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Muammar
Gheddafi, passando per l’ex
spia del Kgb
Vladimir Putin e per il signor Joseph



Ratzinger,
monarca assoluto dello Stato non democratico della Città
del Vaticano: come il capo del berluscìsmo, così gli
individui dinanzi ai quali il berluscìsmo s’inchina
oscillano
fra il comico e il tragico, ma in una cosa sono tutti
uguali: nel calpestare i
diritti, il futuro e la vita di chi non può difendersi.
Variano i contesti, e i metodi più o meno spicci che
tali contesti permettono, ma l’odio contro i Bambini, le
Donne, i Migranti, i Poveri, i Lavoratori è per tutti lo
stesso: c’è chi gli rende la vita un inferno
coalizzandosi in mostruose organizzazioni criminali,
come gli “eroi”
alla Vittorio Mangano, chi con la violenza dei suoi
sbirri torturatori, come il Gheddafi, chi con la lucida
e fredda malignità di dogmi antiumani, come il
Ratzinger, chi con il gigantesco apparato repressivo
criminal-spionistico ereditato dal potere sovietico,
come il Putin, e chi, come il Berlusconi, aizzando coi
media l’odio di classe, la disperazione e il
terrore
dei
miserabili contro i miseri. Ma se si trova il coraggio
di alzare gli occhi da terra e le menti dagli
inginocchiatoi, non è difficile vedere che al di là dei
riti, delle chiacchiere, delle manfrine e delle
buffonate, uno è il grido di tutti loro, tanto rozzo
quanto disumano: baciamo le mani ai forti, spezziamo
le reni ai deboli. A quale scopo? Ancor più che per
il potere e il denaro, perché nei deboli gli sembra di
veder sempre risorgere, intatta, l’Umanità
che da sempre odiano e con ogni mezzo si sforzano di
distruggere.
Matto? Forse. Ma più lucido di un
serial killer
La
Repubblica del 18 agosto 2010 senza mezzi
termini descrive il defunto Cossiga
come un matto. Fu un depresso per tutta la vita,
scrive Eugenio Scalfari. La
 
capricciosità depressiva del suo carattere rendeva
precario e rischioso ogni rapporto. Era imbottito di
farmaci e non sempre con successo. Come tutti i
ciclotimici alternava fasi di cupa tristezza e atonia a
fasi euforiche e attivissime. Di grande intelligenza
appoggiata tuttavia a una piattaforma psichica del tutto
instabile, come ha potuto percorrere una carriera
politica di quel livello? Giuliano Amato descrive
una dimensione politica e pubblica investita
pesantemente dalle traversie personali e psicologiche:
da una parte una condizione psicologica difficile,
dall’altra una grande lucidità. E Filippo Ceccarelli
parla esplicitamente di follia in un paginone
aneddotico che è una sorta di galleria, anche
fotografica, di mezzo secolo di pagliacciate più o meno
macabre. Lì per lì la cosa ci ha sorpreso: non perché
fossimo all’oscuro delle condizioni psichiche dello
scomparso, ma perché di solito quel poco che rimane
dell’antica pietas, soprattutto verso i morti
eccellenti, induce i media a un qualche riserbo
sulle loro malattie, soprattutto se mentali. Per il
Cossiga invece non è stato così, e sospettiamo che anche
altri quotidiani si siano comportati allo stesso modo.
Ma lo stupore è durato poco, perché la spiegazione
dell’apparente mancanza di riguardo è semplice: ritrarre
il defunto come un matto che si comportava come tale,
indipendentemente dal tono pietoso o sarcastico del
ritratto, mira a occultare ― forse non solo a chi legge,
ma anche a colui che scrive e ha paura di scoprirlo ―
quel che la malattia mentale del Cossiga può invece
mostrare con grande evidenza: e cioè che la vera
malattia mentale non consiste nella stranezza più
o meno inquietante o buffonesca di un comportamento
quale che sia, ma nel segreto rigorosamente mantenuto ―
non per niente il Cossiga era un feticista del segreto ―
di un pensiero che lungo l’intera esistenza si svolge
assolutamente razionale, lucidissimo, perfettamente
coerente, ma invisibile, e che poi all’improvviso
dà di fuori in azioni spaventose pur avendo
sempre lasciato e lasciando così intatto, così “normale”
il comportamento, da permettere al malato qualsiasi
carriera, anche suprema, e agli altri di stupirsene
soltanto dopo, come sempre fanno non solo i
grandi editorialisti ma tutti i vicini di casa
intervistati dopo un’esplosione di follia. 1976.
Francesco Cossiga diventa ministro degli Interni. 1977.
Francesco Cossiga manda i carri armati a Bologna e uno
studente, Francesco Lorusso, viene ucciso da un colpo di
fucile sparato da un carabiniere; a Roma, poche
settimane dopo, durante una manifestazione indetta per
ricordare la vittoria nel referendum sul divorzio,
uomini in borghese mai identificati sparano ad altezza
d’uomo dall’interno dello schieramento di polizia
e uccidono Giorgiana Masi. 1978. Francesco Cossiga “non
riesce” a salvare Aldo Moro. 2008. Francesco Cossiga, a
proposito delle manifestazioni studentesche contro la
cosiddetta “riforma” Gelmini, dichiara: Maroni
dovrebbe fare quello che feci io quand’ero ministro
degli Interni... Lasciarli fare. Ritirare le forze di
polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il
movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e
lasciare che per una decina di giorni i manifestanti
devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano
a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del
consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze
dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e
carabinieri...
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Letture
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Lui invece, preoccupato e deciso,
guardava solo il gruppo davanti a sé: finalmente lo raggiunse,
s’infilò a testa bassa fra quei corpi tanto più grandi, a tentoni trovò
la mano di Etra in attesa della sua. Ma il gruppo si fermò, compatto,
come se il suo corpicino ne avesse inceppato il movimento, e a Fabian
rimase così poco spazio che dovette guardare in sù come dal fondo di un
pozzo, in cerca d’aria e di luce nel blu del cielo stretto fra tutte
quelle teste; poi si sentì tirare dalla maestra, e mentre avanzava a
fatica, trainato da lei, inciampando in grandi piedi nudi duri e
immobili come rocce, qualcosa di piccolo e morbido gli si strinse al
petto: la bambolina di Carla, passata nella sua mano destra senza che se
ne accorgesse. Come c’era arrivata? E Ilario? Era sparito? Ma le
domande svanirono: adesso era fuori dal gruppo, davanti a lui c’erano
gradini di pietre sconnesse e ciuffi d’erba verdi e bruni ― belli, ad
aver il tempo di esplorarli, come una minuscola foresta per formichine ―
e poco più sù altri piedi e altre gambe chiudevano la cordonata come un
muro: un muro d’uomini, tutti bianchi, che guardavano in silenzio al di
sopra del bambino come se fosse troppo piccolo per vederlo ― bianchi ma
abbronzati, e per di più scuri in viso, le bocche quasi senza labbra, i
nasi enormi ― eppure Fabian non ebbe tanta paura: sentì la bambolina
stringersi a lui ancora più forte, la maestra tirarlo, e facendosi
piccolo, curvo, nascondendosi dietro di lei, penetrò quella barriera
umana e l’attraversò. Gli uomini non si allargarono per fare spazio ma
neanche si strinsero, e ancora non dissero una parola. Solo quando
furono passati: “E allora?!” si udì una voce. E poi, facendosi via via
più sonora: “E allora?! Si può sapere cosa venite a fare? Parlo con te,
maestra! Si può sapere cosa volete?” Fabian, riconoscendola, non poté
non voltarsi: e come si era aspettato vide il sindaco tra quegli uomini,
un passo avanti a loro e con un bastone nella destra puntato a terra, ma
non come se vi si appoggiasse. E così anche gli altri, tutti avevano in
mano qualcosa di brutto: qualcuno un bastone ― rami nodosi scelti tra la
legna per l’inverno, come ne aveva anche la maestra dietro casa sotto
una piccola tettoia, grossi ma maneggevoli ― e qualcuno la lama
luccicante di un coltello o di un’accetta: “Parlo con te, maestra: cos’è
che vuoi?” gridò di nuovo il sindaco, e questa volta la donna si voltò a
rispondergli e il bambino si accorse che davanti ai Bianchi erano soli,
i Neri e Ilario erano rimasti al di là; poi la voce di Etra scoccò al di
sopra di lui, chiara e squillante sotto il sole come gridi di uccelli in
volo verso il mare: “Devo dirlo a te cosa voglio, uomo? E
da quando?” “Sono il sindaco o no? Sono il sindaco oppure no?”
“E
allora che bisogno hai di bastoni
e coltelli? Comanda, no? Se sei il sindaco, ti ubbidiremo.”
L’uomo
ribatté, aggressivo, altre voci si accodarono alla sua, monche, dimesse,
stanche da far quasi pena, e la donna senza perdere un istante replicò
anche lei più volte, calma, battagliera, fendendo e disperdendo le
parole loro con acuti limpidi suoni che sembravano cadere dal cielo; ma
Fabian non li ascoltava, non li guardava più: schiena a schiena con la
maestra come con uno spadaccino che combattesse per lui, non aveva occhi
che per l’infelice famigliola nel cortiletto infuocato, saltata fuori
nel sole accecante come da un buco nella terra: l’uomo dai capelli ritti
― il papà, era il papà di Jorge e Carla! ― che tremava tutto e con la
bocca faceva versi, come se non sapesse parlare; Peter ― ecco dov’era! ―
che lucido di sudore, pallido, incombeva di sbieco sul padre come un
cavallo spaventato, gli occhi pieni di lampi; la donna, la mamma!, che
in ginocchio abbracciava mugolando il marito saldandolo al suolo come un
viluppo di radici cresciute dal suo stesso corpo; e soprattutto Jorge,
che balzando di qua e di là come una cavalletta era salito sul
muricciolo e lo fissava come se la vista di Fabian fosse per lui l’unica
sostenibile, eppure non dava segno di riconoscerlo: “Jorge! Scendi!
Scappiamo!” avrebbe voluto gridare, ma c’era troppo chiasso, a un tratto
parlavano tutti insieme, e in quella tempesta di voci gli faceva paura
sentire che Etra adesso lo urtava leggermente con la schiena ogni volta
che rispondeva loro, come se quelli la spingessero indietro. Dov’è
Carla?, pensò, e sùbito, ricordando che era a casa di Ilario, di nuovo
si volse a Jorge che non smetteva di fissarlo: “Jorge!” pensò con tutte
le forze, “Jorge!”; ma le labbra rimasero serrate, gli occhi non
poterono più guardarlo, le gambe si mossero da sole intorno a quelle di
Etra, sfiorandole con l’incavo delle ginocchia, sentendone ogni
vibrazione, lo riportarono davanti a lei ― tra lei e i Bianchi che la
stringevano da tre lati, e i Neri che intanto si erano mischiati ai
Bianchi e con le braccia, le mani e le gambe nude ne lambivano i pugni
serrati, i legni, le lame ― e poi, contro la sua volontà, da lei lo
distaccarono come una fogliolina dall’albero, lo spinsero dentro la
ressa ― non c’era altro modo! ― come se non più gambe fossero ma spire
di serpente, e finalmente lo portarono al di là, fuori da tutti quei
corpi, solo dinanzi alla cordonata deserta che tornava al mare, alla
casa di Etra, e ciò nonostante più spaventato di prima, gli occhi pieni
di lacrime, la mente sospesa su un precipizio ― ma senza ancora vederlo
― irto di orribili ricordi confusi di altre folle, altre grida, altri spaventi.
Corse giù, ogni balzo un intero gradino, alla disperata, gambe e piedi
che spiccavano salti e occhi che non facevano in tempo a precederli dove
toccavano terra: vide dall’alto, come se volasse, che qualcosa gli
veniva incontro, come una libellula vede per un attimo quel che sotto di
lei erompe con le fauci spalancate dall’acqua stagnante, e sùbito fu
preso come in una rete tra le braccia e le gambe di Fulvio chino su di
lui a guardarlo beffardo, di nuovo in forze, lo sguardo e la presa pieni
di frenetica energia: “Dove vai? Fermati!” gridò, tenendolo con entrambe
le mani. “Scappi!” soggiunse, senza aspettare risposta, e Fabian, al
pensiero che stava proprio scappando, per la vergogna smise di
dibattersi. “Voglio andare a casa,” disse. “Prima volevi andare dalla
maestra, hai detto. Invece l’hai lasciata sola e sei scappato.” La
risposta che gli venne gli sembrò vera: “Volevo prendere un coltello,”
disse. “Sei matto? Per farci cosa?” “Loro hanno tutti i coltelli e i
bastoni.” “Loro chi?” “I Bianchi,” fu per dire il bambino, ma si
trattenne: anche Ilario era bianco, e lo era anche lui. “Forza: torna sù
con me o vattene!” ordinò il saltimbanco, liberandolo.
(La
storia continua... torna a trovarci!)
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