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Il Mondo dei Bambini
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Susanne Portmann, Il Mondo dei Bambini, pastello su carta, 1982
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3. Piazza delle Ville
Etra lo fece scendere vicino alla fontana grande, al centro della quale l’acqua scrosciava lungo i fianchi muschiosi di una piramide di pietra. Trasse dalla sporta una tovaglia bianca, la stese sul selciato in un punto ancora libero e la fermò agli angoli con dei ciottoli che aveva con sé. Ma invece di sciorinarvi la sua fiabesca mercanzia, come Fabian si era atteso, vi depose la sporta ancora piena e si guardò intorno come se cercasse qualcosa, o qualcuno.
“Perché non ci metti le storie?” domandò il bambino indicando la tovaglia.
“Non mi va di star ferma qui ad aspettare!” disse la donna, rispondendo ai cenni e alle voci di chi la salutava. “Voglio andare in giro, chiacchierare, guardare. Sulla tovaglia ci mettiamo le cose che compriamo, così non ce le dobbiamo portare per tutta la piazza... Accompagnami, se vuoi! Guarda: ecco i tuoi sandaletti!”
Infatti c’era lì a due passi un carrettino, piccolo come un giocattolo da far trainare da una pecorella o da un cane e zeppo di semplici sandali di cuoio di tutte le misure. Doveva appartenere all’uomo dalla barba bianca a cui Etra stava già avvicinandosi, che agitava un ventaglio di piume su un braciere e sorrideva a Fabian come per invitarlo a farsi avanti. Solo che il sorriso pareva un ghigno, a tratti, da dietro la cortina di fumo che volteggiava dinanzi a lui. Però l’odore che se ne sprigionava faceva venire l’acquolina in bocca, e la mano che all’improvviso ne usciva come quella di un giocoliere porgeva un dolce traboccante di marmellata. Ma insieme a esso veniva dall’uomo anche una voce che faceva un po’ paura, come un brontolio di tuono che da un momento all’altro possa scatenarsi in un fragore assordante...
“Mangia, giovanotto, e crescerai così in fretta che tra un mese avrai bisogno di sandali nuovi!”
Affascinato, Fabian accettò il dolce: “Grazie...” tentò di dire, in risposta a un’occhiata in tralice della maestra, ma dalla sua bocca già piena uscì una specie di gorgoglio. Lo impensierivano le gocce di marmellata calda che colavano fra le sue dita mentre la donna, accosciata vicino a lui, gli provava i sandali sollevandogli una gamba e poi l’altra. Una goccia infatti le cadde su una spalla, prominente e violacea come un grosso neo, ma Etra fece una piccola contorsione, mise fuori la lingua e la goccia sparì. Il bambino smise di preoccuparsi e si appoggiò a lei, seguitando a mangiare. L’uomo dalla barba bianca guardò nella scollatura della donna e si fece serio serio, come se avesse male da qualche parte. Non ghignava più, ora. Forse non l’aveva mai fatto. Etra si alzò, e Fabian vide i propri piedi dentro dei sandali che non erano né larghi né stretti. Camminò avanti e indietro, come lei gli chiese di fare, e si trovò bene. La donna andò a prendere nella borsa un mazzetto di fogli e lo porse all’uomo come se fosse di fiori, mentre lui anziché prenderlo si dondolava, allargava le braccia, dimenava la barba, muoveva gli occhi, ma muto, come se anche la sua bocca fosse piena di pastella e di marmellata calda, e intanto indicava il carrettino pieno di sandali e i piedi nudi di lei. Fabian lo sentì protestare qualcosa con la sua voce come un brontolio di tuono che iniziava fioco chissà dove, in lontananza, ma questa volta non ebbe paura né per sé né per Etra, solo un poco per lui, senza sapere perché... “Ciao!” gli disse, e gli volse le spalle, distratto da un gruppo di bambini che gridando correvano a tuffarsi nella fontana agitando le braccia, cacciando via in un gran frullar d’ali piccioni e altri uccelli che dal bordo, il becco nell’acqua, vi stavano inzuppando molliche di pane raccolte in giro.
Non era come poco prima, a casa: nessuno si avvicinava a Fabian o gli rivolgeva la parola, raramente uno sguardo incrociava il suo. Sembravano tutti troppo occupati gli uni dagli altri, per badare a lui. Eppure, a un tratto, pur senza rendersene pienamente conto, si sentì al sicuro come se tutti quelli che erano in piazza fossero suoi nonni, zii, cuginetti, amici che gli volevano bene e vegliavano su ogni suo passo. Si sentì un impavido leoncino, un piccolo re di quella foresta tra le case, coi suoi laghetti, i pacifici animali che gli rivolgevano deferenti i loro versi, le belle e utili cose sciorinate ovunque a sua disposizione, le vivande imbandite in suo onore, le donne che profumavano l’aria, i bambini che la riempivano d’allegria, gli uomini schierati a difesa di tutti. Gli venne voglia di andare in esplorazione, di addentrarsi da solo in quel nuovo mondo fin dove ci fosse un’altra cosa bella e benevola da scoprire. Ma poi, accorgendosi che Etra si stava allontanando e vedendola ogni tanto voltarsi a cercare il suo sguardo, decise invece di lasciarsi guidare da lei.
I sandaletti nuovi gli sembravano gli stivali delle sette leghe. Si attardava a contemplarli muovendo le dita dei piedi e perdeva di vista la donna, si metteva a correre e la raggiungeva infilandosi nella ressa come un piccolo ariete, la precedeva come per farle strada e senz’accorgersene la lasciava indietro a osservare le mercanzie o a chiacchierare con qualcuno. Allora si ritrovava tra persone che non conosceva, indifferenti a lui o quanto meno inconsapevoli della sua presenza finché una di esse non si scostava come per caso e un’altra gli indicava, nel varco che la prima aveva aperto, la maestra che lo stava a sua volta cercando. Dunque avevano solo fatto finta di non vederlo, pensava il bambino, e in cambio dell’ammirata perplessità con cui guardava gli inattesi soccorritori riceveva finalmente un sorriso di riconoscimento non meno intenerito che malizioso.
Ebbe un’idea straordinaria: trovare un fidanzato per Etra! Uno che la sposasse e venisse a stare con loro, ad aiutarla in casa, nell’orto, con gli animali, nello scrivere, perché la donna sgobbava tutto il giorno e perfino la notte, e talvolta, quando veniva a letto, il bambino svegliandosi la sentiva crollare accanto a lui addormentandosi all’istante, come fulminata. Uno che venisse a far la faccia brutta al sindaco se mai fosse tornato a seccarla, che l’accompagnasse da quelli delle case buie per convincerli a mandare i figli a scuola, che le scavasse il pozzo di cui Etra parlava quando sollevava il coperchio della cisterna e storceva il nasino all’odor di cantina dell’acqua che sciaguattava laggiù. Uno bello e allegro come lei ma più alto e forte, che sapesse anche lui tante storie, gli piacesse giocare e amasse le bestiole. Così, Etra sarebbe stata la mamma, l’uomo il papà e il bambino non sarebbe tornato mai più nel posto di prima, dovunque e comunque fosse! Immobile, come incantato, rimirò con gli occhi della mente la simpatica figura che vi era apparsa: il viso era un po’ confuso e in ombra, come se l’uomo non volesse ancora palesarsi del tutto, ma il resto gli era chiaro come se lo conoscesse da sempre. Eppure era la prima volta che pensava a lui!
Ma in quella vide invece un tipo che non gli piacque, vestito in modo stravagante, che ciondolava di qua e di là sorridendo instancabile a tutti e a nessuno. Si faceva largo con quel sorriso, sgangherato ma immobile come una maschera, con gambe che lo portavano come trampoli, dimenandosi in candidi pantaloni di lino troppo larghi e corti dai quali le tibie, le caviglie e i piedi nudi, infilati in gialle scarpette dai tacchi troppo alti, pendevano dondolando come da uno scheletro impiccato, e tra il riso e le gambe fluttuando con tutto il busto in una cotta vaporosa, quasi trasparente, simile a una camicia da notte, con cui la brezza si trastullava come con una piccola nube in un cielo vuoto. Senza meta, quasi che davvero lo sospingesse attraverso la piazza un refolo bizzarro, gironzolava e tornava sui suoi passi, avanzava e arretrava, piroettava e di punto in bianco s’imbizzarriva. Ma non smetteva mai quella gran risata che però non faceva rumore, come se a tutto ciò che gli pareva ridicolo volesse al contempo dar prova di un certo rispetto.
Il bambino lo riconobbe quando gli passò vicino: era Fulvio, il giovanotto con la torcia elettrica e la nera bisaccia a tracolla che non aveva più visto dalla notte del suo arrivo.
La gente non gli prestava molta attenzione: c’era perfino chi del suo passaggio non si accorgeva, la maggior parte non gli dedicava più di un rapido sguardo perplesso. Ma ci fu qualche bambino che gli andò dietro, e il codazzo crebbe, divenne un piccolo corteo. Mentre gli altri piccoli, la maggioranza, non s’interessarono a lui più degli adulti e seguitarono a giocare come se niente fosse. E neanche Fabian lo avrebbe seguito ― era così grottesca, l’idea che Etra potesse accettarlo come fidanzato! ― se non avesse scorto tra il suo seguito Jorge e Carla. Solo che Carla non aveva più l’agnellino ― l’aveva forse venduto, e in piazza c’era adesso chi ne pregustava il sapore? ― e invece si stringeva al petto una sudicia bambolina di stoffa viola con una gran massa di filacci rossi a mo’ di capelli, gli occhioni spalancati e le gambine a penzoloni.
Così, per qualche minuto, Fabian non poté fare a meno di andargli appresso, anche se a una certa distanza. Lo fece per loro, non per Fulvio. Ma poi qualcosa lo distrasse, e rimase indietro...
Una cassetta di pulcini! Tondi, giallo carico, stretti come fiori in un mazzolino, pigolavano senza quasi muovere i beccucci, così flebili che il bambino per un attimo non capì da dove quel suono così tenero venisse. Si accosciò a studiarli, i gomiti sulle ginocchia, la testa fra le mani. Erano decine ma anche un unico essere, un tremulo agglomerato di vita, di tepore e di grazia di cui sarebbe stato bello far parte, potendo rimpicciolirsi e coprirsi di piume. E lui non era il solo a esserne attratto, anche un gatto, un cane e un bambino sbirciavano nella cassetta: il gatto muovendo la coda, sfiorando i pulcini col naso, tentando di sollevarne uno per la collottola e ricevendo perciò da Fabian un buffetto che l’indusse ad allontanarsi senza fretta, con dignità; il cane agitandosi, saltellando avanti e indietro, tornando ogni volta ad annusarli sconcertato, come se non credesse alle sue narici; e il bambino ― sui quattro-cinque anni, una zazzerina crespa che lo rendeva più alto di un buon palmo ― assumendo la stessa posizione del più grande e guardandolo di continuo per accertarsi che frattanto non l’avesse mutata. Finché a un tratto non corse via, facendo piii, e piii, e piii! a squarciagola, e a Fabian venne voglia di imitarlo per far sapere che adesso era un po’ un uccellino anche lui, ma se ne vergognò.
C’era una botticella, accanto ai pulcini, da cui il cane si mise a lappare di gusto l’umidità che ne trasudava. E vicino c’erano un uomo e una donna bianchi piuttosto vecchi, visto che avevano i capelli grigi e il viso pieno di rughe sottili, ma dagli occhi limpidi e allegri come stelle invernali: seduti su uno scalino, lui alla botticella lei alla cassetta, di quando in quando spillavano per qualcuno un boccale di birra o delicatamente infilavano in una bisaccia qualche pulcino. L’uomo sarebbe potuto essere un buon fidanzato per Etra, pensò il bambino ricordandosi della propria missione, ma purtroppo doveva esserlo già della donna accanto a lui, perché ogni volta che non erano occupati si prendevano per mano, si guardavano negli occhi, parlavano fitto, si baciavano, si tenevano stretti come se, per la medesima forza che agiva sui pulcini, fossero due ma anche un unico essere. Rispetto ai pulcini, del resto, l’uomo e la donna non erano meno belli e interessanti: e Fabian, allontanatosi un po’, rimase a guardarli con la vaga speranza che anche loro gli trasmettessero un po’ della propria affascinante peculiarità.
Ma Fulvio gli passò vicino di corsa in silenzio, come una folata improvvisa, sfiorandolo con un lembo della candida cotta o forse con l’aria che smosse. Si fermò di colpo, alle spalle dell’uomo e della donna, e ondeggiò lievemente. I bambini al seguito si immobilizzarono anch’essi con gran tempismo, come se si fossero esercitati a lungo in quella manovra, risero insieme e ondeggiarono così forte che alcuni furono lì lì per perdere l’equilibrio, cosa che li fece ridere ancora di più. Fabian fece due passi indietro, perché non gli andava di stare tra loro, e si ritrovò con Jorge e Carla, che a loro volta si scostarono da lui. Un somaro, da qualche parte, partecipò a tutta la piazza la propria angoscia. Una raffica di vento ghermì lo zampillo della fontana grande, gli diede una buona scrollata e spruzzò di qua e di là persone, animali e cose. Il giovanotto, ondeggiando sempre più piano, si voltò verso l’uomo e la donna restituendo la faccia ilare alla contemplazione del piccolo corteo fermo in ordine sparso davanti a essi; poi, sempre senza emettere suono e guardando i due vecchi, prese a inclinare la testa da una parte all’altra, a far smorfiette con le labbra, le guance, la punta del naso, la fronte, perfino le orecchie, a spalancare la bocca nella solita risata per poi chiuderla di scatto, a far brillare gli occhietti puntuti su di loro, in giro, contro il cielo... Niente di tutto ciò aveva a che vedere con quel che facevano l’uomo e la donna ignari, troppo presi l’uno dall’altra per accorgersi d’esser messi alla berlina; ma i bambini risero a crepapelle, tutti, anche Carla e Jorge; i vecchi si separarono, si volsero, arrossirono; il giovane si allontanò, lieve, dinoccolato, i pantaloni e la camicia gonfi come vele; i bambini ripartirono nella sua scia, sfilando a destra e a sinistra dell’uomo e della donna come una rapida intorno agli scogli; e Fabian, rimasto solo davanti a loro, e come loro in grande imbarazzo, abbassò gli occhi e fece un giro su sé stesso come se un ultimo contorcimento del roteante passaggio di Fulvio e del suo corteo si fosse trasmesso anche a lui.
L’aria, a un tratto, si riempì di polvere di granaglie, ne fece mulinelli, li soffiò di qua e di là per piazza delle Ville a insudiciare i teli, mischiarsi alle vivande, infilarsi nelle nari e sotto le palpebre dei viventi. Le donne corsero a inumidire i fazzoletti nelle fontane per pulire gli occhi dei bambini, in lacrime per non averli chiusi in tempo. Gli uomini, volte le spalle al vento, sembrarono curvi, stanchi, invecchiati di colpo. I colori si attenuarono, il sole si velò, tutto parve desolato, riarso, l’ombra abbandonata dalla frescura, l’acqua opaca di pulviscolo. In un gran silenzio, rotto solo dallo scroscio degli zampilli, per la seconda volta lo sbalordito lamento dell’asino si levò e a poco a poco si spense penetrando nei cuori come un presagio. Ma Fabian cercò con gli occhi Etra, e la vide, laggiù, accanto alle sue cose, voltarsi verso di lui per salutarlo; le rispose, rasserenato; e ogni cosa, sùbito, tornò alla normalità: i sacchi furono chiusi meglio, qualcuno rimproverò chi non ci aveva pensato, qualcun altro rispose per le rime. Si udirono risate, il brusio riprese, la brezza tornò a spirare dal mare, l’aria fu di nuovo frizzante, odorosa, il rumore dell’acqua gentile, l’ombra luminosa, gli alberi come un bosco.
Entrarono in piazza due carri trainati da buoi, carichi di lunghe anfore sottili disposte l’una accanto all’altra, poi un gregge, tumultuoso e belante, scortato da grossi cani lanosi anch’essi come pecore, e poi un gruppo di persone dagli abiti variopinti. Qualcuno, vicino a Fabian, disse che venivano da Palmia.
“Anche per mare, questa volta,” soggiunse un altro.
“Di olio ne ho più che abbastanza del mio,” disse un terzo, “ma quel vinello...”
Erano sia uomini che donne, alcuni dei quali anziani, ma c’erano anche bambini e ragazzi. Avanzarono senza dividersi, raggiunsero l’altra estremità della piazza e occuparono un tratto di corsia su cui cominciava ad allargarsi l’ombra un po’ afosa della chiesa. Allegri, eccitati, chiusero le pecore tra i carri e calarono le anfore parlando a voce alta, ridendo, scoccando in giro le rapide occhiate di sbieco di chi vuol farsi un’idea dell’effetto che produce sugli astanti. Ed erano davvero belli con quegli abiti così colorati, soprattutto le donne! Ma quando Fabian uscì da sotto agli alberi e si avviò verso di loro lungo la corsia, qualcosa gli velò per un attimo il sole: una piccola ombra sul selciato, tenue, allungata, che si muoveva un po’ a sinistra e un po’ a destra, passava su di lui, si scostava, tornava a passare! Guardò in sù, incantato, riparandosi gli occhi, e vide un bianco aquilone dalle code rosse vibrare e tremare nel vento tendendosi verso il cielo.
Da dove veniva? Il filo, teso come se stesse per spezzarsi, saliva da un punto al di là degli alberi. Attraversò di corsa, un bambino fra gli altri che correvano a frotte in ogni direzione, come loro sfrecciò a zigzag fra le persone, le tovaglie, le cassette, i recinti pieni di odori e di trepestii, lanciò un vengo! senza fermarsi alla donna che lo chiamava a mangiare, e in un batter d’occhio fu sull’altra corsia: ma lì il filo era legato alla maniglia di una porta che in quel momento si aprì, ne uscirono ridendo una, due, tre, quattro ragazze grandi dalle lunghe gambe brune, e non c’era nessuno a tenerlo! Le ragazze volarono via, gli occhi che brillavano e fuggivano, le mani a coprire i sorrisi, Fabian si guardò intorno, sconcertato, ed ecco, un altro aquilone era in cielo a fremere e tirare, rosso con le code bianche, e anche quello era legato, ma a un carro vicino alla curva, laggiù, e nessuno lo teneva! Si avviò a quella volta ma guardando indietro, fece cadere un bambino piccolo che si mise a piangere, la sua mamma lo rimproverò, Fabian chiese scusa, s’incamminò di nuovo... e a un tratto gli aquiloni furono tre, ce n’era un altro, blu con le code verdi, che saliva a piccoli scatti, come se ogni pochi metri dovesse superare un gradino, al di là degli alberi, oltre la fontana, non lontano da dove Fabian si trovava quando aveva visto il primo!
Quando arrivò gli aquiloni erano quattro, e l’ultimo, giallo con le code arancioni, era stato appena legato a un ramo d’oleandro da un uomo che ne aveva in mano un quinto, rosa con le code viola:
“Ne vuoi uno?” domandò al bambino sorridendo.
“Ma non ho niente, in cambio...” disse Fabian allargando le braccia.
“Un giorno o l’altro l’avrai...” ribatté l’uomo. “Vieni a scegliere!”
Lo prese per mano ― dura, ruvida, enorme, ma lieve come un ragnetto che dondola appeso a un filo ― e lo guidò fino a un carro sul quale un uomo e una donna di cent’anni, o che tali parvero al bambino, vegliavano su tre piccini che dormivano abbracciati su un pagliericcio. Fabian li guardò a bocca aperta, sbalordito, certo di non aver mai visto persone così vecchie, ed essi spalancarono a loro volta le bocche senza più denti in grandi sorrisi di benvenuto.
“I nonni, Luis e Arianna, e i più piccoli, Miguel, Maria e Luis,” disse l’uomo, mentre i vecchi tentennavano le teste incartapecorite a mo’ di risposta e accarezzavano quelle morbide e rosee dei dormienti ripetendone i nomi. “È ora che si sveglino, i pelandrini, sì. Che si facciano vivi almeno a tavola!... Lei è la donna, Bea, che vorrebbe dire Beatrice,” soggiunse, lanciando un bacio a una signora dagli occhi a mandorla e i capelli corvini che si dava da fare intorno a una stuoia disponendovi piatti e vassoi pieni d’ogni bendiddio e facendo tintinnare i bracciali. “Dalla forma dei suoi occhi capirai quelli dei figli, e in quella dei loro nasi rivedrai il mio!” Sorridendo, la donna rivolse a Fabian un cenno d’invito che l’uomo tradusse: “Proprio come pensavo!” esclamò. “Resterai a pranzo, se ti va! E se papà e mamma sono d’accordo... Quello è Marcelo, il primogenito,” disse poi, guardando con occhio non meno fiero che burbero un ragazzo sui vent’anni dai capelli lunghi fino alle spalle, robusto come un torello ma dagli occhi dolci e sognanti come quelli di una fanciulla, che dietro una variegata distesa di frutta e verdura dava retta a cinque donne insieme con la calma e la competenza di un musicista perfettamente padrone dello strumento. “E questa è Arianna, la seconda, con cui fanno cinque,” concluse l’uomo. “Ha la tua età, se per caso ne hai dieci. È lei la fatina degli aquiloni.”
“Io non ce l’ho, papà e mamma...” sussurrò Fabian. Ma non badava a quel che diceva. Guardava la bambina, che l’uomo, accosciatosi, stringeva a sé suscitandone le garbate proteste per il rischio a cui esponeva il suo precario equilibrio: seduta per terra a gambe incrociate, intenta a rifinire un nuovo esemplare tra decine di listarelle di legno di varie lunghezze e una quantità di ritagli di stoffa di tutti i colori, cercava al contempo di manovrare a seconda dei ghiribizzi del vento i ciottoli levigati che aveva disposto sui ritagli perché non volassero via anzi tempo. “Li hai messi tutti, papà?” domandò, non meno indagatrice che giudiziosa.
“Tutti!” ripose l’uomo. Si sarebbe detto che poche cose o nessuna fossero più piacevoli, per lui, del dir di sì a quella bambina. “E ti ho anche portato il primo cliente!”
“Ma io non ho niente da dare in cambio...” ripeté Fabian.
“Venite, dai!” li chiamò la donna, seduta in posizione strategica accanto alle vivande; nonni e nipotini infatti erano scesi dal carro: prima Luis, con sorprendente agilità, poi i piccoli, che stropicciandosi gli occhi passarono a uno a uno dalle braccia della donna a quelle dell’uomo, infine la nonna, con qualche difficoltà e molti sospiri e deplorazioni della vecchiaia, ma aiutata da tutti gli altri finché non fu al sicuro.
“E chi si occupa di te, giovanotto?” disse l’uomo. “I nonni?”
“La maestra.”
“La maestra! Ma allora sei il bambino del mistero!”
“No, signore. Mi chiamo Fabian!”
L’uomo scoppiò a ridere.
“Vai, sù! Fa’ presto!” disse. “Domandale se puoi restare a mangiare con noi! E dille che venga anche lei, se vuol farci onore! Dille che glielo chiede José, il verduraio, con tutta la famiglia!”
Tutti pranzavano, ora, e i baratti erano sospesi. Anche agli animali era stato dato da mangiare, e ai cavalli ― come ai due morelli di José dagli occhi lustri e affettuosi, legati a un albero non lontano dal carro ― erano state sospese alle orecchie delle borse di foraggio in cui il muso fremeva come una mano sotto la vesticciola di una marionetta. Dai bracieri salivano fumi di carne, di pesce, di salse, di soffritti, di spezie, di pan secco che tornava croccante sulle graticole. I cani si raccomandavano uggiolando, i gatti strusciavano sulle gambe nude delle donne. Il buon umore era al culmine, e l’aria così quieta e leggera nella calura che il bambino si domandò se gli aquiloni di Arianna sospesi sui quattro angoli di piazza delle Ville potessero pian piano sollevarla senza far cadere nulla e portarsela via sul mare con tutto ciò che conteneva.
Quando vide Etra, accoccolata anche lei vicino ai suoi acquisti e alle vivande che non aveva toccato senza di lui, il bambino le volle così bene che gli vennero le lacrime agli occhi. Cadde fra le sue braccia piangendo, e alle domande allarmate della donna non poté rispondere che protestando fra i singhiozzi che niente gli era accaduto, niente gli faceva male da nessuna parte, le voleva bene e basta!
“E piangi, perché mi vuoi bene?” disse Etra, meno divertita che preoccupata. “Sei triste?”
“No...”
“E se ti faccio così?... E così?... E così?...”
Scalciando e raggomitolandosi, Fabian resistette a una tempesta di baci e solletico che lo lasciò senza fiato. Ma il groppo in gola non se ne andava, broncio e lacrime erano ancora lì, riaffioravano fra le risate, ogni volta bisognava ricacciarli indietro prima che si vedessero. Finché non riuscì a invocare una tregua, la voce che gli veniva meno per lo sforzo di immobilizzare quelle formidabili manine, e la donna subito gliela concesse e la suggellò con un bacio sulla fronte. Si abbandonò tra le sue braccia con un sospiro, rovesciò la testa all’indietro fino a sfiorare il selciato con la nuca e gli parve di essere al tempo stesso lì e lassù, al di sopra delle chiome degli alberi, così in alto che i suoi occhi sfioravano con le ciglia le macchioline di colore degli aquiloni incastonate nel cielo come i piatti di maiolica smaltata sotto le bifore del campanile. Una parte di lui volava con loro, minuscola, remota, e guardarla era bello, anche se era triste non poter arrivarci davvero: così avrebbe detto, il bambino, se fosse stato capace di pensare ed esprimere la sensazione che ci fosse in lui un luogo che neanche Etra poteva raggiungere, dove neanche le sue piccole dita potevano arrivare a frugare e far ridere. Ma una cosa era certa: era lì che il voler bene faceva male e faceva piangere, e questo sì che era davvero un mistero!
“Non hai fame?” domandò la donna, liberandogli la fronte dai capelli con una carezza.
“Maestra?”
“Dimmi!”
“Non sono riuscito a trovarti un fidanzato!”
“Ma guarda!” disse la donna. “E perché me lo volevi trovare, impiccioncino che non sei altro?”
“Perché così ti aiuta! Per volerti bene!”
“E non ci sei già tu? Ho trovato te, Fabian! A che mi serve un altro?”
“Io non ti voglio abbastanza bene!”
“Cosa cosa?! Non mi vuoi abbastanza bene?! E se ti dicessi che a me mi basta? E che mi avanza pure?”
“Io non sono forte come ci vorrebbe! E poi mi metto a piangere, invece di essere contento!”
“Oh, mamma mia!” esclamò la donna, commossa, cercando di arginare a forza di baci la pioggerella che aveva ripreso a venir giù lungo le sue guance. “Ma da dove sei venuto, tu, si può sapere? Dove me l’hai comprati questi pensierini così teneri, eh?... Trovarlo, caro mio, un fidanzato che ti dice delle cosine così!”
“Ma perché, maestra? Perché non son contento tutto?”
“Amore mio dolce! Ti è capitato qualche guaio, ecco perché! Da solo, di notte, in un luogo sconosciuto, senza saper nulla: nessuno potrebbe tornare tutto contento in quattro e quattr’otto, dopo un’esperienza così! Ma adesso sei qui con me, e tutti ti vogliono bene: piano piano ricorderai, capirai, e a poco a poco tutta la malinconia del tuo cuore si asciugherà come queste lacrime sul tuo visetto!”
“Ma perché non mi ricordo già?”
“Non lo so, Fabian. Forse perché è una cosa grande, e complicata. Che non si può ricordare e vedere subito, tutta in una volta. Avrai bisogno di tempo, di un po’ di pazienza... e di tanti bacini e carezzine!”
“Hai visto che c’è Fulvio?”
“Sì, amore mio...”
“Certi bambini ridono, ma io no.”
“Bravo!”
“Perché mi fa un po’ paura, non perché sono bravo!”
“Si è bravi in tanti modi, Fabian. A volte, anche avendo paura. Ma ad Anticoli non devi averne, né di lui né del sindaco né di altri: siamo amici, qui, ci vogliamo bene, e non abbiamo paura di nessuno!”
Da qualche parte un cavallo nitrì. Le campane della chiesa, che da ore tacevano, tornarono a farsi sentire. Dai tetti le rondini spiccarono il volo a precipizio, stridendo da un lato all’altro della piazza. A un tratto il bambino ricordò quel che era venuto a dire alla donna: gli aquiloni, le nuove conoscenze fatte, l’invito a pranzo esteso anche a lei...
Un attimo e Fabian era di nuovo dal verduraio José, con le scuse di Etra per aver preferito pranzare con un’amica, un regalo della maestra ― una storia intitolata La principessa dell’isola, le cui prime parole erano: “Secoli orsono una bellissima ragazza venne confinata sulla Soga dai genitori, ricchi proprietari anticolani, perché si era innamorata di un uomo che a loro non piaceva...” ― e da parte sua tutto l’appetito che gli era cresciuto dentro nel corso della mattinata.
“Una gran donna, la maestra!” disse José, porgendogli una fetta di pane nero e un piatto di uova sode, salumi, formaggi e olive. “Arianna lo sa già, e Miguel lo saprà da ottobre... Eh, Arianna?”
La bambina confermò con un sorriso. Mangiando guardava di continuo la sua stoffa colorata, timorosa che il vento gliela portasse via.
“Se vuoi mi vado a sedere lì...” propose Fabian, indicando i ritagli.
Arianna si schermì con un altro sorriso e una sbirciatina, ma gli adulti si profusero in ringraziamenti.
“Non vedono l’ora di volare!” disse il padre. “Ma non si azzardano, senza il consenso della loro fatina.”
Mangiarono e bevvero con tanta allegria ― anche i vecchi, ai quali la figlia sminuzzava ogni cosa fino a farne una poltiglia ― che agli occhi di Fabian pieni di ammirato stupore José e i suoi assunsero le sembianze di una famiglia di maghi che con invisibili acciarini sprizzavano scintille di divertimento da tutto ciò che toccavano. Eppure non facevano niente di speciale: José cingeva le spalle o la vita di Bea e la baciava ogni volta che lei o lui aprivano bocca, nonno Luis faceva con delicatezza lo stesso nei confronti della nonna, le due donne commentavano ogni parola o gesto dei mariti con leste quanto sommesse considerazioni che chissà perché si tramutavano in gomitate reciproche e risatine, gli uomini traevano da un repertorio inesauribile facce, caratteri, situazioni che parevano congegnati per far morire dal ridere senza che vi fosse bisogno di comprenderli del tutto, i bambini si scambiavano buffonerie e spacconate a cui Fabian non osava associarsi che abbandonandosi a risate omeriche in formato ridotto dopo un’occhiatina alle reazioni degli adulti. Mentre Marcelo e Arianna, l’uno cercando con calma e dignità di sembrar forte, saggio e fantasioso quanto il padre ― e agli occhi dell’ospite riuscendoci alla grande ― l’altra arrossendo di tutto ciò che la faceva sorridere come se niente apparisse mai irreprensibile a una sensibilità come quella che il padre non perdeva occasione di apprezzare in lei, contribuivano al buon umore generale in forma più composta e garbata e lo arricchivano così di un controcanto che lo rendeva ancor meno resistibile... Niente di speciale, no, ma tutto abbastanza magico perché Fabian cadesse in uno stato di irriducibile e beata ilarità che se fosse stato più grande avrebbe paragonato a una leggera, piacevole ebbrezza. Simile forse a quella del cielo, verso il quale spiccava il volo con lo sguardo quando esausto dal ridere si sdraiava supino, e che gonfie e candide nubi evocate dalla calura solcavano, facendo abbassare gli aquiloni come se ne avvertissero il peso, in direzione del mare che le avrebbe dissolte.
Poi, in tutta la piazza, il riso si placò, gli scoppi di voce cessarono, il brusio delle conversazioni si affievolì fin quasi a dissolversi nel fruscio del vento, nel mormorio dell’acqua. Uomini e donne si scrollarono le briciole di dosso e dalle tovaglie a vantaggio degli uccelli, misero a bagno le stoviglie e si stesero gli uni accanto alle altre ― un involto o un omero a far da guanciale, un fazzoletto sugli occhi a proteggerli dal baluginio della volta arborea ― annusando un mazzolino di basilico o di mentuccia fino ad addormentarsi placidamente. Perfino nei bambini s’insinuarono ipnotici il silenzio e l’immobilità generale, e fondendosi col rispetto che era stato loro insegnato per il riposo degli adulti li resero più calmi, meditativi, inclini a chiacchierare a mezza voce, a canticchiare tra sé, a dedicarsi a giochi la cui caratteristica comune era di assomigliare a delle garbate pantomime. E per un’oretta, così, all’incantesimo dell’allegria subentrò l’altrettanto irresistibile sortilegio della sazietà, della sonnolenza, del piacere di chiudersi in sé stessi abbandonandosi al quieto e soave viavai dei ricordi, delle immagini, degli affetti che accarezzano e cullano la mente.
In quel tempo sospeso Arianna fabbricò altri aquiloni: senza dar segno di disagio per l’impegno con cui Fabian studiava i suoi gesti mentre l’aiutava a tener ferma la stoffa e le porgeva ciò che le serviva, ma anche senza dargli confidenza né rivolgergli la parola se non per qualche indispensabile richiesta o indicazione. Aveva una bella vocetta, seria, sommessa, decisa come quella di una posata donnina di almeno il doppio dei suoi anni, e così melodiosa che al bambino, quando dopo un lungo silenzio gli chiedeva finalmente qualche piccolo piacere che ogni volta pareva troppo modesto al suo nascente desiderio di cimentarsi per lei in grandi imprese, sembrava proprio quella di una fata che dolcemente lo scuotesse dall’incantato torpore in cui la sua attenzione rischiava di stemperarsi. Una voce che trillava nella sua mente e nel cuore come un trasalire di contentezza, come un lieto presentimento, come se dal dormiveglia in cui pian piano cadeva contemplandola un bel sogno salisse a lui e un campanellino lo avvisasse del suo imminente inizio. Così che gli parve davvero di sognare quando José, sbadigliando e stirandosi, venne a sedersi vicino alla figlia e tra i due ebbe inizio una conversazione che fu anche una commediola, un piccolo rito, un mistero a cui Fabian per qualche minuto non poté assistere se non andando su e giù dinanzi a loro, alzandosi e tornando a sedersi, guardando e distogliendo gli occhi, incantato da ciò che vedeva e udiva e già vergognandosi perché le sbirciatine che Arianna continuava a lanciargli, quell’aria di recitare per lui, quel tono allusivo, che cosa potevano voler dire se non che da un momento all’altro l’avrebbe chiamato a partecipare?
“Papà,” domandò la bambina, “mi racconti com’è sugli aquiloni?”
“Eh, tira un gran vento lassù!” disse l’uomo. “Un vento che a volte fa piacere e a volte no. Che quando aiuta e quando intralcia. Che prima ti porta, quasi gentile, e poi, a un tratto, vuol portarti via...”
“Tu ci sei stato, vero, papà?”
“Certo!” rispose José. “Ci sono stato prima che voi nasceste, quando non conoscevo ancora la vostra bella mamma. Quando invece di farli con lei andavo in cerca di bambini perduti dagli altri.”
Subito, udendo le voci del padre e della sorella maggiore, Miguel, Maria e Luis smisero di giocare e vennero a sedersi davanti a loro. Solo Fabian rimase in piedi, turbato.
“C’erano, a quei tempi, nelle case buie” continuò José, “genitori che smarrivano i bambini. Così, senza farci gran caso, come si perde ogni giorno qualche capello. O che fingevano un gran desiderio di andare a spasso con loro e poi, lontano, appena i figlioli si fermavano a guardare un fiore o una farfalla, li lasciavano lì e se ne andavano, scappavano a gambe levate con gli indici nelle orecchie!”
“E cosa gli succedeva a quei poveri bambini, papà?” domandò Arianna. “Morivano di fame?”
“Né di fame né di sete né di freddo, perché cominciavano subito a rimpicciolire e non si fermavano più: diventavano sempre più piccoli, sempre più piccoli, sempre più piccoli,” e così dicendo il verduraio si rattrappì con sorprendente efficacia, fino a sembrar minuscolo lui stesso, “e dopo un’ora un chicco di grano bastava a nutrirli, una goccia di rugiada a dissetarli, una foglia a proteggerli dal freddo, la tana abbandonata di un grillo a fargli da casa. Finché, a furia di restringersi...”
“Diventavano piccoli come formiche?”
“Anche di più!”
“E se qualche animale se li voleva mangiare?”
“Proprio per questo dovevamo arrivare prima noi Cercatori. Battevamo i boschi, le campagne, i monti, le valli, le isole, le rive dei fiumi. Quando eravamo stanchi, subito un’altra squadra ci dava il cambio. E quando trovavamo un bambino o una bambina sperduti, per prima cosa li abbracciavamo, li tenevamo stretti, gli dicevamo mille cose affettuose, rassicuranti. Così cominciavano a ricrescere! Non sempre era facile, dipendeva da quanto si erano spaventati e avviliti prima che arrivassimo. Ce ne voleva, a volte, per convincerli che erano in salvo. Ma poi, chi prima e chi dopo, tutti si rasserenavano, e a quel punto in un’ora o due tornavano come prima. Allora li mettevamo in carrozza ― una carrozza principesca, coi finestrini di cristallo e i cuscini di seta ― e senza smettere di coccolarli li riportavamo a casa.”
“Perché?” intervenne Fabian.
“Perché i papà e le mamme potessero salvarsi. Gli si rimpiccioliva il cuore, a mano a mano che lontano da loro gli diventavano piccoli i bambini. Solo che i bambini li poteva salvare chiunque gli volesse bene, mentre i genitori non potevano curarli che i figli, e soltanto se riuscivano a farsi perdonare. Altrimenti il cuore gli diventava un sassolino nero, non più grande di una cacchetta di topo e non più morbido di un nocciolo di ciliegia. E allora non c’era più niente da fare.”
“E se il papà e la mamma,” domandò Arianna, “quando rivedevano i figli, gli facevano le facce brutte?”
“Allora ce li riportavamo via e li affidavamo a qualcun altro. A qualcuno che gli volesse bene.”
“Come Etra?”
“Proprio così.”
“E se invece non riuscivate a trovarli? Se ci mettevate troppo?”
“A volte accadeva. Anche un bambino sperduto gioca, come tutti i bambini. Se non è buio, se la giornata è bella, se non si sentono strani rumori e non gli fa male la pancia né altro, l’immensa Natura lo distoglie dal dolore, per un minuto o per un’ora glielo fa dimenticare: lo prende tra le braccia delle montagne, lo stringe forte al petto della terra, volge su di lui lo sguardo del cielo, gli fa sentire il battito del tempo, il respiro del vento, la voce del mare, gli odori dell’aria; lo accorda con tutte le cose che non hanno vita e non sentono, e se lo porta via insieme a esse. E per quanto non possa impedirgli di rimpicciolire, poiché anche questo accade per legge di Natura, può almeno far sì che per un minuto o per un’ora non ne soffra più di una pietruzza che rotola giù da un monte con la frana. E in quel tempo il bambino sperduto gioca, ruzza, si rotola tra l’erba come un gattino, corre ad acquattarsi, fugge come se fosse atterrito, insegue come se fosse temibile. E così, senza accorgersene, a poco a poco si allontana dal rifugio e continua a rimpicciolire, e più si fa piccolo più s’allontana da tutto e da tutti...”
“E allora cosa gli succedeva?”
“Diventava così piccolo che la prima raffica di vento lo portava via fino in cielo, sempre più sù. Ma a quel punto entravo in scena io! Era questa la mia specialità, per questo ero stato addestrato: volare su un aquilone a salvare i più piccini, quelli che altrimenti finivano nel becco di un uccello, o in un granello di ghiaccio nella stratosfera come moscerini nell’ambra. Per questo ero diventato adulto senza crescere, perché avevo sempre desiderato di far da grande questo mestiere: volare sugli aquiloni a salvare i bambini così sperduti che più niente poteva trattenerli sulla terra. Ma un giorno, come capita a tutti quelli che prestano servizio sugli aquiloni, non ce l’ho fatta più a frenarmi: ho ripreso a crescere, anche se non volevo ― non potevo mica sapere che di lì a poco in compenso avrei incontrato la vostra bella mamma e insieme a lei avrei messo al mondo voi! ― e ben presto ho dovuto passar la mano a qualcun altro...”
“Qualcuno c’è sempre, vero, papà?”
“Sì, bella figliola, qualcuno c’è sempre.”
“E com’è in cielo, papà?”
“Devi essere robusto come un toro, anche se piccolo come un grillo, perché lassù tira un vento così forte, a volte, che la stoffa si lacera e l’aquilone precipita e si schianta fra i rami di un albero, o in un cespuglio, o sulla dura terra. Puoi morire, facendo il Cercatore, e per non morire devi essere forte: tenerti stretto alle listarelle, pancia a terra come una formica, e resistere a tutto ciò che il vento porta: l’aria stessa, così aguzza che pare fatta di spilli; la pioggia, che ti schiaffeggia e ti piglia a calci senza vederti, come un gigante ubriaco; la neve, che sembra delicata, impalpabile, e a poco a poco fa di te una polena di ghiaccio a prua dell’aquilone; la nebbia, che non ti lascia vedere più nulla e da cui puoi sbucar fuori all’improvviso scaraventato dal vento contro una parete di roccia. E in estate il solleone da cui niente ti ripara, che oscura gli occhi, perfora il cranio, istupidisce, ti strugge in sudore che cola dal ciel sereno. È un lavoro tremendo, cari miei, certe volte, e più lo è più tu sai che non devi fallire!
Ma per fortuna la maggior parte dei giorni sono belli, alle nostre latitudini: puoi stare in piedi come un marinaio sul ponte di una nave, guardare l’orizzonte a testa alta, scendere e risalire con la brezza come sulla cresta di un’onda. Vedere il mondo così vasto, minuto, sottile, così complesso da non sentirti più solo umano, poiché un essere umano non lo vede mai così: sentirti un uccello, o un insetto... E poi, a un tratto ― mentre senti tutto ciò, e altro ancora che non saprei descrivervi, ma non per questo permetti che la tua attenzione si attenui ― ecco che vedi un bambino ormai minuscolo, non più grande di un’ala di coccinella anche ai tuoi occhi da grillo, fluttuare nell’aria come una piuma veleggiando dolcemente verso chissà dove. L’emozione è immensa! Ma non c’è tempo da perdere, devi esser pronto, acchiapparlo subito, perché un colpo di vento può ghermirlo e portartelo via lontanissimo in men che non si dica, prim’ancora che tu possa capire che direzione abbia preso! Rapido, dunque, metti mano alle corde e dirigi verso di lui, o di lei, cercando di arrivare dall’alto per farti schermo dell’aquilone al vento e al sole; e planando ti vai a mettere in punta, allarghi le braccia, lo chiami perché si prepari, senza alzar troppo la voce per non spaventarlo ancora di più ― poiché impaurito dev’esserlo già, e non poco, dacché non sente la terra sotto i piedi e le rondini fendono l’aria intorno a lui stridendo, col becco spalancato ― ed ecco, è sul tuo petto e lo abbracci con delicatezza, piccolo, tenero come un micetto appena nato, e badi a non stringerlo troppo ma anche a non lasciartelo sfuggire, e a star saldo, a non barcollare, perché se perdi l’equilibrio precipitate tutti e due, e a perderlo basta anche solo perder la calma appena un po’; ma al tempo stesso devi sbrigarti, tornare a terra più rapidamente che puoi, perché il bambino fra le tue braccia comincia subito a ricrescere, e se il tuo affetto è potente e lui di età è grandicello, fra tutti e due potreste arrivare a pesar troppo, per l’aquilone, se vi attardaste in cielo più d’un paio di minuti. Ma tutto va bene, evviva! ― va sempre bene, a quel punto, perché ciò che davvero conta ed è difficile è arrivare a quel punto ― e atterrate sani e salvi, e la gioia che provi è quasi pari a quella di diventar padre tu stesso...”
Fabian, intanto, preso dalla storia, si era seduto anche lui e ascoltava a bocca aperta, accoccolato con Miguel, Maria e Luis nella minuscola platea che le parole di José e le domande e gli sguardi di Arianna fornivano di palcoscenico e quinte e cingevano d’invisibili pareti, oltre le quali la piazza ― ma non gli aquiloni, protesi come le mani di un bimbo che chiede d’esser preso in braccio ― si nascondeva entro la sua stessa moltitudine e il suo brusio come dietro un sipario di velluto. Non era più così intimidito, ora che si era reso conto che né il padre né la figlia volevano farlo entrare nella loro piccola recita. E poi, qualunque fosse la sua età, non era mica piccolo come Luis e Maria, e neanche come Miguel: sapeva bene che quella che José stava narrando e Arianna fingeva di prendere per oro colato non era che una fiaba! Ma al contempo sapeva che era più che una fiaba per lui ― trovato fra gli ulivi, nel cuore della notte, da una donna ch’era forse una Cercatrice come lo era stato José, se lo era stato sul serio ― tanto che mentre l’uomo parlava si sentiva rimpicciolire e portar via dal vento coi bambini sperduti, lassù, fra le rondini e gli aquiloni, e affinché nessuno se ne accorgesse rimaneva immobile, serbava un’espressione impenetrabile, e malgrado ciò a un certo punto era stato lì lì per domandare a José se sapesse qualcosa di lui, dei suoi genitori, della sua vita fino ad allora, ma poi non ne aveva avuto il coraggio. Forse, una volta o l’altra, avrebbe osato chiedere ad Arianna...
“Ma voi Cercatori, papà,” disse lei, “potevate adottarlo un bambino, se i genitori non lo volevano più?”
“Certo!”
“E tu chi di noi hai adottato?”
“Nessuno!” rispose l’uomo.
“E perché?”
“Perché sono anni che ad Anticoli e nei dintorni non si perde nessun bambino.”
Stava per dire altro, si vedeva, ma dovette interrompersi: come uscendo di sotto terra, il testone luccicante di Fulvio sbucò pian pianino dietro la sua mano posata sulla spalla di Arianna e cominciò a bisbigliarle all’orecchio muovendo le labbra prominenti, guardandosi intorno con la coda dell’occhio, inarcando le sopracciglia fin quasi all’attaccatura dei capelli come se lì fossero legati dei fili invisibili che lo tenevano sù. Fu José il primo che si accorse della sua presenza. Ma subito anche Arianna ebbe un sussulto, e Fabian immaginò con disgusto che l’alito dell’uomo le avesse fatto il solletico all’orecchio.
Dov’era sparito dopo che l’aveva visto disturbare gli innamorati dai capelli bianchi? Come era arrivato alle spalle di Arianna e di suo padre senza farsi scorgere? Da quanto stava lì, ripiegato su sé stesso come una marionetta caduta? Come faceva a nascondere il resto del corpo dietro la piccola Arianna?
“Ma che dici? Non capisco niente!” gli chiese la bambina stringendosi al padre, e nello stesso momento si udì una gran risata. Arianna alzò gli occhi, sorpresa, ma subito arrossì, distolse lo sguardo: intorno ai suoi fratelli e a Fabian, il corteo del saltimbanco rideva di lei applaudendo e saltellando, gongolante per lo scherzo ben riuscito. Fabian riconobbe alcuni bambini che seguivano il giovanotto da quando era entrato in piazza ― fra i quali Jorge e Carla, non più in disparte ― e altri che si erano aggregati da poco: il gruppetto si era ampliato, gli parve, e comprendeva assai più bambine che all’inizio.
“Che cosa vuoi da me?” domandò Arianna, calma, con la sua vocetta da brava donnina. Incerta, tuttavia, scoccò al padre uno sguardo stranito che chiedeva consiglio. L’uomo non disse nulla, non fece altro che stringerla a sé con quella sua manona delicata; eppure Fabian ne fu rincuorato solo a vederlo.
Anziché risponderle, Fulvio si fece tirar sù dai fili invisibili pendendo di qua e di là, gonfiandosi come un mantice, alzando a poco a poco la voce. Parlava una lingua sconosciuta, o forse nessuna: buttava fuori un miscuglio sonoro, un parolume senza senso (eppure i caricaturali mutamenti d’espressione del suo viso e le risate dei piccoli ammiratori sembravano indicare che un senso, per lui e per loro, quei suoni lo avessero...) e intanto seguitava a guardare Arianna con gran sussiego, e Arianna lui con l’aria invece più incredula che Fabian avesse mai veduto. Ma il pagliaccio non se ne dava per inteso, anzi: prese addirittura a dimenarsi, dinanzi alla bambina, e continuando a parlarle di nulla piroettava e saltava, scalciava in aria e allargava le braccia, chiudeva gli occhi e si abbracciava da solo!
Fabian a un tratto non ne poté più di quello spettacolo, delle risate, di star lì, di non vedere la maestra vicino a sé: “Ciao! Grazie! Ciao!” gridò, senza guardarli, alla volta di Arianna e dei suoi. E mentre salutava era già in piedi, scappava via, volava per la piazza sfiorando gli arcobaleni di stoffe, di pelli e di coralli pendenti dai rami degli alberi e dalle stanghe dei carri, le pose meditabonde dei giocatori di scacchi, le palette scacciamosche delle venditrici di torte, il beccheggiare fra luce e ombra delle amache e delle altalene, i passi di danza delle ragazze sulle note del violino e della fisarmonica, gli ampi gesti e le pipe sospese tra cuore e cuore dei conversatori più anziani... Ecco, aveva ancora nelle orecchie l’eco di quel Ciao! ed era già tra le braccia di Etra, seduta sul bordo della fontana grande:
“Finalmente, vagabondo mio!” disse la donna baciandolo, confortando con uno sguardo affettuoso e attento l’inquietudine che scorgeva nel suo. “Che cosa ti è successo?”
“Ma perché c’è quel pagliaccio, maestra?”
“Neanche tu lo vorresti, eh?”
“Lo incontro sempre! Non ne posso più!”
“Se n’andrà, vedrai; così com’è venuto se n’andrà. Dice che l’ha chiamato il sindaco per divertirci, pensa un po’! Ma noi ci divertiamo molto meglio senza, e prima o poi la capiranno...”
“Maestra, mi scappa la pipì!”
“Avrei dovuto dirtelo, amore mio, e invece continuo a dimenticarmi che sei nuovo di Anticoli: che brava che sono! Nella Piana, dietro la chiesa: i gabinetti pubblici sono lì.”
“Mi accompagni, però?”
“Sicuro!” disse la donna, con una sbirciatina scrutatrice.
Com’era bello camminare con lei dandole la mano, starle vicino, guardarla, udire la sua voce! Non se n’era mica dimenticato, certo che no: solo un pochino, perché aveva visto e sentito tante cose! Quanto gli piaceva che non andasse troppo di corsa, ma neanche troppo piano! Che per dirgli qualcosa si chinasse, e facesse lo stesso per ascoltare lui! Che quando la chiamava gli rispondesse subito, tutte le volte! Che i loro occhi si trovassero sempre! E poi gli piaceva il palmo della sua mano, morbido e fresco come mollica di pane. La gonnella sventolante. Il suono dei passi sul selciato. I piedini sempre in movimento, anche quando stava ferma. I riccioli neri, saltellanti sulla sua nera fronte. Che tutti la guardassero con piacere, che tutti le sorridessero... Non fosse stata l’urgenza che lo tormentava, ormai così intensa da impacciarlo nei movimenti, gli sarebbe piaciuto che quella passeggiata non finisse mai!
Vide di nuovo Fulvio e il suo corteo agitarsi e schiamazzare sul lato opposto della piazza disturbando un giovane pittore, poco più che un ragazzo, le cui tele piene di colore facevano un bel contrasto con l’assolato muro bianco al quale erano appoggiate: vide o gli sembrò di vedere, mentre camminando si voltava lasciandosi guidare dalla mano della donna, il buffone tracciare enfatici sgorbi a mezz’aria con un pennello immaginario, annusare o forse leccare i dipinti con l’espressione di un gatto stomacato, fingere di sfregiarli, di fracassarne uno sul capo dell’artista... Ma quando Etra avvertì la sua leggera resistenza e si fermò per guardare anche lei, subito il bambino distolse lo sguardo e si rimise in cammino: “Non lo voglio più vedere!” disse, serio e risoluto come un adulto, e la trascinò via.
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