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pirotecnici al giorno che i media allestiscono a uso e
consumo del colto e dell’inclita ― non possiamo non occuparci
dell’Umberto Galimberti de La Repubblica del 23 gennaio (La
nostalgia dell’innocenza perduta che

leggiamo nello sguardo dei cuccioli) e dell’Elena Dusi (
Piccoli sogni crescono: assenti nei bimbi, si formano con l’età,
con accompagnamento di Giulio Tononi) de La Repubblica del
25. Inizio fulminante del Galimberti: siamo tutti matti. Infatti
curiamo i nostri animali domestici “con attenzioni che forse
neppure lontanamente riserviamo ai nostri simili” ― matti,
quindi, perché nemmeno a un figlio vogliamo bene quanto al cane o al
gatto di casa ― “oppure con una crudeltà che, se fosse praticata
ai nostri simili, ci porterebbe subito, se non sempre dietro le
sbarre, certamente in qualche casa di cura”: non solo matti,
dunque, ma anche pericolosi. Alternative non ce ne sono, tertium
non datur, non è previsto che qualcuno tratti sanamente Fido per
quel che Fido è: il nostro comportamento nei confronti degli animali
domestici certifica che siamo matti per tutte le ruote. Come,
del resto, qualsiasi nostro comportamento, se diamo retta
agli articoli e ai libri del Galimberti, fitti da anni come
un’invasione di cavallette perenne: è quel che più tiene a dirci,
sembrerebbe, e non perde occasione per farlo. “L’uomo non è un
animale,” prosegue il nostro. E che cos’è, allora? Il Galimberti
non si pronuncia. Segno che ci lascia liberi ― speriamo ― di
ritenerci animali umani. “Gli uomini non hanno ‘istinti’”,
aggiunge, ma “solo ‘pulsioni’, spinte generiche a meta
indeterminata”. (Distinzione suffragata, secondo il nostro, non
solo da Freud, ma anche da “una lunga tradizione” che vede
Kant ― dimentico, supponiamo, di aver scritto la Critica della
ragion pura ― a braccetto con l’idealista Platone, e l’ateo
Nietzsche, convertitosi, far pappa e ciccia con il “santo” Tommaso
d’Aquino). Ma che cos’è una “spinta generica a meta indeterminata”?
Pietoso, il nostro spiega che, per esempio, “in presenza di una
pulsione sessuale, l’uomo, a differenza dell’animale, può concedersi
a tutte le perversioni oppure a una sublimazione delle pulsioni che
mette capo al mondo dell’arte e della poesia”. Ecco, dunque, in
che modo per il Galimberti “l’uomo non è un animale”: non lo
è perché è un matto nato, appunto (“tutte le perversioni”
vuol dire non solo la pedofilia ma anche la zoofilia e la
necrofilia, e “concedersi” all’una o all’altra non sarebbe
che una questione di gusti), straordinaria “scoperta” di cui si
compiacciono da sempre le chiacchiere da bar senza che i
chiacchieroni riscuotano per esse principeschi onorari dai media;
e non è un animale, inoltre, perché l’uomo, se impara a
controllarsi, può distillare le proprie “naturali” perversioni in
arte e poesia occultandole così ai magistrati, agli psichiatri e
perfino a sé stesso. E come vede l’animale vero, questo
non-animale-mostro che sarebbe l’uomo? “Vedere l’animale,”
afferma il Galimberti citando Nietzsche, “fa male all’uomo”
(in generale, come se tutti gli umani fossero così infelici
da dover invidiare le bestie) poiché al confronto dell’animale
egli si vanta della sua umanità e tuttavia guarda con invidia alla
felicità di quello, giacché questo soltanto egli vuole, vivere come
l’animale, né tediato né fra dolori; che lo vuole però invano,
perché non lo vuole come l’animale”. Commenta il nostro: “La
coscienza, infatti, espone l’uomo...,” ecc. Diremo dopo a cosa
lo espone, ma prima notiamo che con quell’infatti il
Galimberti ha stabilito (a spese proprie?, a spese di Nietzsche?)
che è la coscienza che fa dell’uomo un
non-animale-matto-infelice-di-esserlo-e-invidioso-dell’animale-vero.
E perché proprio la coscienza? Poiché essa espone l’uomo alla
ricerca di una felicità che non può escludere l’apertura al senso,
essendo questa apertura ciò per cui l’uomo è uomo e non animale.
Ricapitioliamo. Fin qui abbiamo appreso: 1, che il nostro
comportamento nei confronti del cane e del gatto dimostra che siamo
matti; 2, che non siamo animali perché siamo (non solo pazzi, ma
anche) perversi nati che (talvolta) riescono a non farne di tutti i
colori dandosi all’arte; 3, che non siamo animali, inoltre, perché
siamo consapevoli di noi stessi; 4, che non siamo animali, infine,
perché cerchiamo la felicità e di dare un senso alle cose. Un essere
umano, dunque, per il Galimberti, si distingue da un animale in
quanto per natura matto e perverso, mostruoso, e tuttavia alla
ricerca di felicità e di senso. Ma il peggio (se possibile) deve
ancora venire. A che cosa è destinata ad approdare, infatti, la
ricerca di senso di questi poveri non-animali matti e mostruosi
che saremmo noi? Al “tragico” della “vista della morte”,
cioè della constatazione di essere “aperti per nulla”. E a
questo punto ― è chiaro ― anche “la ricerca della felicità”
va a farsi benedire: quale felicità è mai possibile a chi è certo di
dover decedere e (tra una perversione e l’altra) non riesce a
pensare che alla morte? Lo diceva anche lo Hegel...
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Martedì
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Letture
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a
prenderli?” disse Etra. Lì per lì Fabian s’illuminò e tornò a oscurarsi,
come un ciel di nuvole a primavera: “Ma io ho paura di andarci...”
obiettò. “Non a casa. Da Peter. Forse hanno dormito lì. La strada te la
ricordi?...” “Evviva!” “Aspetta! Bevi un po’ di latte!” “Lo bevo dopo
con loro!” gridò il bambino: era già sullo stradone, in mutande e senza
scarpe, e avrebbe voluto correre, ma si costrinse a rallentare non per
non alzare polvere su quelli che incontrava ― come pensò la maestra
mentre lo guardava allontanarsi ― ma immaginando, nella polvere, di
riempirsi le piante dei piedi di frescura prima di arrivare
sull’acciottolato rovente. Il sole però non era ancora così alto, niente
scottava: all’ingresso del paese, Fabian si mise a correre senza veder
più nessuno, e nondimeno accordando a quelli che lo salutavano un saluto
altrettanto cordiale, in cuor suo ― anche se dimenticato nello stesso
momento in cui era proferito ― ma del tutto impercettibile per loro. Si
ritrovò sulla gradinata del duomo in men che non si dica ― un po’
stupito e intimidito da piazza delle Ville così diversa dal giorno
prima, così deserta che la voce della fontana suonava ovunque limpida e
forte come quella di una donna che canta a gola spiegata in casa propria
― e arrivato in cima si fermò, incerto, dinanzi all’oscurità che sulla
soglia teneva testa, come un bastione impenetrabile, al candore
abbagliante del sagrato e all’azzurro del cielo che pur s’intravedeva,
al di sopra di essa, in cima alla voragine del tetto. Ma la pietra
scottava, lì, e lo costrinse a entrare. Si fermò di nuovo, cercando per
abituarsi al buio di non guardare il cielo che attraeva i suoi occhi
come le ali di un uccellino, e piano piano il paesaggio che ricordava
affascinante e avventuroso si riformò dinanzi a lui molto diverso:
tetro, precluso senza via di scampo alla vitalità del cielo d’estate che
lo sovrastava senza sfiorarlo, chiuso in sé come le medievali foreste
secolari di cui Fabian niente sapeva, che non poteva neanche immaginare
― la storia e le fiabe non essendo meno dimentiche di esse, là da dove
il bambino era venuto, di quanto lo era lui del luogo dove l’aveva udite
e di chi gliel’aveva narrate. Non osò andare avanti, e scoprì che non
osava nemmeno aprir bocca: “Peter!” provò a chiamare, ma il grido gli si
tramutò in un ansito, come se anch’esso avesse paura di avventurarsi in
quel vuoto. “Non c’è proprio...” disse una voce a un passo da lui,
cavandogli dai polmoni lo strillo che non gli riusciva: affaticata,
lamentosa, smarrita, venendo sù senza forza né tono da un’ombra d’uomo
che sembrava ammucchiata come una piccola catasta di legna ai piedi di
un pilastro. Il bambino fu per scappar via a gambe levate, ma sarebbe
passato vicinissimo all’ombra, come spaventosamente doveva essergli
accaduto entrando: impietrito, sentendosi acciuffare per una caviglia
con altrettanto vigore che se davvero gli stesse succedendo, aguzzò gli
occhi tenendosi con una mano alla parete, per sentirsi sicuro senza
bisogno di voltarsi, mentre si sforzava di vedere, di non poter senza
accorgersene finire troppo vicino all’enorme buca senza luce che il
giorno prima gli era parsa una valle incantata. L’ombra, allora, come se
avvertisse il suo sguardo, lentamente alzò la testa per mostrargli il
proprio, e Fabian senza alcun sollievo la riconobbe: era Fulvio, il
giovanotto ch’era arrivato ad Anticoli con lui: alto e dinoccolato come
sempre, ma doveva essere caduto e si era fatto male, o forse qualcuno
gli aveva dato un sacco di botte, l’aveva abbattuto ― possibile che
fosse stato Peter? ― e le sue lunghe braccia erano adesso come in
procinto di essere smontate dal corpo, una di qua e una di là, e le
lunghissime gambe ripiegate e schiacciate sotto il tronco come quelle di
un burattino abbandonato. “Mi aiuti ad alzarmi?” chiese l’ombra,
continuando a fissarlo senza batter ciglio, come aggrappandosi e già
cominciando a tirarsi sù col suo sguardo. “No,” voleva dire il bambino
in tutta semplicità, ma neanche questo gli fu possibile: “È stato Peter
a picchiarti?” domandò invece, immaginando che da un momento all’altro
gli avrebbe teso la mano ― che stava già tendendogli la mano! ― perché
tutto insieme si appendesse a lui così piccolo e inerme. Il giovanotto
la prese ― non appena la vide il suo braccio tornò in un attimo vivo,
benché non ancora forte, e il resto del corpo sùbito dopo ― e
faticosamente, ma così leggero che Fabian non barcollò di un millimetro,
si tirò sù tramutandosi prima in un grande uccello scheletrito, poi ―
lasciata la sua mano ― in un violento frullar d’ali nero, e infine di
nuovo in un’ombra barcollante, ma alta su di lui fino al rettangolo di
cielo azzurro in cima al duomo in cui penetrava col capo senza
illuminarsi. “Mi son picchiato da me,” disse, attutendo con l’ironia la
pena che gli faceva tremare la voce. “Lo sapevo che non ci dovevo
venire, qui... E invece... ci son venuto lo stesso.” Così debole
affascinava anche Fabian, anche se finora non gli aveva fatto che
antipatia, e questo glielo rendeva ancora più antipatico. Ma non poteva
farci niente: la repulsione, per il momento, aveva perso quasi tutto il
suo potere. “Ad Anticoli?” domandò. “Sì,” disse Fulvio, e per la prima
volta lasciò i suoi occhi, sbattendo le lunghe ciglia filamentose, per
provare i propri alla luce che il portone cominciava a lasciar entrare
dal sagrato. “Se lo sapevi perché ci sei venuto?” “Son venuto per te,”
rispose l’uomo. “Son dovuto venire.” “Perché per me?” avrebbe voluto
chiedere Fabian, ma il perché non venne. “Per me?” ripeté.
“Credevo che l’avessi capito fin da quella notte.”...
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