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Il Mondo dei Bambini
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Eclario Barone, L’Isola del Tesoro, inchiostro su carta, 2005 (particolare).
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6. L’Isola del Tesoro
Erano di tutti i colori, ma così tenui che dall’una all’altra quasi non si vedeva differenza. “Sono conchiglie,” spiegò la maestra, “guarda come sono piccole!” e il bambino, sentendole sprofondare frusciando e scricchiolando sotto i piedi nudi, temette di ridurle in frantumi. Etra se n’era andata, adesso: Fabian era in riva al mare, solo, e dietro di lui non c’erano che le sue impronte: una miriade di piccole ombre disseminate a perdita d’occhio attraverso la spiaggia deserta.
Sarebbe tornato indietro ripercorrendole una a una, pensò, così non avrebbe fatto altri danni. Ma prima si accosciò a guardare cos’aveva combinato, affondando con le braccia e coi gomiti fra i microscopici gusci variopinti, e con immenso sollievo vide che non ne aveva rotto nessuno: “Sono troppo piccole per rompersi,” disse Etra, e Fabian gliene fu così grato ― era di nuovo lì! ― che un momento dopo correva verso di lei, correva, correva senza più preoccuparsi del morbido tappeto ronzante e sussurrante che gli faceva il solletico ai piedi: un bambino cui la brezza mattutina volava incontro, che il sole ancora basso abbagliava nascondendo la donna come un dono misterioso in un crepuscolo scintillante, e le cui lievi impronte la risacca dolcemente riempiva di colori dinanzi a lui mentre intorno la spiaggia mutava quasi impercettibilmente a ogni suo slancio, a ogni suo sguardo.
Quando si fermò, lasciandosi cadere tra le conchiglie a raccoglierne una manciata ― aveva abbracciato la maestra e subito era corso via ― vide che ce n’erano di così piccole che sembravano granelli di sabbia, e che le più grandi erano anch’esse così piccole che quasi non si riusciva a scorgervi il forellino nero che un tempo aveva permesso a una minuscola creatura di servirsi degli occhietti per vedere, della boccuccia per brucare la morbida pancia del mare, delle zampine per arrampicarsi sulle membra di roccia dell’abisso in cerca di un buon punto per ancorarvisi, per non precipitare... La spiaggia ― l’Auriella, l’aveva chiamata Jorge ― era di conchigliette quasi invisibili, colorate, ronzanti, che pur scricchiolando e frusciando non si rompevano! E da un orizzonte all’altro era piena di bambini e bambine di ogni età che giocavano, correvano, gridavano, entravano in acqua e ne uscivano: mentre Fabian scappava, scuro in volto, intimidito, scontroso ― dov’era la maestra, la casetta sul promontorio, il paese? ― e scappando si accorgeva che era solo, che intorno a lui a perdita d’occhio non c’erano altri, e nondimeno li udiva che lo inseguivano e vedeva le piccole ombre delle loro impronte mescolarsi e confondersi con le sue!
Poi il bambino arrabbiato e impaurito andò via, scomparve, e Fabian tornò; e perché i bambini non si accorgessero che il fuggitivo era stato lui, si tolse la maglietta, la lasciò cadere e corse a nascondersi fra loro prima che capissero da dove era venuto. Scendevano al mare, che adesso era lontano ― chissà per quanto tempo era scappato, il bambino che prima era Fabian! ― e i sentieri di morbide ombre che cedevano frusciando sotto i loro piedi si facevano sempre più profondi, cavità che si allungavano verso la battigia fra argini alti e stretti, ruscelli d’acqua bianca e profumata come il latte in cui i bambini scalpicciavano in fila; e i ruscelli e le file convergevano in una pozza: una buca scavata da loro, ampia, profonda, e già piena di bambini, quando Fabian li raggiunse, che continuavano ad allargarla. Tutti i bambini di Anticoli erano lì, eccitati, accesi in viso; ma anche un po’ incerti, non sapendo a che altro mettersi; e tutti, allora, guardarono il mare e videro le donne uscire dall’acqua e venire verso di loro.
Erano ragazze, signore, e c’era anche qualche sorellina ― Fabian aveva due sorelle più piccole, prima, e gli aveva voluto così bene che sapeva riconoscerne una, quando la vedeva. Alcune, più lontane, stavano ancora nuotando, ma le prime già uscivano dall’acqua ed entravano nella conca proiettando sui piccoli grandi ombre tondeggianti, molli, fluttuanti come piante acquatiche tra frotte di pesciolini: ombre che sorridevano, con la bocca e gli occhi appena visibili in controluce, ma chissà perché non parlavano, non dicevano niente, era tutto dei bambini il chiasso festoso che le accoglieva: erano nude, nere e bianche, e le braccia, le mani rosee come le conchiglie dentro, i capelli avviticchiati alla fronte e alle guance, i volti pieni d’invisibile amore, i seni dondolanti, le pance, i peli pubici morbidi come spugne, le cosce, grondavano acqua e salsedine mentre stringevano a sé i bambini e le bambine ― ognuna il suo, o i suoi, qualcuna anche quattro o cinque ― e farsi largo tra loro era come nuotare, scoprì Fabian facendosi largo tra loro, e subito anche lui si ritrovò fra le braccia di una giovane donna dai lunghi capelli biondi e la pelle lucida, quasi diafana, come levigata dal mare, e nello stesso momento seppe che quella era la sua mamma perduta: erano mamme le donne, e nonne, e sorelline amate, avevano varcato l’abisso del mare per venire a stare ad Anticoli con i figlioli e le figliole, i nipotini, i fratellini, e quella su cui cercava di arrampicarsi era la sua ― la riconosceva anche se non aveva mai visto il suo viso, mai sentito il suo odore ― ma erano tutte così bagnate, così impregnate d’acqua che i loro abbracci quasi non si potevano ricambiare: si scivolava giù in un baleno come le onde sugli scogli, come i pesciolini tra le onde, e subito si tornava a provarci, a tentar di far presa su quei corpi di sirene come su raggi di sole nell’acqua.
Fabian fu il primo che ci riuscì, senza sapere come: la mamma lo prese in braccio, lo sollevò, lo strinse a sé mugolando di gioia, e il bambino scoprì che i suoi occhi erano così blu, nell’ombra e nel baluginio che danzava loro intorno, che guardandovi dentro si vedeva com’era buio e silenzioso e quieto laggiù, sul fondo, da dove la donna senza poter parlare guardava lui lontano lontano fuori di essi: “Vieni a casa con me, mamma, vieni a conoscere la maestra!” gridò, e il suo stesso grido ― o così gli parve ― lo svegliò, benché ancora non volesse svegliarsi, nel lettone bianco di Etra, nella pallida oscurità della sua stanza, nel chiarore del mattino che le imposte trattenevano e filtravano tramutandolo in un corteo senza fine alla maestà della notte. Ora si sarebbe alzato e sarebbe tornato in spiaggia, pensò il bambino: sùbito, di corsa, senza nemmeno far colazione, per andare a vedere se davvero aveva sognato o no. Ma prima doveva rimettersi la maglietta, o di nuovo sarebbe stato nudo e sarebbe scivolato, tentando di abbracciare la mamma ritrovata; e mise i piedi a terra, e si chinò a raccoglierla; e vide che non era più la maglietta del bambino intimidito e scontroso ch’era scappato via: era un’altra, nuova, e pur essendo bianca anch’essa e identica alla prima, era molto più bella ― specialmente i colori che nel bianco s’intravedevano, simili a quelli delle minuscole conchiglie; e nel vedere questo, felice, si svegliò davvero.
Magari Jorge e Carla fossero venuti, pensò, tirandosi il lenzuolo sul mento, riempiendosi gli occhi di quella luminosità così tenue da far sembrare bruno il candore del letto e delle pareti ― magari fossero venuti, col grande e grosso Peter a tenerli per mano lasciandosi tenere a sua volta da loro per mano ― e con gli occhi della mente il bambino li vedeva, mentre così l’immaginava, non certo li pensava! ― e magari avessero avuto voglia, oggi, di giocare con lui, e neanche loro fossero più timidi e scontrosi come il giorno prima in chiesa: con loro Fabian ci sarebbe andato davvero a giocare all’Auriella per la prima volta, e a fare amicizia con gli altri bambini. Non ci sarebbero stati i ruscelli, no, né la conca profonda entro cui scalpicciare; e la sua mamma non sarebbe uscita dal mare, no, e nemmeno le mamme degli altri: il bambino sapeva bene che non era possibile, ora, e ogni momento che passava lo sapeva un po’ di più; e nondimeno tentava, quasi senza accorgersene, di restar lì dove invece era ancora possibile che così fosse, in quella penombra della stanza di Etra che pian pianino lasciava entrare il nuovo giorno nella notte trascorsa lasciando penetrare la notte nel giorno in arrivo.
Ma come non alzarsi? Jorge e Carla erano forse già in cucina a bisbigliare, impazienti, e spazientiti se ne sarebbero andati, forse, se Fabian non usciva a festeggiarli. Magari erano loro le ombre che si dilatavano e contraevano, misteriose, andando e venendo nel rivolo di luce che scorreva sotto la porta ― non di Etra, che non ne aveva che una; e poi gli sembrava di udire voci sommesse, piccoli rumori, brevi scalpiccii ritrosi, come degli zoccoletti di un agnellino, e perfino un alito dell’ingombrante odore di Peter intimidito dalla casa della maestra, entrandovi per la prima volta... Fabian scese dal letto, s’infilò le mutandine pulite che trovò a tentoni sul cassettone e fece per socchiudere la porta quanto bastava per sbirciare in cucina con un occhio solo, ma non riuscì a trattenerla: la porta si spalancò di colpo e lui con un balzo da piccolo gigante si ritrovò in mezzo alla stanza pronto a tutto, ben piantato sulle gambette da grillo, esile e lucente come un raggio di sole, scarmigliato come una nuvoletta. Ma non c’era nessuno: solo la colazione ― il pane e i dolcetti sul tavolo, il pentolino del latte in un angolo della stufa col coperchio un po’ di traverso, un bordo di schiuma tutt’intorno come se avesse appena smesso di bollire ― e un gran calore che dai fornelli gli venne incontro pimpante facendolo correre, ancora speranzoso, a spalancare la finestra e la porta. Invece anche il cortile era deserto, e Fabian non si accorse che era stato appena spazzato e lavato e che il mosaico luccicava, pur nel consueto pallore mattutino delle pietruzze bianche, come se le nere e le rosse fossero state riverniciate a una a una: si fermò sullo scalino, incerto, e si preoccupò. Ma ecco che dallo stradone, non ancora raggiunto dal sole, un ragazzo e una ragazza lo salutarono ― lui con la voce, fiera come il canto di un gallo, lei con un luccichio malizioso negli occhi più per quel che Fabian aveva interrotto che per lui ― e il bambino, benché non ricordasse di averli visti il giorno prima in piazza, audacemente corse loro dietro e li raggiunse: “Avete visto la maestra?” domandò, allarmato dall’inatteso palpito d’ansia che sentì tremare nella propria voce. E nonostante ciò era fresca fin quasi a sembrare viva l’ombra nella polvere della via, malgrado la preoccupazione!
Il giovane si guardò intorno: “Eccola!” disse, e con un sorriso la fece apparire dietro la casa, fra cielo e mare, di ritorno dal promontorio, un po’ china, esile e lucente anche lei come un raggio di sole-maestra con il grembiule tra le mani pieno di uova: “Eccomi, eccomi!” diceva, affrettandosi; e sùbito, mentre il ragazzo e la ragazza scomparivano, si udì un trepestio vorticoso, voci, risa che cercavano invano di trattenersi, e prima che Fabian arrivasse a cingerle cautamente la vita fu circondato da una frotta di bambini che la salutavano strepitando ― per un momento la frittata sembrò inevitabile, Fabian li guardava stranito, cercava tra loro quelli che aspettava ma non li vedeva ― e poi, in un attimo, ancora salutandola si dileguavano come una cascatella giù per il sentiero in un torrente di sassolini, in una nube di polvere, verso la spiaggia piena di grida: e adesso c’era tanta gente anche sullo stradone, donne e uomini che passavano e anche loro salutavano, e voci e rumori che venivano dalle case, le porte e le finestre spalancate, e versi e richiami di animali da ogni parte, da terra e dal cielo: in un attimo, riapparsa la maestra, il paese silenzioso e deserto si era riempito di vita come se tutti, umani e non umani, avessero atteso solo lei, buoni buoni e nascosti, per lasciare che anche Fabian li vedesse e li udisse.
“Vuoi andare in spiaggia?” disse Etra; e stava per dire: “Se vuoi ti accompagno...” ma si trattenne.
“Non son venuti Jorge e Carla?” domandò il bambino.
“Ancora no.”
“Neanche Peter?”
“No,” disse la maestra, e si chinò a dargli un bacio.
Entrarono in cucina, dove già faceva meno caldo, e la donna appoggiò delicatamente sul tavolo il grembiule pieno e ne tolse le uova a una a una: erano nove, intatte, e nessuna ― parve a Fabian ― era precisamente dello stesso colore di un’altra. Poi le trasferì nel lavello, e aiutata dal bambino, che in punta di piedi e vibrando come un diapason per lo sforzo le versò l’acqua dalla brocca, le lavò accuratamente, ne scelse una, la forò da una parte e dall’altra con la punta di un coltello e gliela porse. Poi fece lo stesso per sé, insieme rovesciarono la testa all’indietro ― tutto ciò si ripeteva identico ogni mattina ― e Fabian succhiò come lei, avidamente, come aveva imparato da qualche giorno, riempiendosi di quel buon viscido un po’ disgustoso che scendeva giù per la gola mentre era ancora fra le labbra e in bocca, come se niente, neanche fuori dal guscio, potesse scomporlo in sorsi. Però il visetto rimase imbronciato.
“Non verranno più?” domandò.
“Vuoi andare tu a prenderli?” disse Etra.
Fabian s’illuminò e tornò a oscurarsi, come un cielo a primavera: “Ma io ho paura di andarci...” obiettò.
“Non a casa. Da Peter. Forse hanno dormito lì. La strada te la ricordi?...”
“Evviva!”
“Aspetta! Bevi un po’ di latte!”
“Lo bevo dopo con loro!” gridò il bambino: era già sullo stradone, in mutande e senza scarpe, e avrebbe voluto correre, ma si costrinse a rallentare non per non alzare polvere su quelli che incontrava ― come pensò la maestra mentre lo guardava allontanarsi ― ma immaginando, nella polvere, di riempirsi le piante dei piedi di frescura prima di arrivare sull’acciottolato rovente. Il sole però non era ancora così alto, niente scottava: all’ingresso del paese, Fabian si mise a correre senza veder più nessuno, e nondimeno accordando a quelli che lo salutavano un saluto altrettanto cordiale, in cuor suo ― anche se dimenticato nel momento stesso che immaginava di proferirlo ― ma del tutto impercettibile per loro.
Si ritrovò sulla gradinata del duomo in men che non si dica ― un po’ stupito e intimidito da piazza delle Ville così diversa dal giorno prima, così deserta che la voce della fontana suonava ovunque limpida e forte come quella di una donna che canta a gola spiegata in casa propria ― e arrivato in cima si fermò, incerto, dinanzi all’oscurità che sulla soglia teneva testa, come un bastione impenetrabile, al candore abbagliante del sagrato e all’azzurro del cielo che pur s’intravedeva, al di sopra di essa, in cima alla voragine del tetto. Ma la pietra scottava, lì, e lo costrinse a entrare.
Si fermò di nuovo, cercando per abituarsi al buio di non guardare il cielo che attraeva i suoi occhi come le ali di un uccellino, e piano piano il paesaggio che ricordava affascinante e avventuroso si riformò dinanzi a lui molto diverso: tetro, precluso senza via di scampo alla vitalità del cielo d’estate che lo sovrastava senza sfiorarlo, chiuso in sé come le medievali foreste secolari di cui Fabian niente sapeva, che non poteva neanche immaginare ― la storia e le fiabe non essendo meno dimentiche di esse, là da dove il bambino era venuto, di quanto lo era lui del luogo dove le aveva udite e di chi gliele aveva narrate.
Non osò andare avanti, e scoprì che non osava nemmeno aprir bocca: “Peter!” provò a chiamare, ma il grido gli si tramutò in un ansito, come se anch’esso avesse paura di avventurarsi in quel vuoto.
“Non c’è...” disse una voce a un passo da lui, cavandogli lo strillo che non gli riusciva: esausta, smarrita, venendo sù senza forza da un’ombra ammucchiata come un fascio di legna ai piedi di un pilastro.
Il bambino fu per scappar via a gambe levate, ma vide che sarebbe passato vicinissimo all’ombra: capì ― con un brivido ― di averla già sfiorata entrando! Impietrito, aguzzò gli occhi tenendosi con la destra alla parete, per sentirsi sicuro di non poter senza accorgersene, mentre si sforzava di vedere, avvicinarsi troppo all’immensa buca che il giorno prima gli era parsa una valle incantata. L’ombra, allora, come avvertendo il suo sguardo, lentamente alzò la testa mostrandogli il proprio, e Fabian senza alcun sollievo la riconobbe: era Fulvio, il giovanotto arrivato ad Anticoli con lui: alto e dinoccolato, come sempre, ma forse era caduto, si era fatto male, o forse qualcuno gli aveva dato un sacco di botte ― possibile che fosse stato Peter? ― e le sue lunghe braccia erano adesso come pronte a essere smontate, una di qua e una di là, e le lunghissime gambe erano ripiegate sotto il tronco come quelle di un burattino abbandonato.
“Mi aiuti ad alzarmi?” chiese l’ombra fissandolo senza batter ciglio, come aggrappandosi e già cominciando a tirarsi sù con la forza dello sguardo.
“No,” voleva dire il bambino in tutta semplicità, ma non gli fu possibile: “È stato Peter a picchiarti?” domandò invece, immaginando che da un momento all’altro gli avrebbe teso la mano ― vedendo che stava già tendendogli la mano! ― perché con tutto il suo peso si appendesse a lui così piccolo e inerme.
Il giovanotto la prese ― appena la vide tornò in vita, benché non ancora in forze ― e faticosamente, ma così leggero che Fabian non vacillò, si tirò sù tramutandosi in un grande uccello scheletrito, poi, lasciata la sua mano, in un violento frullar d’ali nero, e infine di nuovo in un’ombra barcollante, alta su di lui fino al rettangolo di cielo azzurro in cima al duomo in cui penetrava col capo senza illuminarsi.
“Mi son picchiato da me,” disse, attutendo con l’ironia la pena che gli faceva tremare la voce. “Lo sapevo che non ci dovevo venire, qui... e invece... ci son venuto lo stesso.”
Ondeggiava lievemente, come dubbioso se cadere indietro o addosso al bambino, e Fabian gli offrì di nuovo la mano senza volerlo, quasi senza accorgersene.
“Ad Anticoli?” domandò.
“Sì,” disse Fulvio, e per un attimo lasciò i suoi occhi, sbattendo le lunghe ciglia filamentose, come per collaudare i propri alla luce che il portone lasciava di nuovo entrare dal sagrato.
“E perché ci sei venuto?”
“Per te,” rispose l’uomo, guardandolo. “Son dovuto venire.”
“Perché per me?” avrebbe voluto chiedere Fabian, ma il perché non venne. “Per me?” ripeté.
“Credevo che lo sapessi.”
Nel silenzio che seguì, il bambino abbassò gli occhi: il giovanotto non barcollava più, però continuava a tenergli la mano: senza stringerla, con le dita piegate su di essa come per esaminarla.
Un adulto quasi non se ne sarebbe accorto, ma Fabian a un tratto sentì fastidio: non alla mano, come se non la mano fosse immobilizzata, ma al braccio, all’altro braccio, alle spalle, al busto, alle gambe, come se tutto il corpo fosse tenuto fermo. Forse poteva muovere un piede ― avrebbe tanto voluto farlo! ― ma aveva paura che fosse tra i piedi dell’altro, e per vederlo avrebbe dovuto distogliere gli occhi dalla mano... Era come esser legato dalla testa ai piedi: non un prurito, non un dolore, ma uno sforzo impotente di tutto il corpo come la notte del suo arrivo ad Anticoli, quando si era svegliato sulla collina e gli ulivi si erano chinati mormorando su di lui come quelle dita sul dorso della sua mano. Quella volta era riuscito a muoversi ed era scappato, era corso dalla maestra... e aveva trovato anche Fulvio.
Il pollice del giovanotto si mosse, mentre il bambino lo guardava ― così magro che sembrava un dito come gli altri, così lunghi e sottili che la mano di Fabian aveva ancora tanta strada da fare per sfuggirgli, ora che pian pianino stava scivolando via come una gocciolina giù per un vetro quando la pioggia è finita da un pezzo ― si mosse, si fermò per un attimo come indeciso e poi di nuovo si mosse: accarezzandogli le dita, lento, così delicato che le dita del bambino non lo sentivano e tuttavia così sproporzionato e smorto, in confronto a esse, che gli occhi non poterono continuare a guardarlo, mentre lo faceva.
“Stai meglio?” domandò, rivolto alle ombre tra cui lo sguardo dell’altro vacillava come la fiammella di una candela: era lo stesso giovanotto che ieri si divincolava come un fuoco fatuo tra la gente ― su e giù, di qua e di là, apparendo e scomparendo in ogni punto della piazza, così agile e imprevedibile che il corteo di bambini che lo seguivano stentava a tenergli dietro ― ma oggi pareva che a muoversi faticasse e soffrisse come se dovesse portarsi appresso tutti i pilastri senza cima del duomo scoperchiato.
“Sto meglio,” disse, ma con tanta pena che fu come se avesse detto il contrario.
“Allora posso tornare dalla maestra...” suggerì il bambino, commosso suo malgrado, guardando di nuovo senza volerlo le loro mani intrecciate, domandandosi vagamente addirittura se la donna non l’avrebbe rimproverato, per essere scappato via lasciando senz’aiuto quel poveretto.
“Ci vediamo, però?” disse Fulvio in tono di assenso, ma serrando le sue dita tra le proprie.
“Sì...” disse Fabian, e la sua voce tremò per lo sforzo che stava solo immaginando di dover fare per liberarsi da quella stretta.
“Ricorda che son venuto per te... Che è per te, Fabian, che sto soffrendo così.”
“Mi dispiace, signore... Io non voglio che stia male: mi dispiace tanto!”
“Lo so. Non è colpa tua. Ma non dimenticartelo, però: ho bisogno del tuo aiuto. Capisci?”
“Sì...” Non voleva neanche provare a tirar via la mano, né guardarla, né guardar di nuovo i suoi occhi: guardava fuori, lo splendore di piazza delle Ville cantante e frusciante tra i suoi alberi e nella sua fontana come una donna felice con un bellissimo vestito in un mattino di prima estate, mentre lui era lì nel buio e si sentiva cattivo perché voleva scappare, senza cuore come non si era mai sentito da quando era ad Anticoli, e malgrado ciò voleva solo tornare là fuori, sùbito, a costo d’esser più cattivo ancora.
“Va bene?” disse il giovanotto, lasciandolo.
“Sì!” gridò il bambino, ed era già sulla scalinata, volava come in sogno al di sopra dei gradini, ogni passo un balzo che non finiva più, il groppo in gola tramutato in un empito di gioia, già dimentico dei brutti pensieri, dei brutti ricordi, i tonfi dei piedi nudi sul selciato come un rullar di tamburo dentro di lui, nel petto, nella testa, a capo chino attraverso la piazza e per tutta la via come un piccolo ariete selvaggio, senza veder nessuno, in mente solo la donna da cui correva senza pensare a lei, come un vento bambino al tempo in cui anche il vento poteva esserlo, e al pari di noi aver immagini senza saperlo.
Nascose il viso nel suo seno come in sogno si era stretto alla mamma all’Auriella, e anche se il sogno era dimenticato udì nel petto della donna il rumore del mare nel suono della voce: le braccia di Etra gli chiudevano le orecchie, ma le labbra e le palpebre di Fabian sentivano le sue parole come una carezza.
“Maestra!” esclamò, scostandosi un poco da lei; ma nello stesso momento, udendo una voce d’uomo, immaginò che Fulvio avesse recuperato le forze e sguinzagliando come cani le lunghissime gambe l’avesse rincorso fin lì. “Maestra...” ripeté, impaurito, mentre la donna lo spingeva dolcemente a girarsi. Ma l’uomo non era Fulvio, meno male, era un signore che gli sorrideva, e l’urgenza di raccontare si attenuò.
“Ciao, Fabian” disse l’uomo.
“Ciao...” disse il bambino.
“Lui è Ilario,” spiegò la maestra. “Non lo conosci perché non si fa vivo da un pezzo.”
“Ho lavorato tutti i giorni,” si giustificò l’uomo, “dalla mattina alla sera. E ogni mattina mi chiedevo se ti saresti fatta viva tu, e ogni sera perché non l’avessi fatto!” soggiunse.
“Quanti anni hai?” disse il bambino, e la risata di Etra lo fece vibrare come una fogliolina al vento.
In effetti il viso e gli occhi dell’uomo erano giovani ― l’azzurro delle pupille, il bianco della pelle, illuminavano il suo sorriso come uno squarcio di cielo tra le nubi, il sudore sulla sua fronte e sul petto brillava come le gocce di pioggia quando piove col sole ― ma erano vecchi i capelli bianchi, così sottili che fluttuavano nell’aria come fili d’alghe nel mare, le rughe che dagli occhi si irradiavano sulle tempie e le guance, le mani enormi, le dita nodose. Eppure l’uomo, come un bambino ― come una bimba! ― con la sinistra teneva per la manina ― una manina di spago intrecciato ― una bambolina di stoffa. E la teneva con affetto, come la mano di una bambina vera: non agitava quel braccio, parlava solo con l’altro.
“Ho cinquantasei anni,” disse l’uomo. “E tu?”
“Non lo so. La maestra dice che ne ho dieci.”
“Che cosa ti ha inquietato, Fabian?” domandò l’uomo, gentile.
“Maestra!” gridò il bambino, staccandosi da lei per voltarsi a guardarla. “In chiesa c’era Fulvio! Non c’era nessuno, solo Fulvio! Ma io non l’avevo visto! Era in chiesa e stava male! Stava per terra! Ma non sarà stato Peter, vero? Io l’ho aiutato ad alzarsi perché da solo non ci riusciva! Tremava tutto!”
E senza accorgersene tremò anche lui, dicendolo, come per farglielo vedere.
“Mi sa che ti sei preso una bella paura...” disse l’uomo, premuroso, e il bambino si fece un po’ da parte per lasciar libero ― per parlare tutti e tre ― lo spazio che aveva occupato fra lui e la donna.
“Sì,” ammise, con sollievo, “per questo sono scappato... Però mi dispiaceva,” soggiunse, guardando la maestra, “perché volevo aiutarlo ancora.” Non disse che il giovanotto era venuto per lui: l’aveva dimenticato, per il momento. “Carla e Jorge non c’erano, e neanche Peter. C’era solo Fulvio!”
“Carla è da Ilario,” disse Etra. “La mamma l’ha portata a casa sua stamattina...”
“Perché?”
“Perché il papà si è arrabbiato.”
“E Jorge? E l’agnellino?”
“Con la mamma e il papà, credo...”
“E Peter?”
“Ascolta, Fabian: adesso Ilario e io andiamo un momento sù da loro a vedere se hanno bisogno di qualcosa. Tu però non venire... Ti abbiamo aspettato per dirtelo, ma è meglio che rimani qui, Fabian!”
“No, maestra!” stava già gridando. “Voglio venire con voi!”
La donna lo guardò come se stesse per inquietarsi; ma poi il bambino sentì una mano dell’uomo posarsi sulla sua spalla destra e la bambolina sulla sua spalla sinistra, e il viso di Etra si schiarì:
“Mettiti le scarpe allora, spicciati,” disse, “ché non c’è ombra lassù!”
Fece in un attimo, ma Etra e Ilario erano già lontani. Fabian si mise a correre, allarmato, e sùbito la maestra si voltò a incoraggiarlo con lo sguardo, e Ilario senza voltarsi mosse un po’ la bambolina come se anche lei lo invitasse a sbrigarsi. Ma poi non li vide più, perché altre persone sbucavano dalle traverse e dagli usci delle case e si mettevano a seguirli: in pochi istanti divennero un gruppo di una ventina di donne e di uomini, lasciarono lo stradone e s’inerpicarono su una viuzza che saliva tra case sempre più grigie, alcune diroccate, altre chiuse, pallide, come malate. Poi cominciarono le grotte, che il bambino vedeva per la prima volta, l’una sulla groppa dell’altra, gli usci come pertugi, bui, e da alcune vennero fuori donne e bambini bianchi, e vecchi, ma non si unirono a quelli che salivano: restarono a guardarli passare, tesi, come aspettandosi che qualcuno si voltasse a chiamarli o tornasse a prenderli, e con la stessa trepidazione guardarono passare Fabian.
Lui invece, preoccupato e deciso, guardava solo il gruppo davanti a sé: finalmente lo raggiunse, s’infilò a testa bassa fra quei corpi tanto più grandi, a tentoni trovò la mano di Etra in attesa della sua. Ma il gruppo si fermò, compatto, come se il suo corpicino ne avesse inceppato il movimento, e a Fabian rimase così poco spazio che dovette guardare in sù come dal fondo di un pozzo, in cerca d’aria e di luce nel blu del cielo stretto fra tutte quelle teste; poi si sentì tirare dalla maestra, e mentre avanzava a fatica, trainato da lei, inciampando in grandi piedi nudi duri e immobili come rocce, qualcosa di piccolo e morbido gli si strinse al petto: la bambolina di Carla, passata nella sua mano destra senza che se ne accorgesse. Come c’era arrivata? E Ilario? Era sparito? Ma le domande svanirono: adesso era fuori dal gruppo, davanti a lui c’erano gradini di pietre sconnesse e ciuffi d’erba verdi e bruni ― belli, ad aver il tempo di esplorarli, come una minuscola foresta per formichine ― e poco più sù altri piedi e altre gambe chiudevano la cordonata come un muro: un muro d’uomini, tutti bianchi, che guardavano in silenzio al di sopra del bambino come se fosse troppo piccolo per vederlo ― bianchi ma abbronzati, e per di più scuri in viso, le bocche quasi senza labbra, i nasi enormi ― eppure Fabian non ebbe tanta paura: sentì la bambolina stringersi a lui ancora più forte, la maestra tirarlo, e facendosi piccolo, curvo, nascondendosi dietro di lei, penetrò quella barriera umana e l’attraversò. Gli uomini non si allargarono per fare spazio ma neanche si strinsero, e ancora non dissero una parola. Solo quando furono passati: “E allora?!” si udì una voce. E poi, facendosi via via più sonora: “E allora?! Si può sapere cosa venite a fare? Parlo con te, maestra! Si può sapere cosa volete?” Fabian, riconoscendola, non poté non voltarsi: e come si era aspettato vide il sindaco tra quegli uomini, un passo avanti a loro e con un bastone nella destra puntato a terra, ma non come se vi si appoggiasse. E così anche gli altri, tutti avevano in mano qualcosa di brutto: qualcuno un bastone ― rami nodosi scelti tra la legna per l’inverno, come ne aveva anche la maestra dietro casa sotto una piccola tettoia, grossi ma maneggevoli ― e qualcuno la lama luccicante di un coltello o di un’accetta: “Parlo con te, maestra: cos’è che vuoi?” gridò di nuovo il sindaco, e questa volta la donna si voltò a rispondergli e il bambino si accorse che davanti ai Bianchi erano soli, i Neri e Ilario erano rimasti al di là; poi la voce di Etra scoccò al di sopra di lui, chiara e squillante sotto il sole come gridi di uccelli in volo verso il mare: “Devo dirlo a te cosa voglio, uomo? E da quando?”
“Sono il sindaco o no? Sono il sindaco oppure no?”
“E allora che bisogno hai di bastoni e coltelli? Comanda, no? Se sei il sindaco, ti ubbidiremo.”
L’uomo ribatté, aggressivo, altre voci si accodarono alla sua, monche, dimesse, stanche da far quasi pena, e la donna senza perdere un istante replicò anche lei più volte, calma, battagliera, fendendo e disperdendo le parole loro con acuti limpidi suoni che sembravano cadere dal cielo; ma Fabian non li ascoltava, non li guardava più: schiena a schiena con la maestra come con uno spadaccino che combattesse per lui, non aveva occhi che per l’infelice famigliola nel cortiletto infuocato, saltata fuori nel sole accecante come da un buco nella terra: l’uomo dai capelli ritti ― il papà, era il papà di Jorge e Carla! ― che tremava tutto e con la bocca faceva versi, come se non sapesse parlare; Peter ― ecco dov’era! ― che lucido di sudore, pallido, incombeva di sbieco sul padre come un cavallo spaventato, gli occhi pieni di lampi; la donna, la mamma!, che in ginocchio abbracciava mugolando il marito saldandolo al suolo come un viluppo di radici cresciute dal suo stesso corpo; e soprattutto Jorge, che balzando di qua e di là come una cavalletta era salito sul muricciolo e lo fissava come se la vista di Fabian fosse per lui l’unica sostenibile, eppure non dava segno di riconoscerlo: “Jorge! Scendi! Scappiamo!” avrebbe voluto gridare, ma c’era troppo chiasso, a un tratto parlavano tutti insieme, e in quella tempesta di voci gli faceva paura sentire che Etra adesso lo urtava leggermente con la schiena ogni volta che rispondeva loro, come se quelli la spingessero indietro. Dov’è Carla?, pensò, e sùbito, ricordando che era a casa di Ilario, di nuovo si volse a Jorge che non smetteva di fissarlo: “Jorge!” pensò con tutte le forze, “Jorge!”; ma le labbra rimasero serrate, gli occhi non poterono più guardarlo, le gambe si mossero da sole intorno a quelle di Etra, sfiorandole con l’incavo delle ginocchia, sentendone ogni vibrazione, lo riportarono davanti a lei ― tra lei e i Bianchi che la stringevano da tre lati, e i Neri che intanto si erano mischiati ai Bianchi e con le braccia, le mani e le gambe nude ne lambivano i pugni serrati, i legni, le lame ― e poi, contro la sua volontà, da lei lo distaccarono come una fogliolina dall’albero, lo spinsero dentro la ressa ― non c’era altro modo! ― come se non più gambe fossero ma spire di serpente, e finalmente lo portarono al di là, fuori da tutti quei corpi, solo dinanzi alla cordonata deserta che tornava al mare, alla casa di Etra, e ciò nonostante più spaventato di prima, gli occhi pieni di lacrime, la mente sospesa su un precipizio ― ma senza ancora vederlo ― irto di orribili ricordi confusi di altre folle, altre grida, altri spaventi.
Corse giù, ogni balzo un intero gradino, alla disperata, gambe e piedi che spiccavano salti e occhi che non facevano in tempo a precederli dove toccavano terra: vide dall’alto, come se volasse, che qualcosa gli veniva incontro, come una libellula vede per un attimo quel che sotto di lei erompe con le fauci spalancate dall’acqua stagnante, e sùbito fu preso come in una rete tra le braccia e le gambe di Fulvio chino su di lui a guardarlo beffardo, di nuovo in forze, lo sguardo e la presa pieni di frenetica energia:
“Dove vai? Fermati!” gridò, tenendolo con entrambe le mani. “Scappi!” soggiunse, senza aspettare risposta, e Fabian, al pensiero che stava proprio scappando, per la vergogna smise di dibattersi.
“Voglio andare a casa,” disse.
“Prima volevi andare dalla maestra, hai detto. Invece l’hai lasciata sola e sei scappato.”
La risposta che gli venne gli sembrò vera: “Volevo prendere un coltello,” disse.
“Sei matto? Per farci cosa?”
“Loro hanno tutti i coltelli e i bastoni.”
“Loro chi?”
“I Bianchi,” fu per dire il bambino, ma si trattenne: anche Ilario era bianco, e lo era anche lui.
“Forza: torna sù con me o vattene!” ordinò il saltimbanco, liberandolo.
(La storia continua... Torna a trovarci!)
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