abbarbicato al davanzale come un rampicante in cerca di luce. Fabian si voltava a cercarla con gli occhi, turbato ― finché il buio improvviso non stingeva ― come se la donna l’avesse sorpreso a far qualcosa di proibito; poi scuoteva il capo, inconsapevole di star mentendo, e ridendo si precipitava sul lettone.
Nel pomeriggio, chiacchierando e giocando a nascondersi fra un lavoretto e l’altro, ridevano talvolta così forte che i bambini dalla spiaggia venivano a far capolino sullo stradone ― scrutando Fabian con certe faccette da apprendisti sbirri in cui l’ardente curiosità aveva presto la meglio sulla corrucciata gelosia ― e facendosi coraggio chiamavano: “Maestra!,” la salutavano, le domandavano chi fosse lo sconosciuto che subito si era nascosto dietro di lei... e poi subito volavano via come passerotti, agitando le braccia, quando lei li invitava a entrare in cortile.
Le giornate passavano così. Finché le pareti della casetta, il cemento del cortile, la polvere della via e tutto ciò che non era acqua né aria si tingeva di rosa rammentando alla donna che era ora di pensare alla cena: allora rientrava, respingendo con garbata fermezza un ultimo assalto del bambino, e dopo aver spalancato e velato tutte le finestre si metteva in cucina a far suonare allegre le sue stoviglie come quelle che dalle altre case già da un po’ la chiamavano nell’aria via via più quieta del pomeriggio afoso.
Dopo cena sparecchiavano, lavavano le stoviglie, le asciugavano e le riponevano in un armadietto, incassato nel tramezzo fra la cucina e le camere come un usciolino misterioso. Poi si ungevano con una crema contro le zanzare che odorava di fieno bagnato, spegnevano la lampada e sedevano vicini sulla veranda, lasciando la porta aperta. Tutto era buio, impenetrabile in casa come verso la collina e la campagna, ma costellato di pallide aureole intorno alle finestre e agli usci del paese. Si sedevano sullo scalino, perché sulle antiche poltroncine di plastica in cortile il bambino non si sentiva abbastanza vicino alla donna, e lì per prima cosa allungavano le gambe per guardarsi i piedi nudi bianchi e neri, piccoli e grandi, e ridere del loro continuo agitarsi e toccarsi e strofinarsi come cuccioli incuriositi. Era un gioco che Fabian voleva ripetere tutte le sere, perché ogni volta lo faceva ridere a crepapelle e dal buio faceva sbucar gatti e gattini che si avvicinavano guardinghi da tutte le parti ― i più piccoli inciampando sulle zampette e rotolando qua e là come palle di pelo ― e all’improvviso si scagliavano su quei piedi danzanti come se davvero li scambiassero per animaletti provocatori. Per poi da aggressivi diventare affettuosi, strusciare avanti e indietro facendo le fusa, a lungo, i grandi scacciando i piccoli e questi scacciandosi a vicenda, e infine allontanarsi, dileguarsi di nuovo nella notte per riapparire di tanto in tanto ― appena al di là del confine tra la penombra che per un attimo li rivelava e il buio che subito li ricopriva ― recando con la bocca, dischiusa in un immobile sorriso felino, chi un grillo e chi una lucertola, chi un implume caduto dal nido e chi un orribile mezzo topo con le interiora penzoloni. Ma il bambino e la donna già non li guardavano più, perché ora dal buio sciamavano le lucciole, calavano dalla collina apparendo e svanendo qua e là, come per telecinesi, e una dietro l’altra si allontanavano lampeggiando lungo lo stradone. Le seguivano tenendosi per mano, silenziosi, affondando i piedi nel soffice tepore lattiginoso della via; e all’improvviso, oltrepassata la prima curva, le tenebre li avvolgevano di nuovo e le piccole luci non c’erano più, come se la brezza invisibile che spirava dalla collina le avesse spente a una a una e portate via verso la spiaggia e il mare. Facevano così tutte le sere, le lucciole, e a Fabian sembrava proprio un bel mistero!... Ma non aveva tempo di pensarci sù, perché quello era il momento di volgere la testa all’indietro più che poteva, premendo tra i morbidi fianchi della donna, e con lei contemplare le stelle, così fitte che il buio che si insinuava fra di esse non era che un tenue merletto sospeso tra una luce sconfinata e la terra su cui la notte cercava scampo tra gli ulivi, neri giganti che assediavano l’orizzonte come se si accingessero a dar l’assalto al cielo. Specialmente uno, il più alto, che non aveva quasi più chioma e minacciava il firmamento con le lunghe braccia contorte: a Fabian sembrava cattivo, rabbioso, ostile all’Universo intero... Ma che importava? Anche quello se ne stava laggiù tra gli altri, e come loro non poteva muoversi! Mentre qui, dove lo stradone color del latte fluiva verso il mare con il tiepido profumo della terra, erano le braccia di Etra che cingevano le esili spalle del bambino, era il battito del suo cuore che le sue mani gli facevano ascoltare al riparo della loro dolce frescura, era al suo respiro che egli rabbrividiva quando lei si chinava a baciarlo. E non era che un micio quello che a un tratto gli alzava con la fluttuante coda un lembo del camicione e gli si strofinava sulle gambe prima di scomparire di nuovo!
“Ci sono così tante stelle perché non c’è la luna,” gli spiegò la maestra la prima sera. Parlava piano, un allegro mormorio di ruscello tra il canto dei grilli, e Fabian faceva come lei.
“Una volta ho sognato che c’erano due lune, una grande e una piccola! ” sussurrò, coprendosi la bocca con le mani. “E quand’ero piccolo credevo che fossero tre, sei, mille!”
“E ora, invece, mamma mia come sei grande!” disse la donna,
accoccolandosi ai suoi piedi.
“Guarda: sono più piccola di te!... Sciò,
voi! Sciò!” Erano tornati i gatti, incuriositi, e ronfando strusciavano
avanti e indietro sulla sua gonna. “E
poi che succedeva?” domandò.
Fabian
le toccò la fronte con la propria, le coprì la bocca con una mano e
sbadigliò a lungo, girando lentamente la mano verso di sé.
“Non
lo so...” disse, imprimendo con la fronte un delicato diniego sulla
sua. “Ero solo, in giardino, ma la casa era vicina... C’era un po’
di luce, nelle finestre... Certe volte le imposte non erano proprio
chiuse, e io non avevo paura, e guardavo le stelle per tanto tempo.”
“Non
venivano la tua mamma e il tuo papà a guardarle insieme a te?”
Fabian
rifletté.
“No,”
ammise. “Però mio nonno mi aveva mandato un telescopio per il mio
compleanno!”
“Che
meraviglia! Lo sai che non ne ho mai visto uno in vita mia?! Come avrà
fatto a trovarlo?”
“Ma
le stelle anche nel telescopio erano sempre uguali: piccole piccole,
come puntini gialli. Solo le lune...” Esitò, improvvisamente incerto.
“Solo la luna diventava grandissima,” si corresse.
“Quando
verrò a trovarti me la farai vedere anche a me?”
“Ma
io starò sempre qui con te!”
“Allora
ci andremo insieme, ogni tanto, a trovare il tuo papà e la tua mamma,
così potrò guardare nel telescopio anch’io!”
“Sì!”
esclamò il bambino spiccando un salto. “E poi lo porteremo qui, per
noi e per gli altri bambini!”
“Che
idea stupenda! Dobbiamo proprio scoprire dove stanno, il tuo papà e la
tua mamma!”
“Ma
io non lo so...” disse Fabian, e nella sua voce un’incrinatura
appena percepibile bastò, come sempre in quei giorni, a far sì che la
donna non insistesse con le domande.
Andavano,
poi, a fare i bisogni sul promontorio, nel capannetto dalle cui
commessure filtrava un’impalpabile lucore. Camminavano in punta di
piedi, senza un bisbiglio, per non disturbare i beniamini di Fabian;
eppure gli animali li udivano e si agitavano, ma circospetti, mandando i
flebili e lamentosi chioccolii delle creature che nella stretta
dell’oscurità non hanno fantasia che le soccorra. Per
tranquillizzarli, Etra faceva udire la sua voce. Poi tornavano a casa,
accolti dal chiarore perlaceo che emanava dalle imposte socchiuse.
Abituati al buio come gatti, facevano a meno della lampada finché la
donna, dopo aver dato la buona notte al bambino, non aveva bisogno di
luce per lavorare ancora un po’.
Furono così brevi, quelle notti, che Fabian non finiva di giurare che l’avrebbe attesa sveglio che già lo destava il suo quasi impercettibile scalpiccio nell’uscire dalla stanza, lasciandolo in un dolce dormiveglia, per andare a sbrigare le faccende mattutine. A meno che in piena notte non lo svegliasse un sogno, o il grido di un uccello, o lo strepito di un gatto furibondo, e la scoperta che Etra non era ancora venuta a dormire non lo inducesse a scendere dal letto, seguendo il filo di luce che dalla soglia lo univa a lei, per andare, dalla porta socchiusa, a covarsela con gli occhi mentre ancora si attardava a scrivere o a cucire, o mentre dormiva con la testa sul tavolo dopo che ai tonfi e agli scrosci del mare sui pontili e gli scogli si era pian piano assopita reclinando su sé stessa come un fiore.
Trascorsero così alcuni giorni, talmente simili che per il bambino sarebbe stato difficile distinguerli se ognuno non fosse iniziato con la sorpresa di un dono diverso sullo schienale della sua sedia in cucina: il primo giorno tre paia di mutandine, uno di calzoncini corti dalle grandi tasche e una cintura di corda; il secondo due magliette dalle maniche corte; il terzo un pigiamino; il quarto un altro paio di calzoncini; il quinto, ancora una maglietta e mutandine... Cose che Etra tagliava con forbici sottili di lamiera e cuciva col refe, curva sotto la lampada in un bozzolo di luce che si sfilacciava nella notte; cose un po’ spesse e ruvide, che Fabian indossava stringendo i denti, scuro in viso finché non smettevano di pungerlo, e che Etra chiamava biancheria anche se più che bianca era del colore del pezzettino di burro che ogni mattina gli faceva trovare, su una foglia di vite, accanto ai biscotti e a una tazza di latte appena munto che un pastore le forniva in cambio di qualche uovo.
Finché, una domenica non meno bella dei giorni precedenti – ma che in più aveva aria di festa grande per gli scampanii che un signore, come lo chiamò la donna, riversava sul paese dal campanile del duomo – mentre Fabian, in ginocchio sulla sedia, chiedeva una seconda tazza di latte e un’altra porzione di biscotti, un brusio sempre più vivace tratteggiò per un attimo alla sua fantasia l’immagine affascinante di un mare che stanco di aspettarlo, crescendo pian pianino nel silenzio della notte, fosse venuto a lambire rumoreggiando la veranda della maestra per invitarlo a giocare.
Poi una piccola folla irruppe nel cortile – le donne chiassose e sorridenti, i bambini che scrutavano la maestra straniti, gli uomini dietro, intruppati, incerti, silenziosi – e in men che non si dica una giovane signora che fungeva da capintesta salì sulla veranda per abbracciare la padrona di casa al di sopra del davanzale, un’altra la spinse in là per far lo stesso, una terza bussò così forte che la porta le si spalancò davanti; e un attimo dopo eran tutte in casa a far domande, ciarlando di questo e quello e mangiandosi il bambino con gli occhi e di baci, incantate e sbigottite né più né meno che se una fata l’avesse fatto apparire dal nulla con un colpo di bacchetta magica. Mentre i loro figli si arrampicavano sui davanzali per guardar dentro, o audaci fendevano la ressa e recuperata la favella si aggrappavano alla maestra raccontandole quel che avevano già combinato nella prima settimana di vacanze; e gli uomini, rimasti in cortile, si sbracciavano e agitavano i cappelli (ma sempre in silenzio, come fossero muti) per sollecitare chi si attardava sullo stradone.
Una donna era venuta con una torta, una con dei biscotti, altre porgevano ciambelle, frutta, olive, vasetti di marmellata, di miele, mazzetti d’origano, rosmarino, salvia, mentuccia. Una mamma, saputo che Fabian era arrivato ad Anticoli nudo, gli portò una camicetta e dei calzoncini di suo figlio, a cui non andavano più. Una vecchietta gli donò una piccola carriola – quel che le restava dei giocattoli fabbricati tanti anni prima dal marito – scusandosi perché le mancava un manico. Un’altra portò dei fiori appena colti, una terza – che da tempo si doleva per la nudità del cortile della maestra – arrivò con delle piantine di geranio, una quarta con un cartoccio di candele di cera. E quello spettacolo di affettuosa generosità era così trascinante che gli uomini entrarono anch’essi a uno a uno, come alla chetichella, attraversarono non senza difficoltà la fluttuante marea donnesca e prima di tornar fuori, dove si sentivano più a loro agio, deposero sul tavolo le monetine d’oro che prima di uscire, domandandosi se davvero sarebbero stati così generosi, avevano tratto per lei dai gruzzoletti che tenevano da parte.
Erano quasi tutti neri, ma Fabian non si accorgeva di essere diverso. Però si vergognava perché le donne non facevano che rivolgersi a lui, gli parlavano tutte insieme, gli ponevano mille domande, lo riempivano di attenzioni. E poi perché sembravano gigantesche, essendo lui piccolo, timido, stupito, mentre loro – le nere come le poche bianche – si muovevano, guardavano, parlavano e ridevano come se fossero certe d’esser tutte bellissime, possenti, irresistibili come una tempesta!
Dicevano che Fabian non era di Anticoli, poiché nessuno aveva sentito che un maschietto del paese mancasse all’appello, né bianco né nero. Veniva da fuori, dicevano, da Agatìa o da più lontano, e aveva vagato chissà quanto e chissà dove parlando con gli animali, con gli uomini, con sé: un bambino sapiente, insomma, che conosceva il mondo, e che non sarebbe stato meno prezioso, per il paese, della maestra stessa! E tuttavia, dicevano, proprio perché bianco, era anche possibile che fosse scappato, ad Anticoli o altrove, da qualche casa delle più buie. Di quelle dove nemmeno l’avrebbero visto andar via! Dove neanche se ne sarebbero accorti, che non c’era più! Dove non gliene sarebbe importato un fico secco, se c’era o non c’era!... E in tal caso a quelli là il bambino non bisognava ridarglielo per niente al mondo! Nossignori, proprio non si doveva!
Per Fabian non fu un momento facile. Tutte quelle donne facevano un gran chiasso, lo puntavano, lo inseguivano, lo accerchiavano, gli entravano dentro. Ma, a differenza delle mani e delle labbra (e delle innumerevoli e intense percezioni che emanavano dai corpi) ciò che le parole intendevano lo evitò non ascoltandole mentre, in apparenza docile, si lasciava spupazzare. Fortuna che c’era Etra che capiva e aiutava – ne traeva l’inconscia certezza dai suoi occhi, dei quali a ogni istante cercava lo sguardo e che mai lo perdevano di vista – altrimenti come avrebbe fatto?
“Perché non l’hai portato dal maresciallo? Perché non hai avvisato il sindaco?” domandavano alcune, ma assai più ammirate che critiche.
“Era notte, no?” rispondeva Etra, pacata, con l’aria di chi dice cose ovvie. “Eravamo affamati e stanchi tutt’e due, e il bambino era sconvolto...”
“Sono furibondi, lo sai?”
“C’è gran fermento, nelle case buie...”
“Prima o poi gli passerà...” diceva Etra.
“Parecchie volte son saliti in collina! Sindaco e maresciallo, con tutt’e quattro le guardie!”
“Anche oggi sono andati!”
“Hanno portato sù pure quel giovanotto, perché gli facesse vedere dov’era il bambino...”
“Sai quale?... Quello che ha preso la diligenza insieme a te!”
“Troveranno un bel nulla,” prevedeva la maestra, “e quando si saranno stancati torneranno giù.”
“Ma chi è questo bambino, allora?”
“Tutto ciò che so è che si chiama Fabian...”
“Che gli sarà successo, povera creatura? Guarda che faccetta, che ha!”
“Com’è carino!”
“Com’è educato!”
“Sta benissimo, non ha niente! Si è solo perduto, credo. Si è spaventato, e adesso non ricorda.”
“Il sindaco dice che bisogna parlarne con quelli della villa. Che loro lo sapranno, cos’è meglio fare...”
“Per adesso penso che la cosa migliore sia lasciarlo tranquillo...”
“Dal medico lo devi portare, però!”
“Ma se sta bene, che bisogno c’è?!”
“E se qualcuno viene a cercarlo?...”
“Staremo a vedere...”
Fabian le contemplava attonito, affascinato, senza staccarsi d’un centimetro da Etra, affondando il viso nel suo petto ogni volta che non ce la faceva più. Erano enormi, così possenti che il corpicino esile della maestra gli sembrava accanto ai loro poco più resistente del suo, e ne aveva timore come un bimbo sperduto al centro dell’attenzione, sia pure affettuosa, di un branco di lupe. Ondeggiavano, premevano, si spostavano l’un l’altra tutt’intorno a lui, e ogni loro movimento gli si comunicava, lo penetrava, lo attraversava da capo a piedi! Senza fargli male, questo no, ma facendolo sentire debole, fragile, come se fosse di nuovo stanchissimo e a stomaco vuoto da chissà quando. Gli sorridevano, gli parlavano, lo accarezzavano con quelle mani così grandi, così forti! Erano buone, lo vedeva bene, ma non potevano fermarsi neanche volendolo, e questa loro impotenza su sé stesse, benché egli non ne fosse consapevole che confusamente, lo intimoriva come una volta i temporali scatenati che in fondo non facevano alcun male, non volevano fargliene, ma nondimeno erano troppo formidabili per sopportarli... E che voci che avevano, infatti! Come tuonavano! Come lampeggiavano quegli occhi ridenti! Quali odori si levavano da quei corpi sudati, fin più robusti delle grandi mani! Odori che lo afferravano e non lo lasciavano, lo sommergevano, lo annegavano!
“Sù, tesoro, raccontaci: che ti è successo?”
“Non devi aver paura, sai? Di noi ti puoi fidare!”
“Da dove vieni?”
“Dove sono i tuoi genitori?”
“Che ti è successo?”
“Sorridi, dai!”
“Mangia un altro dolcetto!”
“Guarda, c’è François che ti chiama!”
“Vai, se vuoi!”
“Va’ a giocare, vai! Fate amicizia!”
I bambini, infatti, erano sgusciati fuori di casa come pesciolini da una rete dalle maglie troppo larghe. Ogni tanto qualcuno tornava a far capolino dalla porta o da una finestra cercando con gli occhi la madre, la maestra, il bambino sconosciuto, ma la confusione e il vocìo donneschi lo respingevano in cortile come un’onda di risacca. E ora anche Fabian fu dolcemente staccato da Etra, prima una mano e poi l’altra, e a poco a poco, a forza di carezze e parole incoraggianti, fu sospinto verso la porta benché continuasse a voltarsi verso la maestra che sorridendo gli faceva segno di andare, di fidarsi, di non aver paura. Ma più in là della soglia non ci fu verso di spingerlo, perché si aggrappò a uno stipite: dovettero accontentarsi di trattenerlo lì, indicandogli l’una i figlioli dell’altra. E Fabian quasi suo malgrado s’incantò a guardarli, perché ciò che vide o gli parve di vedere fu che i bambini, là fuori, stessero danzando come folletti in un bosco tra le sagome immobili dei padri e degli zii svettanti su di loro.
Senza far chiasso né agitarsi, consapevoli d’esser vestiti a festa e aver le scarpe ai piedi, si muovevano con una sorta d’istintiva grazia selvaggia in piccole file che si formavano e si scioglievano spezzandosi e intersecandosi, insinuandosi fra le gambe dei grandi, aggirando la bianca cupoletta del forno, scomparendo dietro la casa e riapparendo un attimo dopo, resistendo all’impulso di mettersi a correre ma non al desiderio di cedere alla reciproca forza di gravità che li faceva pendere l’uno verso l’altro tendendo le braccia, sbilanciandosi, raddrizzandosi prima di cadersi addosso, atteggiando i volti a sussiegose smorfiette d’autocontrollo che subito si scomponevano in silenziosi accessi d’ilarità... Dando spettacolo, insomma, e divertendosi un mondo!
Non tutti, però. Altri bambini, come Fabian, stavano in disparte a bocca aperta: una mezza dozzina fra maschietti e femminucce, come pietrificati in mezzo allo stradone e tutti bianchi, chissà perché, mentre i figli delle donnone erano quasi tutti bruni e neri di varie gradazioni, proprio come... sì, come le loro grandi madri affettuose, invadenti, e i burberi padri e zii confabulanti! Quelli invece erano bianchi e timidi, come lui, non si avvicinavano, come lui, e dai loro sguardi non si capiva cosa pensassero o volessero. Ma due di essi si distinguevano per una quasi impercettibile separazione dagli altri e per un’espressione e un atteggiamento da adulti da cui Fabian fu attratto quasi senza accorgersene: una bambina esile, rosea come una pesca, dai capelli neri raccolti in trecce che le arrivavano alla vita, e un ragazzino, anch’egli dai capelli neri ma così corti da sembrar dipinti, che aveva forse un paio d’anni più di lei e degli altri. Si tenevano per mano con le punte delle dita, in un gesto da sonnambuli che perfino un alito di vento sembrava poter interrompere senza che vi facessero caso, e guardavano davanti a sé con identici occhi neri cupi e impervi come piccoli nascondigli segreti. Ma la cosa più strana e meravigliosa era che la bambina col braccio libero si stringeva al petto un agnellino sgambettante, agitatissimo, che muoveva di scatto la testolina ogni volta che lo sguardo della padroncina cambiava direzione!
“Jorge! Carla!” gridarono alcuni dei bambini in cortile, e Fabian capì che chiamavano proprio i due che anch’egli, forse, avrebbe voluto chiamare. “Venite, dai! Venite a conoscere Fabian!”
Non vi fu risposta, né a voce né a gesti. Ma dovette esservi un rifiuto, poiché i bambini sullo stradone trasalirono come rei colti sul fatto, alcuni perfino arrossendo, all’istante si rimisero in moto ― lenti, dapprima, come statuine ridestate per magia e un po’ anchilosate ― e continuando a voltarsi, come se un istinto li forzasse a guardarsi le spalle, si dileguarono tra le prime case del paese.
Allora, mentre la campana continuava a suonare, le donne veleggiarono a una a una verso i loro uomini, che in cortile, spalleggiandosi in laconici capannelli, non avevano fatto che tendere le orecchie lustre a ciò che si diceva in casa. Uomini e bambini cominciarono a uscire sullo stradone, mentre le donne, che di andarsene non avevano alcuna voglia, dal cortile non facevano che tornare a chiamare Etra alla finestra per un ultimo consiglio o anche solo per invitarla a far presto, se non voleva perdersi il meglio del mercato. Ma lei doveva ancora lavare e vestire il bambino e sé stessa; e Fabian, come la prima sera, fu sommerso e percorso dall’acqua, dal sapone, dal pettine, dal telo, dalle mani della donna che svestivano e rivestivano, premevano e accarezzavano, dal suo buon odore che in un baleno scacciava quello non cattivo ma così invadente delle altre, dalle sue labbra che lo invitavano a sbrigarsi e un attimo dopo lo premiavano con un bacio. Finché, rivestito con quel che il suo piccolo guardaroba conteneva di meglio, fu portato davanti allo specchio e invitato a rimirarsi; ma lui non aveva voglia che di contemplarvi il bel viso che gli sorrideva da sopra la sua testa, e continuò a farlo, mentre Etra si pettinava, finché lei non lo ridestò con la sua voce gioiosa, lo prese per mano e lo condusse fuori.
“E le scarpe?...” domandò il bambino, trattenendola sulla soglia.
“Le compriamo al mercato.”
“E fino a lì?...”
“A piedi nudi, come hai fatto finora!”
Ma quando lasciarono la polvere per l’acciottolato, Fabian dopo pochi passi tornò indietro saltellando; la donna allora se lo issò sulle spalle – lei che non pesava molto più di lui! – e lo portò così fino in piazza, con una mano aiutandolo a tenersi in equilibrio e con l’altra reggendo la sporta in cui aveva stipato, con quel che le occorreva per la giornata, le sue storie scritte e ricopiate nella notte. E Fabian, di lassù, vide lo stradone infilarsi sotto un arco e mutarsi in una viuzza serpeggiante fra bianche casette di due o tre piani, allacciate l’una all’altra da file di panni stesi, e altre viuzze ancor più anguste, in fondo alle quali in basso c’era il mare, in minuscoli pannelli di smalto blu dalle sottili venature bianche, e in alto altre candide casette dalle persiane azzurre che risalivano la collina tra giardinetti e orticelli separati da muriccioli. E mentre ballonzolava sulle esili spalle della donna aspirando il suo buon profumo, da ogni parte vedeva arrivare e superarli bambini d’ogni età, vestiti o seminudi, puliti o inzaccherati, aggrondati o ilari, celeri come formiche o lenti come lumache: talvolta interessati a lui – tanto da regolare il passo sul loro e seguirli a bocca aperta – tal altra così indifferenti da urtarli senza vederli. Finché la via sbucò in una piazza di ben torniti ciottoli grigi e bianchi protetta da alberi frondosi, percorsa da file di panchine, di carretti, di tovaglie e lenzuola piene di mercanzie, traboccante d’esseri umani e di animali, colma d’ininterrotto brusio, di odori d’ogni sorta e della frescura che dalle fontane fluiva tra le chiome degli alberi. Al di sopra delle quali parve al bambino che il cielo fosse diventato di pietra e d’oro, finché non si accorse che non era il cielo che intravedeva in ogni squarcio o fenditura che in esse si apriva, ma l’immane facciata di una chiesa incombente sulla piazza come una montagna su una valle boscosa.
Sotto gli alberi c’erano le donne e gli uomini con le mercanzie e gli animali – polli e conigli in gabbie e cassette, agnellini e caprette e maialini al guinzaglio o entro piccoli recinti di fortuna, gatti e cani e uccelli incuriositi che andavano a far visita ai cugini in cattività – e intorno, padroni dell’assolata corsia lungo i quattro lati della piazza, c’erano i bambini che giocavano e s’inseguivano e schiamazzavano, indifferenti alla canicola finché a un tratto non li scacciava all’ombra, ansimanti, i visetti infiammati, e di lì, dopo brevi sgambettanti rincorse, nelle fontane e sotto gli zampilli a bere a garganella e spruzzarsi a vicenda tra i moniti e le esortazioni delle madri, timorose che la repentina frescura gli facesse male. Per poi saltar fuori all’improvviso e correr via di nuovo, gocciolanti, a farsi asciugare dal sole in un baleno, senza mai fermarsi per più di un istante di pensierosa esitazione tra gli adulti che invece si muovevano pacati o non si muovevano affatto, e che tuttavia – insieme alle cose che la brezza agitava e scompigliava, gli zampilli come le foglie e i rami, gli orli delle tovaglie come il fumo che saliva dai bracieri, le gonne delle donne come i loro capelli – nutrivano anch’essi quel moto incessante con i gesti delle mani, con i rapidi mutamenti d’espressione, con gli scoppi di voce e le risate che si lanciavano da un luogo all’altro. Mentre luce e ombra pasticciavano sui volti e tra i colori degli abiti come la mano di un bambino sulla tavolozza di un pittore, e l’immagine che agli occhi di Fabian ne scaturiva era quella appena abbozzata di un viso di colore, troppo vaga ― gli occhi che brillavano tra le rughe del fogliame, la bocca che si schiudeva in un sorriso sulla gradinata della chiesa, il naso che si schiacciava come su una vetrata sul ventaglio d’acqua che sprizzava dalla fontana grande ― perché potesse ravvisarvi l’affettuoso sorriso di Etra, la sdentata simpatia di zio Pepe o magari i meno noti lineamenti di qualcun altro; e che però sembrava ammiccare proprio a lui come se lo conoscesse, rassicurandolo, prima di svanire come un miraggio fondendosi col vocio animale e umano, col mormorio e l’odore dell’acqua, col fruscio delle foglie che insieme gareggiavano col vento. Così che da quel momento la piazza di Anticoli, come una persona, ebbe per Fabian un volto. Che non era facile rammentare se ne era lontano né riconoscere se vi si trovava, ma che talvolta gli appariva in sogno, protettivo come un nume, nelle sembianze dell’uno o l’altro dei suoi frequentatori.
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