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Luigi
Scialanca, Da qui alla Maturità,
2000 - 2008. Congratulazioni, ragazzi! |
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L’ambiente in cui si viene educati vuol
rendere ogni uomo non libero, ponendogli davanti
agli occhi il minor numero di possibilità.
L’individuo viene trattato dai suoi educatori
come se fosse sì qualcosa di nuovo, ma dovesse
diventare una ripetizione. Se l’uomo
appare da principio come qualcosa di
sconosciuto, di mai esistito, deve poi essere
trasformato in qualcosa di conosciuto e di già
esistito. Si dice buon carattere in un bambino
il manifestarsi del suo essere vincolato a ciò
che è già esistito.
Accade forse non di rado che uomini nobili e di
alte aspirazioni debbano sostenere nella
fanciullezza la loro lotta più ardua: o per il
fatto di dover far valere il loro modo di
sentire contro un padre di mente volgare, dedito
all’apparenza e all’ipocrisia, o per il fatto di
vivere, come Lord Byron, continuamente in lotta
con una madre puerile e collerica. Se si è
provato qualcosa del genere, per tutta la |
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Friedrich Nietzsche (1844-1900) |
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vita non si supererà mai il dolore di sapere chi
sia stato veramente per noi il nemico più grande
e pericoloso.
L’educazione giovanile (...) o è un
esperimento, compiuto su di un essere
ancora sconosciuto e inconoscibile, o un
livellamento di principio, inteso a
rendere il nuovo essere, quale che
sia, conforme alle abitudini e ai
costumi che dominano: in entrambi i casi
(...) un’opera dei genitori e dei
maestri, che uno dei sinceri temerari ha
chiamato nos ennemis naturels.
― Un giorno, quando già da un pezzo,
secondo l’opinione del mondo, si è
educati, si scopre sé stessi.
Quale brutalità è l’educazione
comune, l’invasione dei genitori nella sfera dei
figli!
Utilizzarono questi giovani (...) e li
alienarono da sé stessi, li educarono all’essere
quotidianeamente usati, di tutto questo
crearono per loro una teoria di doveri ― e ora
non possono farne a meno e non vogliono altro.
Volete inserirvi in un sistema in cui, o si
deve essere pienamente e completamente ruota,
oppure è sotto le ruote che si va a finire! Nel
quale va da sé che ognuno è così come
dall’alto
lo hanno
fatto. Nel quale la ricerca di
“relazioni influenti” fa parte
dei doveri naturali. Nel quale nessuno si sente
offeso, se la sua attenzione è richiamata su di
un uomo, con l’accenno
che
“Le potrà essere utile un
giorno!” Nel quale non ci si vergogna di fare
delle visite per sollecitare la raccomandazione
di una persona. Nel quale non si ha la minima
idea che attraverso un deliberato inserimento in
tali costumi si è caratterizzati una volta per
sempre come vili stoviglie della natura, che
altri possono adoperare e mandare in pezzi,
senza sentirsene molto responsabili. Come se si
dicesse: “Di roba del mio genere, non ce ne sarà
mai mancanza; prendetemi! Senza far
complimenti!”
Per la nuova educazione del genere umano.
Voi uomini soccorrevoli e ben disposti,
cooperate a un’unica opera, ad allontanare dal
mondo intero quel concetto di castigo che lo ha
soffocato! Non c’è malerba peggiore! Non
soltanto lo si è posto nelle conseguenze dei
nostri modi di procedere ― e quanto è orribile e
ripugnante alla ragione già il solo fatto
d’intendere causa e effetto come causa e pena!
Ma si è fatto di più, (...) sì, si è spinta
tanto lontano codesta pazzia da far sentire
l’esistenza stessa come castigo: è come se il
vaneggiamento di carcerieri e carnefici avesse
guidato fino a oggi l’educazione del genere
umano.
Maestri e scolari.
Conviene all’umanità di un maestro mettere i
propri discepoli in guardia contro sé stesso.
(Friedrich
Nietzsche, Umano, troppo umano, 1876-78,
traduzione di Sossio Giametta e Mazzino
Montinari, Arnoldo Mondadori Editore, Milano,
1970, vol. 1, pagg 155, 221 e vol. 2, pag. 219;
Aurora, 1879-81, traduzione di Ferruccio
Masini e Mazzino Montinari, Arnoldo Mondadori
Editore, Milano, 1971, pagg 261, 124-125, 117,
18 e 211.)
(Clicca
qui per gli altri brani di
Parole
ad altezza d'Uomo e di Donna)
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è
in
edicola
il
numero 27 di
Left,
la rivista
della
Sinistra
Vera
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d’esser vestiti a festa e aver le scarpe ai piedi, si muovevano con una
sorta d’istintiva grazia selvaggia in piccole file che si formavano e si
scioglievano spezzandosi e intersecandosi, insinuandosi fra le gambe dei
grandi, aggirando la bianca cupoletta del forno, scomparendo dietro la
casa e riapparendo un attimo dopo, resistendo all’impulso di mettersi a
correre ma non al desiderio di cedere alla reciproca forza di gravità
che li faceva pendere l’uno verso l’altro tendendo le braccia,
sbilanciandosi, raddrizzandosi prima di cadersi addosso, atteggiando i
volti a sussiegose smorfiette d’autocontrollo che subito si scomponevano
in silenziosi accessi d’ilarità... Dando spettacolo, insomma, e
divertendosi un mondo! Non tutti, però. Altri bambini, come Fabian,
stavano in disparte a bocca aperta: una mezza dozzina fra maschietti e
femminucce, come pietrificati in mezzo allo stradone e tutti bianchi,
chissà perché, mentre i figli delle donnone erano quasi tutti bruni e
neri di varie gradazioni, proprio come... sì, come le loro grandi madri
affettuose, invadenti, e i burberi padri e zii confabulanti! Quelli
invece erano bianchi e timidi, come lui, non si avvicinavano, come lui,
e dai loro
sguardi non
si capiva cosa pensassero o volessero. Ma due di essi si distinguevano
per una quasi impercettibile separazione dagli altri e per
un’espressione e un atteggiamento da adulti da cui Fabian fu attratto
quasi senza accorgersene: una bambina esile, rosea come una pesca, dai
capelli neri raccolti in trecce che le arrivavano alla vita, e un
ragazzino, anch’egli dai capelli neri ma così corti da sembrar dipinti,
che aveva forse un paio d’anni più di lei e degli altri. Si tenevano per
mano con le punte delle dita, in un gesto da sonnambuli
che perfino un alito di vento sembrava poter interrompere senza che vi
facessero caso, e guardavano davanti a sé con identici occhi neri cupi e
impervi come piccoli nascondigli segreti. Ma la cosa più strana e
meravigliosa era che la bambina col braccio libero si stringeva al petto
un agnellino sgambet-tante, agitatissimo, che muoveva di scatto la
testolina ogni volta che lo sguardo della padroncina cambiava direzione!
“Jorge! Carla!” gridarono alcuni dei bambini in cortile, e Fabian capì
che chiamavano proprio i due che anch’egli, forse, avrebbe voluto
chiamare. “Venite, dai! Venite a conoscere Fabian!” Non vi fu risposta,
né a voce né a gesti. Ma dovette esservi un rifiuto, poiché i bambini
sullo stradone trasalirono come rei colti sul fatto, alcuni perfino
arrossendo, all’istante si rimisero in moto ― lenti, dapprima, come
statuine ridestate per magia e un po’ anchilosate ― e continuando a
voltarsi, come se un istinto li forzasse a guardarsi le spalle, si
dileguarono tra le prime case del paese. Allora, mentre la campana
continuava a suonare, le donne veleggiarono a una a una verso i loro
uomini, che in cortile, spalleggiandosi in laconici capannelli, non
avevano fatto che tendere le orecchie lustre a ciò che si diceva in
casa. Uomini e bam-bini cominciarono a uscire sullo stradone, mentre le
donne, che di andarsene non avevano alcuna voglia, dal cortile non
facevano che tornare a chiamare Etra alla finestra per un ultimo
consiglio o anche solo per invitarla a far presto, se non voleva
perdersi il meglio del mercato. Ma lei doveva ancora lavare e vestire il
bambino e sé stessa; e Fabian, come la prima sera, fu sommerso e
percorso dall’acqua, dal sapone, dal pettine, dal telo, dalle mani della
donna che svestivano e rivestivano, premevano e accarezzavano, dal suo
buon odore che in un baleno scacciava quello non cattivo ma così
invadente delle altre, dalle sue labbra che lo invitavano a sbrigarsi e
un attimo dopo lo premiavano con un bacio. Finché, rive-stito con quel
che il suo piccolo guardaroba conteneva di meglio, fu portato davanti
allo specchio e invitato a rimirarsi; ma lui non aveva voglia che di
contemplarvi il bel viso che gli sorrideva da sopra la sua testa, e
continuò a farlo, mentre Etra si pettinava, finché lei non lo ridestò
con la sua voce gioiosa, lo prese per mano e lo condusse fuori. “E le
scarpe?” domandò il bambino, trattenendola sulla soglia...
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