La Terra vista da Anticoli Corrado

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diario del Prof (scolastico e oltre)

 

marzo 2010

 

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lunedì 8 marzo

Un’inquadratura de "In nome del Padre", (1972), di Marco Bellocchio.

Un’inquadratura de In nome del Padre (1972) di Marco Bellocchio.

 

L’Istituto che quasi Mi uccise

(segue dallhomepage)

(Clicca qui per scaricare il testo - 330 kb, 15 pagine - in formato Word!)

 

Le ore che trascorrevo lontano da esso, le vivide e instancabili letture entro le quali facevo sparire i compiti assegnatimi ― che da un certo momento in poi furono per me, quantunque inconsapevole, come una quotidiana dose di bastonate a cui dovevo a ogni costo e con ogni astuzia riuscire a sottrarre la mia psiche ― le notti che prolungavo con una radiolina sotto il cuscino, sintonizzata sul Notturno dall’Italia, che con immenso e gratuito affetto nei miei confronti ritardava il momento in cui il sonno mi avrebbe consegnato in un istante al risveglio e al ritorno a scuola, il diario che cominciai a tenere ogni giorno per conservare a me stesso l’intangibile mia continuità ― e che non a caso mi divenne superfluo, nel 1967, pochi mesi dopo aver lasciato l’Istituto ― l’attesa dell’estate, i giorni che mi separavano da essa cancellati a uno a uno su un fogliaccio stropicciato che per nove mesi era il mio più dolce consolatore, e poi l’estate stessa con le sue bellissime bambine, di cui in così tenera età m’innamoravo ― ora lo so ― soprattutto per scrivere i loro nomi sui libri e sui vocabolari e pensare a loro quando non volevo ascoltare né vedere ― soprattutto non vedere ― i maestri dell’Istituto religiosi e laici dalla voce chioccia, o dall’occhio spento, o dall’aria cupa, o dal ghigno furbastro, o dai modi troppo suadenti... Tutto questo ― e tanto altro che forse non saprò mai neanche immaginare ― mi salvò la vita. Nel senso che l’Istituto non riuscì a farne una non-vita come le altre che sfornava senza calore, bianche e mineralizzate come pagnotte ritrovate in una cripta. E nel senso che non morii.

 

L’Istituto, naturalmente, odiava le Bambine e le Ragazze. Gli unici esseri di sesso femminile tra le sue mura erano alcune silenziose monache dalla faccia grigia, alle quali erano generosamente riservate le faccende ― per così dire ― domestiche, e le povere serve divelte da remoti villaggi che talvolta scorgevo, in fondo al buio di un corridoio sotterraneo, come prefigurazioni dei remoti fantasmi che per tutta la vita sarebbero state per me le Donne reali, se l’Istituto avesse trionfato, viste dall’immaginario pieno di disprezzo che la loro esclusione da una scuola così prestigiosa mirava a coltivare nella mia mente. Tutti maschi, dai 6 ai 19 anni, incolonnati nel libricino che ogni anno pubblicava urbi et orbi i nostri nomi, cognomi, indirizzi e numeri telefonici così come in colonna percorrevamo i corridoi sopraelevati per i quali gli insegnanti, i prefetti e i “padri” cristaldi ci pascolavano dalla mattina al tardo pomeriggio dalla chiesa in classe, dalla classe in palestra, dalla palestra in refettorio, dal refettorio ai campi, dai campi all’atrio ― a ognuno di noi non era permesso vedere che i capelli tagliati cortissimi dell’altro che camminava in fila dinanzi a lui, o che in aula sedeva al banco singolo dinanzi al suo. E talora neanche quelli, se il cognome lo condannava a essere il primo della colonna, il bambino che solo dei pannelli gialli guidavano fin in fondo ai corridoi ― in quell’edificio fatto di corridoi come di ossa è fatto uno scheletro ― separando i passaggi riservati agli alunni da quelli per i sacerdoti, che tra le nostre due file avevano ritegno a camminare come se fossero nudi sotto le tonache e fantasticassero che noi lo sapevamo.

 

Meglio però aver davanti sempre la stessa testa, o un corridoio vuoto, che dover vedere anche solo una volta il cranio senza più capelli del povero bambino che un giorno mi trovai davanti io.

 

Ormai avevamo paura di pensare a lui, per quanto era stato via. Poi ci dissero che era stato malato, in fin di vita, ma adesso era guarito e da un giorno all’altro sarebbe tornato. E tornò, e capitò in fila dinanzi a me, e non posso non immaginare, benché mi sembri assurdo, che ci si mise apposta ― non si poteva scegliersi il posto mai, nell’Istituto, ma chissà, forse a lui era stato concesso come una sorta di ultimo desiderio, e lui aveva desiderato di stare proprio vicino a me ― fatto sta che non passò un attimo, il tempo di constatare con orrore com’era diafano il suo piccolo cranio, com’erano esili le braccia e le gambe, com’erano ancor più grotteschi, in lui a un tratto così vecchio, i calzoni corti che esibivano ai preti l’incapacità di noi tutti d’aver ragione delle nostre madri, come sembrava che egli non toccasse, camminando, il pavimento emanante calore che la mia accusava di levar polvere ma non osava pensare che lo facesse per farci star male ― il tempo di pregare ― sì, in quinta elementare mi rivolgevo ancora al Nulla, ma per me era solo scaramanzia, solo uno scongiuro ― che non si voltasse, non mi guardasse, non mi mostrasse anche i suoi occhi ― ché non ce n’era bisogno, che tanto avevo già capito che quel che teneva a dirci, prima di andarsene, era che ci avevano mentito, che lui stava morendo, e che ce lo facevano vedere per annullare la sensibilità di quella menzogna senza che potessimo accusarli di aver voluto smentirla, perché erano cattivi, cattivi, cattivi ― ed ecco che lui si voltò, mi guardò negli occhi, sforzandosi di simulare la dolcezza degli angeli, e con lo sguardo mi avvertì che come lui potevo morire anch’io, lungo quei corridoi senza confessabili mete, se non mi fossi difeso. E forse anche se mi fossi difeso.

 

La mia quinta all’Istituto finì così. Come se l’EUR clericofascista fosse Castle Rock, ma non ne Il Signore delle Mosche: in Stephen King, dov’è con i Piccoli che i Mostri ce l’hanno, per quanto odiano rivedere in loro, senza più poter piangere per essersi perduti, quelli che anch’essi furono.

 

Altri bambini morirono, mentre l’Istituto li teneva o dopo che aveva finto di lasciarli. Di alcuni ho saputo ― uccisi, anche adulti, da tumori cominciati ― di altri no, e ne soffro come si soffre di non conoscere i nomi delle vittime della Shoah. Quando ero in seconda media, un ragazzo dell’ultimo anno si ammazzò in moto ― con tale violenza che non gli si poté togliere il casco ― a un metro dall’incrocio tra la via dell’Istituto e la via di casa sua e della sua infanzia perduta: il più bravo e il più bello della scuola, dissero. Poi toccò a me, ma io mi salvai. Forse, anche perché il bambino senza più capelli aveva avvisato proprio a me, fra tanti, che lungo quei corridoi dalle inconfessabili mete era in agguato la morte.

 

Ero andato sempre bene, a scuola. Desideravo apprendere. A cinque anni già leggevo. A sette, mio padre mi regalò la sua monumentale Storia d’Italia di Paolo Giudici ― uscita a puntate settimanali negli anni VII-XI dell’Era fascista, zeppa di illustrazioni patriottiche di un certo Tancredi Scarpelli che a nessuno, neanche alle donne e ai bambini, aveva risparmiato il mascellone ingrugnito da perfetto idiota del “Duce degli Italiani” ― e ne lessi tutto il primo volume, dal 753 a.C. a Romolo Augustolo. In Terza elementare entrai con sei 10. In prima media con due 9 e due 10: fui premiato con un costosissimo tomo di Astronomia di più di mille pagine, di livello universitario, e passai l’estate a leggerlo e a scrutare il cielo, da una buia torretta di Grottaferrata, con un telescopio donatomi dal nonno materno. A undici, dodici, tredici anni, niente era per me più piacevole che entrare nella libreria del signor Cucinella, in viale Europa, e spendere in libri per ragazzi tutto il mio denaro. A quattordici, quando uscirono gli Oscar Mondadori settimanali, non me ne perdevo uno e li leggevo tutti. Riferisco ciò non per vantarmi ― non ve ne sarebbe motivo: non ero un’eccezione e non lo sarei neanche oggi ― ma per mostrare che se alle medie smisi di fare i compiti e di studiare non fu perché avessi perduto il desiderio di conoscere; anzi: continuavo ad abbeverarmi, con inestinguibile sete, a tutte le fonti di sapere che scoprivo, dall’Enciclopedia dei Ragazzi ― che tentai di emulare su quadernini a quadretti piccoli che compilavo con molta cura ― al Manuale del Pescatore che rubai a uno zio non perché mi attraesse la pesca, ma per il suo intrigante aspetto di ricettacolo di nozioni biologiche, paesaggistiche e tecniche d’ogni sorta; dai testi di Astronomia ― ispirandomi ai quali redigevo un giornalino che si chiamava Il piccolo astronomo: copia unica, passava di mano in mano tra i miei parenti al prezzo di 100 lire ― ai fumetti di Paperino e di Nembo Kid. No, smisi di fare i compiti e di studiare perché i compiti e lo studio dell’Istituto mi erano diventati solo obbedienza, docilità, schiavitù: una soma sotto la quale l’Istituto mi schiacciava perché non fossi più me stesso, perché com’ero non gli piaceva. Non che lo capissi: semplicemente, un’interna forza irresistibile mi spingeva ogni giorno a chiudere i libri di scuola e i quaderni per aprire i miei e su di essi leggere e scrivere, giocherellando col sintonizzatore della radiolina, fino all’ora di cena e anche dopo. Fu una ribellione, insomma, ma così mite che non mi accorsi di ribellarmi ed ero, anzi, pieno di vergogna e paura per i compiti non fatti e per i sotterfugi con cui sfuggivo ai controlli. E nondimeno imparavo così tanto liberamente e per conto mio, mentre mi sottraevo a ciò che mi era imposto, che solo agli esami di terza media l’Istituto scoprì che in tre anni non avevo appreso niente di quel che mi veniva da lui!

 

So, oggi ― scopro solo oggi ― che alle medie l’Istituto mi prese in tale antipatia e odio, che preti e professori vollero mettermi in condizione di farmi espellere o di schiattare. E che la mia ribellione, il mio rifiuto dei compiti e dello studio, scaturirono dal non riuscire a percepire quell’antipatia e quell’odio, ben dissimulati com’erano, altro che nella fredda costrizione a cui compiti e studio a un tratto si ridussero, venendo da quei preti e professori, dopo che per cinque anni erano stati un gioco e un piacere ineffabili. E mentre misteriosamente continuavano a esserlo, purché ad assegnarmeli fossi io e non loro!

 

Ma come mi ero attirato tanta antipatia e odio?

 

Il fatto è che metà del mio disprezzo mi si leggeva in faccia, malgrado la maschera da giocatore di poker che credevo d’aver sempre sul viso; e l’altra metà, quella che da ingenuo piccolo spaccone verbalizzavo, veniva sùbito riferita a chi di dovere (omettendo, del disprezzo, le motivazioni) da questo o quello dei miei coetanei ascoltatori. Il disprezzo, per esempio, per i ridicoli tic, la malvagità o la sfacciata depravazione della maggior parte degli insegnanti ― il depresso che in classe non faceva che gemere come se la nostra vista lo torturasse; il vecchio fascista obeso che girava con una verga camuffata da bastone da passeggio e all’improvviso la sbatteva sulla cattedra per spaventarci nel bel mezzo di un compito in classe; il demente che, fatto scacciare un bravo insegnante d’inglese con una spiata sui suoi titoli di studio, ne aveva preso il posto solo per dedicarsi, credendo che la cattedra lo nascondesse, alla prediletta attività d’infilarsi una penna nei pantaloni per poi annusarla. Il disprezzo che lasciavo scorgere nella noia in cui sprofondavo durante la messa obbligatoria ogni mattina, dal lunedì al sabato, e nell’indifferenza con cui ripetevo a pappagallo i salamelecchi e le giaculatorie che dovevamo mimare e salmodiare al seguito del celebrante. Il disprezzo che traspariva dalle mie “confessioni”, rapide e stereotipate come se ne avessi una provvista di fotocopie. Il disprezzo evidente nella mia mancanza di entusiasmo per la miriade di attività che portavano spesso la giornata scolastica al tardo pomeriggio a maggior scempio delle nostre menti e a maggior lucro delle casse dell’Istituto. Il disprezzo con cui prendevo in giro i più esaltati o ipocriti fra i miei compagni, i Virginio, i Pio, faccia e corporatura e modi grottescamente femminei, che in chiesa si percuotevano il petto e guaivano Domine, non sum dignus con la più orrida delle voci ― la voce, contraffatta dall’odio per sé, del vinto dall’odio pretesco per l’umano ― e poi, dopo la quotidiana comunione, tornavano ai banchi con facce spiritate di cui io, più che riderne, non riuscivo a non meravigliarmi, e non solo fra me e me, illudendomi che quel mio sconcerto sarebbe rimasto fra me e loro...

 

Ma quel che soprattutto mi rese inviso all’Istituto fu che a un certo momento, credo in prima media, io osai lamentarmi in confessione (e con mia madre, che aggravò il mio sbaglio andando a parlarne col preside) perché i più inquietanti fra quei santarellini erano i cocchetti di certi insegnanti e specialmente di certi “padri” cristaldi. Non so cos’avessi intuito e non ricordo bene che cosa pensavo: so solo che c’erano due o tre coetanei che mi allarmavano e che però in qualche modo mi affascinavano, anche (poiché, so oggi, la mia infanzia mi aveva reso sensibile alla tenerezza materna che anche a loro, come a me, doveva essere mancata, ma che essi, contraffacendosi psichicamente e fisicamente, riuscivano o si lasciavano indurre ad attrarre certi adulti a “risarcirgli”, per così dire, benché non meno deformata e grottesca) e che una certa parola, che avevo captato senza capirla davvero, mi era parsa adatta non solo a descriverli, non solo a stigmatizzarli nella speranza che fossero rimessi ai loro posti fra noi tutti, ma anche a proteggere me stesso, chiudendomi in una corazza di sdegno, dal rischio di imitarli e seguirli.

 

Certo, chiamare un rischio quello di diventare come loro sembra un voler accreditare il significato negativo (per non dire spregiativo) dell’epiteto con cui allora li marchiai presso chiunque, grande o piccolo, fosse disposto ad ascoltarmi: epiteto che oggi, invece, giustamente, nessuna persona civile osa scagliare su chicchessia. Ma è pur vero che quelli erano ragazzini di undici, dodici, tredici anni, mentre chi li portava in palma di mano lusingandoli ad atteggiarsi come monachelle erano uomini adulti. E che un ragazzino ero anch’io, e non avevo altro modo, per difendermi da quella lusinga, che farne, ai miei occhi innanzi tutto, uno stigma ripugnante che per niente al mondo avrei desiderato condividere.

 

Non accadde alcunché. Nessuno fu danneggiato dalle mie accuse. Nessuno dovette cambiare atteggiamento. Il preside tranquillizzò mia madre dicendole che quei casi erano noti all’Istituto, il quale opportunamente vigilava su di essi; mia madre si tranquillizzò e mi propose di tranquillizzarmi a mia volta; e tutto sembrò finire lì. Ma da quel momento fu su di me che l’Istituto vigilò. Dall’oggi al domani, senza che nulla fosse detto né alluso, non solo divenni un sorvegliato speciale, per aver osato smascherare (sia pur con i miei poveri mezzi) le relazioni distruttive e autodistruttive tra quei ragazzini e quegli adulti, ma ogni rapporto con me ― dei prefetti, degli insegnanti, dei “padri” cristaldi e di quasi tutti i miei compagni, che sùbito ne percepirono la mutata natura ― si fece strano in modo indefinibile. Come se fossi io, ora, che camminavo dinanzi agli altri senza poter nascondergli il mio piccolo cranio senza un capello.

 

In “compenso”, due “padri” tentarono di far di me una pecorella e ricondurmi all’ovile. Uno, l’insegnante di religione, mi propose di meritarmi un 10 ― e di capovolgere così la mia immagine agli occhi dell’Istituto ― imparando a memoria il Discorso della Montagna: beati i poveri in ispirito, ecc. ecc. Solo che, data la sua lunghezza, non poteva sacrificare un’intera lezione per interrogarmi in classe, davanti a tutti: dovevo tornare nel pomeriggio e recitarlo dinanzi a lui, in privato, in camera sua. Io acconsentii, imparai a memoria la sfilza delle beatitudini e verso le sei, attraversato l’EUR sul 97, mi presentai a scuola e chiesi di lui. Egli venne a prendermi e mi fece strada. Faceva buio, ma in tutto l’Istituto erano accese solo poche lampade qua e là: sembrava deserto. Il “padre”, camminando a grandi passi a cui facevo un po’ fatica a tener dietro, mi condusse per corridoi e corridoi senza luce fino a pianterreno di un edificio in cui non ero mai entrato, il più alto dell’Istituto: solo lì incontrammo un altro “padre”, che senza una parola ma con un lieve e indecifrabile sorriso prese l’ascensore con noi portandosi in camera, un po’ come il primo portava me, una bottiglia nera senza etichette che immaginai di vino. E sùbito mi ritrovai in una stanzetta angusta, con un’unica finestra che dava sulla campagna, e nella luce sempre più scarsa che ne veniva ― io in piedi, il “padre” seduto dinanzi a me ad ascoltarmi ― recitai senza incertezze e perfino con sfrontatezza il Discorso della Montagna e ottenni il 10 che mi era stato promesso. Non so, a tutt’oggi, cosa mi salvò. Fu come nei documentari di Super Quark, quando il piccolo gnu sfugge alla leonessa e si ricongiunge alla madre e al branco mentre Piero Angela, affabile, commenta che la vita dei predatori non è meno dura di quella delle prede, poiché il più delle volte restano a bocca asciutta.

 

L’altro, invece ― ma già al ginnasio ― fui io a cercarlo, anche se malvolentieri: per accontentare mia madre, che dalla sua “cara” cugina aveva saputo che era un “padre” straordinario, amato da tutti gli alunni dell’Istituto per la bonomia e la capacità di comprendere i giovani e perfino di condividerne le idee e il linguaggio, e che già molti ragazzi in difficoltà aveva aiutato con successo a uscirne e a star di nuovo bene con gli altri e con sé stessi. Andai: per far contenta mia madre, appunto, e tuttavia non così scettico, data la mia generosità e innocenza di ragazzino non ancora perduto, da aspettarmi ciò che trovai. Anche questa volta da solo, anche questa volta in una stanza ― anche se non da letto ― che un’unica finestra illuminava poco, fui ricevuto da un “padre” così obeso che mi domandai come potesse districarsi dalla scrivania a cui sedeva: obeso perfino nelle mani, nelle dita, nelle guance, negli occhi, nella testa, nei ciuffi di capelli rigogliosi ma così distanziati da non poter uscire che da bulbi enormi, mi guardò attraverso occhiali così spessi e neri che non mi parve possibile che mi vedesse e disse: “Allora, cosa c’è che non va?” “Non lo so...” dissi io. E lui: “Ti masturbi?” Dopodiché, sebbene non conoscessi ancora ― avevo già quattordici anni, ma erano altri tempi ― né la parola né ciò che significava, eppure come per magia lo intuii, benché pur sempre confusamente, come se quell’incomprensibile domanda avesse all’improvviso messo in relazione e in moto, nella mia mente, tutto quello che avevo già udito in proposito senza capirlo. E mi sentii così a disagio che con la scusa che non mi sentivo bene ― il peggior pretesto possibile, vista l’agitazione in cui lo mise dinanzi a mia madre, che mi attendeva nell’atrio e dovette salire a prendermi ― mi congedai da lui e me ne andai anche da quella stanza per non tornarci mai più.

 

Ma nessun bambino esce senza ferite da una scuola come l’Istituto, laica o religiosa che sia. Già “solo” dover pagare, per un’istruzione che a ogni altro è donata per l’amore della Società per i suoi figli, fa del rapito alla Scuola di Tutti non soltanto un bambino abbandonato ed escluso, ma già un piccolo sfruttato nell’età che a tutt’oggi è l’unica che fra mille perduranti resistenze siamo riusciti a sottrarre alla riduzione degli Esseri Umani a oggetti, a mezzi per far soldi. Se poi il bambino abbandonato, oltre che pagare, deve anche credere, allora la condizione d’inferiorità ― a cui il suo essere sfruttato lo abbandona per un tempo che benché della massima importanza, in quanto dovrebbe essere dedicato alla sua realizzazione, tuttavia non è che una parte della sua giornata ― da parziale si fa totale: egli non viene diminuito solo per alcune ore a fini di lucro, egli è reso inferiore di fatto, se non trova la forza di rifiutarsi di credere, dinanzi al “divino” e a i suoi “rappresentanti” che nella sua mente si rendono a lui superiori una volta per sempre. Ma soffre anche se resiste, e tanto più quanto più resiste, poiché resiste costringendosi a fare a meno di coloro a cui resiste pur non potendo fare a meno dell’affetto, della comprensione e dell’aiuto che non avrà da altri, finché non sarà libero di cercarne altrove. E così il bambino abbandonato e sfruttato, abbandonato e restituito a Dio, resistendo si avvia talvolta a morire fisicamente per non morire dentro, come per poco non accadde a me, poiché la sua resistenza incrementa l’odio per l’umano su cui gli Istituti si fondano, e tanto più quanto più essa inconsapevolmente è perspicace e smaschera la dissimulata violenza di rapporti resi i più distruttivi dall’annullamento e dalla negazione dell’umano.

 

Apparentemente, solo i compiti e lo studio (quelli che non mi assegnavo io stesso) erano diventati miei nemici. Nella realtà, invece, era l’atmosfera dell’Istituto ad avercela con me. Qualcosa ― emanato dagli sguardi e dai modi dimessi, come velati da un sapere troppo penoso per essere condiviso, dei “padri” cristaldi e degli insegnanti nei miei confronti ― passava senza che me ne accorgessi nei miei quaderni e nei libri di testo e li rendeva insopportabili al mio sguardo e ai miei pensieri come lo ero io, ignaro di esserlo, per quei “padri” e per quegli insegnanti. E lo stesso qualcosa passava nei miei compagni, senza che neanche loro se ne accorgessero, e prendeva nelle loro menti la forma di un’incapacità di amicizia per me che forse li turbava, a cui forse desideravano essere aiutati a opporsi, ma che i loro confessori preferiti invece assolvevano senza disapprovarla. Solo un bambino o due, immuni a quell’influsso per chissà quale “magia” che inconsapevolmente tenevano viva, continuavano a essermi amici facendosi esclusi insieme a me. Ma finite le medie fummo separati e io fui assegnato alla quarta di Dario Rigorini, un insegnante così rigido, invasivo, sarcastico e psichicamente violento che già dopo poche settimane nessun alunno, in sua presenza o meno, riusciva più a rimanere in rapporto con altri che con lui. Al quale fui certo presentato, prim’ancora che mi conoscesse (al pari di David Copperfield, mandato in collegio con un cartello al collo: attenzione, morde!) come una sorta di corpo estraneo che bisognava arrivare a espellere: prima di tutto per quel ch’ero andato insinuando alle medie su certi bambini e le relazioni con loro di certi insegnanti e certi “padri”; poi perché non ero religioso, fingevo di esserlo; e infine per la sfrontata astuzia con cui avevo rubato l’ammissione agli esami di licenza e la promozione in quarta dando a bere a tutti per ben tre anni di meritare voti che non meritavo, perché non facevo i compiti e non studiavo. E Rigorini mi prese sùbito di mira: mi avvisò, già al primo appello, che mi avrebbe tenuto d’occhio, e da allora non perse occasione per deridermi non solo per i compiti non fatti e le scene mute alle interrogazioni, ma anche per l’aspetto fisico, i modi, il tono della voce, il sorriso ― le rare volte che in quella classe si aveva l’occasione di sorridere non contro qualcuno ― e perfino per gli sbadigli, che benché tenessi la bocca ermeticamente chiusa non riuscivo a nascondergli! Ma nonostante ciò non poté mai darmi meno di 8 nei temi di italiano, benché non meritassi mai più di 4 in tutto il resto. E per questa mia lieve difformità dall’immagine che l’Istituto aveva di me, anziché domandarsi se tale immagine non fosse almeno in parte malevola, mi odiò così tanto, perfino più di quanto gli era richiesto, che mi separò anche fisicamente dai miei compagni isolandomi vicino a una finestra ― all’altezza della cattedra, ma lontano perfino da essa ― in modo che tutti potessero constatare che più nessuno mi era ancora vicino.

 

Non è meno doloroso oggi di quarantacinque anni fa (e neanche è diventato meno difficile) realizzare quanto soffrivo, in quella situazione, a dispetto della durezza con cui guardavo fuori e dentro di me nel tentativo di fingere, anche ai miei occhi, di non star poi così male e anzi di cavarmela, in qualche modo, contro tutti e tutto. Quanto soffrivo per non poter prendermela che con me stesso, poiché nessuno apparentemente aveva colpa se io non studiavo, e se non studiando facevo arrabbiare genitori e insegnanti, e se meritando continue punizioni diventavo oggetto di sempre più intensa diffidenza per i compagni che sempre più temevano il mio contagio, e se la solitudine in cui sempre più venivo allontanato fin quasi a sparire all’orizzonte m’incattiviva al punto di voler scientemente far peggio ancora, per infuriare e perdere una volta per sempre tutti quelli che mi legavano a quella situazione, i “padri”, gli insegnanti, i compagni, i genitori, e così restar solo davvero e del tutto. Quanto soffrivo per non aver la benché minima idea, per non poter neanche immaginare che dopo tutto potevo anche non esser io quello che non riusciva a esser altro che la causa di tutto ciò: quello che soltanto andandosene e perdendo tutti una volta per sempre, se solo ne avesse avuto il coraggio, avrebbe potuto dimenticare di essere qual era.

 

Cominciai a “provare”, sempre più spesso, la fuga almeno da scuola, e mi sembrò che “funzionasse”: da solo su un autobus pieno di estranei che non si curavano di me, da solo su una corriera o un treno che si allontanavano nella campagna, da solo su una panchina in un parco o in riva al mare, fuoriuscire dalla situazione di cui non potevo accusare che me stesso mi faceva sentire “bene”, per qualche ora, tra me e me, per quanto era possibile sentirmi bene sapendo che tutto sarebbe ricominciato l’indomani mattina. Ma le mie continue assenze da scuola invece aggravarono quella situazione, poiché mi resero ancor più evidentemente colpevole agli occhi di tutti, me compreso, e di conseguenza ancor più giustificati il disprezzo, il dileggio o come minimo l’imbarazzato distacco di cui ero oggetto. Finché, a metà della Quinta, tentai davvero di scappare di casa gettando nell’angoscia i miei genitori. Finché giunsi, facendo leva sul potere che la loro angoscia mi conferiva, a rifiutarmi di continuare ad andare a scuola anche a costo di perdere l’anno; e così mi tolsi, senza rendermene conto, oltre che dalla scuola anche dalla vita, mettendomi in una sorta di “animazione sospesa” in cui più niente alla vita mi legava se non quel che inconsapevolmente mi era forse rimasto, come un segreto che la mente e il cuore fossero riusciti a serbare a tutti e perfino a me stesso, dei lontani primi nove anni ― e dei nove mesi prima di essi ― in cui l’Istituto non mi aveva ancora preso. Finché un giorno ― attraversando la strada di corsa per prendere un autobus che niente, nella mia situazione, mi autorizzava a sperare che avrebbe aspettato a ripartire per uno come me ― fui investito da una macchina e per un soffio, per un millimetro, per un millesimo di secondo mi ruppi solo qualche osso e non ci lasciai la pelle. Ma fui ricoverato in ospedale, e per alcuni giorni, pallido come un morto e istupidito dagli anestetici, ebbi anch’io nello sguardo la mostruosa dolcezza degli angeli a cui il bambino senza più un capello non aveva potuto sfuggire. Tanto che perfino mia madre riuscì a vederla, una buona volta, e le porte dell’Istituto si chiusero per sempre alle mie spalle.

 

L’anno dopo ― ammesso in un Liceo Classico (un Liceo dello Stato ch’è di Tutti) dopo aver studiato come un Leopardi per l’intera estate e aver superato a settembre con voti più che buoni, in quello stesso Liceo, l’esame di Quinta ― cominciai a poco a poco a ritrovare interesse e piacere nell’andare a scuola, nel fare amicizia con i miei compagni (e compagne!) e perfino nel riuscire ― cosa che ero giunto a credere impossibile ― a stimare qualche insegnante. All’esame di maturità, nel 1970, fui il secondo su venticinque con 52/60: non eccelso, lo so, ma tuttavia ottimo ― io dico e rivendico ― per un ragazzo che in Quarta e Quinta ginnasio era arrivato a prender pagelle il cui voto più alto era 4, a parte l’8 in Italiano scritto. E all’Università ― benché con l’annosa lentezza e cautela di chi continua a vedere un possibile nemico in chiunque eserciti una qualsiasi autorità ― mi laureai in Filosofia moderna e contemporanea solo con 110, senza la lode, perché mi ostinai a scrivere la tesi senza alcun aiuto da parte del professor Nicolao Merker, il relatore, e addirittura contro le sue idee su Thomas Hobbes ― a mio avviso il maggior teorico di tutti i tempi del controllo religioso della mente da parte dello Stato ― e su come si debba scrivere una tesi di laurea. Niente di eccezionale, lo so, ma pur sempre un risultato abbastanza dignitoso per un ragazzo che l’Istituto aveva quasi ucciso. Anche se quei sette anni di lotta per la sopravvivenza, quei sette anni tra i 9 e i 16 della mia infanzia e della prima adolescenza ― so anche questo ― sono ancor’oggi quelli che per tutta la vita mi mancheranno ad arrivare a essere qualcosa di più di ciò che sono.

 

Si conclude qui, finalmente ― a cinquantanove anni e su queste pagine ― la storia dei miei rapporti con l’Istituto e con le nere ombre dei “padri” cristaldi. Manca solo l’epilogo, che adesso arriva...

 

Nel 1987, insegnante da appena tre anni, accompagnai a Venezia la Classe 1984-1987 di Roviano. Io e loro. Per risparmiare due notti d’albergo, all’andata e al ritorno dormimmo in cuccetta su un treno (oggi soppresso) che partiva da Termini alle undici di sera e arrivava a Santa Lucia alle sei del mattino. I ragazzi, com’è facile immaginare, si addormentarono piuttosto tardi ― se si addormentarono: è un mistero ancora irrisolto ― e io mi svegliai (se mi svegliai) piuttosto presto: alle cinque ero già nel corridoio e mi fumavo la prima gauloise senza filtro della giornata ― ne fumavo più di trenta al giorno, smisi undici anni dopo ― cercando di soffiar via il fumo da uno spiraglio del finestrino senza far entrare l’aria fredda del mattino, quando da uno scompartimento uscì un signore fra i trenta e i quaranta, mi venne vicino, mi guardò negli occhi e disse: “Ma davvero non mi riconosci? Sono Marco Pellicani.” Lo riconobbi sùbito: non era cambiato molto. La sera prima non l’avevo riconosciuto ― e lui, come mi disse, aveva temuto che non volessi riconoscerlo ― perché come sempre ero troppo concentrato sugli alunni e su ciò che poteva in un modo o nell’altro riguardarli, per accorgermi di qualsiasi altra cosa. Ma quando mi apostrofò lo riconobbi, sùbito: era Marco Pellicani, uno dei pochi che in Quarta e Quinta ginnasio ― nell’Istituto dei “padri” cristaldi, nella classe di Dario Rigorini ― non era arrivato nei miei confronti a un aperto disprezzo, non si era sganasciato alle battute di quel mentecatto sulla qualità più o meno umana del mio sorriso, ma era riuscito a limitarsi a un imbarazzato distacco. “Sai,” mi disse vent’anni dopo mentre il treno, su cui ci trovavamo per motivi del tutto diversi, si avvicinava con entrambi a Mestre, “sento che devo dirti che mi dispiace per come mi comportai allora. Per come tutti ci comportammo. Tu avevi ragione, e Rigorini e gli altri torto. Ci tenevo a dirtelo. A dirti che mi dispiace molto, mi è sempre dispiaciuto, sapere che allora non fui capace di avere per te alcuna solidarietà.” Fu bello sentirglielo dire. Gliene fui grato, e gliene sarò sempre. Fu bello soprattutto perché in quel momento, mentre lui lo diceva, i ragazzi dormivano tranquilli a un metro da noi, nessuna ombra nera di “padre” malefico turbava i loro sogni, e io capivo e sapevo che era stato per aver visto com’ero io con gli alunni che il mio antico compagno Marco Pellicani, fin dalla sera prima, aveva desiderato dirmi quel che mi stava dicendo.

 

D’altra parte son contento, oggi, di aver appreso che l’Istituto Massimiliano Massimo e i “padri” gesuiti sono per Mario Draghi ― governatore della Banca d’Italia per meriti certo mille volte più ragguardevoli di quello di aver frequentato una scuola così prestigiosa ― ricordi infinitamente più lieti di quanto lo sono per me l’Istituto di cui non faccio il nome e i “padri” cristaldi. È bello sapere che non tutti erano infelici, quando alla nera ombra di quei “padri” lo ero io così tanto da non veder più luce nel mondo, ovunque guardassi, che quell’ombra non oscurasse e insozzasse. Sì, ne sono proprio contento per lui. E però sento di dover dire che non cambierei la mia vita con quella di Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia per meriti certo mille volte più ragguardevoli di quello di essersi adattato ai suoi “padri” gesuiti mentre io non riuscivo ad adattarmi ai miei padri “cristaldi” e ai loro cocchetti: non la cambierei ― la mia vita con la sua ― perché, se lo facessi, anch’io crederei che la responsabilità di compiere al meglio il proprio dovere non sia solo terrena, ma spirituale. E se lo credessi, come sarei infelice! Come sarei infelice, se cercar di far bene quel che faccio non mi venisse naturale come a un gatto o a un delfino cercar di far bene quel che fanno loro, ma fosse per me responsabilità, continuo costringermi a corrispondere a volontà superiori anziché spontaneo mettermi in rapporto con realtà umane. Come sarei infelice, se il mio lavoro non mi venisse naturale come a un castoro far la diga o a una rondine il nido, ma fosse per me dovere, continuo comandare a me stesso secondo gli ordini di volontà superiori. Come sarei infelice, se l’evoluzione umana non mi avesse reso terrenamente del tutto adeguato al rapporto con gli altri, con me stesso, col mondo, e fossi invece costretto, dal primo all’ultimo giorno di vita, a continui sforzi ― mai coronati da pieno successo ― per adeguarmi al modello chiamato spirito che nere ombre impongono e gestiscono in qualità di “rappresentanti di Dio”. No, grazie. Non mi cambierei con un uomo che crede cose come queste o che non può dire liberamente che non ci crede. Neanche se quell’uomo, nell’infanzia e nell’adolescenza, fosse stato di gran lunga più felice, nell’Istituto Massimiliano Massimo e coi suoi “padri” gesuiti, di quanto lo fui io nell’Istituto di cui non faccio il nome e coi miei “padri” cristaldi.

 

Poi, certo, posso aver frainteso e sbagliato tutto. Forse anche l’Istituto di cui non faccio il nome era un’ottima scuola, e ottimi educatori i “padri” cristaldi e i loro insegnanti. In fondo gli Istituti e i “padri”, si chiamino gesuiti o si chiamino cristaldi, hanno dalla loro parte fior di testimonial prestigiosi come Mario Draghi, arrivato dov’è arrivato. Sì, effettivamente posso aver frainteso e sbagliato... Però non sono solo, nel mio fraintendere e sbagliare. Anch’io ho dalla mia un testimonial, e anche più prestigioso di un Mario Draghi qualsiasi: Francis Scott Fitzgerald. Che nel 1924 dedicò ai suoi “padri” e alla loro nera ombra uno straordinario e bellissimo racconto: Assoluzione.

 

Un’inquadratura de In nome del Padre, (1972), di Marco Bellocchio. Dalla finestra di un’aula,

dietro lo studente in primo piano, è chiaramente riconoscibile uno scorcio di piazza dei Cinquecento, a Roma.

 

Il sacerdote e il ragazzino

 

C’era una volta... ― comincia proprio così, come una fiaba, il racconto Assoluzione che Francis Scott Fitzgerald scrisse nel 1924 a ventotto anni: C’era una volta un sacerdote dagli occhi freddi e umidi che, nel silenzio della notte, versava fredde lacrime. E c’era un ragazzino bellissimo e molto vivace, dell’età di undici anni, che un pomeriggio entrò nella sua stanza stregata...

 

“Padre” Schwartz (così si chiama il sacerdote dagli occhi freddi: dal tedesco schwarz, nero, come del resto lo sono tutti) esce il meno possibile dalla stanzetta in cui cerca una piena unione mistica con Nostro Signore. Ma in estate ― è estate, infatti, per sua disgrazia ― dalle quattro del pomeriggio al crepuscolo una calda follia lo raggiunge anche lì: un profumo di saponette a buon mercato, un fruscio di fanciulle svedesi sul sentiero accanto alla sua finestra, la terribile dissonanza delle loro risa argentine, il terribile frumento del Dakota che gremisce la valle del Fiume Rosso... “Padre” Schwartz, allora, prega a voce alta affinché scenda presto il crepuscolo. E poiché la preghiera non ha effetto, angosciato ― è la vita che lo angoscia, e nella vita soprattutto i segni insopprimibili della viva presenza umana ― abbassa lo sguardo sul disegno del tappeto e porta la sua mente a cupe meditazioni in labirinti grotteschi.

 

Finché, un pomeriggio, alla porta della stanzetta ― ch’è stregata dal cupo meditare del “padre” l’unione con Dio e il perdersi dei rapporti umani in labirinti grotteschi ― bussa un ragazzino bellissimo e molto vivace di undici anni, a nome Rudolph Miller. Perché bellissimo?, non possiamo non domandarci, sùbito inquieti. Non c’è che “padre” Schwartz nella stanzetta, dunque è per lui che Rudolph è bellissimo. Lo sarebbe anche per noi, ché i bambini son tutti bellissimi. Ma poiché lo è, invece, solo negli occhi freddi del “padre” (dove non dovrebbe, perché il “padre” è angosciato da ciò ch’è umano e bello) come non spaventarci? Dato che qui, in questo mondo, c’è “padre” Schwartz, la bellezza di un bambino non può più essere una delle tante umane bellezze di cui noi, i lettori, siamo felici come del frumento maturo del Dakota o della dissonanza delle risa delle fanciulle: in un mondo in cui a trovarlo bellissimo ci sono anche gli occhi freddi di un “padre” Schwartz, la bellezza di un bambino di undici anni ci fa temere per lui.

 

Entra dunque nello studio del “padre” un ragazzino bellissimo e molto vivace, e il “padre”, sorprendendosi a fissare i suoi occhi accesi da puntini splendenti di luce color cobalto, è spaventato dalla loro espressione. Ma poi si accorge che il piccolo visitatore è in uno stato di abietta paura, e questo ― che in noi accresce l’inquietudine ― in lui ha un effetto tranquillizzante: nel mondo capovolto di “padre” Schwartz, la bellezza di un ragazzino è angosciosa e spaventosa, la sua abietta paura rassicurante.

 

Qualche tempo prima, entrato in un granaio, Rudolph aveva udito un tale e una ragazza dirsi cose impure ed era rimasto ad ascoltarli sentendosi pulsare forte i polsi per una strana, romantica eccitazione. Per un mese, dopo, era riuscito a non andare a confessarsi. Ma un sabato suo padre lo aveva agguantato per il collo mentre giocava: “Vacci subito,” aveva detto. “Non tornare finché non ti sarai confessato.” E Rudolph aveva dovuto ubbidire, poiché non ci sono vie di fuga per un bambino, quando i genitori sono dalla parte delle ombre nere: si era recato in chiesa, era entrato nella grande bara collocata perpendicolarmente del confessionale, dove “padre” Schwartz lo attendeva sotto forma di smorta ombra immobile dietro la grata, e aveva confessato per primi i “peccati” più lievi, i più facili da ammettere. Poi quello di non credere d’essere il figlio dei suoi genitori ― “Hai pensato, vuoi dire, di valere troppo per poter essere il figlio dei tuoi genitori?” aveva domandato il “padre” ― e infine, con uno sforzo, l’episodio del granaio. Ma dei polsi che pulsavano forte non era riuscito a parlare. E nondimeno, quando “padre” Schwartz alla fine gli aveva chiesto se non avesse detto bugie, Rudolph aveva risposto: “Oh, no, padre, non dico mai bugie.” Ma non era vero: non aveva parlato dell’eccitazione che l’aveva pervaso; e perciò, negando di aver detto bugie, si era macchiato di un peccato terribile: aveva mentito in confessione.

 

In un primo momento, tornando a casa di suo padre ― non a casa sua: di suo padre ― sollevato di essere passato dalla chiesa opprimente a un aperto mondo di campi di frumento e di cielo ― lo stesso frumento del Dakota che per “padre” Schwartz è terribile ― Rudolph aveva rinviato la piena consapevolezza di quel che aveva fatto. Poi, riempiendosi i polmoni d’aria pungente, tra sé e sé aveva ripreso il proprio vero nome, Blatchford Sarnemington ― il nome di un bambino che vale troppo per poter essere Rudolph Miller, figlio dei suoi genitori ― e come Blatchford era entrato nell’angoletto segreto della sua mente in cui era al sicuro da Dio, in cui architettava i sotterfugi con i quali, non di rado, truffava Dio, e celato in quest’angoletto aveva riflettuto sul modo per meglio evitare le conseguenze della bugia. E aveva trovato la soluzione: il giorno dopo ― avendo sulla “coscienza” il “peccato” d’aver “mentito” in confessione ― doveva a tutti i costi evitare la comunione. Troppo grande sarebbe stato il rischio a cui si sarebbe esposto se avesse fatto infuriare Dio fino a quel punto: la comunione fatta senza essersi purificata l’anima gli si sarebbe tramutata in bocca in veleno ed egli avrebbe dovuto allontanarsi insozzato e dannato per sempre dalla balaustra dell’altare. Bisognava, dunque, che l’indomani mattina bevesse acqua “per sbaglio”, ponendosi così, secondo le leggi della Chiesa, nell’impossibilità di ricevere quel giorno la comunione.

 

(Da bambini non si può non imbrogliare Dio, se si ha cuore sé stessi, la salute mentale, la sopravvivenza psichica e talvolta anche fisica. Ma come imbrogliare, bambini, il sentimento di bassezza insinuato fin dai primi anni dall’idea di Dio? Sia la schiavitù, che sembra alleviarlo, sia la ribellione, che sembra liberarne, invece lo accrescono entrambe: senza il genio dell’immaginazione, senza un atto creativo più potente dell’onnipotente ― Dio non c’è, nel mondo ch’è il mio ― dal labirinto non si esce).

Suo padre, però, l’aveva scoperto. Carl Miller ― un uomo che due cose legavano alla vita: la fede nella Chiesa Cattolica Romana e una mistica adorazione per James J. Hill, il costruttore dell’Empire; non il figlio, no, né un qualsiasi altro animale umano o non umano realmente esistente: per vent’anni egli aveva vissuto solo con il nome di Hill e con Dio, e per tutta la vita non aveva fatto che rielaborare decisioni prese da tempo da altri: mai aveva saggiato nelle proprie mani l’equilibrio di una sola cosa ― Carl Miller aveva udito un suono furtivo giungergli dalla cucina, era stato in ascolto, la leggerezza dei passi gli aveva detto che non si trattava di sua moglie, e allora, con la bocca lievemente socchiusa ― immagine del godimento di chi ha scoperto, prima o poi, che colpire e ferire e uccidere almeno col pensiero nel nome di Dio è l’unico sollievo possibile dal sentimento della propria bassezza, se non si esce dal labirinto ― si era precipitato giù per le scale e aveva spalancato la porta della cucina.

 

Sorpreso col bicchiere in mano, Rudolph ― tradito, come ogni innocente dinanzi all’aguzzino, dalla sincerità della propria immaginazione ― aveva commesso uno sbaglio: aveva detto di essersi dimenticato che avrebbe dovuto fare la comunione ― e questa, come sappiamo, era una bugia ― ma che non aveva ancora bevuto neanche una goccia d’acqua: e questa era la verità ma lo costringeva a comunicarsi, cioè a indurre in tentazione i fulmini ricevendo il Corpo e il Sangue del Cristo con il sacrilegio nell’anima. E così era stato aspramente redarguito per una negligenza di cui non era colpevole ― Se sei così smemorato da non ricordare la tua religione, aveva detto suo padre, bisognerà fare qualcosa di drastico al riguardo. Incominci con il trascurare la tua religione e sùbito dopo diventi un bugiardo e un ladro, e allora ti aspetta il riformatorio! ― mentre per la sincerità la sua situazione non era migliorata in alcun modo. Sincerità incompleta, certo ― irrisoria, anzi: non aveva bevuto, solo questo aveva detto a suo padre di tutto ciò che gli era accaduto e lo tormentava, solo questo minuscolo pegno era riuscito a pagare alla sincerità di cui il rapporto tra un padre e un figlio (come potrebbe essere) era colmo nella sua immaginazione ― ma come avrebbe potuto dir tutto, come essere così pazzo da far come se non fosse vero Dio e fosse vero il padre che non esisteva che nella sua immaginazione? Sarebbero state percosse feroci, lo sapeva, e ― ciò che più paventava ― sarebbe stata la ferocia selvaggia, sfogo dell’uomo incapace (cioè dell’uomo reso impotente dal disprezzo religioso per sé stesso) che dietro le percosse si sarebbe celata.

 

Eppure la lealtà di Rudolph nei confronti di suo padre era stata totale, alla fine, anche se solo entro i confini del rapporto con lui, quando un’enfasi non voluta nel tono di voce di quest’ultimo ― E in chiesa, prima di fare la comunione faresti bene a inginocchiarti e a chiedere a Dio di perdonare la tua sbadataggine ― aveva agito come una sostanza catalizzatrice con la confusione e con il terrore del bambino: un’ira sfrenata e orgogliosa si era gonfiata in lui, egli non l’aveva nascosta ― così manifestando a suo padre con piena sincerità quel che sentiva ― e con rabbia aveva scagliato il bicchiere nel lavandino.

 

Era stato brutalmente picchiato, per aver per un attimo creduto più in suo padre che in Dio: il tonfo sordo di un pugno sul lato della testa, trascinato o sollevato quando istintivamente si avvinghiava a un braccio, conscio del vivo dolore di colpi e torsioni... Aveva respinto la madre ― disprezzandone la nervosa impotenza ― quando ella aveva tentato di applicargli sul collo la tintura d’arnica. E poi, in chiesa, prima della comunione, lo aveva colmato una lagrimosa esultanza. Mai più sarebbe riuscito a porre con facilità un’astrazione di fronte alle esigenze della sua quiete e del suo orgoglio. Un confine invisibile era stato oltrepassato, ed egli era divenuto consapevole del proprio isolamento... conscio del fatto che esso si applicava non solo ai momenti in cui era Blatchford Sarnemington, ma anche a tutta la sua vita interiore. Fino a quel momento, fenomeni come le “folli” ambizioni, i meschini pudori e timori, altro non erano stati se non riserve private, non riconosciute dinanzi al trono della sua anima ufficiale. In quel momento capì inconsciamente che le sue riserve private si identificavano con lui stesso: la pressione dell’ambiente lo aveva spinto sulla strada solitaria e segreta dell’adolescenza.

 

Così ― mentre suo padre (troppo tardi per non pensare, noi lettori, che non sia che un fatuo ghiribizzo da demente) guardandolo inginocchiarsi dinanzi all’altare si sentiva orgoglioso di lui e incominciava a essere sinceramente, e non solo formalmente, dispiaciuto di quel che aveva fatto ― Rudolph rabbrividiva udendo la campanella della comunione. Non v’era motivo per cui Dio non dovesse fermargli il cuore, aveva pensato. Nelle ultime dodici ore aveva commesso una serie di peccati mortali, uno più grave dell’altro, e stava ora per coronarli con un empio sacrilegio. “Domine, non sum dignus...” Ma ormai era Blatchford Sarnemington per sempre, il ragazzino che valeva troppo per esser figlio di Carl Miller, e la sua vera identità era il suo isolamento: aveva preso la comunione e poi, solo con sé stesso, madido di sudore, immerso fino al collo nel peccato mortale, tornando al banco aveva udito il picchiare secco dei suoi zoccoli biforcuti risuonare forte sul pavimento e aveva saputo ch’era il nero veleno chiuso nel suo cuore.

 

Domine, non sum dignus... Il ragazzino Rudolph Miller ― il ragazzino Blatchford Sarnemington ― porta fino in fondo la ribellione comunicandosi immerso fino al collo nel peccato mortale, ma... non la porta fino in fondo. Non osa il “Non est Domine, sum dignus”, non osa l’atto creativo più potente dell’onnipotente ― Dio non c’è, nel mondo ch’è il mio ― non osa disconoscere la creazione del mondo ricreandolo per sé senza Dio, e dal labirinto non esce. E nel labirinto dove si può andare a finire se non nelle fauci del Minotauro ― dell’uomo che la volontà di unirsi a Nostro Signore ha separato dall’essere umano ― e cioè nella stanzetta stregata di “padre” Schwartz? Dio abbandona ai “padri” i figli che i padri abbandonano a Dio, se i figli non riescono a farsi padri di sé stessi e creatori del proprio mondo.

 

E Rudolph infatti è lì, ora: il bellissimo ragazzino dagli occhi di smalto celeste, dalle ciglia che si aprono intorno a quegli occhi come petali di fiori, ha confessato a “padre” Schwartz il proprio peccato. (...) I gelidi, umidi occhi di “padre” Schwartz sono fissi sul disegno del tappeto (...) e dalla brutta stanza (...)  si alza una rigida monotonia frantumata di tanto in tanto dai riverberi nell’aria secca del picchiare di un lontano martello. I nervi del sacerdote sono tesi fino al punto di rottura e i chicchi del suo rosario strisciano e si contorcono come serpenti sul panno verde che riveste la scrivania. Il sacerdote non riesce a ricordare che cosa dovrebbe dire. Tra tutte le cose esistenti nella sperduta cittadina svedese, egli è soprattutto conscio degli occhi di quel ragazzino... gli occhi bellissimi con le ciglia che se ne staccano con riluttanza incurvandosi all’indietro come per riunirsi di nuovo a essi...

 

Non dirò che cosa accade dopo. Lascerò padre Schwartz lì dov’è ― mi piacerebbe che il lettore di queste righe sentisse, ora (come ho sentito io leggendo per la prima volta Assoluzione) che non si può non accorrere a difesa, padre o non padre che si sia, là dove un “padre” e un bambino son soli l’uno dinanzi all’altro, e che senza perdere un istante corresse a continuare da sé queste pagine ― e aggiungerò, con Francis Scott Fitzgerald, solo che Rudolph ― qualsiasi cosa accada nella stanzetta stregata sente che le proprie intime convinzioni sono state confermate: esiste in qualche luogo qualcosa di ineffabilmente splendido e questo qualcosa non ha nulla a che vedere con Dio. E intanto, fuori della finestra, lo scirocco turchino tremola sul frumento, e fanciulle dai capelli gialli camminano con sensualità lungo strade che annodano i campi, gridando cose innocenti, eccitanti, ai giovani che lavorano nei solchi tra il frumento. Gambe si delineano sotto la cotonina non inamidata e le vesti son calde e umide sull’orlo delle scollature. Per cinque ore la vita ardente e fertile ha bruciato nel pomeriggio. Di qui a tre ore scenderà la notte, e in tutta la regione quelle bionde fanciulle nordiche e quegli alti giovani delle fattorie andranno a coricarsi accanto al frumento, sotto la luna.

 

Vincent Van Gogh, "La Méridienne" o "La Sieste", 1890, particolare; olio su tela, 73 x 91 cm, Paris, Musée d’Orsay.

Vincent Van Gogh, La Méridienne o La Sieste, 1890, particolare; olio su tela, 73 x 91 cm, Paris, Musée d’Orsay.

 

(Anticoli Corrado, 14 febbraio – 8 marzo 2010)

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