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Il Mondo dei Bambini
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Susanne Portmann, Il Mondo dei Bambini, pastello su carta, 1982
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1. Calma di mare notturna
Il bambino lottò con tutte le forze, ma era come legato, impastoiato, cieco. Cercò di gridare: le labbra non si aprirono. Lottò a lungo, con angoscia, e finalmente fu sveglio, gli occhi sbarrati, senza fiato, nudo sulla nuda terra, e vide nel buio le nere chiome di grandi alberi confabulare al vento chine su di lui:
“Chi è questo bambino?” frusciavano. “Perché è qui?” stormivano. “Che cosa vuole da noi?” si dimenavano.
Egli le fissava a sua volta: serrando i denti, spiava quella viva oscurità che niente separava da lui. Gli faceva male la terra dura, ossuta, fredda: si sentiva premere e muovere senza poter farci nulla; gli veniva da piangere, per la rabbia e lo sfinimento, ma la paura lo tratteneva. Tentò di ricordare qualcosa, di pensare a qualcuno, ma perfino il suo nome gli era estraneo.
Trascorse del tempo. Il piccolo corpo, come assimilando l’inanimato del suolo, cadde in una specie di torpore. Eppure gli occhi continuavano a resistere al buio, le orecchie a udire suoni, la mente a riconoscerli: il canto di un grillo, la voce più flebile di un altro più lontano, il pigolio quasi inaudibile degli uccellini soli nei nidi, i sussurri della brezza che dagli alberi scendeva a sfiorarlo, a insinuarsi in lui come un brivido. Ma la paura non ne era alleviata, perché quei suoni, invece di dare spiegazioni, ponevano anch’essi domande a cui non sapeva rispondere...
Finché, muovendo la testa con la cautela di una lumachina, colse in lontananza un chiarore che avanzava adagio fra le ombre traendone movenze altrettanto pigre, come di creature dormienti destate a una a una e ancora insonnolite. Allora la paura divenne così violenta da costringerlo ad alzarsi, a scappare. E scappando, ferendosi sui sassi e gli sterpi, fendendo le tenebre e ritraendosene con orrore, sbucò all’improvviso, a una svolta dello stradone, nel chiarore che aveva creduto di lasciarsi alle spalle.
Uscì dal buio correndo, le braccia tese, piangendo: un piccolo spettro, cereo come lo sterrato della via, nudo, sgambettante dinanzi al sipario della notte. Né Etra né il giovane lo avevano udito arrivare.
La donna non gridò, non trasalì: solo mise avanti le braccia, come per proteggersi, e si trovò a stringerle intorno a un corpicino intirizzito sentendosi mancare il fiato, mormorando parole confuse mentre il bambino piangeva e singhiozzava e tremava così forte che faceva tremare anche lei.
Poteva avere nove anni, forse dieci, ed era così bianco che alla luce della lanterna sembrava emanarne più di quanta ne riceveva, come una stellina caduta dal firmamento ancora viva. Mentre la donna era più nera della notte, e dal suo viso si sprigionavano bagliori di sollecitudine che erano come il rosseggiare delle braci tra la cenere.
Lo tenne stretto, baciando i suoi capelli umidi di sudore e massaggiandogli la schiena ossuta, i fianchi, le braccia sottili. Si era a metà di un bel giugno meridionale, faceva caldo, eppure la sua pelle era fredda come se fosse stato allevato dagli orsi tra le nevi e i ghiacci! Ma a poco a poco riprese calore e il tremito si fece più lieve, i brividi cessarono, l’affanno diminuì.
“Adesso passa, adesso passa...” ripeteva la donna, accarezzandolo. “Andrà tutto a posto, vedrai.”
Il bambino non diceva niente. Premeva su di lei quasi con violenza, a testa bassa, come per scavarsi un rifugio nel suo corpo. Mentre il giovanotto, deposta una grossa bisaccia che aveva a tracolla, alzava la lanterna su di loro con un sorriso vano, imbambolato, che il buio mutava in un ghigno.
“L’abbassi, per favore!” disse Etra. “Non vede che gli dà fastidio?”
“Che gli sarà successo?” domandò quello, parlando come tra sé.
“Come faccio a saperlo?”
“Non è dei tuoi scolaretti?”
“Nossignore.”
“Ma che gli avranno fatto, eh? Che pensi?”
“Abbassi quella lanterna, le dico!”
Etra rabbrividì, come se l’alito gelido di una caverna si fosse insinuato nella tiepida brezza che dalle colline incombenti sullo stradone calava verso il paese e il mare; e subito il tremito del bambino si fece di nuovo violento, perché il timore che sfiorava le spalle e la schiena della donna si riversava in lui attraverso le sue mani, il seno, le labbra, la voce. Si separarono per un attimo, senza accorgersene, guardandosi intorno, e non videro che tenebre: la luce della lanterna li abbagliava, dissolvendo il biancore evanescente dello sterrato ― così flebile che per scorgerlo con la coda dell’occhio bisognava trattenersi dal guardarlo ― e il buio si era fatto più vicino, era loro addosso e pesava, sforzava... Ma la donna baciò il bambino, lo strinse a sé, versò in lui la sua voce, e la paura si allontanò, tornò a librarsi sugli alberi come notturna nuvolaglia, ferina, invisibile.
“Dove andavi, tesoro?... Stavi scappando?”
“Non lo so...” mugolò il bambino dalla cavità che si era scavato tra le sue braccia e il suo petto. Aveva uno strano accento, non certo di Anticoli, e una vocina che in altre circostanze doveva squillare come una trombetta. La sua pelle non era più gelata, e la fronte, sotto i capelli neri intrisi di sudore, era tiepida come le lacrime che bagnavano la camicetta della donna.
“Che ti è successo?”
“Non lo so...”
“E come ti chiami me lo vuoi dire?”
“Fabian...”
“Che bel nome!…Fabian!... È un nome bellissimo!... E il tuo papà e la tua mamma come si chiamano?”
“Non lo so...”
Continuò a interrogarlo, ma il bambino pianse di nuovo, disperato, stringendosi a lei fino a farle male.
“Non aver paura...” disse Etra, cullandolo come un neonato. “Andrà tutto bene, vedrai, andrà tutto bene...” ripeteva, come in una cantilena. “Passerà, passerà tutto... Ti porto a casa mia... Verranno a cercarti il tuo papà e la tua mamma, vedrai, e tutto andrà a posto”
Lo accarezzò, lo baciò, e Fabian a poco a poco smise di piangere e si abbandonò fra le sue braccia. Era solo stanco, adesso, così stanco che avrebbe voluto esser preso in braccio... Cominciò perfino a sbadigliare! Mentre dal buio, che dalle colline fluiva sussurrando con la brezza verso il paese e il mare, nessuno lo inseguiva o lo chiamava, nessuno veniva a riprenderselo: tornavano invece a farsi sentire i grilli, e in lontananza l’abbaiare di un cane allarmato.
“Te lo porti a casa?” sogghignò il giovanotto. “E perché, scusa? Non ci sono guardie al tuo paese? Non c’è un sindaco? Non ci sono leggi?... Mica si possono raccattare i bambini per via e portarseli a casa.”
“Ma non lo vede che è stanco morto? Non si regge in piedi! E dovrei anche portarlo dalle guardie? Non è di Anticoli: può passare qualche giorno, prima che arrivino i suoi!... Ma verranno, vedrai. E noi gli diremo: ‘Eccolo qua, il vostro monello! Non vi arrabbiate con lui: si è perduto, si è spaventato, si è confuso: ha solo bisogno di starsene un po’ tranquillo, insieme a voi, e tutto andrà a posto!’” Disse questo rivolta al bambino, che di nuovo tremava fra le sue braccia come se la paura e il pianto avessero ripreso a scuoterlo per uscire, e il suo tono fu dolce e carezzevole finché non tornò a rivolgersi al giovane: “Non c’è proprio fretta!” soggiunse, dura. “Gli do qualcosa da mangiare, lo metto a letto e domattina andrò dal sindaco. Se mi va.”
Il bellimbusto rise silenziosamente, facendo brillare i denti come un segnale. “Per me puoi fare quello che ti pare, figurati...” dichiarò, in tono allusivo. “Non sono mica io, la maestra del paese!”
Fabian si sporse a guardarlo di sotto a un braccio della donna, e quello ridendo gli mise la lanterna quasi in faccia, costringendolo a nascondersi di nuovo. Ma Etra s’incamminò, tendendo il bambino stretto a sé, e tra le ombre contorte degli ulivi lo stradone riapparve come per magia, spartendo le tenebre sotto le stelle come se la notte si aprisse dinanzi a lei.
“Sei la mia maestra?” le sussurrò il bambino nella camicetta, facendole il solletico col respiro.
“Sì, se vuoi...” rispose la donna. “Se il tuo papà e la tua mamma ti lasciano venire a scuola.”
“E quel signore chi è?”
“E chi lo sa?! È dalla stazione che non me lo tolgo più di torno. È salito sulla diligenza, è sceso al bivio insieme a me e si è offerto di farmi luce fino in paese. Io non ho detto né sì né no, ma lui ha capito sì... È proprio buffo con quella lanterna, eh?... Tanto, ci si vede lo stesso!”
Il bambino andava piano, in punta di piedi, incespicando di continuo. “Mi sa che non sei abituato a camminare scalzo...” disse la donna, e rallentò, sorreggendolo. Sudava, più per l’emozione che per il caldo o la lieve fatica di trascinarselo dietro, mentre la pelle del bambino, benché avesse ripreso un po’ di calore, restava fresca come se vi fosse impressa una diversa stagione. Di quando in quando lo baciava sui capelli, e Fabian le faceva capire che lo gradiva stringendosi a lei ancora di più e tornando a nascondere la testa sotto il suo braccio come per non vedere, o per soffocare i pensieri smarriti che continuavano ad affannarvisi.
Intanto il giovanotto scalpitava e ansimava dietro di loro, illuminando a destra e a manca. “Mi attendono in municipio...” farfugliò, col fiato corto, dopo aver taciuto per un pezzo. “Mi dici la strada, quando arriviamo?”
“A quest’ora?” ribatté la donna.
“Dormirò lì, finché non mi trovano una casa... Hanno promesso di aspettarmi... Sono stato assunto!”
“Basta che prosegua lungo lo stradone, e in un minuto sarà in piazza.”
“Se vuoi,” ansimò lui, allungando il passo, “il bambino lo posso portare in municipio con me...”
“E per cosa?” sbottò la donna, inviperita, fermandosi di scatto ma senza voltarsi. “Ci sa fare più lei, vero?, con i bambini?... È più bravo!... Più affettuoso!... Più materno!”
“Calmati, eh?...” si ribellò il giovanotto, mentre lei si rimetteva in cammino. “Volevo solo aiutarti!”
“Non è posto per bambini neanche di giorno, quello,” disse la donna, “si figuri di notte!”
“È un paesino minuscolo, vero?”
“Può vederlo da solo, com’è e come non è!”
Infatti era cominciata la discesa, e il cammino era reso più agevole dal chiarore che dai lampioni e dalle finestre spalancate di Anticoli si spandeva sulle viuzze e sulla baia e giungeva fino a loro. C’era odore di cucina, e un fresco profumo di mare che si mescolava con quello della campagna, esausta dopo la lunga giornata di sole, e suoni di voci e di stoviglie che salivano dalle casette disposte a semicerchio intorno alla baia e si perdevano nell’indifferenza della galassia.
“Che paese è?” domandò il bambino. Nella sua voce c’era ancora un’eco dello sconforto di poco prima; o un fremito di speranza, forse, ma che pareva voler mutarsi di nuovo in pianto.
“Anticoli...” rispose la donna, chinando il capo a guardarlo con aria interrogativa.
“Non è la città, vero?”
“È dalla città che vieni? Sei di Agatìa?”
“Non lo so... Era grandissima...”
“Allora non è Agatìa. Ma non ti ricordi come si chiama?”
“No...” rispose Fabian.
La donna non fece commenti. Il giovanotto invece si mise di nuovo a ridere: “Grandissima!” ripeté, con acredine. “Sarà stata Palmia, allora!”
Come per levarselo di torno, Etra deviò bruscamente per un viottolo che scendeva al mare. Il giovanotto non la seguì, ma continuò a illuminarle il cammino dall’alto, augurandole più volte la buonanotte.
“Andate a farvi una nuotata?” soggiunse, beffardo.
“Che imbecille!” bisbigliò la donna, e il bellimbusto sparì come per incanto.
Camminarono al buio sulla sabbia morbida, fresca, che frusciando accarezzava i piedini doloranti del bambino. Fecero un mezzo giro intorno a una grande roccia più nera della notte ― da cui la mano della donna parve trarre sfiorandola tenui bagliori, come di pietre preziose ― la risalirono lungo un sentierino fino a una casetta che vi sorgeva isolata, come in trono, ed entrarono dal retro, invisibili dallo stradone.
“Non mi andava che venisse con noi fino alla porta!” spiegò Etra, lasciando la mano del bambino e andando a tentoni fino a un cassettone per accendere la lampada che vi era sopra. “Non mi piacevano i suoi occhi...”
“Non ce l’hai la luce?” borbottò Fabian, la voce impastata di sonno.
“E questa cos’è?”
Uno scintillante pulviscolo, sprigionatosi con uno sfrigolio da un oggetto che Etra aveva preso sul cassettone, accese lo stoppino, su cui la donna collocò un panciuto cilindro di vetro. “Un bagno, una cenetta e una dormita!” disse, regolando lo stoppino. “Ma prima facciamo entrare un po’ di fresco! Vieni!”
Il bambino le andò dietro aggrappato alla sua gonna, incespicando quasi a ogni passo mentre lei, con la lampada che faceva danzare le ombre per tutta la casa, apriva le finestre e alzandosi sulle punte dei piedi calava dinanzi a ciascuna un candido velo. Poi, mentre Fabian in cucina sonnecchiava con la testa sul tavolo, uscì in cortile e attinse acqua dalla cisterna attraverso uno sportellino dal quale si sprigionò sciaguattando un tenue profumo di pioggia. Quindi accese la stufa, e raccontando il poco che aveva fatto e il tanto che aveva visto ad Agatìa durante la giornata (ma il bambino era così insonnolito che la sua voce gli giungeva come in sogno) vi fece scaldare un pentolone d’acqua e la mescolò con la fredda in una tinozza di legno che aveva trascinato in cucina da un’altra stanza. Tagliò un pezzo di sapone dalla provvista che teneva in una bacinella ammaccata, fece accucciare il bambino nella tinozza e lo lavò con una spugna insaponata che odorava di mare, rasposa come la lingua di un bue, impastandogli i capelli con piccole dita che frugavano e strofinavano senza far male. Operazioni di cui Fabian non aveva bisogno perché era pulitissimo, a parte i piedini impolverati e graffiati, ma che gli fecero bene alla mente calmandolo e assopendolo finché non poté più arrovellarsi su quel che gli capitava.
Etra, però, non gli permise di coricarsi: avvolto in un telo bianco lo fece di nuovo sedere a tavola in cucina, dove l’impasto tra il dolce color dell’ambra della mobilia e il candore delle pareti tirate a calce pareva fatto per indurre un bambino a chiudere gli occhi, e lottò contro il tempo, l’ipnotico tremolio della lampada e il calore della stufa (che le finestre spalancate mitigavano appena) per apparecchiargli una scodella di minestrone prima che il piccolo le si addormentasse sul piatto.
“Chiacchieriamo!” esclamò, vedendolo ciondolare. “Mi dici che classe fai?”
Fabian aggrottò la fronte, sforzandosi di ricordare, e subito si rabbuiò.
“No, hai ragione, scusami...” disse Etra, prendendogli il viso tra le mani e baciandolo sulla fronte. “Ne riparliamo domattina, eh?...”
Il bambino annuì, poco convinto.
La donna gli mise il piatto davanti e di nuovo gli accarezzò le guance e lo baciò, sfregandogli il naso sui capelli.
“Che buon odore che hai!” disse.
“Ma tu come ti chiami?” domandò il bambino.
“Etra.”
“È un nome strano, vero? Come il mio...”
“Un po’.”
“Come sono fresche le tue mani!”
“Anche le tue guance!”
“E come è calda la tua minestra!”
“Anche la tua!”
Il bambino rise per la prima volta, sommessamente ma di gusto, e la donna rise di gioia per questo successo, guardandolo negli occhi:
“Ti sei svegliato, eh?... Aspetta, allora!” soggiunse. “Lasciala raffreddare un pochino, prima, e poi prendila intorno... E soffia!”
“Ed è anche buonissima!”
“Proprio come te!”
Fabian rise ancora, agitando le gambe sotto la tavola (i suoi piedi ancora nudi infatti non arrivavano al pavimento ― anche perché le sedie di Etra erano alte come troni) e fece guizzare lo sguardo di qua e di là sbuffando sulla minestra come una piccola vaporiera, con scherzosa impazienza:
“Il fumo ha macchiato il soffitto...” osservò.
“E già... Ma adesso prova a mangiare, dai, altrimenti si raffredda troppo e non ti fa più bene.”
Il bambino non si fece pregare, e calore e buon sapore dilagarono in lui amalgamandosi in una sola sensazione di conforto con la benevolenza che la lampada effondeva come un buon viso un po’ timido, con la notturna frescura che faceva fluttuare le zanzariere mentre la stufa si spegneva cigolando, con lo stupore non più atterrito suscitato dai suoni animali e umani che pullulavano invisibili dal buio là fuori. E con il piacere di tornare a guardare, quando un’ombra di timore gli attraversava la fronte senza che se ne accorgesse, il bel volto di donna che splendeva dinanzi a lui, e che subito la dissolveva senza fargliela notare.
Avevano quasi finito quando si udì bussare con forza, e prima che Etra potesse muoversi o rispondere, un uomo avanzò su di loro senza far complimenti, come fosse di casa: uno sui cinquanta, non alto ma robusto, massiccio come un toro, i capelli brizzolati, folti, ritti e duri come stoppie, le pupille sporgenti, la faccia rossa, gonfia e bulbacea come uno di quei viluppi di nodi che occhieggiano dalle radici contorte. Si fermò a un palmo dal tavolo, fissando la donna come chi segue un pensiero sgradevole, guardando senza vedere; poi, dondolandosi avanti e indietro quasi impercettibilmente, calò sulla tovaglia un’informe manona bianca e la lasciò lì inanimata, come la mano d’un morto.
“Ancora in piedi?” borbottò, continuando a fissarla. “È mezzanotte passata!”
“È tardi, sì...” rispose Etra, alzandosi e andando a chiudere la porta della camera da letto. “A casa sua saranno in pensiero, sindaco...”
“A casa mia non son un bel niente!” replicò l’uomo, alzando la mano da morto e tenendola sospesa sul tavolo. Poi si volse, guardò la porta di casa come se l’avesse chiamato e andò a chiuderla. “Proprio niente sono!” ripeté, tornando al tavolo. “Mica siamo come voi, noi altri!” Ma intanto lo sguardo gli era caduto sul bambino e la voce gli si era fatta incerta, l’occhio sfuggente, il gesto artificioso. Tacque, allora, e puntando gli occhi iniettati di sangue sulla donna, che aveva sparecchiato ciò che non occorreva a Fabian e si era messa a lavare le stoviglie, prese una sedia e vi si lasciò cadere, ansimando come dopo uno sforzo.
“Chi è questo bambino?” domandò, dopo un poco.
“Ma lei lo sa già!” ribatté Etra, infilandogli tra le manone un orciolo di vino. “Era in collina, al buio, solo, nudo come quand’è venuto al mondo. Piangeva. Non ricordava nulla. Lei che avrebbe fatto, al posto mio?”
L’uomo non rispose, fissandola come se attendesse ancora qualcosa.
“Ovviamente non l’ha cercato nessuno,” soggiunse Etra, “o me l’avrebbe già detto. Che dovevo fare? Portarvelo a quest’ora, nelle condizioni in cui era? Dormirà qui, e domattina si vedrà...”
L’uomo sollevò l’orciolo, se lo rovesciò in gola sbrodolandosi la camicia e lo abbassò con violenza fermando la mano a un dito dal tavolo, come se dominandosi si fosse risolto all’ultimo momento a non fare a pezzi tutto ciò che aveva davanti.
“Dovevi prima domandare a me, maledizione!” sbottò, senza guardarla. “Lo sai benissimo!”
Rise come se tossisse, uno scoppio di voce senza allegria, e tornò a levare l’orciolo in una specie di brindisi svogliato: “Sei proprio una strana tipa...” disse, guardandola di sbieco, con voce di nuovo incerta. “Ma in fondo sei come gli altri, no? Che ve n’importa, a voi? Che vada tutto in malora, basta che stiamo bene noi! Non è vero, forse? Basta che stiamo bene noi!...” ripeté, in tono lamentoso.
“Sa bene che non è così...” replicò Etra.
L’uomo fece il gesto di scacciarsi una mosca dal viso.
“Che cosa ho fatto di male, si può sapere?” disse la donna.
“Non hai chiesto il mio parere, ecco cos’hai fatto...” rispose l’uomo, agitando la testa e continuando a scacciare mosche invisibili mentre la voce gli si incrinava sempre di più. “Sono il sindaco, io, non te lo scordare!”
Guardò il bambino, che crollava dal sonno ma si teneva la testa con le mani e gli occhi con i mignoli come se a nessun costo volesse perderlo di vista, e tentennò il testone bitorzoluto. Spinse indietro la sedia con gran frastuono, si alzò e dovette appoggiarsi al tavolo per non cadere, ansimando rumorosamente. Poi, barcollando, si avviò alla porta e uscì.
“Fa’ come ti pare...” bofonchiò, senza voltarsi. “Fa’ come ti pare.”
Lasciò la porta spalancata sulla notte, e la donna, dopo aver dato un’occhiata fuori, la chiuse con delicatezza e tirò il catenaccio.
“Finalmente se n’è andato!” bisbigliò, aiutando il bambino ad alzarsi. “Ti ha fatto paura?”
“No...” disse il bambino. Ma rabbrividì.
“Scusami!” sussurrò la donna. “Non ti reggi in piedi e continuo a chiacchierare come se niente fosse...”
Lo portò in camera da letto, lo infilò in una bianca camiciona da uomo che tirò fuori dall’ultimo cassetto del comò e lo mise a letto. Poi si sdraiò accanto a lui e gli accarezzò dolcemente i capelli e le guance.
“Come sono belle, queste rosse ciliegine!” esclamò, giocando con i lobi delle sue orecchie.
*
Più tardi, mentre dormiva accanto a Etra sul suo lettone alto, profumato, traballante come un carro – un letto come gli sembrava di non averne mai visti né sentiti né annusati in vita sua – il bambino sognò che lo chiamavano da fuori, e che a chiamarlo era proprio la maestra – “Faaa-bian! Faaa-bian!” – ma senza apprensione né impazienza, strascicando la a come se giocasse a far finta di chiamarlo da molto lontano. “Dove seiii?” gridava il bambino nello stesso tono, affacciandosi alla finestra, e un attimo dopo rimaneva a bocca aperta nel vedere che sul mare splendevano due lune: una più grande e luminosa, ma ancora bassa sull’orizzonte alle spalle di un isolotto nero come il carbone, e un’altra più piccola e fioca, già alta nel cielo, che pareva guardarlo di lassù come un occhio rotondo e bonario, arrossato dalla stanchezza e dal sonno.
Si svegliò all’improvviso, un po’ spaventato; poi si voltò verso Etra, si tirò il lenzuolo fin sulla testa e si riaddormentò. Dormì profondamente per più di un’ora, senza cambiare posizione. Non udì, poco dopo le due, il lieve raspare che destò la donna, né il trepestio che ella fece balzando dal letto per correre alla finestra e gli irruenti bisbigli che risposero al suo sussurrare, rauchi e sforzati come se chi li emetteva non fosse abituato ad abbassare la voce. Non vide il gesto concitato con cui Etra indicò il letto al visitatore, né la massiccia figura che per un attimo, più buia della notte, riempì il vano della finestra facendo leva con le mani sul davanzale per guardar dentro. E non sentì, mentre l’uomo ridiscendeva il sentiero per il quale si era arrampicato fino alla casa ― quello che anch’essi avevano percorso qualche ora prima per sottrarsi alla vista del giovanotto con la lanterna ― la donna rientrare nel letto pian pianino, fermandosi più volte a trattenere il respiro per tranquillizzarsi ascoltando il suo.
Si svegliò di nuovo al primo canto del gallo, ed ebbe un attimo di smarrimento. Ma udì il respiro della donna fluire nel buio, sentì il suo calore nella frescura che filtrava dalle persiane socchiuse, e con sollievo e gratitudine si mise a fantasticare su di lei e su sé stesso.
Era il figlio del re delle Due Lune, pensò, ma era scappato dal castello e si era perduto nella foresta dopo che i suoi genitori erano stati imprigionati da un malvagio ministro avido di potere; e la donna era la buona fatina accorsa a salvarlo prima che s’imbattesse in una strega, o in un orco, e che d’ora in poi gli avrebbe voluto bene, si sarebbe presa cura di lui, l’avrebbe allevato come un figlio e istruito insieme ai suoi scolari; finché il bambino, un bel giorno, sarebbe diventato grande, e così forte e saggio che avrebbe sconfitto il traditore e restituito a suo padre la corona e il castello, e alle Due Lune il loro re.
“Sei una fata, tu?” gli parve di domandarle, addormentandosi di nuovo. “E io? Sono scappato? Mi hanno abbandonato nel bosco come Hänsel e Gretel? Sono il bambino che desideravi tanto?...”
Passò un temporale, lesto e rumoroso come un ragazzo selvaggio, ma il bambino e la donna non se ne accorsero. Poi, verso le sette, Fabian si svegliò nel primo fulgore di un mattino di giugno e sùbito, meravigliosamente, pensò che quel giorno fosse il suo compleanno... Ma quanti anni avesse non lo sapeva, non lo ricordava ancora!
Saltò giù dal letto senza curarsi di non scuoterlo, andò alla finestra, godendo dello scalpiccìo dei suoi piedi nudi sul pavimento, e accostò un occhio alla fessura tra le persiane. Abbagliato, scorse una striscia di terra battuta bianca come un foglio di carta, il verde cupo di una siepe d’alloro pullulante di umidi occhietti scintillanti, l’azzurro fluente del mare disseminato di riccioli di spuma, e poi ― fin dove riuscì a torcere il collo e lo sguardo all’insù aggrappandosi al davanzale ― la candida muraglia del cielo incombente su tutto. Era tornato il sereno, ma capì che era piovuto dal profumo d’erba e di terra bagnate: era così intenso che quasi gli bruciava le narici, e non meno possente era la luce, i colori, il nitore di ogni oggetto; l’impeto gagliardo con cui le rondini stridevano, il gallo cantava, i pulcini affamati pigolavano; la frescura che penetrava in lui dal pavimento e dal davanzale, il ruvido contatto del legno cosparso di bolle di vernice che si rompevano con un dito: tutto era forte, gigantesco, quasi lo schiacciava, eppure non faceva male!
Si voltò, e dopo un istante vide riapparire la stanza, il letto, il corpo della donna. Le si avvicinò, questa volta in punta di piedi, e si mise a guardarla. Era bellissima. I suoi capelli, neri e ricci, facevano venir voglia di metterci le mani dentro. Aveva un buon odore, l’aveva sentito fin da quando l’aveva abbracciata la sera prima sullo stradone e lo sentiva ora anche su di sé, vivido come tutto il resto. Quando si era stretto a lei aveva sentito con la fronte il peso del suo seno, e anch’esso era stato così intenso che ora, guardandola, immaginava di sentirlo di nuovo. E anche i suoi occhi, adesso chiusi, li aveva guardati bene la sera prima di quando in quando, un attimo alla volta, mentre mangiavano l’uno di fronte all’altra, e aveva visto com’erano luminosi, profondi, amorevoli: Fabian le voleva già bene, l’amava già, era innamorato! Non si sarebbe separato da lei per niente al mondo!
Ed ecco che ella li aprì, e rise con lo sguardo mentre tirava fuori le braccia da sotto il lenzuolo aperte per accoglierlo, come ritrovandolo dopo una lunga separazione. E lui non ebbe bisogno d’altro: cadde su di lei, la fece sospirare con l’urto improvviso del suo peso e sprofondò nella profumata morbidezza del suo seno come poco prima era stato lì lì per essere risucchiato attraverso le persiane nel fulgore irrorato di pioggia del mattino estivo. Poi scoppiò a piangere, e ne fu così stupito che si mise a ridere: “Oggi è il mio compleanno!” gridò, scosso dai singhiozzi e al tempo stesso divertito e sorpreso, come se la udisse per la prima volta, dalla vocetta squillante che scaturiva dal suo petto.
“Davvero!?” esclamò Etra. “E quanti anni fai?”
Il bambino rifletté, e rasserenandosi, accomodandosi meglio tra le sue braccia, aspirando a pieni polmoni il suo buon odore: “Sei?” arrischiò.
“Direi un po’ di più...” commentò la donna. “Almeno nove, secondo me.”
“Posso venire in classe tua, quando comincia la scuola?”
“Vuoi?”
“Sì! Ma tu... sei la mia mamma?”
Etra gli diede una dozzina di baci, ridendo a più non posso: “Tu cosa preferisci che sia?” lo interrogò. “La maestra o la mamma?”
“Tutt’e due!”
“Ma la tua mamma vera non si dispiacerà?”
“Non lo so...”
“E dimmi un po’: sei bravo a scuola?... Mi sa di sì.”
“Non lo so. Ma con te sarò bravo! Però, maestra...”
“Dimmi!”
“Non mi portare da nessuno, per favore! Fammi restare qui!”
“Non vuoi tornare dalla tua mamma e dal tuo papà?”
“Sì, ma... non me li ricordo!”
“Vedrai che presto saranno qui: ormai lo sapranno fino ad Agatìa, di te!... E quando arriveranno, cercheremo di capire insieme a loro che cosa sia meglio... Che ne dici?”
“Voglio vivere con te! Voglio andare a scuola con te!”
“Vedremo, va bene? Non si prendono decisioni, finché il giorno è così giovane!”
Si alzò, uscì dalla stanza e tornò con indosso una gonna e una camicetta. Il bambino la guardava dal letto sollevando la testa dal cuscino, chiedendosi che cosa avrebbe fatto, e lei gli sorrise, attraversò la cucina a piedi nudi, aprì la porta di casa e scomparve in una luce diversa da quella che Fabian aveva visto dalla finestra che dava sul mare: una luce senza sole, dimessa, lieve come un filo d’acqua tra l’erba, sperduta come un bambino rimasto solo in un gran silenzio.
Fabian, sentendo che non poteva separarsi da lei neanche un momento, si alzò e la seguì.
Davanti alla casa il sole non era giunto, ma colorava già i tetti del paese, schierato a contemplarla come una piccola folla in attesa, e accendeva le chiome argentee degli ulivi che la guardavano come avi benevoli dalla cima della collina, alti e vigili sul pendio ancora opaco e fresco che declinava verso la casa, irto di piccole sagome brune di cespugli e ciuffi d’erba rinsecchita fin sul limitare del biondo fiume di terra dello stradone.
La donna era là, camminava adagio nella polvere umida, e Fabian pensò che doveva proprio essere una fatina. Una fatina mamma e maestra, che salvava i bimbi sperduti o abbandonati e li accoglieva in una casetta incantata che era anche una scuola! Corse a raggiungerla, scalpicciando nella polvere, scoprendo com’era piacevole immergervi i piedi, e l’abbracciò come se non la vedesse da mesi. Poi la seguì, piccola ombra festante, mentre dava da mangiare agli animali pennuti e pelosi che popolavano i recinti tra la casa e la cima del promontorio, ne imitava i versi chiacchierando con loro, cambiava l’acqua negli abbeveratoi, trovava uova in luoghi impensati facendole apparire nel palmo di una mano, raccoglieva un po’ d’insalata in un orticello, ricambiava gli omaggi di una famigliola di gatti. Andò con lei a lavarsi i piedi in una conca dietro casa, dove un po’ d’erba faceva compagnia a qualche piantina di basilico dinanzi all’immenso sguardo del mare e del cielo. E infine, rientrato dalla fantastica spedizione nella quiete della bianca cucina profumata, si sedette a tavola, mise la testa fra le mani e la guardò, incantato, preparare la colazione.
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