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Il Mondo dei Bambini

 

di Luigi Scialanca

 

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Luigi Scialanca, "Anticoli Corrado vista dal mare", bitmap, 1992 (particolare).

Luigi Scialanca, Anticoli Corrado vista dal mare, bitmap, 1992 (particolare).

5. Le case buie viste dal mare

 

Il babbo aveva ammazzato l’agnellino. Gli aveva tagliato la testa davanti ai figli, in cantina, la sera prima, appena tornati; l’aveva scuoiato e l’aveva lasciato lì, appeso a gocciolare in una conca, nel buio che da sotterra, attraverso la bestiola, per tutta la notte era salito in casa tinto di sangue.

 

Jorge si era rifiutato. Il babbo ― in una mano l’agnellino, nell’altra l’accetta ― non era riuscito a costringerlo. “Allora guardate come faccio io,” aveva detto, curvo, la testa fra le spalle, obbligato a contenersi dalla grotta troppo bassa e ingombra, “guai a voi se non guardate!” Da sopra, mentre lui diceva così, sentirono la mamma gridare, i gemellini piangere, e per i fratelli, prigionieri del padre, sapere che anch’essi stavano soffrendo fu come scrostare una ferita e vedere, sotto, la carne rossa: un piacere storto, ripugnante, rabbioso. L’agnellino non belava più, penzolava come se fosse già morto; solo lo sguardo era pieno di vita, ma folle da far paura: da far voglia di farlo morire, purché smettesse. Carla tremava, le battevano i denti per il terrore che il babbo lo desse a lei; ma l’uomo le voltò le spalle, un’ombra nel buio ― nero davanti alla lanterna, i piedi nel nero della terra, la cresta nel nero della volta ― e la bambina, con sollievo, quasi con gratitudine, ne approfittò per chiudere gli occhi. L’ultima cosa che vide furono quelli del fratello, sbarrati, uguali a quelli del padre; poi udì il tonfo dell’accetta che entrava nel ceppo dove sentiva l’agnellino deglutire, quando lo teneva in braccio. E il coltello che grattava sulle ossa, e le imprecazioni del babbo contro la bestiola, troppo giovane per scuoiarla senza rischiare di danneggiare la lama. Tenne gli occhi chiusi finché poté, finché quasi non perse l’equilibrio perché non sapeva più dov’era l’uomo: se si fosse voltato, se l’avesse scoperta, se le si stesse avvicinando di soppiatto.

 

“Vediamo se tornate un’altra volta da quell’idiota,” diceva e ripeteva il babbo mentre tagliava, apriva, tirava, la lama ch’entrava e usciva, le mani che alla luce della lanterna da rosse diventavano nere e di nuovo rosse. “Vediamo se avete il coraggio di tornarci un’altra volta, da quell’idiota.”

 

Dopo era come intontito: a cena, mandando giù il formaggio col pane senza masticare, ingollando il vino senza toccarlo con la lingua, non fece che rovesciare di qua e di là gli occhioni azzurri imbambolati, stregato dal buio che fluiva sul pavimento, risaliva le pareti, si ammassava sotto i mobili, sfiorava come un gatto le gambe nude dei bambini seduti ai loro posti senza mangiare, muti, impietriti davanti ai piatti vuoti, ai bicchieri pieni d’acqua a cui non osavano allungare le mani nascoste sotto la tavola. Finì in cinque minuti, quando la mamma si era appena seduta. Poi, alzatosi, prese Jorge con una mano, Carla con l’altra, li tirò via dalle sedie come pesi morti e andò a buttarsi sul letto insieme a loro.

 

I gemelli in mezzo, la mamma coricata su un fianco sul bordo del pagliericcio e come indecisa tra sonno e veglia, sempre sul punto di scenderne per andare a perlustrare la casa, il cortiletto a picco sul paese, le case buie così silenziose che a volte anche da lassù si udiva il mare, la cordonata angusta che inerpicandosi a tornanti sulle grotte saliva agli stazzi, ai cani che le uggiolavano straniti, alle colline dove gli ulivi sussurravano, alla fontana da cui i cani, abituati alla caccia, mettevano in fuga le ombre senza nemmeno ringhiare: i luoghi dove passava il giorno come una sonnambula, e che di notte la destavano e la chiamavano ― Jorge e Carla non si assopirono finché tra il russare del padre e il pauroso silenzio della madre non li calmò piano piano il respiro dei fratellini che dormivano tenendosi per mano, succhiandosi il pollice, l’uno il sinistro, l’altro il destro, i petti che si sollevavano e abbassavano insieme.

 

Avrebbe voluto dar loro un bacio per ciascuno, Carla, perché sognassero di perdonarla per aver provato piacere sentendoli piangere, ma non era possibile: di scavalcare il babbo non aveva il coraggio, d’alzarsi dal letto meno che meno. Immobile, le orecchie tese, attenta che a un tratto non smettessero di respirare, infastidita dalle trecce che non aveva avuto il tempo di sciogliere, per più di due ore stette a spiare il buio che al di là delle spalle e della testa di Jorge, che Carla poteva solo fingere di vedere, dal fondo della grotta ― dove i ragni giallo-rossicci appesi alla volta della cantina trovavano nelle notti più secche pertugi fra le travi e l’intonaco per arrampicarsi in casa ― saliva a riempire le stanze a ogni ora del giorno, anche quando fuori bruciava il sole e dalla cordonata venivano voci e scoppi di risa; ma di notte era più denso ― specialmente quella notte, dopo che aveva toccato l’agnellino morto ― e niente lo attutiva, niente ne attenuava la forza: solo un poco il russare pur spaventoso dell’uomo o il silenzio della donna; solo il respiro dei gemelli, che faceva bene ma era anche così lieve che un po’ intimoriva anch’esso; e soprattutto, prima, quando l’agnellino era vivo, poter immaginarlo o sognarlo sempre in attesa dei padroncini, dacché la sua mamma aveva smesso di curarsi di lui.

 

Intorno a mezzanotte il ronfo del babbo si fece inquieto, a tratti sommesso e a tratti violento, smanioso; l’uomo si mosse, si agitò, borbottò qualcosa; si mise supino, restò immobile a lungo, silenzioso, inerte; poi si voltò verso la figlia ― cosa che non faceva mai: le dava sempre la schiena, per ripararsi coi gomiti dai calci dei gemelli ― e la prese alla vita, l’avvicinò a sé. La bambina si aggrappò al fratello e Jorge si divincolò spaventato, si tirò sù a sedere, le gambe fuori dal letto: “Che fai?” sussurrò. “Sei matta?” Carla puntò i piedi contro le ginocchia del babbo, ma la mano si spostò sui suoi capelli e le pesò sulla testa come la conca di rame con cui la madre, tra qualche giorno, avrebbe cominciato a mandarla sù e giù dalla fonte per economizzare la cisterna. Ebbe paura che la prendesse per le trecce e se le attorcigliasse intorno al polso. “Facciamo pace,” rantolò il babbo, incapace com’era di bisbigliare, lasciando la bambina, brancolando con la mano nel buio, credendo di arrivare a Jorge che invece era sceso dal letto. “Il prossimo agnello sarà vostro, lo giuro, lo giuro: guai a chi lo tocca!” urlò quasi.

 

Con un guizzo, come un pesciolino che sguscia dalle mani di un bimbo, Carla scivolò giù dal letto e corse in mezzo alla stanza. Sentì dov’era il fratello senza vederlo, e badando a non toccarlo con le mani gli si mise accanto e gli si accostò il più possibile, aderì a lui come una metà combacia con l’altra. Stettero così per un pezzo, ascoltando il padre nel suo agitarsi, sospirare, tacere un minuto o due e poi di nuovo agitarsi e smaniare; non si mossero neanche quando ricominciò a russare: erano così atterriti che non sentivano il buio lambirgli le gambe, né la stanchezza, né pensavano più all’agnellino: si aspettavano entrambi che il babbo si alzasse e gliele desse di santa ragione, per la cosa inaudita che era successa. Non li aveva mai toccati se non per picchiarli, e Jorge per tagliargli i capelli o per correggere la sua presa su un utensile. Del resto neanche la madre li accarezzava o li baciava mai. Ma lei da piccoli li spidocchiava e lavava, e ancora oggi ogni tanto aiutava la figlia a fare e disfare le trecce, e di nascosto Jorge a portar la legna se il babbo lo caricava troppo. E inoltre non sempre era cupa, brusca, rabbiosa: talora perché non poteva esserlo, come quando gli riempiva le scodelle, e talora perché non voleva, come quando per incoraggiarli a resistere o indicargli una via di fuga mandava segnali che il marito non vedeva, o non capiva, o fingeva di non capire. Fu così anche quella notte: dovettero attendere a lungo in piedi nel buio, trattenendo la pipì e ascoltando il respiro del babbo a poco a poco confondersi con quello dei gemelli; ma poi finalmente ciò che attendevano accadde: la mamma si mosse una sola volta sul suo bordo del pagliericcio, come per allargarlo o per farsi più esile lei, e sùbito i due bambini furono liberi: poterono uscir di casa, andare a far pipì dietro il muricciolo; e poi, tornati a letto e stringendosi anch’essi il più possibile sul loro lato come la madre faceva sul proprio, in pochi minuti si addormentarono.

 

Entrambi, in sogno, rividero l’uomo dal testone rossiccio che in piazza li aveva fatti ridere. Jorge lo incontrò all’Auriella, accosciato fra le barche tratte in secco, come lui quando riusciva a sfuggire al babbo e si nascondeva a spiare i bambini dei Neri che andavano a giocare sull’isola scalpicciando e sguazzando sull’invisibile massicciata costruita dagli Antichi. E subito si ritrovò a inseguirli col pagliaccio che lo tirava per una mano, correndo per stargli al passo, tutti e due in mutande, così magri e bianchi che solo le nitide prominenze delle costole li rendevano un po’ meno simili a vermi appena sbucati di sotto una pietra; ma il giovanotto anche purpureo, come una fiamma su una torcia ― era notte, eppure ci si vedeva benissimo ― e bianco anche nelle semisfere degli occhi che guardavano sempre avanti, ai ragazzini che urlando già risalivano di corsa, senza voltarsi, gli infuocati costoni di basalto della Soga più neri di loro. Niente di quel sogno gli sarebbe rimasto: non l’affanno di dopo, le gambe impacciate dalla fanghiglia, lo strappo e la scomparsa di Fulvio, il ritrovarsi senza di lui sulla spiaggia senza luce; e neanche, di prima, quella corsa di un attimo nell’impossibile fulgore del mare e dell’isola sotto il cielo nero: solo l’avvilimento per essere stato sconfitto senza accorgersene ― tra la mattina e la notte, tra i ragazzini che da casa della maestra lo chiamavano con quel nome che ancora non si abituava a portare e la morte senza voce dell’agnellino sotto l’accetta del babbo ― in un’impresa che non sapeva d’aver tentato.

 

Carla, invece, sognò il bellimbusto che si scapicollava giù per la cordonata sotto una pioggia battente che vi faceva ruscelli e torrenti, e come a gara con essa la calpestava e schiacciava sempre più veloce, a grandi falcate che in men che non si dica lo precipitavano nel cortile della casa buia con l’agnellino stretto per il collo tra le dita lunghe, sottili come zampe di ragno: l’agnellino senza nome ― com’era rimasta impressa in entrambi i fratelli, benché sùbito dimenticata, l’insistenza di Fabian perché gliene dessero uno! ― che prima era scappato e che Fulvio aveva raggiunto e come un cane riportava al babbo per averne un po’ di carne anche lui. E sé stessa sotto la pioggia addentarlo al polso, facendosi male ai denti e alla bocca ma riuscendo a fargli mollare la presa. E la bestiola cadere come morta nell’acqua che riempiva il cortiletto, ma poi rialzarsi; e allora, senza stupore da parte di Carla, diventare un bambino che barcollava e quasi cadeva a ogni scroscio di pioggia come sotto un ceffone: il piccolo bianco sconosciuto del quale lei stava ora guardando riconoscente e intimorita, nel fil di luce che dall’androne tra poco l’avrebbe svegliata filtrando fino al letto da sotto la porta, l’aquilone che egli le aveva regalato in piazza.

 

La notte passò, il buio si fece meno buio, e da Anticoli bassa, giù verso il mare, dove le case non erano grotte, come ogni mattina d’estate giunsero attutite, allarmanti come pigolii, le grida dei bambini che scendevano in spiaggia. Jorge e Carla si destarono ― sorpresi che a svegliarli fossero quei suoni e una morbida penombra, anziché le voci e le scrollate impazienti dei genitori ― e a passi incerti uscirono nell’androne: l’unica stanza che dal cortile riceveva luce, e con parsimonia la distribuiva a tutta la casa. Il babbo, in piedi già da un pezzo, era lì ad aspettarli: come li vide scese in cantina, ne tornò con quel che restava dell’agnellino, che ora non sanguinava più, e lo portò alla moglie ordinandole di servirglielo a pranzo. Poi uscì per andare dagli animali, scortato da Jorge senza bisogno che il padre gliel’ordinasse o lo guardasse, tutt’e due con una mano sugli occhi a difesa dalla luce di fuori: Carla li seguì con lo sguardo, appoggiata allo stipite dell’uscio con la bambolina al petto, finché non li vide girar l’angolo e sparire in cima alla cordonata, poi rientrò in casa. Da un momento all’altro la mamma, non vedendola arrivare, si sarebbe spazientita e avrebbe cominciato a chiamarla con la voce sùbito piena di collera che la bambina cercava sempre col massimo zelo di prevenire, non perché minacciasse botte ― la mamma picchiava di rado ― ma perché la donna, insieme a un certo muso che a volte non si dissipava per giorni e giorni, faceva quella brutta voce solo con lei, come se solo lei, di tutta la famiglia, fosse capace di rattristarla ed esasperarla davvero. Eppure Carla non si decideva a raggiungerla in cucina: la sentiva battere e pestare, e per quanto non collegasse coscientemente quelle percosse alle carni dilaniate dell’agnellino, le gambe le si facevano molli come se la madre pestasse su di lei.

 

Tornò sulla soglia, esitante; poi a piccoli passi attraversò il cortile, uscì sulla cordonata e si sedette su un gradino con la bambola sulle ginocchia, stringendosi al muretto per non star fra i piedi o le zampe di chi passava. Era come se fosse scomparsa e nessuno se ne accorgesse: da casa non veniva più suono, la mamma non la chiamava, i passanti non le rivolgevano la parola né lo sguardo; solo i loro cani le abbaiavano, avvicinandosi, e sfiorandola la tenevano d’occhio, attenti, maldisposti, benché Carla smettesse perfino di accarezzare la bambola per non irritarli. Eppure le stava venendo sonno di nuovo, e quando per un po’ nessuno era in vista le si chiudevano gli occhi e ricominciava a sognare: si chinava sulla bambola, si stringeva le ginocchia al petto come per abbracciarle, allungava il collo, cercando di guardare in casa, oltre lo stipite del traballante graticcio di legno che fungeva da cancelletto, e invece il sole che scendeva dalla collina l’abbagliava ogni volta di più: scorgeva solo, per un attimo, il bianco della roccia e del cemento, il nero della soglia impenetrabile come una porta sprangata, e già le palpebre le si abbassavano dolcemente, come sospinte dalla lieve brezza che saliva dal mare.

 

La svegliò la madre tirandola per un braccio: curva su di lei, gli occhi socchiusi come se non la vedesse bene, con una mano cercava di tenerla in piedi e con l’altra reggeva un involto e un piccolo otre.

 

“Svegliati!” ripeteva. “Tieniti da sola, smettila di ciondolare! Forza!”

 

“Andiamo alla fontana?” disse la bambina.

 

“Sbrigati!”

 

Carla fece in tempo a raccogliere la bambola, a notare che la donna aveva chiuso la porta e il cancelletto, e già correvano su per la cordonata, scalino dopo scalino, tornante dopo tornante: davanti la mamma, che quasi sùbito le aveva lasciato la mano, e dietro lei che arrancava per non perderla di vista; sù, sempre più sù, fino alle grotte dove non abitava più nessuno, trasformate in stalle o abbandonate anche dai pastori, invase dai rovi o dagli escrementi delle capre: sù, sempre più sù, ripiano dopo ripiano, fin dove le rocce denudate e perforate da generazioni di picconi e di scalpelli tornavano a coprirsi di dura terra scavata solo da cunicoli vegetali o animali, e la cordonata diventava un sentiero tra gli ulivi.

 

“Andiamo dal babbo?” domandò Carla, ma la madre non rispose, non si voltò neppure: correva davvero, ora che non dovevano più arrampicarsi, e la bambina continuava a perdere terreno.

 

A un tratto, alzando gli occhi, si vide sola: a una ventina di metri il viottolo faceva una curva intorno a un rudere quasi nascosto dalle agavi e dai fichi d’India, e la donna aveva svoltato senza aspettarla.

 

“Mamma!” gridò, e sùbito la vide tornare a precipizio, il pallore del viso divorato dal nero degli occhi pieni di rabbia: in un attimo l’ebbe addosso, si sentì serrare tra le sue braccia e il suo corpo come fra le ganasce di una tagliola, chiudere la bocca e il respiro da una manona molle di sudore.

 

“Zitta, stupida, ché tuo padre è qui, a un passo!” l’alito della donna le divampò in un orecchio come da un forno spalancato. “Spicciati, senza fiatare: ci riposeremo un po’ quando arriviamo al ponte!”

 

Il sentiero cominciava a scendere. Anticoli non si vedeva più, nascosta dal dorso della collina come se il paese e le due fuggitive si fossero voltati le spalle a vicenda: a destra solo pendii disseminati di ulivi, di frutteti, di campi, qua e là di casolari e di stazzi, declinanti sulla sconfinata distesa marina come verso una trasformazione in un mondo e una forma di vita del tutto diversi; a sinistra colline contro il cielo, verdi e gialle e brune anch’esse di boschi e di coltivi, e costellate di cittadine che sembravano discendere l’una dall’altra come le impronte di un viandante in cammino verso il mare.

 

Ma Carla non vedeva niente, benché si allontanasse così tanto da casa per la prima volta: china sui suoi passi, di quando in quando alzava gli occhi solo per assicurarsi che la gonna della madre, le sue gambe tozze, gonfie, pelose, i piedi nudi simili a zolle frantumate e appiattite dal passaggio di un carro, fossero sempre davanti a lei e alla stessa distanza. Non parlava, non domandava più: abituata al silenzio dei genitori, a non udire, da loro e fra loro, che ordini o informazioni o rimproveri, non poteva interessarsi a ciò che nessuno ― tranne Peter, ma per troppo poco tempo ― le aveva mai voluto così bene da voler donare ai suoi occhi e alla sua mente. Però, dopo l’aspro candore rovente delle case buie sotto il sole, ecco che verso il mare scendeva adesso, insieme a tutto ciò che la bambina non era capace di vedere, anche un venticello fresco che le asciugava il viso, le alzava la sottanella sdrucita e macchiata con cui il giorno prima era stata in piazza dalla mattina alla sera e aveva anche dormito, le si infilava nelle maniche e nel colletto della camiciola; e questo piccolo piacere la invadeva tutta: era immenso, per lei, come su una costa bassa e pianeggiante è smisurata una marea che altrove è quasi impercettibile.

 

Ben poche cose Carla aveva davvero veduto nei pochi anni che ignorava di avere. Delle più grandi ― il cuore e la mente dell’essere umano, il cielo stellato, il mare ― quasi non sapeva che esistano. Per lei le donne, gli uomini, i bambini, o erano come Peter: affetti da un’impalpabile, diafana gentilezza che quasi li rendeva invisibili, per grandi e grossi che fossero, e che perciò la intimoriva, benché l’attraesse; o assomigliavano a Jorge, che le permetteva di stargli vicina, le dava sempre riparo, era un po’ la sua casetta; anzi: neanche una casetta ― da quali intemperie avrebbe potuto davvero difenderla? ― solo una parete in costruzione, un muricciolo non finito, ma dietro il quale poteva addossarsi a sperare che qualsiasi cosa dovesse accadere lo facesse dall’altra parte, dal lato di Jorge dove lui era ancora più solo della sorellina, dinanzi al mondo... Peter, Jorge, erano talvolta come la brezza che oggi scendeva al mare con lei: un piacere immenso, venuto come per magia tra la polvere, l’arsura, la stanchezza, il bruciore; forse perfino un indizio che vi siano misteriose possibilità di darsi tregua a vicenda, nascoste nelle cose e nei viventi; ma che non cambiava il fatto che gli uomini e le donne erano per Carla soprattutto il babbo e la mamma: esseri giganteschi che chiamavano dal buio ― “Ooh! Aah! Ihii!” ruggivano ― o che dal buio a un tratto le si paravano davanti e le facevano male ― come una cassa o uno stipite non visti, una pesante stoviglia che cada da una mensola alta, una pietra acquattata nell’erba.

 

Del cielo, poi, non esistevano nemmeno i vocaboli ― cielo, stelle, luna... la bambina non conosceva che il sole ― e del mare solo i tasselli d’ignoto colore ― neanche dei colori le avevano mai detto i nomi ― che scorgeva in fondo alle vie che non poteva discendere, incastonati fra le casette dei Neri che Carla doveva odiare e temere, poiché era stato per colpa loro che i Bianchi erano morti, o scappati, o impazziti, e le città erano andate in rovina: i Neri che erano troppi, dieci volte i Bianchi, e che nascondevano armi spaventose; e che soprattutto, in quelle case non buie ma aperte da tutti i lati di porte e finestre l’una verso l’altra e verso il mondo, si guardavano ed entravano a vicenda senza ritegno: come gli animali, le formiche, l’aria del cielo; e come l’acqua del mare che Carla non aveva mai visto, da vicino, finché con Jorge, scappando con l’agnellino giù per la cordonata, il giorno prima erano sbucati davanti alla casa e al cortile della maestra pieni di gente che parlava e rideva ― tutti Neri, ma con alcuni Bianchi che dovevano essere come Peter ― e il mare era lì, intorno e ai piedi del promontorio su cui la casa sorgeva, come per strapparla da terra e inghiottirla intera. Ma anche ieri, benché lo vedesse da vicino per la prima volta, Carla non l’aveva davvero veduto. Solo oggi, mentre barcollava e inciampava dietro la madre sulle pietre che il sentiero faceva affiorare, la bambina non poteva non scorgerlo, con la coda dell’occhio, ogni volta che guardava davanti a sé per assicurarsi di non essere rimasta indietro: talora a destra della donna, tal altra a sinistra, il mare era una massa d’innominato colore che invadeva il cielo: più alto non solo di Carla, ma della mamma e del babbo! Che proprio per questo, di certo, dovevano starne lontani.

 

Sarebbe stata anche bella, ora, quella mattina insolita ― bello, ora che in discesa e lontano dal babbo, andare a zonzo per il secondo giorno consecutivo: senza faccende, senza urla e rimbrotti a bruciare all’improvviso nel buio; sarebbero stati anche dolci, ora, la mattina e l’andare ― benché così bizzarri, misteriosi, inquietanti ― se la mamma le avesse dato più tempo anche solo un pochino, l’avesse presa per mano, le avesse detto qualcosa senza arrabbiarsi. Ma questi erano desideri che Carla non immaginava di avere ― o che avrebbe fantasticato, se avesse potuto almeno pensarli, come drammatiche e paurose eventualità: ecco, adesso la mamma cade e non si muove più, finché non fa buio; ma poi si rialza, mi dà un ceffone e sta di nuovo bene; ecco, adesso la mamma mi grida da far volare gli uccelli dai cespugli, mi grida da farmi male alla testa, mi grida così forte che la sentono fino al paese e lontano sul mare; ecco, adesso la mamma si stufa, mi prende per un braccio, mi lega una corda e mi tira come una capra... ― o troppo intensi e indecifrabili, se per magia si fossero avverati ― come l’incomprensibile contrizione e l’abbraccio del padre nella notte appena trascorsa ― perché la bambina potesse sopportarli. Lei non poteva desiderare, non poteva gioire: solo sentirsi un po’ sollevata ― ora che in discesa, e lontana dal babbo, e soccorsa dalla brezza dal mare contro il sole che non la riconosceva come figliola più di quanto lei lo sapesse genitore, e non udendo più, ora, i fiochi belati che prima a ogni passo sembravano chiamarla dall’orizzonte che la schiena della madre le celava, da una radura erbosa che un dosso non le lasciava vedere, dal sentiero appena percorso e sparito per sempre... Per tutto ciò poteva solo sentire un po’ di sollievo, e per la madre quasi confidenza, quasi affetto ― purché senza distinguerli dal sollievo ― per quel suo incredibile sembrar meno grande e possente a paragone del mare.

 

Ma intorno a lei c’erano anche cose che non poteva non vedere, per quanto piccole e benché non ne conoscesse i nomi: lucertole che le si mettevano davanti, la precedevano per un tratto, affannate, e poi all’improvviso piegavano a destra o a sinistra, come per allontanarla dalla mamma e farle perdere la strada; grilli e cavallette che le attraversavano d’un balzo il cammino come bambini dispettosi; ragnetti che le si arrampicavano su per le gambe facendole il solletico, ma così sottili e puliti che non poteva vederli finché non si chinava; bisce di cui non scorgeva che un guizzo nell’erba nero come i lampi che a volte si fa in tempo a intravedere negli occhi dei grandi; api e vespe che le si avvicinavano attratte dal rosso delle sue guance, dal suo sudore, dalle punte delle sue piccole dita che senza volerlo si muovevano intorno a lei come petali di fiori: api e vespe che la spaventavano, le strappavano un grido, a volte la tramutavano in una piccola cieca in fuga, le facevano perdere terreno. Cose che la bambina non poteva non vedere, pur non conoscendone i nomi, perché abbastanza forti e invadenti da costringerla a vederle. Ma mille volte più numerose erano quelle troppo piccole, o lontane, o troppo lievi, ― come i sentori d’origano e di rosmarino nell’alito di drago della terra, o il farsi esili delle ombre come per mettersi al riparo a ridosso dei corpi, o il ronzio senza fine che fluiva dolciastro dai frutteti rinselvatichiti, o le strida dei gabbiani che dalla Soga s’allontanavano sempre più in alto sul mare, segno certo che i bambini dei Neri anche quella mattina stavano sbarcando sull’isola ― perché Carla potesse scorgerle da sé: le mille e mille cose che nelle case buie nessuno faceva entrare, e troppo timide per entrarvi da sole.

 

“Eccolo” disse la mamma, senza voltarsi ― solo uno scatto del capo come per scacciare una mosca, mostrando fra i corti cernecchi grigi, umidi di sudore, un profilo che alla figlia avrebbe ricordato un grosso pesce boccheggiante fuor d’acqua, se ne avesse mai visto uno. “Ora ci riposiamo un po’.”

 

Carla udì un suono come il parlottare di un bambino che non volesse farsi sentire, quasi impercettibile nel calpestio che i piedi nudi le facevano ai timpani attraverso il corpo, nell’ansito della terra, nel gemito metallico dei rami stecchiti, nel ronzio stizzito dei calabroni. Le ricordò quando la mamma la mandava con la conca alla fontana, che prim’ancora di vederla le si annunciava così, ma a gola spiegata, incoraggiandola a tagliare fra gli ulivi. E di lì a poco, infatti, ecco dell’acqua venir loro incontro fra pietre e ghiaia entro un incavo di verde, e il sentiero farsi ripido con essa in direzione di una strada bianca e di un boschetto, poco più giù, che era come un graticcio davanti all’azzurro del mare.

 

Scesero con cautela, scivolando e aggrappandosi ai cespugli, alzando una nube di polvere, di scaglie e di odori pungenti che fu come una piccola rivolta contro di loro per aver preso quella via selvaggia, invece dello stradone della costa come facevano tutti. Passarono sotto un ponticello addobbato di ragnatele e in un attimo furono all’ombra, in un improvviso silenzio, su un tappeto daghi di pino che cedevano morbidi sotto i piedi ma pinzavano come formiche. Il mare, da lì, era di nuovo come ad Anticoli: una striscia di blu e vicinissimo, sùbito oltre la penombra del boschetto e il luccichio ferrigno della spiaggia. Il ruscello finiva in un laghetto arginato da una bassa duna, forata da piante d’ogni tipo, ma l’acqua non ristagnava: minuscole onde vi si muovevano senza mai tornare indietro, fluendo una dopo l’altra sotto la duna come se fosse solo appoggiata sulla superficie della pozza, e una dozzina di libellule dalle lunghe ali azzurre o rosse volteggiavano su di esse come stregate dai propri riflessi.

 

“Sotto l’acqua, forza!” ordinò la mamma: si abbassò le spalline, si svestì fino alla cintola e con un brivido cominciò a lavarsi il viso e il petto a una cannella che sbucava dalle pietre muschiose del ponte. Aveva raccolto qualcosa da terra e se lo strofinava addosso, coprendosi di una schiuma giallognola.

 

È calda” disse, con un gesto imperioso verso la figlia, ma continuando a rabbrividire. Nuda dalla vita in sù, i seni che le si muovevano tra le mani come se prendessero vita, era così bianca che sembrava che l’ombra non riuscisse o non volesse far presa su di lei.

 

“Che devo fare, mamma?” disse Carla.

 

“Sciogliti le trecce e datti una lavata, forza!” rispose la donna, impaziente, la voce e gli occhi già inviperiti. “Fa’ presto, ché può venire qualcuno. Svestiti, togliti tutto. Tieni il sapone. Sbrigati, ché non lo so quanta strada c’è ancora.”

 

Carla si tolse la camicia, la gonna, le mutandine, prese con segreto disgusto la poltiglia che la madre le porgeva e sguazzò accanto a lei nella melma, schizzandone da tutte le parti. Ma la donna se la mise davanti, la fece voltare e in un attimo le spicciò le trecce; poi le premette sulle spalle perché si chinasse e la mise sotto l’acqua. Anche la bambina sentì che era calda, ma anche lei rabbrividì e cominciò a saltellare, a strofinarsimentre la mamma, rivestendosi, andava a sedersi su una pietra caduta dal ponte e a cercare il sapone che di continuo le sgusciava via e si nascondeva nella fanghiglia.

 

“Basta, adesso,” disse la mamma. “Vieni a riposarti un momento, ché ripartiamo subito.” Ma si alzò non appena la bambina le si sedette accanto, attraversò il laghetto scalpicciando, come se giocasse, però con la faccia scura, e salì sulla duna riparandosi gli occhi con una mano, mentre Carla la guardava e fantasticava il mare, che da dov’era non vedeva, farsi di nuovo alto fino a metà del cielo, immenso, molto più forte e temibile della madre. Ed ecco che sembrò accadere proprio questo: la donna tornò giù di corsa, come impaurita, questa volta calpestando l’acqua rabbiosamente, e la minacciò con la mano:

 

“Alzati, forza!” disse. “C’è quello là, in mare. Non mi va d’incontrarlo, voglio arrivare prima.”

 

Per un attimo la bambina credette di tornare a casa. Ma la madre, invece di riprendere il sentiero, s’incamminò sullo stradone. E di nuovo si mise a correre in quel modo che a Carla faceva pena, come se in lei fosse la testa, disperatamente, a trascinarsi dietro il corpo arrancante: senza voltarsi, senza curarsi, nemmeno quel poco che per impazienza l’avrebbe forse indotta a prenderla per mano ― soprattutto ora che lo stradone, passata la caletta, cominciava a salire insieme alla costa ― se la figlia ce la facesse a starle dietro, piccola com’era e dopo aver camminato tutta la mattina, o se quel ritmo fosse per lei troppo faticoso. Solo verso il mare guardava; ma Carla era troppo stanca, adesso ― e lasciar trapelare a sé stessa la propria curiosità era del resto troppo arduo e rischioso, per lei, perfino quand’era libera dalle incombenze e dalla paura ― per badare ad altro che a non restare indietro.

 

Ora ogni tanto incontravano o superavano qualcuno ― Neri per lo più, a piedi o su un asino, o qualche volta su un carro ― ma la donna non salutava nessuno, neppure i Bianchi ― sbuffava anzi, se li scorgeva prima che fossero vicini ― e non rispondeva a chi salutava lei. I Neri chiacchieravano e ridevano, se erano in compagnia, e se invece eran soli zufolavano o canticchiavano; ma tutti, avvicinandosi, provavano a rivolgerle la parola, a dirle qualcosa di banale sul tempo, sul caldo, su quanto mancava alla fine della salita, o almeno a incrociare il suo sguardo; i Bianchi invece, benché silenziosi come lei, la scrutavano cupi, con circospetta curiosità; ma la donna non dava soddisfazione né agli uni né agli altri, come se fossero fantasmi alla cui realtà aveva smesso di credere da un pezzo.

 

Bambini invece non ne incontrarono, né Bianchi né Neri, e nessuno quindi rivolse la parola a Carla o la chiamò per nome: al pari e più della madre, che almeno continuava a guardare il mare, anche lei ormai faticava soltanto, come una bestiola sperduta, senza più interessarsi né pensare a nulla.

 

Capì che si allontanavano da Anticoli solo quando a un tratto non poté non fermarsi, dimentica di tutto, a seguire con lo sguardo un gregge di pecore ― gli agnelli sospinti dalle madri incuranti dei loro belati, un cane che si attardava, immobile e ansimante in una nube di polvere, a scrutare la bambina, attonita di fatica e di smarrimento, come se la fiutasse capace di aggredire le sue bestie alle spalle ― e sulle loro groppe lanose oscillanti nella caligine vide il paese come non l’aveva mai veduto, come i disegni che di quando in quando la incantavano apparendo sulle pareti di roccia della casa buia: piccolo piccolo ma tutto intero, tra il verde degli ulivi sulla collina e la falce color cenere della spiaggia, e concavo come un abbraccio intorno alla baia e all’isola puntuta al centro di essa ― piccolo piccolo, sì, ma perfettamente distinguibile in ogni sua parte: le case dei Neri in basso; le grotte da mezza costa in sù; di là il duomo, spalancato sotto il cielo, sospeso in un vuoto che invece era la piazza; di qua la casetta di Etra, isolata sul promontorio sotto gli occhi di una miriade di minuscole finestre... Capì che era il suo paese, del quale nessuno le aveva mai detto il nome, e rimase lì a bocca aperta finché il cane non le abbaiò. Allora si mise a correre, pur sapendo per esperienza che era sbagliato, ma la paura che il cane la inseguisse era meno brutta di quella di restar lì davanti a lui così lontana dalla mamma; e correndo si voltava, inciampava, quasi cadeva ― sebbene il cane, richiamato da un fischio del pastore, fosse sparito con il gregge dietro una curva ― perché continuava ad aver paura: solo che non sapeva più se era del cane o di quel suo paese laggiù, mai visto prima, che sembrava un volto incastonato nella roccia.

 

Raggiunse la madre, che non si era accorta di nulla, e stringendo i pugni le si mise alle calcagna. Un uomo, incrociandole, senza ottenere né un grazie né uno sguardo aveva detto in tono incoraggiante che la discesa era vicina, ma per ora continuavano a salire: con il mare da un lato, alto nel cielo benché quasi a picco sotto di loro, e dall’altro la collina senza più campi né frutteti, solo ogni tanto un moncone d’ulivo alla cui poca ombra una capra selvatica se ne stava come impalata a fissarle con un occhio solo.

 

Però in mare c’era una barca: la bambina non la vedeva, ma la donna sì: non faceva che guardarla, e ogni volta allungava il passo. Grondava sudore, le nuca rossa come di sangue tra le ciocche grigie incollate al cranio, ma il fiato per sbuffare non le mancava ancora: ce l’aveva con le mosche, che ogni volta che la brezza si posava tornavano a darle il tormento; con i viandanti, che parlavano senza che nessuno gliel’avesse chiesto; con la figlia che restava indietro, e accorgendosene e mettendosi a correre non riusciva a trattenere un gemito; con quella barca che filava sul mare nella loro stessa direzione, la vela come un pennacchio di spuma risucchiata dal vento: le faceva rabbia ogni cosa che vedeva, ogni ansia, ogni pena che le tornava in mente, e soffiando e sbuffando di rabbia pompava nuova lena nelle gambe.

 

Ma ad un tratto si fermò, le mani ai fianchi, a guardare una donna, una bianca, con una gonna lunga fino ai piedi, che correva loro incontro giù per lo stradone inseguita dalla polvere che alzava: ancora lontana, così piccola ai piedi della collina che a Carla sembrò per un momento una ragazzina anche lei, già si sbracciava a salutarle e faceva udire la sua voc.

 

“Chi è, mamma?” domandò la bambina, resa coraggiosa proprio da quella vista, e mentre lo diceva la riconobbe: era la sorella della madre, che la mamma diceva matta e cattiva perché da sé si era chiamata Àlima e aveva insegnato a Peter a dare nomi alle persone e alle cose, come facevano i Neri.

 

Arrivò in un attimo, più a salti che correndo, e Carla vide che sorrideva ― anzi, rideva: “Aigra! Carla! Siete venute a trovarmi!” Fece per abbracciarle, ma la donna la respinse e la bambina si nascose dietro la madre: perché faceva così, non sapeva che la mamma non sopportava che le chiamasse per nome?

 

“Si può sapere dove te ne vai?” domandò la madre, stizzita.

 

“Da nessuna parte! Vi son venuta incontro!”

 

“Sei scema? Come facevi a saperlo?”

 

“Perché? Me l’ha detto Ilario.”

 

È in mare,” disse la madre, indicando la barca. “Eccolo là. Come ha fatto a dirtelo?”

 

“Noi parliamo anche quando lui è via. Quando mi parla lo sento.”

 

“Però non sei matta, vero?”

 

“Non sono matta,” confermò Àlima. Sembrava molto più giovane della sorella, pur avendo anche lei i capelli grigi: solo che li aveva lunghi fin sulla schiena, come tra le Bianche non li portavano che le ragazzine, ed era così esile, minuta, e la sua bocca così piccola e rossa ― un frutto di rovo ― e il suo viso, benché magro e appuntito e già segnato di rughe, era come divorato da occhi neri così vivaci, la sola cosa grande che c’era in lei ― due uccellini a cui niente pareva abbastanza sicuro da posarvisi per più di un istante ― che Carla, a dispetto di quel che ne dicevano la mamma e il babbo, ne aveva sempre avuto assai meno paura che di loro. Poco più alta della bambina, non faceva che abbassarsi e piegarsi come se si credesse una gigantessa: china davanti alla sorella ― tozza, squadrata, più grossa di lei come un torello di un cerbiatto ― pareva un’altra sua figlia di qualche anno più di Carla.

 

“Babbo nostro lo diceva, ti ricordi?” disse Aigra. “Te lo ricordi il babbo?”

 

“Certo che me lo ricordo.”

 

“Un giorno vennero i matti, diceva. Vennero a stare da noi, o vicino, e ne seminarono altri. Nonno, te, mio figlio maggiore... ogni tanto ne vien fuori uno. E chissà quanti ancora ne verranno.”

 

“Non sono matta, Aigra. E neanche Peter... Se ne sono andati, l’hai detto anche tu. Forse neanche nonno era matto, ma solo sembrava...”

 

Aigra guardò il mare e sbuffò, scuotendo la testa.

 

“Ascolta...” disse, senza guardarla. “Oggi ti lascio la bambina.”

 

“Va bene,” rispose la sorella, facendosi seria, “lasciala pure, mi fa piacere.”

 

“Non lo farei, se potessi.”

 

“Va bene,” ripeté Àlima, calma.

 

“Qui c’è la sua roba,” disse Aigra, dandole l’involto. “E questo è un po’ di vino per lui,” disse, porgendole l’otre. “Appena posso ti porto qualcos’altro, se ce la faccio...”

 

“Del vino non c’è bisogno,” protestò Àlima sorridendo, senza prenderlo.

 

“Non ti sto mica a pregare, sai? Me lo riporto a casa, se non lo vuoi.”

 

“No, va bene... Lo prendi tu?” chiese alla bambina. “Così ci diamo la mano...”

 

Ma Carla si voltò dall’altra parte, irrigidendosi tutta, e si mise a piangere. Aigra fece per darle uno strattone, ma la bambina si mosse nello stesso momento come se l’avesse sentita arrivare: si allontanò di qualche passo, si sedette sul bordo della strada e continuò a piangere, ma piano, le mani sul viso, lasciandosi uno spiraglio tra le dita per non perderla d’occhio: così triste, così sola, che a un’altra madre il mare immenso che era intorno e sotto di lei sarebbe sembrato di lacrime anch’esso. E forse sembrò così alla zia, perché con un piccolo salto andò ad accosciarsi davanti a lei, la lunga gonna spampanata nella polvere come un fiore caduto, e le parlò sulle labbra come se la imbeccasse.

 

“Che ti succede?” disse, prendendola per mano.

 

“Ho perduto la bambola!” disse la bambina fra i singhiozzi.

 

Se n’era accorta in quel momento: chissà quando, chissà dove, l’aveva lasciata cadere. Poi aveva camminato ancora, a lungo ― nella sua mente era tutto insieme, adesso, e vivido come un lampo ― aveva guardato la madre e il mare, si era spogliata, lavata, si era messa di nuovo in cammino, di nuovo aveva guardato la madre e il mare, aveva visto Anticoli piccola piccola, lontana lontana, aveva avuto paura del cane, aveva corso, stringendo i pugni, senza ricordare che uno dei due non doveva essere vuoto... e solo ora ― quando la zia aveva detto con calma: “Va bene, lasciala, mi fa piacere” ― solo ora si era accorta di non aver più la bambola né in una mano né nell’altra.

 

“Io vado,” disse la madre. “Devo essere a casa prima che torni Melo.”

 

Melo! La mamma chiamava il babbo per nome! Per lo stupore, e per far sì che la zia scostasse un pochino il visetto rinsecchito dal suo, Carla smise di piangere e guardò attonita le due donne.

 

“E Jorge?” disse Àlima.

 

Aigra fece un gesto vago: “Ci penserò,” disse. “Già ne prenderò per questa, quando torna e non la trova più... Forse ti porto anche lui, se Melo non ci ammazza prima.”

 

Àlima balzò in piedi: “E perché te le deve dare?” gridò, ma tirando gentilmente la mano della bambina per indurla ad alzarsi. “Perché non ti metti a gridare? Vedrai che quando arrivano i Neri la smette!”

 

Sbuffando, Aigra si voltò e ripartì. Carla fece per seguirla, come se non avesse capito che doveva restare con la zia. Ma subito si fermò: la madre era già lontana, già correva; e non solo il mare, anche il paese in lontananza, per quanto piccolo, era più grande di lei!

 

“Vieni, andiamo a dirlo allo zio Ilario!” disse Àlima. “Sarà contento di vederti. Il sole è alto, chissà che fame che hai! E lui sarà così allegro: cucinerà per te e farà un sacco di scherzi!”

 

“Ho perduto la bambola...” disse Carla.

 

“Come sei bella con i capelli sciolti!” disse la donna per distrarla.

 

“Mamma si è dimenticata di rifarmi le trecce...” protestò la bambina, e di nuovo fu lì lì per piangere.

 

“Ascolta,” disse Àlima, contando sulle dita della nipote. “Adesso andiamo a casa... salutiamo lo zio... vediamo cosa ci ha portato di buono... cuciniamo... e mangiamo! Poi, mentre tu ti fai un bel riposino insieme a lui, io invece esco e mi rifaccio la strada e il sentiero finché non la trovo.”

 

“E se l’hanno presa i Neri?”

 

“Non l’ha presa nessuno, sta’ tranquilla.”

 

“E se la prende la mamma?”

 

Àlima rise. “Scherzi? La mamma non la vede nemmeno se ci cammina sopra! Te la trovo io, te la riporto, svelta svelta, e le facciamo un bel bagnetto insieme.”

 

E con quest’ultima proposta riuscì finalmente a incantarla, poiché Carla non aveva mai immaginato che anche le bambole potessero desiderare di lavarsi e di sentirsi fresche e pulite, di tanto in tanto.

 

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Il Mondo dei Bambini è un racconto immaginario. Ogni somiglianza a eventi o persone esistenti o esistite è del tutto casuale.

 

Il Mondo dei Bambini è un racconto di Luigi Scialanca, è registrato ed è protetto dalle leggi vigenti.

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