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diario del Prof (scolastico e oltre)

 

settembre 2008

 

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mercoledì 24 settembre 2008

Ci servono 7 miliardi e 800 milioni. 2 li useremo per la Scuola, gli altri non ve lo diciamo...

 

Asini Malvagi al potere in Cacàlia (segue dallhomepage)

 

 

Tuttavia, mentre sopraffare è sempre e dovunque possibile, depredare lo è solo nei Paesi in cui c’è ancora qualcosa da depredare. E in Cacàlia non ce n’era quasi più, poiché prima degli Asini i Cacaliani si erano fatti governare a lungo dai Maiali Pii. E prima dei Maiali Pii, dai Topi di Fogna.

 

In un solo luogo, in Cacàlia, c’era ancora qualcosa da arraffare: nella Scuola.

 

La Scuola cacaliana, infatti, era stata costruita ed equipaggiata in un’epoca ― verso la fine del XIX secolo, prima che andassero al potere i Topi di Fogna e i Maiali Pii ― in cui le migliori menti cacaliane erano state dell’idea (e ne avevano persuaso i governanti) che i gravi problemi della Nazione avessero origine dall’odio e dal disprezzo di una parte dei genitori per i propri figli. Onde risarcire i quali s’era deciso di creare e stipendiare un apposito corpo di Intellettuali, gli Insegnanti, il cui solo compito fosse quello di offrire ai Bambini e ai Ragazzi traditi tutto l’affetto, l’interesse, la fermezza e le amorevoli risposte (su di sé, sugli esseri umani, la vita, il mondo) che le madri e i padri gli avevano negato.

 

Insegnanti remunerati in Cacàlia meno che in ogni altro Paese del mondo (non si sa se per l’invidia suscitata da una così splendida professione o per evitare che a essa si accostassero individui attratti solo dai suoi proventi) ma talmente numerosi ― non perché lo fossero i Bambini, ma perché innumerevoli erano le esigenze che in molti di essi erano state ignorate o disattese da chi li aveva messi al mondo ― che i loro stipendi costituirono per un secolo la principale voce del bilancio della Cacàlia, approvvigionato dai tributi che i Cacaliani per bene non si esimevano dal pagare.

 

Nessuno, in Cacàlia, aveva mai tentato di scassinare la Scuola. Non i Topi di Fogna, che la Scuola avevano anzi rafforzato nel tentativo di trasformare in ratti anche i Bambini e i Ragazzi cacaliani i cui genitori non avevano già provveduto alla bisogna. Non i Maiali Pii (e i loro finti avversari, i Compagnucci della Parrocchietta) che con la Scuola si erano proposti di tramutarli in rassegnati biasciconi di litanie pieni di livore contro chi non si sente così cattivo da dover farsi continuamente sorvegliare da una qualche divinità religiosa o razionale. Gli Asini invece sì, lo fecero: scassinarono la Scuola, la depredarono di tutto, non lasciarono pietra su pietra. Non perché ce l’avessero in modo particolare con essa, o con gli Insegnanti, o con i Bambini o i Ragazzi ― ce l’avevano, in realtà, con chiunque non avesse passato la vita a torturare e rovinare le proprie umane fattezze ― ma perché nelle casse della Scuola era racchiuso, ancora intatto, il monte-stipendi di più d’un milione di Insegnanti e Collaboratori scolastici.

 

Con una parte del denaro della Scuola, gli Asini avevano promesso di incrementare gli stipendi degli Insegnanti sopravvissuti ai licenziamenti di massa. Furono di parola ― cosa che sul momento parve incredibile agli oppositori del regime ― solo perché speravano di fare di quei superstiti dei complici. Ma non vi riuscirono del tutto poiché vi fu, tra quelli, chi non se la sentì di partecipare a una rapina così efferata, all’abbandono dei Bambini e dei Ragazzi alle televisioni e al crimine organizzato, alla rovina del presente e del futuro di milioni di esseri umani: vi fu, dico, chi bruciò nelle piazze quel denaro maledetto, e sùbito dopo offrì i polsi alle manette per aver distrutto proprietà dello Stato. Proprietà dello Stato! Come se lo Stato e le sue proprietà fossero ancora legittimi e degni di rispetto, in Cacàlia, ora che la genìa degli Asini ne aveva fatto, a un tempo, pascolo per le sue mascelle e deposito del suo letame.

 

E il resto del bottino, miliardi e miliardi di talleri cacaliani? Che fine fece? Anziché intascarlo e basta, gli Asini, con il denaro dei Bambini e dei Ragazzi, tagliarono le tasse a tutti i cittadini. Non solo perché confidavano di assicurarsi in tal modo l’omertà di chi non li aveva votati, ma perché sapevano ― essendo stupidi, certo, ma anche astuti ― che la maggior parte dei Cacaliani guadagnavano così poco (e pagavano, quindi, tasse relativamente così modeste) che il beneficio sarebbe stato per loro del tutto infimo. Mentre i ricchi e i potenti di cui gli Asini erano soci occulti ne avrebbero ricavato miliardi, e milioni la massa di padronacci e padroncelli sfruttatori che li avevano portati al potere.

 

Sotto gli Asini, i poveri ebbero niente, i benestanti gli spiccioli. Ma ricchi e ricchissimi s’impinguarono fino a scoppiare. Fino a non saper più che farne, del denaro che gli usciva dalle tasche, dalle orecchie, dal buco del culo. Ma non per questo furono sazi e satolli, anzi: ne vollero ancora, e ancora, e ancora. Poiché il denaro, una volta che il ricco ha comprato tutto ciò che gli occorre e non occorre, riempito tutte le pance spietate che il suo stesso vuoto gli scava dentro ed intorno (e umiliato chiunque col denaro si possa umiliare) cambia natura, si fa vivente, diventa padrone del suo padrone, fa del ricco il proprio servo e lo usa per crescere ancora, per farsi smisurato grazie a lui. E così, sperando di raddoppiarlo, duplicarlo e moltiplicarlo, i ricchi e ricchissimi fra i Cacaliani investirono le montagne di denaro che gravavano sui loro gropponi in titoli d’ogni sorta, in buoni di questo o quel Tesoro, in obbligazioni a Caio e a Tizio, in pezzi di carta che ormai, comprato tutto il comprabile, non erano nemmeno più di carta perché non erano oggetti materiali, ma bites di memoria negli hard disk dei computer delle banche.

 

Fu così che il denaro rubato alla Scuola ― che un tempo era stato il generoso e affabile soccorritore dei Bambini e dei Ragazzi ― in pochi anni fece pullulare ovunque, germinati come scarafaggi dagli anfratti delle Borse e di migliaia di squallidi uffici d’intermediazione, una sordida genìa di speculatori senz’arte né parte usi a passar le giornate scialacquando i frutti del lavoro altrui, e per loro tramite, dopo gli Asini e i loro complici miliardari, asservì i più ricchi fra i ricchissimi della Cacàlia: i banchieri. Che a loro volta, forzati ad accrescerlo ancora, non potevano mica lasciarlo languire nelle casseforti, lentamente mangiucchiato dall’inflazione come il malloppetto di una vecchia strozzina chiuso in una calza spaiata dentro un cassetto tarlato. Cosa potevano farne, i banchieri, del denaro loro padrone, se non prestarlo? Affinché un giorno tornasse a montarli, naturalmente, reso ancor più pesante sui loro gropponi dagli interessi da usurai con cui i debitori lo avrebbero remunerato?

 

Ma prestarlo a chi? Asini e compari, arricchiti dal denaro rubato alla Scuola, non chiedevano prestiti. Erano proprio loro, anzi, che direttamente o indirettamente davano alle banche affinché queste li rendessero ancora più ricchi. Solo chi un tempo era stato benestante aveva bisogno di prestiti, perché la distruzione della Scuola l’aveva impoverito costringendolo ad arricchir banditi anche per l’istruzione dei figli (se ai figli teneva) dopo che la cessione di ogni altro servizio pubblico a grassatori privati già lo aveva obbligato a svenarsi per tutto ciò che, necessario come l’aria, non dovrebbe generar profitti che nell’immaginazione malata dei profittatori: per un tetto, per l’acqua, per il calore, per la luce, per comunicare coi propri simili, per essere curato per le malattie causate dallo sfruttamento, dall’inquinamento, dalle sofisticazioni alimentari, dallo stress, per esser portato da casa a farsi sfruttare e da farsi sfruttare a casa, per esser difeso contro poveracci come lui divenuti ladri per essere impazziti per l’orrore di ciò che anche lui temeva di non riuscire a sopportare a lungo senza impazzire come loro; e per le mille altre spese causate da tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana: ostacoli alla cui eliminazione la Cacàlia governata dagli Asini dedicava la centesima parte delle ricchezze che dilapidava per mantenere i privilegi di qualche milione di piccoli e grandi farabutti in doppio petto e non... Dover pagare anche l’istruzione dei figli, dopo che già si svenava per tutto il resto, per la maggior parte dei Cacaliani significò non farcela più, esser costretti a indebitarsi. E fu così che il denaro che gli era stato rubato scassinando la Scuola dei loro figli tornò a loro sotto forma di prestiti: furono i prestiti agli impoveriti, nella Cacàlia violentata e depredata dagli Asini Malvagi, l’ultima mostruosa incarnazione del denaro, rapinato alla Scuola, che non sapeva più a che santo votarsi per moltiplicarsi ancora.

 

Ma prestare migliaia di miliardi ai poveri è rischioso. Soprattutto se intanto ― sempre in cerca di sfoghi per la catastrofica valanga di Denaro creata dalla detassazione e dalle privatizzazioni, cioè (ribadiamolo) dalla svendita a manigoldi e schiavisti privati dei servizi pubblici e delle infrastrutture una volta patrimonio della collettività, luoghi del lavoro, del rapporto sociale, della realizzazione reciproca degli esseri umani ― si impegnano altre migliaia di miliardi in speculazioni naziste sui prezzi delle materie prime, dell’energia e dei beni di prima necessità che quegli stessi poveri non possono fare a meno di acquistare per sopravvivere. E tuttavia fu proprio ciò che i banditi che imperversavano sulla Cacàlia fecero: con una mano prestarono denaro a Uomini e Donne che avevano dissanguato, e con l’altra (ammesso che le si possa ancora chiamar mani, quando son ridotte ad artigli) tolsero a quegli Uomini e Donne ogni sia pur minima possibilità di metter da parte qualche tallero per restituire i prestiti.

 

Tanta stupidità può sembrare incredibile. Ma gli stupidi non si riconoscevano come tali. Anzi: si credevano furbi. E da furbi pensarono, i banditi e i loro banchieri e finanzieri e maneggioni assortiti, di poter liberarsi dal rischio che gli sfruttati non restituissero i prestiti accollandolo fraudolentemente ad altri banditi, ad altri banchieri, ad altri ricchi e ricchissimi: a gentaglia come loro, insomma, ma nei confronti della quale non si sentivano certo più solidali che verso gli altri o, se è per questo, verso i loro stessi figli. Ragion per cui nascosero i titoli di credito, carichi di rischio, dei prestiti fatti a quelli che avevano reso poveri, dentro pacchetti di titoli apparentemente più sicuri ― e invece altrettanto pericolosi, perché costruiti su scommesse sui futuri esiti di attività economiche che essi stessi, volenti o nolenti, stavano minando ― e così camuffati cominciarono a rifilarseli a vicenda, in un’oscena gara d’astuzia fra mascalzoni resa al contempo oscenamente comica dalla sua somiglianza con una danza infernale di miserabili dannati che si lanciano a vicenda i carboni ardenti che li torturano, ma che non possono lasciar cadere.

 

Le leggi un tempo in vigore in Cacàlia ― distillate nelle migliori menti cacaliane da secolari esperienze di catastrofi e massacri, ma strappate ai governi solo dalle lotte di generazioni di sfruttati ― avrebbero impedito a tutti quei criminali incravattati di truffarsi a vicenda, o quanto meno avrebbero limitato la portata delle loro malversazioni. Ma gli Asini, per compiacere i ricchi e i ricchissimi che li sostenevano (e contando sull’ignoranza o la stupidità dei non ricchi che li votavano contro i propri interessi) avevano promulgato leggi insensate che abolivano le leggi sagge e liberavano i criminali da ogni controllo, autorizzandoli e spingendoli così a impiegare ogni loro umana creatività (resa asinina dall’odio e dal disprezzo per sé stessi e per gli altri) nell’escogitare sempre nuovi metodi e sempre più raffinati per ficcarsi l’uno nelle tasche dell’altro quei prestiti inesigibili, perduti per sempre, in cambio di... altri prestiti altrettanto inesigibili, altrettanto e per sempre perduti, ma truccati meglio!

 

Così il denaro della Scuola, e con esso l’intero patrimonio collettivo, le migliaia di miliardi rubati nel corso del tempo alla Cacàlia, tornarono ai cittadini cacaliani sotto forma di denaro vero, che si può spendere giorno per giorno, e i colossi di denaro assisi sui gropponi dei banditi si tramutarono invece in montagne di bites di memoria che non erano più nemmeno bites di memoria, che non erano più neanche virtuali, che erano niente, puro nulla, vuoto assoluto ― oh, quanto simile al vuoto che quegli stessi gropponi avevano dentro ― poiché i contanti su cui quei titoli accampavano pretese (pretese che i banditi, come tutti i gangster, scambiavano per diritti) non sarebbero mai più riapparsi nei file dei loro computer, si erano dispersi in mille rivoli per le città e i paesi della Cacàlia, erano passati dalle tasche di chi li aveva avuti in prestito a quelle di altri Uomini, di altre Donne, di altri Bambini, e poi di altri, e di altri ancora: spesi per vivere, insomma ― poiché si deve pur vivere ― nel mondo reale in cui gli Uomini, le Donne e i Bambini pur sempre vivevano, nella Cacàlia vera che pur sempre esisteva, anche se resa plumbea e desolata dall’immane nuvolaglia dell’immaginario mondo-sopra-il-mondo di cui gli Asini, i loro padroni e i loro servi si credevano i privilegiati abitanti pur mentre si truffavano e riducevano a bestie a vicenda...

 

Torna a trovarci: l’orribile storia di Cacàlia continua, purtroppo!...

 

Torna a trovarci: lorribile storia di Cacàlia continua, purtroppo!...

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