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Il Mondo dei Bambini

 

di Luigi Scialanca

 

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Luigi Scialanca, "Anticoli Corrado vista dal mare", bitmap, 1992 (particolare)

Luigi Scialanca, Anticoli Corrado vista dal mare, bitmap, 1992

4. Il duomo di Anticoli

 

A poco a poco l’ombra della chiesa colmò il pian terreno delle case sul lato opposto della piazza. Le persiane cominciarono a spalancarsi sui sorrisi delle vecchie che si affacciavano, come benevoli spettri dalle finestre dell’aldilà, sui loro cari appena lasciati. Rincasava chi per gli anni era più lento e incerto, e le famiglie che per tornare alle fattorie di campagna o ai villaggi lungo la costa dovevano mettersi su un carro o su una barca e non volevano farlo col buio. Come a riempire i vuoti, la brezza dal mare ingrossò all’improvviso, ingolfandosi nel vicolo per la Piana proprio mentre ne tornavano la donna e il bambino e quasi spingendoli fuori di corsa, la gonna di Etra gonfia di vento, i capelli davanti al viso, la camicetta di Fabian sventolante come una vela. Ne scamparono come da un torrente in piena, addossandosi all’alto basamento corroso del duomo a guardare gli alberi dimenarsi, la gente contendere le cose alla raffica, le rondini fuggire a precipizio dal campanile e dai contrafforti; poi le campane suonarono a distesa, stonate, violente, come se qualcuno si scalmanasse da una fune all’altra strappando e mollando; un uomo rise, un altro si arrabbiò e a squarciagola gridò basta! alla volta della chiesa; ma lo scampanio proseguì finché ogni suono ne fu celato o affievolito tranne le strida delle rondini; e il bambino, vedendone alcune volar via dal portale e da uno squarcio nel grande rosone che lo sormontava, scoprì che dall’uno come dall’altro si scorgeva l’azzurro del cielo, perché il duomo non aveva tetto.

 

“È venuto giù più di duecento anni fa,” spiegò la maestra. “Si sarebbe dovuto ricostruire, perché così la chiesa ha continuato ad andare in rovina; ma già a quel tempo non sapevano più come fare...”

 

“E perché quel signore suona tutto il giorno?” disse Fabian.

 

“Perché vuole che la gente vada in chiesa.”

 

“A fare che?”

 

“Non lo so. E neanche lui, credo...”

 

“Ma tu lo conosci?”

 

“Un po’. Deve aver l’età mia, anno più anno meno... Si chiama Peter.”

 

“Andiamo a vedere? Così è contento!”

 

Entrarono tenendosi per mano, dopo l’alta scalinata piena di gente e il sagrato deserto, bianco, ancora tiepido di sole ― il bambino avanti, eccitato, la donna rallentandolo con una fermezza che le era nuova nei suoi confronti ― ma quasi subito dovettero fermarsi perché il pavimento finiva a pochi passi dalla soglia: la navata centrale era sprofondata cinque o sei metri più in basso, più o meno al livello della piazza, e al suo posto ― delimitata a sinistra e a destra dalle intatte navate laterali e da due file di possenti pilastri, ognuno dei quali protendeva verso la fila opposta un moncherino della volta crollata ― si stendeva un’immensa cavità ricoperta da una fitta vegetazione.

 

A Fabian sembrò una piccola valle, chiusa tra alti picchi sotto un cielo angusto, lontano, azzurro come il mare. Non le mancava che il chioccolio di un ruscello, fra le macerie della volta e del pavimento marmoreo mutate dal tempo in macigni e pietrisco, ma in compenso aveva zolle, erba, fiori, cespugli; perfino dei pini e degli ulivi, qua e là, e dei peschi disposti in brevi filari; e uccelli che volavano e cinguettavano tra gli alberi, e un tubare di colombe dagli anfratti nelle mura; e poi un orticello, un pozzo, un recinto per le pecore da cui si levavano teneri belati, un pollaio dove cantava un gallo! Ma la cosa più incantevole era che in fondo alla chiesa ― in lontananza, pensò il bambino ― due scale di pietra scendevano nella valletta dalle navate laterali; che là, al centro dello spazio verso il quale le scale convergevano, c’era una casetta di legno dal tetto di paglia che sembrava la dimora di una fata o di una strega, e appoggiato a essa, come un vecchietto bisognoso di sostegno, c’era un fico annoso, dai rami contorti; e che Jorge e Carla erano lì, ora, l’uno accanto all’altra davanti all’uscio come i buoni fratellini delle fiabe.

 

Carla, poi, aveva di nuovo l’agnellino in braccio! Dunque non l’aveva dato via: gli voleva bene! Invece avevano lasciato il pagliaccio: ma per sempre o solo per un po’? Fabian trascinò la donna lungo la navata sinistra, e poiché i due bambini li seguivano con gli occhi, si decise dopo qualche esitazione a fargli un cenno con la mano. Ma quelli non restituirono il saluto, e come sentinelle che vedano avvicinarsi degli sconosciuti seguitarono a puntarli con i visetti pallidi e affilati, osservandoli ― scoprì Fabian quando furono più vicini ― con un’identica espressione di pensieroso distacco e insieme di preoccupazione che li rendeva ancor più somiglianti: erano fratelli, quei due, l’aveva già immaginato e adesso ne era certo!

 

Un uomo sbucò da una porticina in fondo alla navata, mise giù un secchio e venne loro incontro sorridendo, a braccia aperte. I palmi delle sue mani erano rossi come peperoni, notò il bambino; e un attimo dopo, mentre capiva che erano state le funi delle campane a ridurle così, da quelle stesse mani fu unito alla donna come in un mazzo di fiori e stretto con lei al petto dell’uomo, alla sua ruvida camicia puzzolente di sudore: con tanta forza e così a lungo che gli sembrò di soffocare! Invece fu liberato, ma solo per esser subito ripreso alla vita, alzato in aria e stretto di nuovo, questa volta alle sue guance spinose, prima una e poi l’altra!

 

Aveva un’aria così fanciullesca ― faccia da luna piena, soffici capelli castani sparsi a ciocche come quelli di un neonato, occhi rotondi colmi d’inconsapevole stupore ― che malgrado le stoppie che gli spuntavano dalle guance e dal mento pareva assai più giovane della donna: un ragazzone bianco incredibilmente alto ― più alto di Fabian anche ora che si era accosciato davanti a lui a guardarlo negli occhi ― ma quasi obeso, nell’ampia camiciona e nei larghi pantaloni bianchi dentro i quali fluttuava e sciabordava come acqua in un sacco; e con quel puzzo di sudore che insieme alla sua corpulenza faceva sperare a Fabian che si scostasse presto da lui e al contempo vergognarsi di desiderarlo, perché in fondo assomigliava a un grosso animale buono, festoso; e la sua voce tenorile, innalzandosi tra i pilastri verso l’azzurro che incupiva, era come un bramito, un misterioso richiamo che faceva sembrare la piccola valle un luogo selvaggio, fatato...

 

“Come ti chiami?” domandò.

 

“Fabian, signore” rispose il bambino.

 

“È un bellissimo nome. Quanti anni hai, Fabian?”

 

“Non lo so, signore. La maestra dice nove, forse...”

 

“E dove te ne vai in giro per il mondo a nove anni? In cerca di Zeu?”

 

“Non cominciare, Peter, fammi il favore...” intervenne la donna, pacata.

 

“Non lo so, signore” ripeté Fabian.

 

Peter gli sorrise: “Ma sai chi è?”

 

“No, signore” disse il bambino. “Chi è?”

 

“Chissà,” disse il giovane. “Forse anche tu sei Zeu...”

 

“Peter!” protestò Etra. “Finiscila, per favore!”

 

Fabian non l’aveva mai sentita così dura: Peter scartò lievemente da un lato, la testa fra le spalle, il tanfo di sudore a un tratto più intenso ― di nuovo sembrò al bambino un grosso animale selvatico, ma questa volta impaurito ― e il suo sguardo si oscurò, la voce si spense in un gemito quasi impercettibile. Fabian guardò la maestra, preoccupato, e vide che anche lei era dispiaciuta.

 

“Non aver paura, Peter” sussurrò la donna, accarezzandogli i capelli. “Alzati, sù... Ti va di uscire con noi? C’è tanta gente, in piazza, tante cose belle... Altro che Zeu! Dai, tirati sù! Vieni un po’ fuori con noi!”

 

“Sì, vieni!” confermò Fabian, guardando i due bambini che li osservavano senza parlare né muoversi, ritti sulla soglia della casetta come in una cornice dal fondo nero.

 

“Perché non può esserlo anche lui?” borbottò Peter senza guardarla, alzandosi. “Quasi tutti lo sono. Tutti, forse... Anche tu certi giorni eri Zeu,” soggiunse, “ma non ho avuto il coraggio di dirtelo.”

 

“Anch’io?!” esclamò Etra, ridendo. “Oh, Peter, nessuno mi ha mai fatto un complimento così strano! Che ne dici, Fabian? Anche a te sembro Zeu, qualche volta?”

 

“Ma non so che vuol dire!” strillò il bambino, un po’ arrabbiato.

 

“Nessuno lo sa, amore mio, e Peter neanche. È un nome che qualcuno ha trovato qui, da qualche parte, tanto tempo fa, scritto su un muro... O forse non è nemmeno un nome, ma solo una parola che gli Antichi, per qualche motivo, scrivevano con l’iniziale maiuscola...”

 

“Io so dov’è! L’ho ritrovato da solo, anche se non so leggere!” la interruppe Peter. “Ed è un nome, perché poi l’ho incontrato, e tante volte! Se vuoi te lo faccio vedere...” propose, offrendo la mano al bambino.

 

“E ci hai fantasticato per anni e anni,” continuò Etra, offrendo anche lei la mano al bambino per trarlo d’impaccio. “Sarebbe bello che tu questa storia la scrivessi e la portassi al mercato, Peter, come faccio io. Insieme, se vuoi.”

 

“Ma non so scrivere, Etra, lo sai...” si lamentò il giovane.

 

“Posso insegnartelo, lo sai...” gli fece il verso la donna, sorridendo. “Ma non sono Zeu, e neanche Fabian lo è. Se lo fossi te l’avrei detto, non credi?, così avresti smesso di darti tanta pena per niente!”

 

“Non è una pena, e non è per niente. Io vivo per questo. Mi fa essere buono. Mi fa voler bene. Vedo Zeu ogni giorno, dovunque vado. E qualche volta è lui, o lei, che viene a trovarmi... È sempre un incontro diverso, anche quando la persona è la stessa, perfino se è lo stesso il luogo e ciò che io e lui, o lei, stiamo facendo. Ed è sempre bellissimo, anche quando è un brutto momento. Ed è un momento che non dimentico più; me li ricordo tutti, uno per uno: gli uomini, le donne, i bambini... come se fosse oggi! Ed è bello anche quando sono solo, perché penso a loro mentre lavoro, mentre mangio, quando sto per addormentarmi, perfino quando sogno, e piano piano capisco tante cose. Certe volte mi dico che ce l’ho fatta, che finalmente so tutto, ma poi c’è sempre un altro incontro, e sempre mi viene in mente dell’altro...”

 

“E io? Quand’è che ti son sembrata Zeu?”

 

“Una volta, l’inverno scorso, qualche giorno dopo Capodanno, son passato davanti alla scuola e ti ho visto dalla finestra. Stavi spiegando qualcosa ai bambini, o raccontando una storia, ed eri Zeu. Per la prima volta. Vi ho guardato per un sacco di tempo, cercando di capire quel che dicevate dalle espressioni, dagli sguardi, dalle labbra. E qualcosa ho capito. Son rimasto immobile come una statua nonostante il freddo, mi son fatto piccolo piccolo: né tu né i bambini vi siete accorti di me!”

 

“Perché non sei entrato, invece?”

 

“Non volevo neppure che mi vedessi! Rovinavo tutto, se no. Era così bello guardarti!”

 

“Se fossi entrato, sarebbe stato ancora più bello! Tu vuoi imparare a leggere, Peter! Chiedi sempre a zio Pepe di cercarti dei libri che parlino di Zeu!...”

 

“E lui non li trova mai!”

 

“E se un giorno ne trovasse? Come faresti a leggerli?”

 

“Verrei da te, e ti chiederei di leggermeli tu...”

 

“Ma io non lo farò! Ricorda, Peter: se non sarai già venuto a scuola, e da un pezzo, io quel giorno non ti leggerò un bel niente!”

 

“Sì, Peter, vieni!” gridò Fabian, e ancora una volta non poté fare a meno di guardare anche Jorge e Carla.

 

“Ma son così grande, così grosso...” obiettò il giovane. “Che sembrerei vicino a loro?”

 

“Tu, quanto a leggere e scrivere, non sei né grande né grosso” ribatté la maestra. “Starai bene, con loro, come se fossi un bambino anche tu! E mi aiuterai, ché per il resto sei più grande e più forte di me.”

 

“Non so...”

 

“Posso farti una domanda, Peter?”

 

“Certo!”

 

“Che cosa provi, quando ti sembra che qualcuno sia Zeu?”

 

“Non è che mi sembra, sento che lo è! Niente sento così forte, e mi succede solo con le persone, e solo di tanto in tanto! Mi è sempre successo, fin da bambino, ma allora non sapevo cos’era: l’ho capito quando ho iniziato a pensare a Zeu, a chi può essere, a come facevano gli Antichi a conoscerlo...” Il giovane si illuminò. “Quand’ero piccolo,” disse, “quando ero solo e mi mettevo a pensare, certe volte sembrava proprio che ero io, tanto la sensazione era intensa... Ma adesso non mi succede più. Sono anni, ormai.”

 

Etra gli prese una mano fra le sue: “Quanto tempo è che vivi qui dentro, Peter?” domandò.

 

Gli vuol bene, pensò il bambino. Sarebbe stato lui, un giorno, il suo fidanzato? Che importava, in fondo, che fosse un po’ strano? Erano belle tutt’e due, le loro case ― poiché quella di Peter di sicuro era bella anche dentro ― e sarebbero potuti stare un po’ nell’una e un po’ nell’altra! E Zeu, forse, era davvero la maestra: era lei che Peter cercava!

 

“Da quando avevo tredici anni” rispose il giovane.

 

“E i tuoi dove sono?”

 

Peter si voltò verso Jorge e Carla e sorridendo liberò la mano da quella della donna per salutarli. Era la prima volta che dava segno di essersi accorto di loro, notò Fabian. Si erano seduti sull’erba, adesso, e se ne stavano lì senza far niente ― eppure, ogni volta che li guardava, il suo interesse cresceva come se li trovasse intenti a imprese favolose ― mentre l’agnellino belava e ruzzava dall’una all’altro senza che lo degnassero di uno sguardo. La bestiola faceva mille cose, pensò Fabian, e Jorge e Carla niente... Non avevano neanche mai cambiato espressione!

 

“Sono i miei fratellini...” disse Peter. “E i loro genitori sono i miei. Non lo sapevi, Etra?”

 

“E cercano Zeu anche loro?”

 

“Perché mi prendi in giro?”

 

“Scusami!” esclamò Etra, tornando a prendergli la mano.

 

“Non cercano Zeu. Non gliene ho mai parlato, credo. Cercano me. Mi hanno portato l’agnellino perché mio padre vuol macellarlo. Sanno che non mangio carne. Sanno che non uccido. Ma non sanno perché.”

 

“Mi puoi dire come si chiama, signore?” disse Fabian.

 

“L’agnellino? Non ha nome, pensa! Sanno così poco, Jorge e Carla, che non immaginano che anche lui abbia un nome. È già tanto che ce l’hanno loro! E gliel’ho dato io, così come l’ho dato a me stesso: Peter, Jorge, Carla... Ma non so se hanno davvero capito che cosa vuol dire. Quando li chiamo per nome, a volte mi sentono e a volte no.”

 

“Ma perché non li mandano a scuola?” domandò Etra.

 

“A scuola? Quanta gente conosci, nelle case buie, che manda i figli a scuola?”

 

“Qualcuno ce n’è. E piano piano ce ne saranno altri.”

 

“Non mio padre” disse Peter, rannuvolandosi.

 

“Portameli tu, allora. Domani, se vuoi! Venite tutti le volte che potete, anche solo un paio d’ore,” esclamò, rivolgendosi ai bambini“ e per settembre leggerete e scriverete già un po’!”

 

“Evviva!” gridò Fabian: e ogni giorno dopo la lezione avrebbero giocato, sarebbero scesi in spiaggia, avrebbero fatto amicizia con gli altri! Ma Jorge e Carla ― diversamente dall’agnellino, che la gioia di Fabian con suo gran dispiacere aveva un po’ spaventato ― rimasero impassibili: solo l’innaturale immobilità a cui si costringevano lasciava capire che sapevano benissimo che si parlava e ci si appassionava a loro, e che ne erano infastiditi, se non allarmati; e la maestra, comprendendolo, con uno sguardo intenerito condivise l’intuizione con Fabian senza distrarsi da Peter.

 

“Forse in inverno...” disse il giovane, cupo, con l’aria di non crederci. “Adesso mio padre verrebbe sùbito a riprenderseli, perché gli servono.”

 

“Che venga! Così gli parlerei!” disse Etra.

 

“Oggi di sicuro sono scappati” continuò Peter, facendosi ancora più scuro. “E stasera le prenderanno.”

 

“Falli dormire qui, allora! E domattina venite da me!”

 

“Lo sa che sono qui...” disse Peter tra sé.

 

“Tuo padre?”

 

“L’agnello non c’è, loro non ci sono... Ha capito fin da stamattina...” disse il giovane senza guardarla; e come prima, quando la maestra l’aveva rimproverato, più che parlare gemeva. “Non è ancora venuto solo perché in piazza c’è tanta gente... Viene quando è buio... Se li porta via... E a casa son botte” concluse, accorato; e Jorge e Carla per la prima volta alzarono gli occhi verso i suoi e si illuminarono: come se ne traessero, anziché spavento e sconforto, quel po’ di luce che vi restava.

 

“Tienili qui e spranga le porte” disse Etra, dandogli uno strattone per obbligarlo a guardarla. “Si chiudono, no? Sono solide come rocce. Sprangale e non aprire. Domattina veniamo a prendervi.”

 

“Venite a stare da noi!” gridò Fabian, indignato. Quel padre cattivo e violento, nella sua mente, in un attimo si era dato la faccia, la corporatura, i modi del sindaco. E il sindaco ― gli pareva di ricordare ― dalla casa della maestra se n’era andato con la coda fra le gambe, vero?

 

“Io vivo qui... Devo star qui...” disse Peter, dubbioso. Ma la sua voce già riprendeva vigore.

 

“Parlerò io con tuo padre” disse Etra, tenendolo vicinissimo a sé. “Lo convinco, vedrai. I bambini non lavorano, gli dirò. I bambini vanno a scuola. E lui lo sa, non è che non lo sa. E lo sai anche tu, Peter: tu, Jorge, Carla, dovete venire a scuola. E non solo i bambini: anche tuo padre. E tua madre. E gli altri tuoi fratelli, e le sorelle! Sarà la prima cosa che gli dico: non solo i figli, gli dirò, anche tu e tua moglie imparerete a leggere e scrivere e a fare i conti. Ce n’è più d’uno che l’ha già capito, tra voi bianchi. E lo capirete tutti, e molto prima che mi sia fatta vecchia. Deve finire, una buona volta, quest’amarezza di sapere ogni momento che vivete così, come non foste tali e quali a noi, mentre noi stiamo bene! E vedrai che lo convinco, Peter, perché lui è già un po’ indeciso; lo so, lo capisci?, o né tu né loro ― gridò, quasi, indicando i bambini, così commossa che Fabian l’abbracciò e lei sembrò non accorgersene ― né tu né loro vi sareste già fatti così bravi, contro di lui, se intanto non l’aveste indebolito! Perciò lo convinco, vedrai. E tu stattene pur qui, dopo, se vuoi stare qui. Basta che vieni a scuola!”

 

“Oppure potrei andare con Pepe a cercarmi i libri, quando ripassa. A vedere altre chiese!”

 

“Ma prima devi imparare a leggere. Altrimenti come farai?”

 

“Va bene, allora! Come vuoi tu!” gridò il giovane. “Domattina cominciamo. E quando saremo pronti andremo via. Io e loro,” soggiunse, indicando anch’egli Jorge e Carla, “così dimenticheranno le botte, e la paura, e il silenzio, e il buio che entra piano piano, che fruga, che tocca... Ci sarà pure qualcuno che sa chi era Zeu, a questo mondo! Che ricorda... Forse qui ad Anticoli siamo troppo lontani... Ma forse ci sono paesi dove tutti sono Zeu, sempre, anche i bianchi, anche i bianchi vecchi come il padre di mio padre... E loro mi insegneranno a esserlo anch’io, come quando ero piccolo. Così di nuovo potrò stare con gli altri da pari a pari, nella bellezza, nell’intelligenza, nella simpatia di quando si è Zeu! Non come adesso, che sempre mi sento da meno, o di più, e mai come loro... Forse non sono i libri, Etra. Forse non sono mai esistiti libri che parlano di Zeu, ma bambini e donne e uomini che sono Zeu. Quando tornerò te lo spiegherò, e vedrai che lo farò sentire anche a te! Sarò io il più grande, allora, e tu la più piccola...”

 

Quanto più la passione lo animava, tanto più sembrava tornare bambino davvero: il suo pallido faccione brillava di nuovo di luce propria, il corpo non stava fermo un attimo, i candidi abiti rollavano e beccheggiavano, le braccia si allargavano, come per abbracciare tutto ciò che illuminava i suoi occhi ed eccitava la sua mente, le mani gesticolavano: Fabian aveva voglia di prenderlo per mano e andare a giocare con lui, e anche il suo odore non gli dava quasi più fastidio.

 

“Tu parli di nulla, Peter!” disse Etra. “E il bello è che lo fai sembrare qualcosa. Anzi: lo fai sembrare tanto! Forse perché tu non sei affatto nulla, ma ― chissà perché ― ti piace parlare di nulla!”

 

“Grazie! E tu parli di me e mi insulti, ma ― chissà come ― lo fai sembrare un complimento!”

 

Risero, guardandosi negli occhi, e a Fabian parvero così incantevoli che di nuovo si voltò verso Jorge e Carla per vedere se un’eco di quel che suscitava il suo entusiasmo fosse arrivata anche a loro. Ma i due continuavano a scrutarli in silenzio, seri, apparentemente così imperturbabili che la buia porticina rimasta aperta alle loro spalle e le due vuote finestrelle ai suoi lati sembravano più espressive di loro.

 

“Si può sapere che cosa vuoi, Peter?” disse la donna, scrutandolo.

 

“Come sei seria, tutt’a un tratto! Hai paura di me?”

 

“No, Peter. Sei uno degli uomini più buoni che conosco. Ho un po’ di paura per te.”

 

“Non ce n’è motivo, perché non voglio far niente di pericoloso. Voglio solo sapere chi è Zeu. O chi era, se ormai non c’è più. E vorrei che anche gli altri lo sentissero negli altri, almeno qualche volta. E in me...”

 

“È per questo che suoni sempre le campane, signore?” intervenne il bambino.

 

“Sì, Fabian. Ma veramente non so a cosa servano...”

 

“Fuori c’era un signore che ha gridato: bastaaa!” disse Fabian, simulando in falsetto la voce di un uomo che urla e allungando la a finché ebbe fiato.

 

“Io suono le campane con tutta la forza che ho in corpo,” disse Peter, mimando con gran divertimento del bambino i salti e le strappate in cui doveva essersi cimentato poco prima, “un altro grida bastaaa,” e gridò così forte che anche Jorge e Carla, finalmente, balzarono in piedi spalancando gli occhi e le bocche, “un terzo ride di tutti e due,” e rise. “Ma tutti, almeno qualche volta, siamo Zeu. E allora siamo uguali.”

 

“E non vuoi nient’altro, Peter, dalla vita?” disse Etra. “Solo che tu e tutti quanti siamo Zeu?”

 

“Una donna, forse...” rispose il giovane, tornando serio.

 

“E una donna lo sai che cos’è?”

 

“Veramente non tanto!” esclamò il giovane, scoppiando di nuovo a ridere.

 

Tacque, all’improvviso, come imbizzarrito, la bocca spalancata, gli occhi ancora allegri ma un po’ allarmati, guardando la maestra come se solo lei potesse restituirgli il fiato e la voce...

 

“Di’, coraggio!” lo esortò la donna, e Peter fu di nuovo libero.

 

“Entrate in casa cinque minuti!” disse. “Devo accendere la lampada, altrimenti...”

 

“Si fa tardi...” disse Etra. “Dobbiamo dar da mangiare agli animali...”

 

“Cinque minuti! Ho pesche, albicocche, nespole, è da stamattina che prendono il fresco sul campanile! Vi preparo una buonissima macedonia!”

 

Ballonzolando, andò a prendere il secchio che aveva lasciato vicino alla porta del campanile.

 

“I frutti del mio frutteto!” disse, deponendolo ai loro piedi come un tesoro. “Guardate come sono belli! Mettete un dito nell’acqua!”

 

“È gelata!” esclamò il bambino, rabbrividendo esageratamente.

 

“Ma da un momento all’altro comincia il concerto...” obiettò la donna. “Allora tu, per far contenti noi, vieni in piazza a sentire un po’ di musica!”

 

Il giovane raccolse il secchio, fece qualche passo, si fermò, si volse: “E va bene!” gridò, illuminandosi come a un’inattesa e sorprendente scoperta, arrossendo come un bambino.

 

Già mentre scendevano l’antica scaletta, a Fabian sembrò di varcare il confine di un reame incantato. E la sensazione divenne certezza quando s’incamminarono sul sentierino di candide pietre di ogni forma e dimensione che conduceva alla casupola serpeggiando tra l’erba: perché mai, infatti, il giovane non l’aveva tracciato rettilineo, se non per qualche magica ragione?

 

“Dovrei estirpare l’erba che cresce nelle fessure,” disse Peter, chinando quasi impercettibilmente la testa a sinistra o a destra a ogni svolta del vialetto, “ma non ci riesco, amo ciò che cresce!”

 

Il bambino contava i passi: se veniva una cifra tonda, come cinquanta o cento, la casupola era davvero incantata! E lo stesso numero di passi, se avesse indovinato le giuste direzioni, l’avrebbe condotto in ogni magico luogo del duomo! Ma a quarantacinque il giovane depose il secchio e uscì dal vialetto:

 

“Jorge, Carla,” esclamò, “lui è Fabian! Datevi la mano!”

 

Ubbidirono senza esitare, i visetti pur sempre di pietra ma per il resto pieni di vita, come se portassero maschere che non avevano niente a che fare con quel che vivevano e sentivano. Carla fu la prima, e Fabian, in un istante, tenendo la sua manina, così molle da sembrare senza ossa, vide che i suoi occhi erano un po’ torbidi e sfuggenti, i capelli neri spessi come spaghi, le lunghe trecce grosse come corde, la maglietta e la gonnella scolorite e sdrucite, le gambe sottili piene di lividi, i piedi nudi neri di sporcizia; e soprattutto fu avvolto dal suo odore mai sentito, forse buono, forse cattivo, ma così strano e forte che era impossibile trovare bella colei che lo emanava. No, decise Fabian, mai e poi mai si sarebbe potuto innamorare di una bambina così brutta! Ma smise di pensare a lei quando Jorge, che in quel momento gli si rivelò più robusto di lui e più alto di tutta la testa, gli prese la mano, se la portò alla bocca e la leccò furtivamente, appena appena. Fabian gliela tolse di scatto, sorpreso. Carla invece rise, arrossendo, e volse loro le spalle.

 

“Sei diventato un cagnetto, Jorge?” disse suo fratello.

 

Il ragazzino fece finta di nulla: “Che sei venuto a fare?” disse, rivolto a Fabian. Non aggressivo, ma neppure curioso. Era ancora più magro della sorella, e anche lui sdrucito, sporco, pieno di lividi. Aveva il medesimo odore, benché meno intenso. E neanche il suo sguardo sembrava del tutto attento a ciò che gli occhi guardavano, come se una parte della sua mente fosse rivolta ad altro... Avevano forse un segreto, quei due? Facevano anche paura, un pochino! Eppure ― o forse proprio per questo ― dalla voce di Jorge, come per incanto, zampillò nel cuore di Fabian un’emozionante sensazione di forza e di coraggio.

 

Carla, intanto, si era tolta di tasca e aveva messo al collo dell’agnellino uno straccetto rosso a cui era legata una cordicella, e con quel rozzo guinzaglio lo teneva vicino a sé senza che la bestiola desse segno d’insofferenza.

 

“Venite domani?” disse Fabian.

 

“A fare che?” ribatté Jorge, e Fabian fu certo che sarebbe venuto. “Quella mi fa andare a scuola...” soggiunse, indicando la maestra con un fremito quasi impercettibile di tutto il corpo.

 

“Se vieni, ti mangio per ultimo!” promise Etra, e si chinò su di lui sporgendo le labbra per dargli un bacio. Ma il ragazzino rinculò, scrutandola di sotto le sopracciglia aggrondate: “Non mi toccare...” ingiunse, ma calmo, quasi con dolcezza.

 

La maestra sorrise: “Peggio per te!” disse, e si volse a Carla, che invece lasciò l’agnellino, volò a schioccarle un bacio sulle labbra e subito tornò indietro, preoccupatissima; ma il fratello si era già impadronito della cordicella, vigilava sull’intenerita curiosità di Fabian per la bestiola, e nessuno dei due badava più ad altro.

 

“Posso accarezzarlo?” disse Fabian.

 

“Puoi anche prenderlo in braccio, se vuoi...” rispose Jorge. “Basta che gli tieni le zampe, perché se stanno penzoloni si spaventa.”

 

Fabian non si fece pregare. “Qualche volta puoi lasciarlo anche da noi,” disse, accarezzando la testolina lanuginosa. “Abbiamo cinque caprette, i conigli, le galline, i pulcini, un gallo e un tacchino!”

 

“E non li ammazzate?”

 

“No...”

 

“Però la maestra porta i conigli e i pulcini al mercato.”

 

“Ma lui è vostro, mica ce lo portiamo!... Vuoi che ti aiuti a dargli un nome?”

 

“A che serve? Non lo sente mica. Non mi risponde mica.”

 

“Ma perché tuo padre vuole ammazzarlo?”

 

“Non vuole ammazzarlo. Vuole che lo ammazzo io.”

 

“E non gli importa che tu gli vuoi bene?”

 

“Io non voglio bene a nessuno. E poi anche lui vuol bene al suo cane, e anche al cavallo... Gli importa solo che non ho paura di ammazzare, se serve.”

 

Intanto ― quasi senza accorgersene, seguendo la maestra e Peter ― erano entrati nella casupola scendendo tre gradini di legno traballanti, e un solo sguardo aveva mostrato loro tutto ciò che conteneva: un pagliericcio steso sul pavimento di pietra, un ampio tavolo ingombro di oggetti d’ogni sorta, alcune sedie, un’enorme tinozza di legno piena d’acqua, una cassapanca, ceste, cassette, attrezzi disseminati dappertutto. Un focolare, in un angolo, racchiuso tra grosse pietre, era un quieto laghetto d’impalpabile cenere bianca. C’era poca luce, quella che entrava dalla porta, dalle finestrelle e da una piccola apertura nel soffitto in corrispondenza del focolare, ma il lattiginoso crepuscolo che ne risultava era sufficiente a notare che tutto era molto pulito...

 

Peter invitò la maestra a sedersi, trasse di tasca un bel coltello dal manico d’osso e cominciò a tagliare la frutta in pezzi dentro una ciotola. Carla corse a prendere sul tavolo la bambola di stoffa e la strinse al petto. Jorge tolse l’agnellino a Fabian e lo legò a una sedia. Poi si sedette sul pavimento davanti al focolare, mise l’indice nella cenere, lo annusò e lo leccò. Subito Carla fece lo stesso. Seguiva e imitava il fratello in tutto, mentre lui si comportava come se lei non ci fosse; ma nessuno dei due rivolgeva la parola all’altro: Fabian, iniziando a notare tutto ciò, pensò che anche lui avrebbe fatto così, se Carla gli fosse venuta dietro, e sedendosi mise Jorge fra sé e la bambina. Ma intanto sentì che era bello star lì, vicino a loro, osservandoli con interesse, e udire senza ascoltarle le voci di Peter ed Etra, come un canto in sottofondo, parlare a turno l’uno dinanzi all’altra come se davvero si stessero innamorando! Mise l’indice nella cenere, tracciò qualche ghirigoro, lo cancellò. Poi scrisse il proprio nome.

 

“Cosa scrivi?” domandò Jorge.

 

“F-a-b-i-a-n...” compitò il bambino. “Fabian!... Guarda!” Scrisse Jorge e poi Carla: “J-o-r-g-e... Jorge! C-a-r-l-a... Carla!”

 

Ma Jorge passò la mano sui tre nomi: “A che serve?” disse, mostrando il palmo bianco di cenere.

 

Fabian vide la mano di Etra muoversi verso il ragazzino per fargli una carezza e invece ricadere, perché Jorge aveva già cominciato a farsi scuro e a ritrarsi.

 

“Che bella bambola!” disse la donna a Carla.

 

“Anche lei abita qui,” disse la bambina. “Abita con lui,” soggiunse, indicando il fratello più grande. “E con lui,” disse ancora, indicando l’agnellino.

 

“È bellissima. L’hai fatta tu?”

 

“Mia zia.”

 

“Àlima?”

 

La bambina annuì.

 

“E perché non abita con te? I tuoi genitori non la vogliono?”

 

La bambina fece cenno di no.

 

“Perché?”

 

“Te l’ho detto: è di mia zia.

 

E allora?”

 

“Non ci devo parlare, con mia zia. Non la devo vedere.”

 

“Ma perché?”

 

“Perché è matta!”

 

Mangiarono la macedonia in piedi vicino al tavolo, arpionando nella ciotola le fettine di pesca e di albicocca con i rametti che Peter aveva distribuito loro. Ci aveva messo anche qualche goccia di vino.

 

“Sembriamo una famigliola!” disse Fabian.

 

“È ora che un pezzetto della famigliola si metta in cammino,” disse Etra. “E che un altro pezzetto mantenga la promessa...” soggiunse, sorridendo a Peter. “Un pezzone, anzi!”

 

“Subito, signora maestra!” disse il giovane, balzando in piedi. “Forza, Jorge, porta quella bestiola nel recinto! Carla, svelta, metti a letto la tua bambola!”

 

Calava la sera molto prima che in paese, nella chiesa diventata una valle. Nella casupola veniva già più luce dalla cenere del focolare che dalle finestre e dalla porta ― il pallido faccione di Peter, i bianchi visetti affilati di Jorge e Carla e quello più colorito e in carne di Fabian erano ovali di chiarore nella penombra, ma di Etra solo i begli occhi avrebbero fra poco indicato la posizione! ― mentre fuori, dov’era ancora giorno, ogni cosa aveva preso il colore del tratto di cielo che le poderose mura del duomo e i monconi della volta delimitavano lassù, da dove veniva anche la brezza che frusciava e sussurrava tra la vegetazione: il celeste si riversava e fluiva nel verde dell’erba come in quelli del fico, dei pinastri, dei peschi, degli albicocchi, tra gli opachi drappeggi e lo smorto incarnato delle statue come tra il nero e il bruno delle macerie soffocate dai rovi; e l’intatta navata sinistra era già così buia, quando la imboccarono, sotto il suo baldacchino di pietra, che Peter si fermò in cima alla scaletta ad accendere la lanterna che aveva portato con sé in previsione delle tenebre che l’avrebbero accolto al rientro.

 

“Per non inciampare...” spiegò, un po’ confuso, rispondendo all’occhiatina più maliziosa che stupita che Etra gli scoccò. “Mi è già successo... Una volta stavo per scendere a valle a testa in giù!”

 

“Cose che càpitano a chi abita in luoghi del genere...” commentò la donna. “Non restate indietro!” disse poi, prendendo per mano la bambina, rivolta ai due maschi che erano ancora sulla scaletta.

 

“Venite domani?” stava dicendo Fabian.

 

“Io non ci torno più da queste parti, finché non sono grande come Peter.”

 

“Ma perché?”

 

“Perché il babbo d’ora in poi mi mette alla catena, quando va in campagna. Anzi: mi porta sempre con lui, non ci crede più che sto male, si arrabbia come un matto. Anche con mamma, che mi crede perché è tonta. Me l’ha detto mille volte di non andare da mio fratello, mi ha dato un fracco di legnate... L’hai vista, la cassapanca? Hai visto com’è brutta e nera? Il babbo dice che Peter ci mette i bambini morti, là dentro. Ma io non ci credo.”

 

Uscirono sul sagrato mentre la musica già colmava la piazza come un respiro profondo, e vi trovarono Fulvio. Immobile sullo scalino più alto, pietrificato a metà di un passo, una gamba per aria, oscillava al vento come una banderuola in cima a un tetto, fluttuando negli abiti troppo larghi e leggeri, mentre i bambini al seguito, sparsi fra la gente seduta sugli scalini, si volgevano a lui con misurata impazienza, all’erta come scoiattoli, speranzosi in un nuovo spettacolo. Ma la musica era così bella e possente che niente le si poté contrapporre: tacquero o divennero impercettibili perfino le rondini, il fruscio del vento, lo scroscio dell’acqua nelle fontane, i versi degli animali, e per un tempo che Fabian sperò infinito non ci fu che l’allegria dei violini ― dodici, uno accanto all’altro in mezzo alla piazza, uno più vivace dell’altro nelle mani di ragazzi che si facevano sempre più gravi, di nonni sempre più accesi, di padri sempre più fieri ― e l’allegria di momento in momento aveva come un sussulto, sbocciava, volava verso il cielo e gli aquiloni di Arianna, diventava gioia di quella che non teme nulla, nel petto di Fabian e certo anche della donna che lo teneva per mano e di tutti gli altri, di chi ascoltava e di chi ballava ― vecchi e giovani e bambini che danzavano ovunque vi fosse spazio, a piedi nudi, quasi senza rumore ― restava gioia per un momento e poi era di nuovo allegria, come un’onda che rifluisce mentre un’altra arriva, e allora tutti chissà perché si guardavano negli occhi, anche Fabian ed Etra che tenendosi per mano si erano sorpresi a ballare senza sapere quando il dondolio dell’uno verso l’altra si fosse mutato in danza e in corsa, trascinati dalla musica, la donna un po’ curva per non sentirsi e non sembrare al bambino lontana, sfiorando senza toccarli quelli che tutt’intorno saltavano e correvano tenendosi per mano come loro: come le rondini che si volavano incontro stridendo, intuiva Fabian ogni volta che un soprassalto di gioia rovesciava la sua testa verso il cielo.

 

Ci provarono, Fulvio a piroettare sgraziato di qua e di là e i ragazzini che pendevano da ogni suo gesto a sganasciarsi dalle risate, ma senza rabbia né agitazione furono zittiti e lui accompagnato giù per la scalinata e in mezzo alla corsia da tre signori che un momento prima e uno dopo, imperturbabili, danzavano tra gli altri come se niente fosse. A Fabian parve di riconoscere Arturo, tra loro, ma prima che potesse accertarsene lui ed Etra erano già dalla parte opposta del sagrato, verso la Piana, dove di sguancio si vedeva l’azzurro del mare farsi sempre più celeste sotto un cielo così chiaro da sembrar di latte...

 

Intanto altri bambini di tutte le età, insinuatisi tra la gente che gremiva la scalinata, a gesti facevano capire alla maestra che anche loro volevano danzare con lei. Si fecero avanti pure dei giovanotti, e un vecchio che le fece un bell’inchino, ma Etra gentilmente li respinse: accontentò solo gli scolari, qualche passo per ciascuno, prendendone e lasciandone quanti più poté finché non ce la fece più ― un carosello troppo allegro per non mettere a dura prova l’impegno con cui i più piccoli si sforzavano di non far chiasso! ― e l’ultimo giro lo riservò a Fabian, che per tutto il tempo l’aveva guardata incantato.

 

“Che bello!” esclamò Peter quando il bambino e la donna tornarono da lui col fiatone, rossi in viso. Era tra i pochi che la musica non era riuscita a portar via con sé come faceva il vento col pulviscolo d’acqua delle fontane, ma i suoi occhi brillavano, notò Fabian girandogli intorno finché non incrociò il suo sguardo, goccioline di sudore luccicavano sulla sua fronte, e i piedi nudi neri di sporcizia pestavano a turno sul sagrato al ritmo degli instancabili violini.

 

“Hai visto che cosa ti perdi, chiuso là dentro?” non poté non rinfacciargli la donna.

 

“Ho visto Zeu,” disse il giovane, pieno di meraviglia. “C’è Zeu, Etra. È qui, in tutti voi. Nessuno è senza...”

 

“Hai visto le donne, sciocco!” disse Etra scoppiando a ridere. “E uomini! E bambini!”

 

“Ma tu non mi lasci parlare...” protestò Peter, subito dolente.

 

“Maestra!” gridò Fabian. “Jorge e Carla se ne sono andati!”

 

“Ho provato a seguirli,” confermò Peter, “ma li ho persi di vista.”

 

“Sono sicura che torneranno,” disse Etra. “Ciao, Peter! Ti aspetto domattina, capito? O quando vuoi, se no! E porta con te quei due vagabondi, se ci riesci.”

 

“Ci proverò, maestra... Ciao, Fabian! Se non mi vedi, vieni tu da me!”

 

“Va bene, signore... Ciao!”

 

C’era ancora gente in piazza, quando presero la via di casa, ma erano ragazzi e ragazze che per ballare come piaceva a loro avevano atteso con impazienza che genitori, nonni e fratellini cominciassero a sgomberare lenzuola e tovaglie, mercanzie, animali, mezzi di trasporto d’ogni sorta e soprattutto sé stessi; e ora, incoraggiati i violinisti a ritmi più vivaci, tenendosi per mano e alla vita si lanciavano in danze sfrenate in un frastuono di strilli, di fischi e di risate affascinante per gli occhi e il cuore di Fabian, ma quasi pauroso per il resto del suo piccolo corpo, se non ci fosse stata Etra a tenerlo stretto; e intanto adulti e bambini alla spicciolata lasciavano la piazza; e i grandi carri, in fila lungo le corsie laterali, aspettavano d’imboccare, tra un gruppo di persone e l’altro, la tortuosa viuzza che portava allo stradone ― la stessa di Fabian e della maestra, così stretta che i mozzi delle ruote sfioravano gli stipiti delle porte ― o quella, non meno angusta, che partiva dal lato opposto della piazza e passava per il porticciolo.

 

“Di qua, dopo casa nostra, si va al Bivio Soprano,” spiegò la donna mentre avanzavano piano piano, insieme ad altri, dietro a un carro da cui veniva un gran ciottolio di terraglie, “che si chiama così perché sta sopra il paese, sulle colline, sulla strada grande che da Agatìa va a Palma...”

 

“Dove mi hai trovato?...” domandò il bambino.

 

“Sì, amore mio. Invece dall’altra parte si va al Bivio Sottano...”

 

“Che si chiama così perché sta sotto!” la interruppe il bambino ridendo.

 

“Bravo! Di là non si sale, si cammina in piano: si passa il porticciolo, si esce da Anticoli, si riprende lo stradone e dopo neanche cento metri si arriva alla tenuta; e da lì, girandole intorno, si arriva di nuovo al mare al Bivio Sottano, appunto, dove si prosegue lungo la costa...”

 

Il cielo era ancora abbastanza luminoso perché si vedesse qualche rondine, più sù dello sfarfallio dei pipistrelli, percorrerlo in lungo e in largo come cercando qualcosa, tra frettolosi batter d’ali e brevi planate; ma in piazza i ragazzi accendevano fuochi, in qualche via era già passato il lampionaio, e sui soffitti e le pareti delle cucine, dalle finestre spalancate, già si scorgeva il riverbero ambrato delle lampade.

 

Uscendo dalla piazza, Fabian ricordò che vi era entrato sulle spalle di Etra, abbracciandola fin quasi a toglierle il respiro; ora, invece, aveva i sandaletti nuovi, belli ― dov’era il vecchio Barba Bianca dal brontolio di tuono?, non l’aveva più visto, da quando si era dileguato nel fumo del suo braciere! ― ed era contento di averli, contentissimo, ma un po’ gli dispiaceva anche: la mano della maestra non gli bastava, avrebbe voluto che lo prendesse in braccio. E poi non c’erano altri bambini, tra la gente con cui camminavano, e Fabian era come una casetta piccolina, stretta fra altissime torri: quasi non vedeva il cielo... E gli aquiloni! Non aveva scelto il suo! Non aveva salutato i nuovi amici! Questo sì era triste davvero!

 

Ma proprio allora udì la voce che rimpiangeva: “Fabian!” Si volse, e nel carro che li stava adagio adagio superando ― sorpresa! ― vide Arianna che lo chiamava dal suo posto privilegiato, a cassetta, accanto al padre sorridente.

 

“Salite! Fate un po’ di strada con noi!” esclamò la bambina.

 

Prima che Etra potesse schermirsi, Marcelo già si era chinato a offrirle un braccio muscoloso: gli si aggrappò come una bimba, fu tirata sù senza nemmeno dover poggiare il piede sul mozzo della ruota, e non fece in tempo a voltarsi che anche Fabian era già salito allo stesso modo e si teneva a lei, mentre il carro ripartiva con uno scossone, dondolando lieve, come una barca su un’increspatura.

 

Tutti si strinsero per far loro posto sulle panche laterali, e Marcelo, sorridendo, aiutò la maestra ad accomodarsi con una galanteria che a Fabian lo rese sùbito ancor più simpatico.

 

“Tu però vieni a sederti qui!” ordinò Arianna, e il padre immediatamente si fece un po’ da parte per fargli posto.

 

Gli altri gli sorrisero, mentre si faceva strada fra le cassette di frutta e verdura e le gambe dei piccoli e dei grandi. Si sedette fra la bambina e il padre, guardò davanti a sé e... Meraviglia! Era altissimo, molto più alto dei due giganteschi cavalli che se ne andavano placidi come se il carro non gli pesasse, riposati, sazi dopo la gran giornata emozionante.

 

“Ti ho visto, prima, quando sei uscito dalla chiesa!” disse Arianna.

 

Fabian la guardò di sottecchi, senza saper che dire.

 

“Era la tua ragazza, forse, la bambina bianca che è uscita con te?” domandò, con la vocetta e la proprietà di linguaggio da brava donnina che Fabian già conosceva.

 

“No!” esclamò il bambino, facendosi rosso. “Io non ce l’ho, la tua ragazza!”

 

“Sei scappato via come un gatto, senza nemmeno prendere il tuo aquilone,” continuò Arianna col tono di chi fa una semplice constatazione, con una luce affettuosa negli occhi, ma guardandolo dritto nei suoi finché non l’ebbe costretto ad abbassarli e poi concentrando lo sguardo sul padre per impedirgli d’intervenire in sua difesa, come da alcuni segni d’irrequietezza ― che conosceva e intendeva più di tutti ― lo sentiva lì lì per fare. “Papà stava raccontando anche per te, soprattutto per te, e non aveva mica finito. Ci hai lasciati lì con quel brutto pagliaccio, che come tutti sanno è arrivato ad Anticoli insieme a te, e non ti sei fatto più vedere. Non sei neanche venuto a invitarmi a ballare!”

 

“Arianna!” non poté più trattenersi il verduraio.

 

“Fabian è mio amico, papà,” osservò la bambina prendendo il padre sotto braccio. “E io posso parlare con i miei amici, credo, se il mondo non si è capovolto.”

 

“Non è mica il tuo ragazzo!” la colpì alle spalle Miguel, che in famiglia era il solo così spericolato da tenerle testa. Ma Arianna non gli rispose nemmeno. “Vero che posso ancora parlare con i miei amici, papà?” domandò, stringendosi al braccio dell’uomo.

 

“Certo!” si affrettò a concedere il verduraio, estasiato e colpito da quel se il mondo non si è capovolto né più né meno che se un oracolo gli avesse parlato all’orecchio. “Ma Fabian è tuo amico?” soggiunse, dandole una sbirciatina per assicurarsi d’aver a propria volta il diritto di parlare con la figlia. “Può darsi che non muoia, sai?, dalla voglia di aver come amica una signorina così puntigliosa...”

 

“Vuoi essere mio amico, Fabian?” domandò Arianna per tutta risposta.

 

“Sì,” rispose il bambino a precipizio, come se il tempo concessogli per deciderlo potesse scadere da un momento all’altro. “Scusami per prima... Stavamo così bene finché non è arrivato quello!”

 

“Se sei mio amico non c’è bisogno che ti scusi: mi basta che tu mi permetta di parlarti liberamente,” dichiarò la bambina, lasciando il braccio del padre per il suo. “Vuoi ancora un aquilone?”

 

“Sì,” disse Fabian, facendo il gesto di voltarsi per tornare sul pianale.

 

“No, resta!” lo fermò Arianna. “Lo sceglierai prima di scendere. Guarda: c’è la tua ragazza, lì!”

 

Tutti, anche i nonni e la maestra si voltarono, non solo Fabian ― la bambina aveva questo potere, e non soltanto sulla sua famiglia ― e in fondo a uno slargo della via ― una piazzetta formata dalla confluenza di altre due viuzze che scendevano a gradini verso il mare ― videro un gruppo di bianchi, in tanti, solo maschi, assiepati gli uni agli altri in silenzio, come a uno spettacolo, a guardar passare la gente che tornava da piazza delle Ville: c’era il sindaco, Fabian lo riconobbe ancor prima di accorgersi che c’era davvero anche Carla, con la sua bambola che le pendeva da una mano; c’era Jorge, che teneva per mano lei ― era l’unica femmina, in quel gruppo, e questo la faceva apparire piccolissima anche in confronto al fratello; e c’era l’agnellino senza nome, ma tenuto per le zampe, a testa in giù ― tutt’e quattro le zampe in una sola mano ― da un uomo che il bambino seppe all’istante essere il terribile padre da cui i figlioli fuggivano: un uomo bello e strano ― bianco, ma bruno quasi quanto un nero ― dai folti capelli corvini che gli s’innalzavano sul capo come un pennacchio, e due grandi occhi celesti, da bambino ma anche tracotanti, superbi, violenti, che alla luce ormai più dei lampioni che del giorno attraevano lo sguardo e insieme lo respingevano, come un marchio impresso in mezzo al viso: un Jorge cresciuto a dismisura, uno ― sentì il bambino senza avvedersene ― che doveva essere un amico ancora più smisurato.

 

“Hai visto, maestra? Jorge e Carla! E l’agnellino! Peter non li ha nascosti!” gridò Fabian, mentre già andavano oltre. “Non ha chiuso le porte! Perché?”

 

Non è capace, amore mio,” spiegò la donna. “Hai visto come vive? In una capanna, in mezzo alle macerie. Tante volte gli hanno offerto di costruirsi una casa in paese ― davvero in paese. Lui chiede aiuto, suona le campane dalla mattina alla sera, e poi lo respinge. E vuole andarsene a Palmia, ancora più lontano: in una città abbandonata, che nessuno difende, dove nessuno ripara quel che va in rovina. Come quelli che ci abitavano, forse, e che non si sa più dove siano: vuol far tutto da sé, come i giganti delle fiabe, ma in realtà è debole come un malato: non può difendere nessuno, neanche sé stesso.”

 

“Li difenderemo noi!” gridò il bambino; e arrossì, benché intuisse anche senza vederla che la maestra non lo disapprovava, perché nello stesso momento si era reso conto che gli altri invece l’avevano ascoltata in silenzio, senza far commenti, e ancora tacevano. E quel loro silenzio, e soprattutto quello di Arianna, gli aveva fatto sentire che in ciò che Etra aveva detto c’era più di quel che aveva capito.

 

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Il Mondo dei Bambini è un racconto immaginario. Ogni somiglianza a eventi o persone esistenti o esistite è del tutto casuale.

 

Il Mondo dei Bambini è un racconto di Luigi Scialanca, è registrato ed è protetto dalle leggi vigenti.

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