ScuolAnticoli

Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

Righe di Libri

 

Home     L'Autore di questo libro     Indice dei Libri precedenti     Biblioteca     Il Prof     Inserisci un Libro che è piaciuto a Te!

 

Clicca qui per scaricare il testo in formato Word (54 kb, 7 pagine)

Clicca qui per scaricare il testo in formato pdf (54 kb, 7 pagine)

 

 

Elio Vittorini

 

Conversazione in Sicilia

 

1937 - 1939, 2007 - Rizzoli Editore, Milano

 

 

"Conversazione in Sicilia", di Elio Vittorini

 

Nel Paese dell’Infanzia a ritrovare il genere umano perduto

Elio Vittorini, "Conversazione in Sicilia", Rizzoli editore

La copertina del libro.

Avrebbe voluto avere una coscienza fresca, così disse, fresca, e che gli chiedesse di compiere altri doveri, non i soliti, altri, dei nuovi doveri, e più alti, verso gli uomini, perché a compiere i soliti non c’era soddisfazione e si restava come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sé, delusi.

 

“Credo che l’uomo sia maturo per altro,” disse. “Non soltanto per non rubare, non uccidere, eccetera, e per essere buon cittadino... Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri. È questo che si sente, io credo, la mancanza di altri doveri, altre cose, da compiere... Cose da fare per la nostra coscienza in un senso nuovo.

 

 

(dal capitolo VII)

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.

Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

 

 

(capitolo I)

 

 

 

...E io fui quieto nella mia non speranza come se mai avessi avuto quindici anni di infanzia, e di Sicilia, fichidindia, zolfo, Macbeth, nelle montagne. Altri quindici anni erano passati dopo quelli, a mille chilometri di là, dalla Sicilia e dall’infanzia, e avevo quasi trent’anni, ed era come se non avessi avuto nulla, né i primi quindici, né i secondi, come se non avessi mangiato mai pane, e non mi fossi arricchito di cose e cose, sapori, sensi, in tanto tempo, come se non fossi stato mai vivo, e fossi vuoto, questo ero, come se fossi vuoto, pensando il genere umano perduto, e quieto nella non speranza.

Non avevo più voglia di guardare la mia ragazza in faccia, sfogliavo il dizionario mio unico libro che ormai fossi capace di leggere, e cominciai a sentire in me un lamento come un piffero che suonasse lamentoso. Andavo al lavoro tutte le mattine, per il mio mestiere di tipografo-linotipista, facevo sette ore di linotype al giorno, al calor grasso del piombo, sotto la visiera che mi difendeva gli occhi, e un piffero suonava in me e smuoveva in me topi e topi che non erano precisamente ricordi.

Non erano che topi, scuri, informi, trecentosessantacinque e trecentosessantacinque, topi scuri dei miei anni, ma solo dei miei anni in Sicilia, nelle montagne, e li sentivo smuoversi in me, topi e topi fino a quindici volte trecentosessantacinque, e il piffero suonava in me, e così mi venne una scura nostalgia come di riavere in me la mia infanzia.

 

 

(dal capitolo II)

 

 

 

Poi viaggiai nel treno per le Calabrie, ricominciò a piovere, a esser notte e riconobbi il viaggio, me bambino nelle mie dieci fughe da casa e dalla Sicilia, in viaggio avanti e indietro per quel paese di fumo e di gallerie, e fischi inenarrabili di treno fermo, nella notte, in bocca a un monte, dinanzi al mare, a nomi da sogni antichi, Amantèa, Maratèa, Gioia Tauro. Così un topo, d’un tratto, non era più un topo in me, era odore, sapore, cielo e il piffero suonava un attimo melodioso, non più lamentoso. Mi addormentai, mi risvegliai e tornai ad addormentarmi, a risvegliarmi, infine fui a bordo del battello-traghetto per la Sicilia.

 

“Un siciliano non mangia mai la mattina,” egli disse d’un tratto.

Soggiunse: “Siete americano, voi?”

Parlava con disperazione eppure con soavità, come sempre era stato soave anche nel disperato pelare l’arancia e nel disperato mangiarla. Le ultime tre parole disse eccitato, in tono di stridula tensione come se gli fosse in qualche modo necessario, per la pace dell’anima, sapermi americano.

“Sì,” dissi io, vedendo questo. “Americano sono. Da quindici anni.”

 

 

(dal capitolo III)

 

 

 

E chiese: “Mangiano tutti in America la mattina?”

Avrei potuto dire di no, e che anch’io, di solito, non mangiavo la mattina, e che conoscevo tanta gente che non mangiava forse più di una volta al giorno, e che in tutto il mondo era lo stesso, eccetera, ma non potevo parlargli male di un’America dove non ero stato, e che, dopotutto, non era nemmeno l’America, ma una sua idea di regno dei cieli sulla terra. Non potevo; non sarebbe stato giusto.

“Credo di sì,” risposi. “In un modo o in un altro...”

“E il mezzogiorno?” egli chiese allora. “Mangiano tutti, il mezzogiorno, in America?”

“Credo di sì,” dissi io. “In un modo o in un altro...”

“E la sera?” egli chiese. “Mangiano tutti, la sera, in America?”

“Credo di sì,” dissi io. “Bene o male...”

“Pane?” disse lui. “Pane e formaggio? Pane e verdure? Pane e carne?”

Era con speranza che lui mi parlava e io non potevo più dirgli di no.

“Sì,” dissi. “Pane e altro.”

 

 

(dal capitolo IV)

 

 

 

E il Gran Lombardo disse: “Credo che c’entri per qualche ragione... Credo che c’entri. Non so come spiegarlo, ma credo che c’entri. Che fa uno quando si abbandona? Quando si butta via per perduto? Fa la cosa che più odia di fare... Credo che sia questo... Credo che è comprensibile se sono quasi tutti siciliani.

 

 

(dal capitolo VI)

 

 

 

Avrebbe voluto avere una coscienza fresca, così disse, fresca, e che gli chiedesse di compiere altri doveri, non i soliti, altri, dei nuovi doveri, e più alti, verso gli uomini, perché a compiere i soliti non c’era soddisfazione e si restava come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sé, delusi.

“Credo che l’uomo sia maturo per altro,” disse. “Non soltanto per non rubare, non uccidere, eccetera, e per essere buon cittadino... Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri. È questo che si sente, io credo, la mancanza di altri doveri, altre cose, da compiere... Cose da fare per la nostra coscienza in un senso nuovo.

 

 

(dal capitolo VII)

 

 

 

E mia madre: “Si faceva ogni sorta di cose... I pomodori seccati al sole... I mostaccioli di fichidindia.”

“Si stava bene,” io dissi, e lo pensai, pensando ai pomodori a seccare sotto il sole nei pomeriggi di estate senza anima viva in tanta campagna. Era campagna secca, color di zolfo, e io ricordai il gran ronzio dellestate e lo sgorgare del silenzio, e di nuovo pensai che si stava bene. “Si stava bene,” dissi. “Avevamo le reti metalliche!”

“Erano posti di malaria, per lo più!” disse mia madre.

“Quella grande malaria!” io dissi.

E mia madre: “Grande invero!”

E io: “Con le cicale!...” E pensai la foresta di cicale di là dalle reti metalliche delle finestre, della veranda, nella solitudine del sole, e dissi: “Io credevo che fossero le cicale, la malaria!”

“Ah! Ah!” rise mia madre. “Forse era per questo che ne acchiappavi tante?”

“Ne acchiappavo?” io dissi. “Ma io era il canto loro che credevo malaria, non loro... Ne acchiappavo?”

“Altro che!” disse mia madre. “Venti, trenta ogni volta.”

E io: “Immagino che le acchiappavo per grilli...” E chiesi: “Che ne facevo?”

Mia madre rise di nuovo: “Ho idea che le mangiavi,” disse.

“Le mangiavo?” esclamai io.

“Sì,” disse mia madre. “Tu e i tuoi fratelli.”

Lei rideva e io ero sconcertato. “Com’è possibile?” chiesi.

E mia madre disse: “Forse avevate fame.”

E io: “Avevamo fame?”

E mia madre: “Forse sì.”

“Ma se si stava bene, in casa nostra!” protestai.

Mia madre mi guardò. “Sì,” disse. “Tuo padre prendeva del denaro ogni fine mese, e allora per dieci giorni si stava bene, eravamo l’invidia di tutti i contadini e la gente delle zolfare... Ma dopo i primi dieci giorni si diventava come loro. Si mangiavano chiocciole.

“Chiocciole?” dissi io.

“Sì, e cicoria selvatica,” disse mia madre.

E io chiesi: “Non mangiavano che chiocciole, loro?”

E mia madre: “Sì, tutti i poveri non mangiano che chiocciole, di solito. E noi eravamo poveri gli ultimi venti giorni di ogni mese.”

E io: “E mangiavamo chiocciole per venti giorni?”

E mia madre: “Chiocciole e cicoria selvatica.”

Io ci pensai su, sorrisi, poi dissi: “Immagino ch’erano buone, dopotutto.

E mia madre: “Ottime... Si possono fare in tanti modi.”

E io: “Come, in tanti modi?”

E mia madre: “Semplicemente lesse, per esempio. O con aglio e pomodoro. O infarinate e fritte.”

E io: “Che idea! Infarinate e fritte? Con il guscio?”

E mia madre: “Ma si capisce! Si mangiano succhiandole dal guscio... Non ricordi?”

E io: “Ricordo, ricordo... Tutto il gusto è a succhiare il guscio, mi sembra.”

E mia madre: “Si passano ore, succhiando...”

 

 

(dal capitolo XII)

 

 

 

Io conoscevo questo e più di questo, potevo comprendere la miseria di un malato e della sua gente attorno a lui, nel genere umano operaio. E non la conosce ogni uomo? Non può comprenderla ogni uomo? Ogni uomo è malato una volta, nel mezzo della sua vita, e conosce quest’estraneo che è il male, dentro a lui, l’impotenza sua con quest’estraneo; può comprendere il proprio simile...

Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è genere umano. Questo è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle scarpe rotte, e non ha più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di sé stesso, i massacri del mondo. Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride è stato malato, è malato; eppure egli ride perché l’altro piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride nella non speranza, lo vede che ride sui suoi giornali e manifesti di giornali, non va con lui che ride ma semmai piange, nella quiete, con l’altro che piange. Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame,

(...)

Mia madre si fermò in mezzo alla strada dove eravamo e mi rivolse un’occhiata leggermente strabica. Sorrise anche, e disse:

“Che strane domande fai! Cosa debbo pensare che sono? Sono povera gente con un po’ di tisi o con un po’ di malaria...

Io scossi il capo. Facevo delle strane domande, mia madre poteva vedere questo, eppure non mi dava delle strane riposte. E io questo volevo, strane risposte. Chiesi:

“Hai mai visto un cinese?”

“Certo,” mia madre disse. “Ne ho visti due o tre... Passano per vendere le collane.”

“Bene,” dissi io. “Quando hai davanti un cinese e lo guardi e vedi, nel freddo, che non ha cappotto, e ha il vestito stracciato e le scarpe rotte, che cosa pensi di lui?”

“Ah! nulla di speciale,” mia madre rispose. “Vedo molti altri, qui da noi, che non hanno cappotto per il freddo e hanno il vestito stracciato e le scarpe rotte...”

“Bene,” dissi io. “ma lui è un cinese, non conosce la nostra lingua e non può parlare con nessuno, non può ridere mai, viaggia in mezzo a noi con le sue collane e cravatte, con le sue cinture, e non ha pane, non ha soldi, e non vende mai nulla, non ha speranza. Che cosa pensi tu di lui quando lo vedi che è così un povero cinese senza speranza?”

“Oh!” mia madre rispose. “Molti altri vedo che sono così, qui da noi... Poveri siciliani senza speranza.”

“Lo so,” dissi io. “Ma lui è cinese. Ha la faccia gialla, ha gli occhi obliqui, il naso schiacciato, gli zigomi sporgenti e forse fa puzza. Più di tutti gli altri egli è senza speranza. Non può aver nulla. Che cosa pensi tu di lui?”

“Oh!” rispose mia madre. “Molti altri che non sono poveri cinesi hanno la faccia gialla, il naso schiacciato e forse fanno puzza. Non sono poveri cinesi, sono poveri siciliani, eppure non possono aver nulla.”

“Ma vedi,” dissi io. “Egli è un povero cinese che si trova in Sicilia, non in Cina, e non può nemmeno parlare del bel tempo con una donna. Un povero siciliano invece può...”

“Perché un povero cinese non può?” chiese mia madre.

“Bene,” dissi io. “Immagino che una donna non darebbe nulla a un povero viandante che fosse un cinese invece di un siciliano.”

Mia madre si accigliò.

“Non saprei,” disse.

E io esclamai: “Vedi? Egli è più povero di tutti i poveri e tu lo mandi al diavolo. E quando lo hai mandato al diavolo e lo pensi, così povero nel mondo, senza speranza e mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?”

Mia madre mi guardò sempre stizzita.

“Il cinese?” disse.

“Il cinese,” dissi io. “O anche il povero siciliano che è malato in un letto come questi ai quali fai l’iniezione. Non è più uomo e più genere umano, lui?

 

 

(dal capitolo XXVII)

 

 

 

C’era sempre musica di zampogna nella grande aria fredda lucente di sole, ed era viva ora, non neve, non nuvola, vicinissima, e in essa c’era scampanio di campane da capre, scampanio pieno, non più tintinnio sparso, era come se greggi e greggi passassero dietro le case.

“Quando è stato la prima volta?” io dissi.

Mi misi a pensare, cercando di ricordare per rispondere a mia madre.

“Sì, la prima volta che hai visto com’è fatta una donna,” disse mia madre.

E io cercai di ricordare; ero lieto di ricordare e mi era facile.

“Credo di averlo saputo sempre com’è fatta una donna,” dissi.

“Anche a dieci anni, quando eri un monello che saltavi giù dal treno in corsa?” esclamò mia madre.

“Sì,” dissi io. “Lo sapevo bene com’è fatta una donna, a dieci anni.

“Anche a sette anni?” esclamò mia madre. “Anche a sette anni, quando eri un marmocchio e sedevi in grembo alle mie amiche?”

“Credo di sì,” io dissi. “Anche a sette anni. Dove eravamo, quando avevo sette anni?”

Mia madre fece il conto.

“Era il primo anno della guerra,” disse. “Eravamo a Terranova. Eravamo in una casa cantoniera a un chilometro dal paese.”

“A Terranova?” io dissi.

Avevo letto le Mille e una notte e tanti libri là, di vecchie storie, di vecchi viaggi, a sette e otto e nove anni, e la Sicilia era anche questo là, Mille e una notte e vecchi paesi, alberi, case, gente di vecchissimi tempi attraverso i libri. Poi avevo dimenticato, nella mia vita d’uomo, ma lo avevo in me, e potevo ricordare, ritrovare. Beato chi ha da ritrovare!

È una fortuna aver letto quando si era ragazzi. E doppia fortuna aver letto libri di vecchi tempi e vecchi paesi, libri di storia, libri di viaggi e le Mille e una notte in special modo. Uno può ricordare anche quello che ha letto come se lo avesse in qualche modo vissuto, e uno ha la storia degli uomini e tutto il mondo in sé, con la propria infanzia, Persia a sette anni, Australia a otto, Canadà a nove, Messico a dieci, e gli ebrei della Bibbia con la torre di Babilonia e Davide nellinverno dei sei anni, califfi e sultane in un febbraio o un settembre, d’estate le grandi guerre con Gustavo Adolfo eccetera per la Sicilia-Europa, in una Terranova, una Siracusa, mentre ogni notte il treno porta via soldati per una grande guerra che è tutte le guerre.

Io ebbi questa fortuna di leggere molto nella mia infanzia, e a Terranova la Sicilia significa anche Bagdad e Palazzo delle Lagrime e giardino di palmizi per me. Vi lessi le Mille e una notte e altro, in una casa ch’era piena di sofà e ragazze d’un qualche amico di mio padre, e ne ricordo la nudità della donna, come di sultane e odalische, concreta, certa, cuore e ragione del mondo.

“Sì, sapevo più che mai com’è fatta una donna, a sette anni,” dissi.

“Più che mai?” disse mia madre.

“Più che mai,” dissi io. “Lo sapevo e lo vedevo. L’avevo sempre davanti agli occhi com’è fatta una donna.

“Che vuoi dire?” esclamò mia madre. “Ci pensavi?”

E io: “No. Non ci pensavo. Sapevo e vedevo. Questo era tutto. Abbastanza, no?”

“Da chi vedevi?” chiese mia madre.

E io: “Da ogni donna... Era molto naturale per me. Non era malizia.”

Così era. Non era malizia. Ma era la donna, tuttavia. A sette anni uno non conosce i mali del mondo, non il dolore, e non la non speranza, non è agitato da astratti furori, ma conosce la donna. Mai un nato di sesso maschile conosce la donna come a sette anni e prima. Essa, davanti a lui, non è sollievo, allora, non è gioia, e nemmeno scherzo. È certezza del mondo; immortale.

 

 

(dal capitolo XXXI)

 

 

 

Poi aspettando vidi venire su dalla valle un aquilone, e lo seguii con gli occhi passare sopra a me nell’alta luce, mi chiesi perché, dopotutto, il mondo non fosse sempre, come a sette anni, Mille e una notte. Udivo le zampogne, le campane da capre e voci per la gradinata di tetti e per la valle, e fu molte volte che me lo chiesi mentre in quell’aria guardavo l’aquilone. Questo si chiama drago volante in Sicilia, ed è in qualche modo Cina o Persia per il cielo siciliano, zaffiro, opale e geometria, e io non potevo non chiedermi, guardandolo, perché davvero la fede dei sette anni non esistesse sempre, per l’uomo.

O forse sarebbe pericolosa? Uno, a sette anni, ha miracoli in tutte le cose, e dalla nudità loro, dalla donna, ha la certezza di esse, come suppongo che lei, costola nostra, l’ha da noi. La morte c’è, ma non toglie nulla alla certezza; non reca mai offesa, allora, al mondo Mille e una notte dell’uomo. Ragazzo, uno non chiede che carta e vento, ha solo bisogno di lanciare un aquilone. Esce e lo lancia; ed è grido che si alza da lui, e il ragazzo lo porta per le sfere con filo lungo che non si vede, e così la sua fede consuma, celebra la certezza. Ma dopo che farebbe con la certezza? Dopo, uno conosce le offese recate al mondo, l’empietà, e la servitù, l’ingiustizia tra gli uomini, e la profanazione della vita terrena contro il genere umano e contro il mondo. Che farebbe allora se avesse pur sempre certezza? Che farebbe? uno si chiede. Che farei, che farei? mi chiesi.

 

 

(dal capitolo XXXII)

 

*

 

Torna in cima alla pagina     Clicca qui per segnalarci un libro che ti ha colpito!     Home

 

*

 

Elio Vittorini

Elio Vittorini

Elio Vittorini

 

Elio Vittorini nacque a Siracusa nel 1908. Figlio di un ferroviere, trascorse linfanzia e la giovinezza in Sicilia e a diciotto anni andò a Gorizia per lavorare come assistente edile. Nel 1930 si trasferì a Firenze, dove entrò nel gruppo della rivista Solaria, tra i cui collaboratori cerano Alessandro Bonsanti, Giacomo Debenedetti, Eugenio Montale, Umberto Saba, Sergio Solmi. Al periodo fiorentino appartengono i racconti di Piccola borghesia (1931) e il romanzo Il garofano rosso (1933-34). Nel 1938 si stabilì a Milano e nel 1941 pubblicò Conversazione in Sicilia, che per lo stile dolorosamente lirico è considerato uno dei romanzi più innovativi del nostro Novecento. A Milano intensificò anche la sua opera di traduzione di importanti autori inglesi (D.H. Lawrence, Daniel Defoe) e americani (classici come Edgar Allan Poe, ma anche autori allora nuovi, come William Faulkner, Erskine Caldwell, John Steinbeck, ecc.), svolgendo unazione parallela a quella svolta da Cesare Pavese, che condivise con lui lintento di sprovincializzare la cultura italiana e smuoverla dalle sue concezioni tradizionaliste. Questa attività lo portò a compilare lantologia Americana, nella quale raccolse proprie e altrui traduzioni accompagnate da commenti critici; pubblicata per la prima volta nel 1941, ma subito censurata dal regime fascista, uscì lanno seguente in una versione priva delle note critiche e con unintroduzione di Emilio Cecchi.

 

Dalle sue esperienze nella Resistenza nacque Uomini e no (1945). Fondò allora Il Politecnico, periodico che aveva tra i collaboratori Giansiro Ferrata, Franco Fortini, Italo Calvino. I suoi successivi romanzi furono Il Sempione strizza locchio al Frejus (1947) e Le donne di Messina (1949), mentre nel 1956, insieme al rifacimento di Erica e i suoi fratelli, che era rimasto interrotto per ventanni, pubblicò La garibaldina. Cominciò poi a farsi più fitto il suo coinvolgimento nel lavoro editoriale, e nei primi anni Sessanta diresse importanti collane per alcune case editrici, partecipando intanto attivamente al dibattito sul ruolo delle avanguardie letterarie, sullinternazionalità della cultura e sui rapporti fra letteratura e industria. Sede di questo dibattito furono le pagine del periodico Il Menabò, da lui fondato e diretto insieme a Italo Calvino. Dopo la sua morte uscì il romanzo lasciato incompiuto Le città del mondo (1969), cui lavorava già dai primi anni Cinquanta, e unopera di saggistica, Le due tensioni (1967).

 

(dall’enciclopedia Microsoft Encarta)

 

*

 

Opere di Elio Vittorini nella rubrica Righe di Libri

 

 

*

 

*

 

 

ScuolAnticoli è un sito indipendente diretto da Luigi Scialanca.

I materiali in esso reperibili possono essere usati da chiunque lo desideri,

purché ne citi la fonte e non se ne serva a scopi illegali.

Ciò nondimeno, ScuolAnticoli si dichiara fin da ora a disposizione

di chiunque vanti dei diritti sul contenuto di questa pagina.

Clicca qui per metterti in contatto!

 

 

*

 

 

 

*

 

Torna in cima alla pagina     Clicca qui per segnalarci un libro che ti ha colpito!     Home