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Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

L’assassinio del padre buono,

base di ogni potere disumano

 

nell’Amleto di Shakespeare

 

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Amleto, principe di Danimarca, atto I, scena IV, di Henry Fuseli, 29 settembre 1796, da un dipinto di Kaufmann del 17892

 

 

L’assassinio1 del padre buono, base di ogni potere disumano,

nell’Amleto di Shakespeare

Atto primo

di Luigi Scialanca

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dedicato a Eleonora

 

La Danimarca di Amleto si rivela fin dal primo istante un mondo capovolto: “Chi va là?” grida Bernardo, ufficiale della guardia, al soldato che è di sentinella, Francesco. Doveva accadere l’opposto, e Francesco, quindi, giustamente ribatte: “A te rispondere. Fermati e fatti riconoscere”. Poco dopo, infatti, è Francesco a dare l’altolà a Orazio e Marcello, benché ufficiali anch’essi, e il primo addirittura amico personale del principe Amleto.

 

Cosa è accaduto? Perché, e come, a Elsinore la realtà si è rovesciata?

 

Orazio è scettico. La sua battuta di spirito (Bernardo: “C’è Orazio?” Orazio: “Sì, ce n’è un pezzo”), lì per lì incomprensibile (ma che irrita Bernardo, pur nel doveroso rispetto da cui non deflette, al punto che non estende a Orazio il “buon” con cui saluta Marcello), si chiarisce quando Marcello annuncia: “Orazio dice che è soltanto effetto della nostra fantasia”. Orazio, cioè, è lì soltanto col “pezzo” più credulo di sé stesso. (Marcello, infatti, riferendosi allo spettro che tanto ha impressionato le sentinelle, parla già di “fantasma” ― “apparition” ― benché ancora non l’abbia visto; Orazio, invece, prudente, lo chiama “quella cosa” ― “that thing”).

 

Apriamo una parentesi, giacché siamo in argomento, sui modi in cui si parla dello spettro o si tenta di spiegarlo in questo primo atto. Orazio: “A quale particolare ordine d’idee appigliarmi, non so; ma grosso modo credo che questo presagisca lo scoppio di qualche grave calamità per il nostro Stato”. Ancora Orazio: “È un bruscolo, questo, che viene a infastidire l’occhio della mente” (corsivi miei). Orazio, cioè, interpreta l’apparizione come un turbamento dell’ordine mentale che prefigura uno sconvolgimento dell’ordine delle cose. (Non sa, infatti, che lo sconvolgimento è già avvenuto, e non è la ribalda dichiarazione di guerra di Fortebraccio al Regno di Danimarca, ed è molto più grave di essa). Amleto concorda con Orazio fin da prima di parlare con lo spettro (“C’è qualcosa che non va” ― “All is not well”, I,2) e la pensa così anche dopo (“Il mondo è fuor di sesto” ― “The time is out of joint” ― “o maledetto dispetto della sorte che io sia nato per rimetterlo in sesto”, I, 5). Ma aggiunge all’interpretazione dell’amico un elemento tanto importante da cambiarne, almeno in parte, il senso: lo spettro, dice il principe (quando ormai lo ha “ufficialmente” riconosciuto ― “Ti chiamerò Amleto, re, padre, regale danese”, ma ancora non sa se “rechi [...] aure di origine celeste o raffiche infernali”, I, 4) porta “l’orrore nella notte” e “mette in noi, vittime degli inganni della natura (ma il testo originale dice fools of nature, “stupidi per natura”), [...] tremiti di terrore al pensiero di cose irraggiungibili per le nostre anime” (I, 4). E ancora: “There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy” (I, 5).

 

Capiamo, così, che il “fuor di sesto” di Amleto non coincide del tutto col turbamento dell’ordine mentale e naturale a cui allude Orazio. Per quest’ultimo (più vicino a Claudio che ad Amleto, in ciò, come vedremo) l’ordine dev’essere ripristinato, punto, poiché “nella sua filosofia” non c’è altro né sulla terra né in cielo: o l’ordine, oppure la follia e la distruzione. Ad Amleto, invece, quello stesso turbamento dell’ordine ― e l’apparizione dello spettro che ne è, allo stesso tempo, l’annuncio e un sintomo ― lasciano intravedere l’esistenza di “cose irraggiungibili per le nostre anime”. Il che porta “orrore e terrore”, certo, ma ha anche il merito di permettere una “discesa” (o una “salita”) “al di sotto” (o “al di sopra”) dell’ordine costituito, naturale e mentale e statale. Il merito, insomma, di farci vedere qualcosa al di là della nostra filosofia.

 

Per Orazio, “seguire” lo spettro, cioè dargli retta, è solo perdere “il dominio della ragione” ― “the sovereignity of reason” ― e “precipitare nella pazzia” ― “madness”, I, 4 ― della quale avrebbe una gran paura anche se lo spettro non ci fosse (“Basta il solo posto, senz’altra causa, a mettere idee di disperazione in qualsiasi cervello che getti lo sguardo da tanta altezza sopra il mare”, I, 4). Per Amleto, invece, benché egli sia di gran lunga il più colpito dallo sconvolgimento in corso e dall’apparizione, tali eventi sono anche un’occasione positiva.

 

Perché?

 

Amleto, contrariamente a Orazio e a tutti gli altri, già prima dell’apparizione è (parole sue) “anche troppo al sole” (= “mal ridotto”, I, 2). Ha dentro “qualcosa che supera l’ostentazione, che supera quelle che sono appena le bardature e i paramenti del dolore” (I, 2). Amleto, addirittura, vorrebbe uccidersi: “Oh, se questa troppo, troppo compatta carne volesse struggersi, sciogliersi e ridursi in rugiada [...]! O Dio, Dio, quanto mi sembrano vieti, stantii, privi di senso e di costrutto tutti gli usi di questo mondo!” (I, 2). Amleto, cioè, già da sé è arrivato vicino alle “cose irraggiungibili dalle anime” di tutti gli altri, e proprio per questo è così turbato. Non sono i preparativi della guerra contro Fortebraccio (il “quotidiano fondere bronzo in cannoni” di cui parla Marcello, I, 1) a preoccuparlo, e del resto egli è ben più che preoccupato: soffre terribilmente, fin quasi al suicidio, per una realtà che non sente con “l’anima” (poiché per “l’anima” tale realtà è, appunto, “irraggiungibile”) né tanto meno con “la filosofia”, ma con qualcos’altro.

 

Con che cosa? Cercheremo (ma non basterà esaminare il primo atto) di capirlo andando avanti. Ma intanto possiamo cominciare a raccogliere indizi.

 

È evidente, per esempio, che la principale differenza (se non l’unica) tra Amleto e Orazio è proprio questa: Amleto sente ciò che né “l’anima” né “la filosofia” possono “raggiungere”; Orazio, invece, non solo non sente, ma non può neanche tentare di farlo: per lui, vorrebbe dire precipitare nella pazzia.

 

“Amleto meno Orazio”, dunque, è l’”operazione” che può dirci qualcosa sul di più di Amleto rispetto a lui.

 

Orazio “non marina la scuola”, per esempio. E bisogna insegnargli “a bere forte, prima che riparta” (I, 2). Orazio, cioè, è un uomo d’ordine, controllato, incrollabilmente sottomesso alla “sovereignity” della ragione. Deve esserlo, o si butterebbe a mare. Amleto no, non è del tutto controllato dalla ragione.

 

Ne riparleremo.

 

Intanto, a proposito del cosiddetto “ordine costituito”, alias “dominio della ragione” (naturale, mentale, familiare, statale, ecc.) notiamo che il suo maggior perturbatore, il fratricida e regicida Claudio, è tale in segreto. In pubblico, invece, è dell’ordine il primo difensore in Danimarca, colui al quale l’intera nazione si affida perché lo conservi, lo incrementi e, se necessario, lo ripristini.

 

Perciò la posizione di Claudio è del tutto falsa, “bifronte”, mostruosa. Poiché egli finge, certo, di essere ancora umano (mentre il vero Claudio è un traditore, e tutto ciò che di disumano sta accadendo e accadrà in Danimarca ha origine in lui) ma non di essere il re: re lo è davvero, adesso, e dell’ordine è perciò effettivamente, benché delittuosamente, il supremo pilastro. Smascherare Claudio, mostrare coram populo la sua verità di criminale equivarrebbe ormai ad attentare, allo stesso tempo, alla sua verità di re. Colpirlo, o peggio assassinarlo, significherebbe colpire e assassinare la Danimarca. Benché egli protegga la nazione solo in quanto re, mentre in quanto criminale la aggredisce e la uccide. (Questo, come vedremo, sarà il vero dilemma di Amleto, altro che le balle che si raccontano da secoli sulla sua cosiddetta “indecisione”).

 

Ogni parola di Claudio nel corso del primo atto, per altro, è una strenua difesa dell’ordine in ogni accezione del termine. Non c’è alcuna sostanziale differenza tra il monito di Orazio ad Amleto (“potrebbe togliervi il dominio della ragione e precipitarvi nella pazzia”, I, 4) e quello più elaborato e autoritario di Claudio (corroborato in maniera del tutto acritica dalle parole di sua moglie Gertrude, vedova del vecchio re Amleto e madre del giovane principe Amleto). Il senso è identico.

 

Gertrude: “È legge comune: tutto ciò che vive deve morire”. Amleto, cioè, deve farsi una ragione della morte del padre. Deve smettere di soffrire e di piangere. Deve diventare come Orazio, e come tutta la corte, perdendo quel di più (continuiamo a chiamarlo così provvisoriamente) che gli fa sentire ciò che né “l’anima” né “la filosofia” possono “raggiungere”. Altrimenti, è sottinteso, impazzirà. Proprio come gli ha detto Orazio.

 

E Claudio: “Ostinarsi nel rimpianto significa condursi con empia testardaggine. È un dolore non virile, questo, che rivela una volontà ribelle al Cielo, un cuore privo di fortezza, un animo impaziente e una comprensione rozza e non educata. [...] È una colpa dinanzi al Cielo, una colpa verso il morto, una colpa verso la natura, assolutamente assurda per la ragione, il cui tema comune è la morte dei padri, che sempre ha gridato, dal primo cadavere fino all’uomo morto oggi: «Così dev’essere»” (I, 2, corsivi miei).

 

Be’, non c’è dubbio: i padri, prima o poi, devono morire. Ma perché certi padri devono morire prima degli altri? E perché, oltre che morire, devono farlo in modo da “andare” certamente “all’Inferno”? Cercheremo di rispondere (e, naturalmente, di capire quale sia il vero significato di quell’“andare all’Inferno”).

 

Per Claudio, dunque, Dio, la natura e la ragione hanno “un tema in comune: la morte dei padri”. I padri devono morire, questo è l’ordine (divino, naturale, razionale, morale, statale e familiare) di cui Claudio è il maggior pilastro in Danimarca. Non è solo questo, certo: ma nei confronti del nipote Amleto è in primis e soprattutto questo. Attenzione ai termini: se Amleto si limitasse a rimpiangere il padre, non ci sarebbe problema. Ciò che mette a repentaglio l’ordine è che egli si ostina nel rimpianto.

 

Con la disumana sagacia dei criminali lucidi, Claudio coglie nel segno, capisce quel che anche noi (molto più affettivamente, spero) stiamo comprendendo: l’“ostinazione” di Amleto, che lo mette nello stato di terribile sofferenza in cui solo lui si trova, è davvero oltre la religione (“le cose irraggiungibili alle nostre anime”) e oltre la ragione (“vi sono più cose in cielo e in terra di quante non sogni la filosofia”). Perciò Claudio la teme e la detesta a tal punto, che non si fa scrupolo di coprire il nipote di insulti (li abbiamo appena letti: “testardo”, “non virile”, “ribelle al Cielo”, “debole”, “impaziente”, “rozzo”, “ineducato”, tutte “qualità” che, se davvero gli appartenessero, lo renderebbero quanto mai inadatto a fare il re): poiché quella “ostinazione”, si rende conto Claudio, mette Amleto in contatto umano fisico (né mistico né razionale) con la verità profonda di quel che sta accadendo nella sua famiglia e nel regno di Danimarca, e può renderlo capace, dunque, di dissolvere il razionalmente insolubile amalgama di verità e falsità che fa di Claudio una sorta d’invincibile Sfinge.

 

Claudio, come apprenderemo tra poco, è un malato di mente gravissimo: ha assassinato il fratello, il vecchio Amleto, per salire sul trono al suo posto, e con questo crimine mostruoso, con questo fratricidio-regicidio, ha messo in moto la catastrofe della Danimarca. È lui, dunque, il maggior perturbatore dell’ordine. Ma, come abbiamo già notato, essendo ora il re, dell’ordine e della Danimarca è anche il supremo difensore. Ucciderlo, pertanto, non risolverebbe alcun problema, non arresterebbe né invertirebbe il processo di distruzione a cui il suo crimine ha dato inizio. Anzi: lo aggraverebbe, aggiungendo follia a follia, crimine a crimine, regicidio a regicidio, disumanità a disumanità. È un problema enorme, forse il problema che il giovane Amleto deve risolvere, e ne parleremo estesamente quando sarà il momento. Per ora limitiamoci a enunciarlo: il peggior nemico della Danimarca, oltre che di Amleto stesso in quanto erede al trono, è anche il loro massimo sostegno.

 

L’ordine che Claudio difende è senza dubbio un ordine, ma è anche il disordine che egli stesso ha innescato: è un ordine-disordine, un miscuglio venefico, mortale. Amleto lo sente, glielo fa sentire la sua “ostinazione” ben prima di parlare con lo spettro del padre e perfino di essere informato della sua apparizione. Così, infatti, descrive la condizione attuale della Danimarca benché ancora non ne sappia alcunché: “Un giardino non sarchiato che va in seme, tutto invaso da fetide erbacce di grossolana natura” (I, 2).

 

Stando così le cose ― ed essendo egli, ripetiamolo, l’unico che le percepisce così grazie alla propria “ostinazione” ― Amleto sente chiaramente la falsità dell’ordine apparente che Claudio e la sua corte assicurano-impongono alla Danimarca e a lui. Falsa è l’apparenza del dolore per la morte di suo padre (“davvero sono cose che sembrano, poiché sono parti che un uomo potrebbe simulare; ma io ho dentro qualcosa che supera l’ostentazione, che supera quelle che sono appena le bardature e i paramenti del dolore”, I, 2) e falsa è l’ordinata continuità naturale, statale, familiare e individuale che tutti, a corte, fingono e difendono (“O Dio, Dio, quanto mi sembrano vieti, stantii, privi di senso e di costrutto tutti gli usi di questo mondo”, I, 2).

 

Da una parte una corale “ostentazione”, dunque, dall’altra il solitario “ostinarsi” di Amleto che smaschera quell’“ostentazione” non con la ragione ― poiché razionalmente, coscientemente, egli è invece all’oscuro di tutto ― ma col proprio “ostinato” non poter sopportarla, e perciò soffrirne fin quasi a voler morire.

 

Ma continuare a chiamarla “ostinazione” vorrebbe dire far nostro il punto di vista di Claudio (come tanti, oggi, fanno proprio il punto di vista del potere assorbendo attraverso i media le idee e la terminologia con cui il potere stigmatizza le parole, le idee e gli esseri umani stessi che gli si oppongono).

 

Come chiamarla, allora, anziché “ostinazione”? Ce lo suggerisce proprio Amleto quando dice a Gertrude e a Claudio: “Io ho dentro qualcosa che supera l’ostentazione [...] del dolore” (I,2). E intende: “Io soffro molto più di voi, perché soffro davvero”. Quando, in un momento di disperazione, dice a sé stesso: “Spezzati, cuore” (I, 2). E quando, rivolto a Orazio, Marcello e Bernardo ― che lo salutano con un “i nostri doveri a Vostro Onore” ― ribatte: “Il vostro affetto, come il mio a voi” (I, 3, corsivo mio).

 

Dolore, affetto, cuore: tre termini con i quali, ai tempi di Shakespeare, non doveva essere meno rischioso di oggi connotare un eroe. Ma Shakespeare osa: Amleto sente e capisce più degli altri, già prima di incontrare lo spettro, non perché sappia e ragioni più di loro ― non sa niente ― ma perché le sue passioni sono autentiche, forti, intatte. Gli altri (perfino il suo migliore amico, Orazio) non hanno che religione, filosofia, ragione, e aggrappandosi a esse vivono costantemente sull’orlo della pazzia, del tutto incapaci (per paura di impazzire) di sentire-percepire fisicamente il falso nel vero, il disordine nell’ordine, il folle criminale nel re, il disumano nell’umano. Amleto, invece, ha (anche, e ancora) gli affetti, e con essi arriva a intuire “cose” che alle “anime” (e alla “filosofia”) sono e rimangono “irraggiungibili”.

 

D’ora in poi, dunque, anziché di “ostinazione” (come vorrebbe Claudio, che però non è stupido: si tratta, in effetti, di una “ostinazione” di Amleto a rimanere umano pur mentre tutti gli altri si consegnano al disumano), per designare quel che distingue il giovane principe dallo zio e dalla corte parleremo di affettività. Contrapponendola alla (implicita, ma evidentissima) anaffettività dei suoi nemici. E chiameremo anaffettivo l’ordine-disordine imposto-protetto dal criminale-re Claudio.

 

Amleto (inconsapevolmente?) difende gli affetti, cioè l’umanità3. Claudio e gli altri, tutti, sono invece consapevolmente pronti a difendere fino alla morte e alla distruzione totale (altrui, prima, ma poi anche proprie) l’anaffettività che li ha resi disumani.

 

Ma Amleto lo sa? È una delle domande (forse la domanda, se vogliamo capire davvero il suo personaggio) a cui dovremo tentare di rispondere.

 

Amleto, certamente, sa di essere solo. E comprende fin troppo bene, essendo l’erede al trono, che il disordine claudiano è, allo stesso tempo, mostruosamente anche ordine. L’abbiamo già notato più volte, ma giova ripeterlo: il falso ordine disumano e criminale di Claudio è, attualmente, il solo vero ordine regnante sulla Danimarca. Per questo e non per altro, Amleto dice a sé stesso: “Spezzati, cuore, perché io debbo frenare la lingua!” (“Break, my heart, for I must hold my tongue!”, I, 2): la libertà della lingua non è più possibile, dove nessun altro ha più un cuore.

 

Abbiamo parlato di Amleto e di Orazio. Per completare (limitatamente al primo atto) il “quadro” della nobile gioventù maschile danese dobbiamo ora descrivere il rappresentante più squallido della categoria: Laerte, figlio di Polonio, primo segretario di Stato ― una sorta di premier ― e fratello di Ofelia.

 

Laerte non ha che un pensiero in mente: tornarsene in Francia, dove conduce vita licenziosa. Tornare a divertirsi, insomma, con i soldi di papà e il benestare di Claudio. Quel che accade in Danimarca non gli interessa, non lo appassiona minimamente, ma possiamo esser certi che neanche gli “oggetti” delle sue licenze parigine lo commuovono più di tanto: Laerte è un esempio perfetto della non-“ostinazione”, cioè dell’anaffettività, in cui si radica il consenso che rende indiscutibile, quanto meno per la classe dirigente e per i suoi rampolli, l’ordine criminale claudiano.

 

I giovani come Laerte si godono i privilegi derivanti dal proprio rango, ma i loro “godimenti” non hanno alcunché di specificamente umano4. Essi son capaci di “divertirsi” mentre intorno a loro si consumano i più efferati delitti. Sono quelli che farebbero bisboccia anche a pochi metri da un campo di sterminio.

 

Ciò non pertanto, Laerte pretende di essere in grado di dispensare “buoni” consigli alla sorella, Ofelia, innamorata di Amleto. Buoni? In realtà, sono “consigli” che hanno un solo obiettivo: distruggere la sua affettività e la sua femminilità (ricordiamocelo, quando Ofelia morirà, come molti si ostinano a credere, “per colpa di Amleto): “Temilo, Ofelia, temilo, mia cara sorella” le dice, riferendosi non ad Amleto ma al cuore di lei (“Fear it”, non “Fear him”). “Resta nella retroguardia della tua passione, fuori dal tiro e dal pericolo del desiderio” (I, 3). Se lo ascolterà, Ofelia perderà ogni possibilità di attingere, insieme ad Amleto, alle “cose irraggiungibili”, lontano dalle quali l’amore, e la vita stessa, non sono più umani.

 

Il padre di un Laerte non può che essere quella diffusa varietà di individuo resosi disumano che, anziché un “genio” criminale, è diventato uno straordinario imbecille. E Polonio, in effetti, è forse il più mirabile imbecille della letteratura di tutti i tempi e di tutti i paesi. Lo comprenderemo meglio più avanti. Per ora, limitiamoci a notare che i suoi “paterni” discorsi alla figlia sono una versione “invecchiata” e autoritaria di quelli di Laerte, che certo è cresciuto alla sua “scuola” ― oltre che a quella di Claudio ― ma non si è ancora del tutto “liberato” di quella sorta di animalesca “vivacità” giovanile che agli osservatori superficiali fa credere ancora “vitali” i giovani come lui. Discorsi, dunque, che per brevità tralasceremo di citare, ma che tutti i genitori dovrebbero meditare attentamente per capire come si possa essere, sotto l’apparenza di una “affettuosa” ma ferma severità, i peggiori nemici dei figli e perfino, come in questo caso, i loro assassini.

 

Ma Polonio parla anche a Laerte, prima che parta, e le sue parole sono un inno alla dissimulazione (“Non dar voce ai tuoi pensieri... [...]. Presta a tutti il tuo orecchio ma a pochi la tua voce..., I, 3) e, ancora una volta, all’anaffettività (“[...] gli amici che hai, e che accettasti per tali dopo averli messi alla prova” ― “The friends thou hast, and their adoption tried”, I, 3) di “amicizie” solo razionali, basate su calcoli interessati e su “esperimenti” “psicologici” subdoli, che niente hanno a che vedere con gli affetti. Eppure, Polonio ha la “faccia tosta” schizofrenica ― espressione, appunto, dell’imbecillità che nel figlio attende la vecchiaia per diventare così evidente ― di concludere la sua apologia dell’ipocrisia con un invito alla sincerità: “Questo soprattutto: sii sincero con te stesso, e ne seguirà come la notte al giorno che non potrai esser falso verso nessuno”, I, 3). “Falso verso nessuno” chi condurrà segreti esperimenti sugli esseri umani prima di decidere se accettarli o meno come amici? Non c’è che dire: chi è più adatto del subdolo idiota Polonio, con le sue insensate “narrazioni” inestricabilmente intessute di verità e di menzogne, al ruolo di primo servitore del regime claudiano?

 

Ma ecco: sulle mura di Elsinore, a mezzanotte, Amleto apprende dallo spettro del padre che ciò che i suoi affetti hanno sentito e sentono “ostinatamente” è purtroppo vero: il vecchio Amleto è stato assassinato da Claudio (“O profetica anima mia!” esclama il giovane principe, I, 5) e il regno di Danimarca, come il letto dei suoi sovrani, è insozzato di sangue fraterno che niente, ormai, potrà più cancellare.

 

Il cemento di ogni disumana piramide di potere non è sempre il nostro sangue? O come potrebbe, altrimenti, essere così difficile dividere l’uno dall’altro quelli che l’hanno innalzata e la tengono in piedi?

 

(Notiamo, en passant, quanto Amleto si mostra deciso nel seguire lo spettro nel “luogo più remoto” in cui gli chiede di inoltrarsi con lui: “Toglietemi le mani di dosso, signori, o, per il Cielo, farò uno spettro di chi tenta di trattenermi! Via, dico!”, I, 4. Parole, e azione, e non son le sole, che non vengono mai citate dai sostenitori della cosiddetta “indecisione” del principe. Ne riparleremo).

 

(Un’altra questione della massima importanza, e molto dibattuta, è se lo spettro sia reale o una sorta di “allucinazione collettiva”. Nessuno si è mai chiesto: e se fosse... entrambe le cose? Anche di ciò parleremo per esteso quando verrà il momento. Per ora, limitiamoci a raccogliere tutti gli elementi che potranno esserci utili. Come il curioso commento di Claudio mentre Amleto si allontana al seguito del fantasma: “L’immaginazione lo spinge a mosse disperate” ― “He waxes desperate with imagination”, I, 4...)

 

Sì, “c’è del marcio nel regno di Danimarca” ― “something is rotten in the state of Denmark” (I, 4)!

 

Per ben tre volte lo spettro chiede al figlio di vendicarlo. Due esplicitamente (“Sarai teso alla vendetta, quando avrai udito” e “Se mai tu amasti il tuo caro padre [...] vendica il suo infame e snaturato assassinio”) e una indirettamente, quando gli chiede di risparmiare la regina (“Comunque tu persegua tale atto, non devi macchiarti la coscienza né permettere che la tua anima trami nulla contro tua madre: lasciala alla punizione del Cielo e a quelle spine che alberga in cuore, perché la pungano e la tormentino”, I, 5). E Amleto si impegna alla vendetta (“[...] che io possa, con ali veloci come la meditazione o come i pensieri d’amore, correre alla mia vendetta”, I, 5) e infine, solennemente, giura: “Ricordarmi di te? Sì, povero spirito; finché la memoria avrà sede in questo globo [= testa] sconvolto. Ricordarti? Sì, dalla tavola della mia memoria cancellerò ogni ricordo futile e sciocco, tutte le massime libresche, tutte le forme, tutte le impressioni che la giovinezza e l’esperienza vi hanno deposto nel passato, e soltanto il tuo comandamento vivrà, tutto solo, nel libro e volume del mio cervello, non contaminato da materia più vile. Sì, per il Cielo! [...]. Ora, quanto al mio motto, esso sarà: «Addio, addio, ricordami». Ho giurato” (I, 5).

 

Riguardo alla propria “indecisione”, dunque, Amleto è, almeno per ora, del tutto disinformato: è assolutamente deciso a essere deciso, e assolutamente certo che lo sarà. Ma proprio il padre, forse, ha istillato in lui la possibilità dell’incertezza chiedendogli di risparmiare la madre: “Lasciala alla punizione del Cielo”, ha detto, e in tal modo ha suggerito al figlio l’idea che la vendetta5 possa non essere ammissibile, in certi casi.

 

Gertrude, non c’è dubbio, ha ceduto alle seduttive profferte di un folle criminale già molto prima che il marito venisse da lui assassinato. Non è “solo” complice, cioè, ma ha contribuito a rendere possibile il delitto determinando nella mente del suo ideatore ed esecutore una situazione ben più favorevole al fratricidio-regicidio di quella che vi sarebbe stata se egli non fosse stato certo di poter contare su di lei. Eppure Amleto, secondo la vittima di quel crimine, non dovrà “permettere che la [sua] anima trami nulla contro [sua] madre”.

 

Consegue da questa esortazione paterna che Amleto ora sa (se già non lo sapeva) che il matricidio non è ammissibile neanche per il più mostruoso dei crimini. Ma perché, allora, dovrebbe invece restare ammissibile un regicidio, l’assassinio di Claudio, che le sue conseguenze su un’intera nazione non rendono certo meno mostruoso? Tanto più se il crimine per il quale si invoca vendetta è anch’esso un regicidio? Se il regicidio è così orribile commesso da Claudio, non lo sarà altrettanto commesso da Amleto? (Anzi: di più, dal momento che il giovane principe, a differenza dello zio, è stato reso edotto, e niente di meno che dallo spettro dell’assassinato, che la vendetta è talvolta inammissibile anche per il peggiore dei crimini). Perché Amleto dovrebbe considerare addirittura doverosa, per lui, la medesima azione che ha reso Claudio imperdonabile?

 

Il primo atto si conclude con l’impressionante giuramento di Orazio e Marcello (ben quattro volte comandato dallo spettro da sottoterra, e ben tre volte ripetuto sulla spada del principe) che essi non daranno mai a vedere di essere al corrente di alcunché, riguardo ad Amleto, “per quanto strana o bizzarra possa essere la [sua] condotta, siccome forse d’ora in avanti creder[à] opportuno assumere un atteggiamento stravagante” (I, 5). Amleto, dunque, si sta già orientando alla scelta tattica di fingersi pazzo. Ma chi, più o meno razionalmente, decide di far finta di ammattire, può, più o meno irrazionalmente, ammattire davvero?

 

A questo punto, è forse doveroso elencare, per comodità del lettore, tutte le domande alle quali cercheremo di rispondere proseguendo (attraverso il secondo, il terzo, il quarto e il quinto atto) nell’analisi dell’opera:

 

1. Lo spettro è reale oppure è un’allucinazione collettiva? O è... entrambe le cose?

 

2. Amleto fingerà di impazzire, come vorrebbe, o impazzirà davvero?

 

3. Amleto è davvero un indeciso? Se sì, lo è fin dall’inizio o lo diventa? Se no, perché tergiversa così a lungo prima di uccidere (ma fortunosamente) il fratricida e regicida Claudio?

 

E la questione più importante:

 

4. È umanamente ammissibile il ricorso alla violenza contro un re mostruoso che sta distruggendo il Paese? O meglio: Amleto lo ritiene umanamente ammissibile o no, da parte sua? E i suoi sentimenti e pensieri, al riguardo, nel corso della vicenda si evolvono o no?

 

È immaginabile una situazione, individuale o collettiva, in cui la violenza politica cessi non soltanto di essere lecita, ma addirittura di essere possibile?

 

È immaginabile una situazione, individuale o collettiva, di incapacità di violenza, quali che siano le condizioni che vengono create per scatenarla?

 

Prima di concludere (per il momento), dobbiamo però affrontare (e forse esaurire se, come pare, il primo atto le esaurisce) tutte le terribili implicazioni dell’assassinio del vecchio Amleto. Dell’assassinio del padre.

 

Espongo sùbito le mie (provvisorie) conclusioni, che poi argomenterò: esclusa la Preistoria, quando forse non era così, ed esclusa ogni accezione del termine potere che lo intenda come effetto di un “fascino” umanamente valido (il “potere della bellezza”, il “potere della verità”, ecc.), non è mai esistito un potere innocente. Non è mai esistito, cioè, un potere che non si fondasse sull’assassinio dei padri. Sull’assassinio dei padri buoni.

 

(Una precisazione, prima di andare avanti: quando parlo di padri, qui, mi guardo bene dall’escludere le madri. L’assassinio di Ipazia non è forse del tutto compatibile con il mio discorso? E l’umiliazione, la persecuzione e, spesso, lo sterminio di centinaia di milioni di donne da parte di Società fondate sull’odio misogino?)

 

Un padre “buono”, cioè un padre umanamente valido (come una madre umanamente valida) è un padre il cui “potere” sui figli non dura più di un istante6, poiché l’istante successivo (e poi quello dopo, e quello dopo ancòra, e così via) continuerà a essergli riconosciuto soltanto se i figli lo sentiranno ancòra. È un padre, cioè, il cui “potere” si fonda sullo stato del rapporto interumano tra lui e i figli e tra i figli e lui.

 

Nell’istante in cui ai figli è necessario il “potere” del padre, e purché in quell’istante tale “potere” non sia altro che la percezione, da parte loro, di un insieme di qualità umane che glielo rendono prezioso, il “potere” c’è. Ma l’istante successivo, se quelle qualità si deteriorano, il “potere” non c’è più. E, qualora esso tenti di perpetuarsi malgrado non ci sia più, e comunque lo tenti, diventa ipso facto un potere disumano, violento.

 

(Noterò, en passant, che questa non è “filosofia”, ma descrizione della realtà. Ogni padre e ogni figlio, dacché mondo è mondo, sanno, anche se spesso non sanno di saperlo, che le cose stanno così: è sufficiente stare insieme, padre e figli, per qualche ora, per veder il “potere”, se umano, trasferirsi dall’uno agli altri, e viceversa, parecchie volte).

 

Assassinare questi padri (o distruggerne la reputazione, o annientarli nel senso di far di loro degli “spettri” rendendoli a tutti gli effetti “inesistenti”, dimenticati, spariti) è la conditio sine qua non di ogni potere che pretenda di assegnare a priori a sé stesso una durata superiore all’istante.

 

Ma la fondazione e conservazione di un potere disumano non è il “solo” scopo dell’assassinio dei padri umanamente validi (e della loro proditoria sostituzione con “padri” fasulli, folli, criminali). Esso si lega indissolubilmente a un altro, al vero scopo: far impazzire i figli e spingerli alla disperazione e alla violenza.

 

Il vecchio Amleto era un padre umanamente valido? Il figlio ne è convinto: “Un re così eccellente, che rispetto a questo era come Iperione al confronto di un satiro” (I, 2). “Era un uomo, comunque lo si considerasse. Non ne vedrò mai un altro come lui” (I, 2).

 

Ma il vecchio non condivide l’immagine che il figlio ha di lui. Si trova nel Purgatorio, dice, per scontare “i turpi delitti di cui [si macchiò] nei giorni della [sua] vita mortale”, poiché l’assassino lo ha “stroncato [...] nel vigoreggiare dei [suoi] peccati, [...] con il capo carico di tutte le [sue] imperfezioni” (I, 5).

 

A chi crederemo?

 

A nessuno dei due.

 

Cioè crederemo a Claudio, che assassinando il vecchio Amleto ne ha certificato la validità umana comunque superiore alla propria. Perché il nostro discorso sia valido, infatti, non occorre che il padre sia perfetto: è sufficiente che sia migliore di chi lo assassina7.

 

Amleto realizzerà il disegno del potere nei suoi confronti? Impazzirà? Dispererà? Ucciderà? E, se sì, perché? Anticipiamo ― e con ciò, per il momento, concludiamo ― che tenterà, più o meno consapevolmente, di resistere. Di conservarsi sano di mente. Di rimanere umano.

 

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(Anticoli Corrado, 1° agosto18 settembre 2014)

 

 

Questo scritto sarà completato entro la metà del 2015 con l'analisi dei successivi quattro atti dell'"Amleto".

(Questo scritto sarà completato entro la fine del 2016 con l’analisi dei successivi quattro atti dell’Amleto)

 

[1] O, più “civilmente”, la rottamazione.

 

[2] Occhio alle date!

 

[3] Orazio (riferendosi al vecchio Amleto): “Egli era un vero re!”. Amleto: “Era un uomo” (I, 2). Per Amleto, a quanto pare (ma nessuno nota) uomo batte re 1 a 0.

 

[4] Claudio, da giovane, sarà stato come Laerte. Orazio no, è diverso: si è legato al dovere, alle “leggi” religiose e razionali che ― lui crede ― lo preservano dall’impazzire. Perciò non può andare a divertirsi: dev’essere “presente” fino all’ultimo anche se la sua è una disumana “presenza” che niente sente e niente capisce. Una “presenza” assolutamente impotente.

 

[5] Per il momento attribuiremo al termine “vendetta”, nel contesto dell’Amleto, il significato (indiscusso, tra gli spettatori, i lettori e i critici dell’opera) di assassinio dell’assassino. Più avanti, invece, ci domanderemo se questa parola, e l’idea e il progetto che sottintende, possano essere intesi (anche) diversamente.

 

[6] Intendendo per istante una porzione di tempo talmente esigua da non poter essere ulteriormente suddivisa in un passato, un presente e un futuro.

 

[7] Questo per ora. Ma in seguito vedremo che il “Purgatorio” in cui langue il vecchio Amleto può essere inteso anche in altri sensi. Non religiosi. E forse più attinenti al significato sostanziale, cioè universale, dell’Amleto.

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