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Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

Perché Anthos ha scritto

 

di Luigi Scialanca (1984)

 

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L’isola, cent’anni fa come oggi, era ricca di pietre con cui costruire le case e d’erba per sfamare le pecore. Gli isolani erano allevatori, apicoltori e, per quel poco che era possibile, contadini, ma col mare non avevano confidenza: benché l’avessero sempre intorno come gli uccelli hanno l’aria, raramente lo degnavano d’uno sguardo e quasi mai vi si avventuravano. Sapevano di far parte di un regno ― in Italia c’era il re, a quei tempi ― e che esso, a sua volta, era parte di un mondo sconfinato e popoloso, ma per loro era come se il cerchio di monti che racchiudeva l’isola cingesse come una corazza anche le loro schiene piegate dalla fatica e dalla solitudine: quel che c’era al di là non lo volevano sapere, lo credevano ostile e ne ricambiavano l’inimicizia. Vivevano come si era sempre vissuto laggiù, e da sempre ammonivano i figli che da morti vi sarebbero tornati, invisibili e silenziosi: sicuri, se niente fosse mutato, di ritrovarvisi a proprio agio come in vita.

 

Anthos era un bambino affettuoso, intelligente, riflessivo, pieno di curiosità, un po’ ribelle, e tuttavia gentile. Ma un brutto giorno gli accadde una cosa terribile: smise di crescere. Come se la mano di un gigante fosse scesa su di lui per schiacciarlo, dissero gli isolani. A quel tempo, infatti, essi credevano che i Titani, i mitici primi abitanti dell’isola, fossero realmente esistiti; e che poi, costretti dal Fato a cedere l’isola agli umani, si fossero riservati il diritto di tormentarli, di calpestarli, di schiantarli con la loro forza soprannaturale... Certo è che quella mano, con una determinazione e una tenacia che sembravano davvero escludere la casualità, oppresse Anthos per sempre: alla vita che fluiva in lui fu precluso il suo alveo naturale, e il suo corpo si deformò come se due forze uguali e contrarie se lo contendessero: la sua propria, avida di espandersi senza costrizioni, e quella della morte, che le si opponeva e la deviava con lento e ostinato accanimento. Eppure Anthos non si lasciò annichilire, non morì sotto quel peso: continuò a muoversi e obbligò il gigante a seguirlo come un cane, se voleva continuare a perseguitarlo! Si mosse col desiderio di sapere e di capire che lasciò crescere libero in sé, agile e forte quanto non poteva esserlo il suo corpo, ben più in alto delle colline che rinserravano l’isola, fin là dove i venti spiravano senza soggezione verso il continente.

 

Molti scossero il capo, qualche anno dopo, vedendolo arrampicarsi con la sua goffa andatura sulla passerella di una nave. Ma Anthos, quando il bastimento uscì in mare aperto e iniziò a beccheggiare, ebbe l’impressione che il gigante, interdetto, allentasse la presa su di lui; e allora ― pur sapendo che è naturale, per chi si trovi a prua di una nave in lotta con forti onde contrarie, provare la sensazione di essere più leggero e quasi di sollevarsi ― nondimeno pensò che la prima esperienza di quel viaggio gli offriva l’incoraggiamento che la sua gente non aveva voluto concedergli, e si disse che sì, egli avrebbe trovato quel che cercava: un luogo dove gli uomini e le donne, creativi, coraggiosi, sapienti, rispondessero al desiderio di sapere e capire, più forte del vento e dei cavalli-vapore, che sul mare lo portava.

 

Trovò un mondo molto diverso da come l’aveva immaginato, da come voleva che fosse. Scoprì che dove miriadi di esseri umani sono riuniti, dove infinite attività possono esplicarsi, mille e mille sono anche le risposte che la curiosità può ricevere; ed essa, se non ha paura, può espandersi liberamente in ogni direzione come la luce del sole. Come scoprì, d’altronde, che mille e mille erano anche i mezzi di cui il nemico che aveva creduto soltanto suo si serviva per opprimere, e che quello che aveva scelto per lui non era che uno dei tanti: impedire che la ricerca medica si sviluppi senza ostacoli e che i benefici delle sue scoperte si riversino su tutti, anche sui poveri. Ma quanti altri arnesi di tortura aveva a disposizione! Anthos vide donne e bambini spremuti fino all’ultima stilla di vitalità nei campi e nelle fabbriche in cambio di un tozzo di pane; vide uomini spinti talvolta fino all’alcolismo e al delitto dall’impossibilità di trovar lavoro e di sfamare i figli, o consumati in pochi anni dalle fatiche e dalla disperazione; vide ingegni brillanti indotti all’ebetudine e alla follia; vide intere città polverizzate dai terremoti o spazzate via dalle alluvioni come mucchi di foglie secche, mentre il denaro che si sarebbe potuto spendere per ricostruirle più solide era dilapidato in guerre di conquista; vide poveri vecchi abbandonati come rottami, fanciulle messe in vendita per le strade, giovani mandati a uccidere e a farsi uccidere per accrescere con la guerra le ricchezze di quelli stessi che avevano derubato e schiacciato i loro padri in tempo di pace. E capì che gli oppressori non erano né i Titani né il Fato, ma uomini in carne e ossa che avevano il mondo in loro potere e lo depredavano di tutto: lavoro e sapienza, amore e bellezza, sangue e vita.

 

Ma trovò anche uomini e donne che si battevano contro l’indifferenza, la stupidità, l’ignoranza; che desideravano, come lui, la fine dell’ingiustizia, della diseguaglianza, della prepotenza; e che, per ottenerlo, si preparavano alla Rivoluzione: talvolta con ingenua ma pericolosa ferocia, tal altra con fredda lucidità, ma ben più spesso con passione, generosità e intelligenza.

 

Erano gli anni della Grande guerra, voluta dai potenti per derubarsi a vicenda, massacrando i contadini e gli operai, di ricchezze che non appartenevano a loro, ma agli operai e ai contadini. Anthos entrò nel Partito socialista e vi s’impegnò senza riserve: scrisse sui giornali, parlò con i lavoratori ovunque, ogni volta che gli fu possibile, si batté contro la guerra, manifestò con chi scioperava, partecipò all’occupazione delle fabbriche. E intanto, benché in povertà e non di rado alla fame, continuava a studiare, a domandare, a cercare: niente poteva estinguere il suo desiderio di sapere e capire.

 

Mai, ancora, aveva amato una donna. Eppure c’era in lui molto più amore di quanto egli immaginasse, ma angustiato dall’inconscio timore che la sua deformità ne avesse ostruito la sorgente stessa. Non sapeva che la passione di conoscere e trasformare il mondo manifestava al di là di ogni dubbio la sua capacità di amare. Al contrario: credeva che a quella passione fosse estranea la sessualità! Benché l’ardore con cui s’impegnava nella ricerca e nella lotta fosse tutt’altro che spirituale, si andava rassegnando a non vivere che con la mente, sulla quale non aveva alcun potere, pensava, il gigante che schiacciava il suo corpo. Ma i compagni che più gli volevano bene avvertivano, in lui, la tristezza, l’amarezza della sessualità umiliata e ferita: poiché essa, nonostante tutto, viveva e alimentava in segreto, come un’amante splendida e misconosciuta, i suoi entusiasmi, le sue intuizioni, la sua tenacia, e perfino quella stessa intelligenza che ostinatamente rinnegava la propria origine. E perciò lo amavano con tutto il cuore, lui che tentava invece di convincersi di non amare che con la testa.

 

Quando dall’Est venne l’annuncio della Rivoluzione, e della nascita, per la prima volta nella Storia, di una società che si liberava dall’ineguaglianza e dalla tirannia, Anthos s’innamorò della Russia dei soviet come di una donna bellissima, geniale, generosa, compiacente al desiderio e alla speranza, e al tempo stesso in quel suo modo, fatto di ragionare e di volere, in cui la passione si nascondeva come in un labirinto, come un nido in un intrico di rami. E però le imprese eroiche e gloriose dei rivoluzionari, di cui ogni giorno veniva a conoscenza, nutrivano in lui la passione e turbavano, invece, il pensiero che su di essa voleva ragionare: era una seduzione a cui gli era impossibile sottrarsi, e che gli faceva desiderare di lasciarsi anch’egli ghermire e trasformare da eventi irresistibili, di cadere in balìa di un potere titanico, come quello che lo opprimeva dall’infanzia, ma diverso e anzi opposto a esso: capace di riplasmarlo come un metallo fuso e di gettarlo in una nuova forma.

 

Una volta un compagno gli raccontò di quando, alla fine del terzo inverno di guerra, i Russi nelle trincee, tormentati dalla fame, dal freddo, dalla nostalgia e dalla paura, sentirono a un tratto che la primavera era vicina, il disgelo imminente. Ma la pace non veniva, nonostante l’abdicazione dello zar, e i soldati, tutti contadini, sapevano che se non fossero tornati in tempo sui campi, le donne, i figlioli e i vecchi sarebbero morti di fame. Per questo, in quel periodo, sul fronte austro-russo si moltiplicarono le ribellioni; per questo gli ufficiali ordinavano gli attacchi spianando le pistole contro i soldati, temendoli più dei nemici. E i Russi, allora, balzavano fuori dalle trincee e correvano, col fucile imbracciato, sulla distesa di neve che attutiva i suoni, abbagliava gli occhi, estenuava le gambe; correvano, gridando come lupi per farsi coraggio, verso le trincee austriache, da dove un vento di fuoco e di piombo si levava contro di loro sibilando e ruggendo. Sembrava che spirasse dall’inferno, per quanto era aspro e rovente, e in fondo era così: spirava, contro tutti gli esseri umani, dagl’inferni in terra di poteri disumani.

 

Un giorno, durante uno di quegli assalti, un russo cadde, ferito in più parti del corpo, accanto a un austriaco morente: così vicino che udiva il suo rantolo farsi sempre più tenue. Avrebbe voluto alzarsi e trascinarlo fino alla trincea, poiché per lui in quel momento non era più un nemico ma di nuovo un uomo, ma l’intensità del fuoco da ambo le parti gli impediva qualsiasi movimento: rimase immobile per ore, o così gli parve, avvinto all’altro che moriva. Finché, forse per il terrore, gli si gonfiò la vescica. Tentò di scostarsi, ma non ci riuscì: era di pietra, la sua mente si era divisa dal corpo. Piangendo di disperazione e di vergogna, e al contempo osservandosi col distacco di un estraneo, orinò sul cadavere.

 

Poco dopo, tra i due comandi fu concordata una breve tregua per il recupero dei feriti. Ma quel soldato si finse morto: contro l’ineluttabile destino che ci vuol tutti assassini, non voleva salvarsi dopo aver ucciso e oltraggiato un altro che era come lui. Gli passavano per la mente le immagini dei suoi cari e della sua terra, che amava più di sé stesso, ma sentiva che ormai, se avesse accettato di vivere, se fosse tornato a casa, nessuno lo avrebbe riconosciuto; ed egli, divenuto estraneo all’Umanità, non avrebbe riconosciuto nessuno. Non avrebbe neppure trovato la strada, si sarebbe smarrito nei boschi, e allora anche di lui, come di un assassino alla macchia o di un povero demente vagabondo, la gente avrebbe sussurrato, rabbrividendo: “Non è più un uomo, non è una bestia... non si sa che cos’è”.

 

Ma ecco un urlìo, che dapprima gli parve insensato come se fosse di uccelli, o del vento che lo copriva di neve, e che invece era umano, per quanto incredibile: “Basta guerra!” gridavano in tanti. “Pace! Rivoluzione! A casa, a casa tutti!” Il soldato capì, si alzò, e ciò che vide gli parve un sogno: le parole che aveva appena udito, alcuni le ripetevano in tedesco, con le mani a imbuto davanti alla bocca, verso le trincee austriache! E i nemici si alzavano, rispondevano, buttavano i fucili, si mettevano a correre, tendevano le braccia! D’impulso, senza pensare, anch’egli corse: poiché adesso il ritorno a casa era di nuovo possibile, perfino per lui, ma a condizione che prima facesse pace con almeno un nemico, che non se ne andasse senza salutarlo, lasciandolo lì, senza una parola, come se non si conoscessero: come se non fossero così amici, anzi, da aver atteso per tre anni la morte l’uno vicino all’altro.

 

Russi e Austriaci si incontrarono sulla neve rossa di sangue, e tra i corpi dei compagni morti e feriti, senza più vedere quale divisa ognuno indossasse, badando solo a non calpestarli, si sorrisero e si abbracciarono mescolando le piccole nubi di vapore che uscivano dalle loro bocche mentre si sussurravano dolcemente all’orecchio parole che non capivano. Nessuno li richiamò all’ordine. Gli ufficiali di ambo le parti erano scomparsi, si disperdevano sfuggendo la vista l’uno dell’altro: la pace, loro, non li guariva.

 

Questo racconto turbò Anthos profondamente, poiché gli sembrò che lo riguardasse. Avevano qualcosa in comune, lui e il suo coetaneo russo che aveva creduto di essere stato schiacciato da un destino ineluttabile, e di non poter che morire? Anthos era sempre stato certo di avere reagito alla propria sventura: di essere rimasto vivo, vivo dentro, malgrado essa. Ma perché, allora, quell’indomabile tensione, adesso, verso qualcosa che poteva e doveva ancora accadergli, e decidere di tutto?

 

 

 

Gonfio, caotico, fragile nonostante le enormi dimensioni, il partito socialista tradiva le masse con la rassegnazione e l’acquiescenza agli sfruttatori e ai loro manutengoli, e al contempo le illudeva con velleitarie promesse d’imminente palingenesi; codardo e insieme tracotante, agitava la bandiera rossa per nascondere l’inettitudine, la passività dinanzi agli eventi e forse perfino la ripugnanza, ormai, per la Rivoluzione. Nel millenovecentoventuno, Anthos fu tra coloro che ne uscirono e tra i fondatori del partito comunista. Poi partì, finalmente, per la Russia, che di lì a qualche mese sarebbe diventata l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. E lì conobbe una donna.

 

Il suo nome era Ausa. Talvolta ella suonava il violino per lui, specialmente Vivaldi, e Anthos tentava di capire la gioia sconosciuta che provava ascoltandola e guardandola. Aveva sempre temuto, nonostante il piacere che la musica suscitava in lui, che infiacchisse la ragione e scatenasse le passioni; e ora, invece, scopriva in essa la perfetta immagine della società armoniosa che desiderava, sentiva nei suoni e nelle voci stridenti che di quando in quando la turbavano gli attacchi dei medesimi nemici, e nella calma ritrovata, nella melodia che tornava ad ascendere riducendoli al silenzio, il trionfo su di essi, la vittoria della Rivoluzione. Allo stesso modo, aveva sempre temuto che il desiderio e l’amore gli fossero preclusi, e ora, invece, scopriva che anche in lui, anche nel suo corpo deforme, essi erano forti e gentili, generosi e appassionati. Forse era proprio da questo nuovo sentimento di sé che scaturiva la sua gioia! La gioia che però, come un velo d’acqua purissima, trasparente, come la musica che Ausa docilmente interpretava, come gli sguardi mai turbati di lei, si interponeva tra loro e forse gliela nascondeva.

 

Vi era anche il timore, che né Anthos né Ausa esprimevano ma che in entrambi era sempre presente, che prima o poi dovessero separarsi per non rivedersi mai più. Solo che non era un’idea, ma una sensazione che creava tra loro un’invisibile distanza, un’ineffabile riserva mentale. Inoltre, il tono di certe frasi di amici o parenti, o talvolta anche di estranei ― frasi di per sé banali, spiegabilissime altrimenti ― faceva sospettare ad Anthos che anche altri sapessero che lui e Ausa sarebbero stati costretti a lasciarsi; e che tutti tacessero ma non per un affabile riguardo, bensì con malagrazia, come se egli fosse un ospite sgradito che si tratteneva troppo a lungo e non se ne dava per inteso... Com’era nato quel pensiero? Veniva da lei o dai suoi? O era lui che l’aveva portato con sé?

 

In certi momenti Ausa gli sembrava la vittima inconsapevole e inerme di una congiura di cui forse anch’egli era complice, e si sentiva spinto a consolarla pietosamente, con mille affettuose attenzioni; in altri, invece, gli pareva che si complottasse contro di lui, contro il suo amore e la sua speranza.

 

Tra l’amore per Ausa e il rapporto con lei, come tra la musica e l’esecuzione, come tra la gioia e la realtà che a poco a poco si solidificava intorno a essa; vi era un impalpabile confine; e una parte di lui, tanto essenziale quanto indefinibile, ne restava sempre al di qua, insoddisfatta, incerta, né davvero libera né del tutto prigioniera.

 

Anche in Russia il crudele inverno della tirannia zarista aveva ceduto alla rossa primavera della Rivoluzione; anche per la Russia, come per Anthos e Ausa, era il tempo del primo amore, della prima gioia, a cui però si univano un affanno e una continua incertezza anch’essi nuovi, mai provati. E Anthos, nei suoi contatti coi compagni, nelle discussioni coi dirigenti del partito, sentiva qualcosa di simile a ciò che provava con Ausa: la sensazione che una parte della verità gli fosse inaccessibile, che le parole si facessero talvolta ambigue, che un’invisibile distanza si stabilisse tra lui e loro. Come se il successo della Rivoluzione avesse spostato i suoi interlocutori al di là di un immateriale confine che qualcuno aveva voluto tracciare fra il territorio del desiderio e della passione, dove una parte di Anthos era rimasto, e il territorio della realtà, da dove essi lo chiamavano con impazienza. Ed egli, proprio come con Ausa, non capiva se resistendo a quel richiamo resistesse alla felicità o alla distruzione. O se addirittura, confuso e impotente, non si opponesse senza alcun criterio a tutt’e due.

 

Per qualche tempo la Russia fu Ausa, per lui, e Ausa fu la Russia. Ma poi dovettero separarsi.

 

“Il giorno che sei partita” le avrebbe scritto anni dopo dal carcere “e io ti ho accompagnato fino alla grande strada attraverso la foresta, sono rimasto tanto tempo fermo per vederti allontanare tutta sola, col tuo carico da viandante, per la grande strada, verso il mondo grande e terribile...”

 

Da quel mondo grande e terribile sarebbero tornate un’altra Ausa, un’altra Russia: somiglianti come sorelle nell’aspetto e nella voce, ma diverse nel cuore.

 

Una notte Anthos sognò. Ausa era di nuovo con lui, e per farlo contento traeva dall’agile violino, come egli le aveva talvolta chiesto, le note solenni dell’Internazionale tramutate negli accenti maliziosi e argentini di un riso di fanciulla. Era Ausa, e insieme era la Russia vestita di rosso, seducente, innamorata della Rivoluzione! Ma ecco che intravedeva alle spalle di lei, come un’ombra, la tetra figura di un’accompagnatrice, forse una sorella. Era la Russia vestita di nero e senza più seno, meschina e vendicativa, bramosa di potere; la Russia dissennata, il cui lutto nascondeva il cilicio di un millenario misticismo: una vecchia orribile, grifagna, dalle dita adunche: una strega. Con ipocrita sollecitudine, malcelando l’invidia, si metteva fra Anthos e Ausa, l’allontanava da lui, la scacciava! Egli pensava: “Ausa aspetta un bambino, dobbiamo restare insieme!” E in quel momento rammentava d’aver letto di una donna che aveva ucciso il figlio della sorella “perché ― aveva scritto prima di suicidarsi ― era afflitta da un male incurabile e non sopportava di separarsi da lui”. Tentava, allora, di raggiungere l’amata, ma il suo slancio non aveva forza: non era che un impeto della mente, come se non avesse più corpo. E infatti vedeva e udiva ancòra, ma non sentiva più niente: abbracciava la strega, si avvinghiava a lei! E i compagni, venuti da chissà dove, si facevano loro intorno festanti e invece di separarli brindavano a quel connubio mostruoso, coprendo d’applausi le invocazioni d’aiuto che egli, del resto, riusciva solo a sussurrare.

 

Negli anni, poi, per la Russia sconfinata scorrazzarono davvero le streghe, le sorelle colme d’invidia: le belle amanti della Rivoluzione furono deportate, incarcerate, assassinate fra le torture, e ai loro compagni fu davvero imposto l’innaturale amplesso di quelle arpie dai seni avvizziti. Resi impotenti dall’unione con la strega che dominava l’Unione Sovietica, i comunisti non seppero contrastare l’avvento del fascismo e del nazismo: scaturiti dall’odio, dalla stupidità, dalla disperazione, quelli che non erano più né umani né belve funestarono il mondo. Anthos rimase solo, e non tentò di sfuggire all’arresto.

 

Il carcere fu per lui come una tomba in cui però era ancora vivo: sentiva e capiva ciò che accadeva all’esterno, amava, soffriva, gioiva, avrebbe voluto toccare e parlare, ma non poteva far niente: nemmeno diventare indifferente, nemmeno morire davvero. Quando riuscì, per vie traverse, a inviare ai compagni all’estero le sue riflessioni sulla linea del partito, dapprima essi lo ammonirono che non poteva pretendere di intervenire in una situazione da cui era tagliato fuori, e che perciò non capiva; poi diedero inizio a una roboante campagna di stampa per la sua liberazione. Ma in essa egli avvertì una nota così falsa, così stonata, che non poté non chiedersi se il suo vero scopo non fosse quello di soffocare la sua voce sotto una coltre di pietà. Le loro invettive contro i carcerieri erano infatti così grossolane, così maldestra era la loro insistenza, che ne sortiva un effetto opposto a quello che apparentemente si proponevano: come potevano non capire che così peggioravano la sua situazione?

 

Del resto, anche le lettere di Ausa si facevano sempre più rare, frettolose, evasive. Anthos non sapeva che vicino a lei vi era chi le impediva, affettuosamente, di venire da lui, ma ogni giorno le ricordava, dolcemente, il suo dovere di scrivergli, privandola così di tutta la gioia di farlo quando lo desiderava. E aveva la sensazione, Anthos, rileggendo quelle lettere dopo che si era consumata l’euforia per il loro arrivo, che tra Ausa e lui si fosse già stabilita l’infinita distanza che separa i morti dai vivi. E se anche i figli lo avessero dimenticato? Se la strega che vigilava su Ausa e sui bambini avesse loro nascosto le sue lettere, sorridendo con indulgenza, con benevolenza, alla comprensibile pazzia di un uomo che voleva continuare a esserci anche se ormai era come morto? Come non pensare, allora, che tutti lo considerassero e forse lo volessero tale? Come non credere anch’egli che in quella cella, in quella solitudine più densa del buio in cui lo lasciavano e più soffocante dell’aria malsana che vi si respirava, il viaggio iniziato tanti anni prima si fosse per sempre concluso?

 

Forse non si era sottratto all’arresto perché egli stesso aveva voluto scomparire come in uno stagno, tornare a esistere soltanto nella propria mente?... Di certo aveva fallito: la Rivoluzione, il desiderio di essere ghermito e trasformato da eventi irresistibili, l’armonia intravista per un attimo con Ausa, la gioia, pura come l’acqua di fonte e fervida come la musica di violino: tutto era rimasto incompiuto, abbandonato, perduto. Ora, a volte, gli pareva di poter soltanto lasciarsi andare a una nostalgia amara e incurabile per le mete che aveva solo sfiorato e gli affetti che non poteva più condividere. Ma non cedette: anche se per tutti era morto, precipitato in una sorta di eternità da cui più non fuoriescono né una luce né un suono umanamente veri, tuttavia poteva ancora riuscire a sapere, a capire; e a scrivere, per i suoi figli, per tutti i bambini che di lì a non molto sarebbero stati uomini nuovi, il libro della sua resistenza al disumano. Avrebbe scritto für ewig, cioè nonostante l’eternità nella quale lo volevano sepolto: nonostante il fascismo e il nazismo, nonostante la pazzia dei compagni, nonostante le angherie degli sbirri, nonostante la malattia che lo consumava e la solitudine che lo rodeva. Come tutti quelli a cui qualcosa, dall’esterno o in loro stessi, impedisce di fare e di realizzare, Anthos avrebbe scritto per offrire all’immaginazione di altri la scintilla che non era stata lasciata divampare nella sua vita.

 

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Postfazione

 

Perché Anthos ha scritto è un capitolo di un romanzo “di formazione” di circa 300 pagine, ambientato nell’Italia degli anni ’60, a cui mi dedicai, fra alterne vicende e lunghe interruzioni, tra il 1980 e il 1990; e che da un quarto di secolo, benché in me sempre vivo, giace in un cassetto. Nacque, dunque, dalla passione per la scrittura che mi allieta e mi tormenta da quando ero bambino. Ma lo ispirò l’amore, e il mio immenso rispetto, per Antonio Gramsci, ed ebbe dunque origine anche da un’altra passione, meno precoce ma non certo meno intensa: la passione per la politica. Nacque, insomma, da una duplice ricerca, che ha continuato a dar frutti nella mia vita fino a oggi e continuerà a farlo.

 

Della scrittura parlerò un’altra volta: è un argomento di gran lunga più delicato. Della passione per la politica, invece, tenterò di dire qualcosa nelle righe che seguono.

 

Verso la fine del 1970, a poco più di diciannove anni, mi scoprii comunista. Ma ciò non sarebbe accaduto se nel 1966 non fossi diventato, senza saperlo, un “sessantottino”; e se, nei quattro anni successivi, non avessi sentito via via più forte l’esigenza di ancorarmi a qualcosa che impedisse al ’68 ― quello vero, non il mio ― di travolgermi e di buttarmi chissà dove e in chissà quali condizioni, come già stava facendo a tantissimi miei più o meno coetanei.

 

Quel “qualcosa”, quell’elemento equilibratore, fu appunto il comunismo. Non, però, il partito comunista. Tentai, in effetti, di legarmi a esso iscrivendomi alla “mitica” sezione romana di via dei Giubbonari, ma dopo poche settimane desistetti: la vita di partito, di quel partito, sapeva troppo di chiesa ― anche se allora non ero certo in grado di definire con tanta precisione il suo sgradevole sapore ― per uno che dall’età di dodici anni era ateo e viveva perciò in un duro e continuo conflitto con la famiglia e con la scuola, privata e pretesca, a cui la famiglia mi aveva consegnato.

 

Fui quindi un comunista “cane sciolto”, come si diceva a quei tempi: leggevo, studiavo, pensavo, discutevo coi compagni ― alcuni del Pci, altri “extraparlamentari” (ritrovandomi sempre “a sinistra” dei primi e “a destra” dei secondi) ― ma in una sezione non entrai più fino al 2008-2011 (breve esperienza anticolana che si rivelò non meno “ecclesiastica” di quella romana di trent’anni prima).

 

Dunque, ricapitolando: l’ateismo dei dodici anni mi portò al mio “sessantottismo” ante litteram di quindicenne; l’esigenza di difendermi dal ’68 mi rivelò che ero comunista, non “figlio dei fiori”; e quella di difendermi dal partito (pur continuando, da lontano, ad amarlo, o tutta la costruzione temevo che sarebbe crollata) mi portò... allo studio. Alla ricerca. E dunque alla lettura, tra il ’71 e il ’77, di tutto ciò che potei trovare di (e su) Antonio Gramsci (oltre che, naturalmente, di Marx, di Lenin e di alcuni altri, tra i quali non posso non ricordare con grande affetto Galvano Della Volpe e Lucio Colletti. Togliatti no: ci provai, ma il mio amore per la scrittura non mi consentì di sopportare la sua per più di tre o quattro pagine. E quella di Mao men che meno, anche se per qualche mese, finché non venni incriminato ed espulso “per individualismo”, tentai di bazzicare i cinesi e perfino gli albanesi).

 

Ma la “costruzione” ― vale a dire la mia realizzazione, e in essa la mia identità ― era tutt’altro che solida, e lo vedevo (ero costretto a vederlo anche se non volevo) nei rapporti che per me erano ancora più importanti, di gran lunga più importanti, di quello con la scrittura e con la politica. Erano le donne, voglio dire, che non mi permettevano di non vederlo, e soprattutto di non sentirlo.

 

Mi mancava ancora qualcosa, e questo qualcosa ― anche se mi sfiancavo a far finta di niente ― era sostanzialmente tutto. Mi ci voleva un’“àncora”, in ciò non sbagliavo, ma doveva essere ben più solida e avanzata di quelle che avevo trovato fino ad allora: solida come le più robuste fondamenta, e tuttavia così poco opprimente da non trascinarmi a fondo: da lasciarmi navigare libero per il resto della vita.

 

Nel ’68, perciò, a 17 anni, mi accostai alla psicoanalisi e lessi, di Sigmund Freud, prima l’Interpretazione dei sogni e poi qualcos’altro.

 

Fu una delusione, occorre dirlo? E tanto più grave e paralizzante, quanto più non mi dava altra possibilità, per non sentirmi l’unico “stupido” al mondo che Freud lasciava freddo, che quella di fingere, perfino con me stesso, che una delusione non fosse: Freud era un genio, era “lo stato dell’arte” del progresso della conoscenza (cercavano addirittura di accoppiarlo con Copernico e Marx!) perciò se con lui la mia vita non cambiava (com’era cambiata, invece, col rifiuto di Dio e con la scoperta del comunismo) che altro poteva voler dire se non che la mia vita era ormai immodificabile?

 

Eppure no, non fu così: nel ’73 entrai in analisi, poiché una donna me l’aveva chiesto, e del “mio” psicoanalista, a chi me ne parlò con favore, non domandai se fosse “freudiano” o “junghiano” o quant’altro (non me n’importava un fico secco) ma se fosse un compagno. Poiché lo era, ma con una cert’aria da “cane sciolto”, egli mi ispirò fin dall’inizio quel tanto di fiducia senza la quale un’esperienza del genere non avrei potuto nemmeno cominciarla. E la fiducia si rivelò ottimamente riposta.

 

Non entrerò, su quell’esperienza, in particolari: dopo tutto, non sto scrivendo che una postfazione, cioè un genere di testo che dovrebbe essere molto più breve di quello che lo precede. Dirò “soltanto” quel che più conta: che all’inizio del ’74 vidi spesso, sulla scrivania dell’analista, un libro intitolato Istinto di morte e conoscenza, di Massimo Fagioli, e pensai ― lo ricordo come se fosse ieri ― che in qualche modo mi riguardasse, dal momento che era quasi sempre lì quando c’ero anch’io.

 

Lo lessi. E poi, nella primavera e nell’estate del ’75, lessi La marionetta e il burattino e (come s’intitolava allora) Psicoanalisi (oggi: Teoria) della nascita e castrazione umana.

 

Anche questo è un ricordo indelebile: giorno dopo giorno, studente universitario quasi fuori corso e con tanto tempo “da perdere”, mi aggiravo nei verdi parchi dell’Eur ― e poi, in estate, per i lidi sassosi della Basilicata ― leggendo e rileggendo quelle pagine assolutamente nuove (ero tra i primi al mondo a farlo, e in qualche modo lo sentivo) con la sensazione, e probabilmente con l’aspetto, che dovevano avere i primi umani quando s’imbattevano in qualcuno che sapeva accendere il fuoco: scoprendo, e pensando, che l’autore mi stava finalmente dicendo e spiegando ciò che da tutta la vita, benché senz’averne la minima idea, desideravo e aspettavo. E che l’“ancora”, quella vera, era trovata. Quella definitiva.

 

Così, a settembre, quando un caro amico, che per tutta l’estate mi aveva visto immerso in quei libri (e immerso in quel modo) mi disse che Massimo Fagioli teneva un “seminario” all’Istituto di Psichiatria di via di Villa Massimo, e che egli si era recato alla prima “lezione” e ne era stato molto colpito, non ci pensai un attimo: al secondo martedì c’ero anch’io.

 

Ciò che sto per dire, lo so, farà sorridere (o storcere il naso) più di uno (anzi: fa sorridere anche me, finché non rammento che era il 1975 e che non avevo che ventiquattro anni): non avrei dato alcun credito a Massimo Fagioli ― né prima, leggendo i libri, né dopo, frequentando il “seminario” ― se non avessi visto anche in lui un ateo e un compagno. Ma un po’ “cane sciolto”.

 

Questi, molto in breve, furono allora i miei passi. Ma è ora di dire che non li avrei mai fatti ― non mi sarei mosso affatto ―  se a ognuno di essi non vi fosse stata una donna (a dodici anni una ragazzina) che mi diede una decisiva spinta a compierlo. malgrado le delusioni che loro e soprattutto io ci infliggevamo a vicenda mentre ciò, meravigliosamente, accadeva.

 

Un giorno, poi, tra “l’altro” (tra l’incommensurabile “altro”) udii Massimo Fagioli parlare con affetto e considerazione di Antonio Gramsci. E avendo capito, già dai libri, che Massimo Fagioli ha ben pochi “antesignani”, quell’attestazione di stima per un uomo che per me era stato ed era importantissimo mi fece immensamente piacere. E rafforzò, se possibile, la mia stima per l’uno e per l’altro.

 

Decisi di rileggere, per capire meglio. E nel novembre del ’77, quando fui costretto a partire per il servizio di leva dopo due anni in cui il “seminario” del martedì aveva già cominciato a trasformarsi in un’esperienza che i posteri invidieranno (perfino a me), nella mia valigia c’erano i primi tre libri di Massimo Fagioli, le Lettere dal carcere e i Quaderni del carcere.

 

Gramsci l’avevo già letto dalla prima all’ultima pagina allora reperibile, ripeto. Ma solo in quell’anno, nel ’77-’78, capii fino a esserne sconvolto ― dopo due anni di “seminari” e sentendomi, in caserma, un po’ “in carcere” anch’io ― il significato della lettera a Tania del 5 dicembre 1932:

 

[...] Credi che non voglio fare recriminazioni (che sarebbero stolte), ma ti voglio fare ricordare un episodio di qualche anno fa che forse hai dimenticato e al quale mi pare allora non hai riflettuto abbastanza per trarne norma di condotta. Ricordi che nel ’28, quando ero nel giudiziario di Milano, ricevetti una lettera di un “amico” che era all’estero. Ricordi che ti parlai di questa lettera molto “strana” e ti riferii che il giudice istruttore, dopo avermela consegnata, aggiunse testualmente: “onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera”. Tu stessa mi riferisti un altro giudizio dato su questa stessa lettera, giudizio che culminava nell’aggettivo “criminale”. Ebbene, questa lettera era estremamente “affettuosa” verso di me, pareva scritta per la sollecitudine impaziente di “consolarmi”, di incoraggiarmi ecc. Eppure sia il giudizio del giudice istruttore che l’altro da te riferito, oggettivamente erano esatti. Dunque si può commettere un atto criminale volendo fare del bene, dunque qualcheduno volendoti fare del bene può invece aver ribadito le tue catene? Pare di sì, a giudizio del giudice istruttore del Tribunale Militare Territoriale di Milano, giudizio che, come ti consta, ha coinciso con quello di un altro che era agli antipodi. E giustamente, perché, leggendomi alcuni brani della lettera, il giudice mi fece osservare che essa poteva essere (a parte il resto) anche immediatamente catastrofica per me e tale non era solo perché non si voleva infierire, perché si preferiva lasciare correre. Si trattò di un atto scellerato, o di una leggerezza irresponsabile? È difficile dirlo. Può darsi l’uno e l’altro caso insieme; può darsi che chi scrisse fosse solo irresponsabilmente stupido e qualche altro, meno stupido, lo abbia indotto a scrivere. Ma è inutile rompersi il capo su tali quistioni. Rimane il fatto obiettivo che ha il suo significato. [...]1

 

Mai avrei inteso davvero questa terribile denuncia se leggendo e ascoltando Massimo Fagioli, e indignandomi per la violenta campagna di calunnie e lo stupido ostracismo che lo colpivano, non avessi ritrovato e risentito, con la stessa forza dei dodici anni, lo sdegno di quando avevo appreso della persecuzione di Giordano Bruno e di Galileo Galilei. Per quello sdegno (e per una ragazzina) ero diventato ateo, a soli dodici anni, per sempre.

 

All’inizio del ’78 il testo che, spero, avete letto prima di questa postfazione, era già tutto in me. Ma era “solo” affetti, intuizione, idea. Perché diventasse scrittura dovevo fare ancora un passo, e che passo: dovevo ritrovare e risentire, con la stessa forza dei dodici anni, la passione e la capacità di scrivere. E per farlo, come sempre nella mia vita, dovevo incontrare una donna. Che venne da un altro Paese, a piazza Navona, nel settembre del 1980, e che, più giovane di me di nove anni, quando seppe dei miei appassionati tentativi da ragazzino e da adolescente, mi disse: “Tu devi scrivere”. E così fu.

 

Perché Anthos ha scritto venne alla luce più tardi, nell’84. E con tutti i suoi limiti, non solo letterari, mi sembra di poter firmarlo ancora oggi, dopo trent’anni, con una certa fierezza. A una condizione, però: dichiarare, come ho fatto in queste righe, a chi ― oltre che a me stesso ― lo dovetti e lo devo.

 

Post scriptum: mi accorgo, rileggendo la postfazione, che posso senz’altro aver dato l’impressione che tutto, in me, sia sempre andato “nel migliore dei modi nel migliore dei mondi”. Ma non importa: se avete letto fin qui, siete probabilmente lettori che è impossibile menare per il naso: sapete, voi, che non è andato tutto bene, e che tutto bene ancora oggi non va. Ma, d’altra parte, sapete anche che c’è chi sta peggio di me fra quelli con cui ho condiviso, sul pianeta Terra, gli anni tra il 1951 e il 2015.

 

 

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(Perché Anthos ha scritto: Roma, 1984. Postfazione: Anticoli Corrado, 28 marzo ― 26 aprile 2015)


 

[1] Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, Einaudi, Torino, quinta edizione: aprile 1975, p. 250. Sui rapporti fra Gramsci in carcere e il partito, vedi oggi Mauro Canali, Il tradimento ― Gramsci, Togliatti e la verità negata, Marsilio, Venezia, 2013 (in particolare il cap. 4, La “famigerata lettera” di Grieco, pp 69 ― 101) e sulla vita e l’opera di Antonio Gramsci l’imprescindibile libro di Noemi Ghetti, Gramsci nel cieco carcere degli eretici, L’Asino d’oro, Roma, 2014.

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