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Analisi Collettiva - Incontri

 

Roma, Villa Piccolomini, 5 novembre 2004

 

 

Sette domande a Fausto Bertinotti

 

 

2004 - Nuove Edizioni Romane

 

 

Analisi Collettiva - Incontri, Roma, Villa Piccolomini, 5 novembre 2004, "Sette domande a Fausto Bertinotti", 2004, Nuove Edizioni Romane.

 

Solo la nonviolenza si oppone al potere. Poiché il potere è violenza.

Analisi Collettiva - Incontri, Roma, Villa Piccolomini, 5 novembre 2004, "Sette domande a Fausto Bertinotti", 2004, Nuove Edizioni Romane.

La copertina del libro.

Il 5 novembre 2004 ha avuto luogo a Roma, presso il Centro Dionysia a Villa Piccolomini, un incontro con Fausto Bertinotti e Pietro Ingrao sul tema della nonviolenza, organizzato dalla Libreria Amore e Psiche e coordinato da Luca Bonaccorsi. La discussione traeva spunto dal volume Agire la non violenza (Edizioni Punto Rosso, 2004), che raccoglie gli atti dell’omonimo convegno tenuto dal Partito della Rifondazione Comunista a San Servolo, l’antico manicomio di Venezia, il 28 e 29 febbraio 2004.

Come hanno rilevato i giornali nei giorni successivi, si è trattato di un evento straordinario sia per la presenza attenta e partecipe di circa duemila persone, sia per l’originalità e la complessità dei contenuti emersi, che hanno spinto lo stesso Ingrao a suggerire di pubblicarne prontamente i testi.

Questo libro accoglie il suggerimento e contiene la trascrizione del dibattito, accompagnata da alcuni materiali che ne testimoniano radici e sviluppi: un’intervista dell’Editore a Fausto Bertinotti, gli articoli sull’incontro apparsi sulla stampa e, infine, estremamente attuale, un’intervista rilasciata da Massimo Fagioli nel 1980.

 

“Un grande evento culturale, un incontro e un confronto di alto valore e spessore politico...”

Così Fausto Bertinotti parla dell’incontro, promosso dalla libreria “Amore e Psiche”, avuto insieme a Pietro Ingrao con l’Analisi collettiva dello psichiatra Massimo Fagioli...

“Sono state due ore intense e piene di emozione,” racconta Bertinotti. “È accaduto l’inimmaginabile, mai avrei pensato di trovarmi di fronte ad una platea con tanti giovani così competente ed attenta, preparata e piena d’interesse per la politica che al contrario non sa parlare alla gente ed ai giovani...

Seppure questa fantastica realtà fa ricerca sulla psiche e sul profondo dell’essere umano, è capace di relazionarsi con la cultura, con la politica, con quel che accade nel mondo”.

 

L’Unità”, 7 novembre 2004

(dalla quarta di copertina)

Fausto Bertinotti (rispondendo a David Armando)

 

Debbo dire che, se non l’avessimo un po’ pensata prima, mi sarebbe venuta l’idea della nonviolenza in questi termini politici, pragmaticamente politici, alla luce del risultato delle elezioni degli Stati Uniti d’America, perché la vittoria di Bush ― non voglio introdurre un argomento sgradevole ― non può essere indagata solo nella sfera della politica: quello non vince perché (come si parla molto in Italia) ha un buon programma, ha una buona leadership... anche se fa un po’ schifo come leadership, e come programma pure. Guai, però, a sottovalutarlo, guai a confondere la sua “sgrammaticatura”, la sua rozzezza, questa idea di capo militare, con una debolezza.

In realtà, attraverso un’operazione ideologica, Bush e i suoi raggiungono il profondo della società, intervengono direttamente sulle paure del nostro tempo, sulle insicurezze. Gli danno una risposta magari repellente, dicono: “Tu sei uno straccione, disperato, sei un lavoratore povero, lavorando guadagni meno dell’indennità di disoccupazione, ma fai parte dell’Impero. E stai con me, con questo condottiero che ti guida contro il Male. Noi saremo l’Impero del Bene contro il Male, e allora dimentica per un momento i tuoi stracci e anche nel voto ti identifichi con me e con questa impresa, con questa nuova promettente impresa in cui noi combattiamo il Male”.

Ritorna cioè l’idea della coppia amico/nemico, e ritorna un’idea che può farcela proprio perché si è lasciata permanere sul fondo l’idea del nemico. Se noi non riusciamo a sradicare l’idea del nemico, noi troviamo sempre un nemico che ci batte. (applausi) Se non riusciamo a costruire questa alterazione del terreno del conflitto, non possiamo farcela.

 

(pp 29 - 30)

 

 

Rai 3, "Primo Piano", martedì 26 febbraio 2008: Intervista a Fausto Bertinotti

Fausto Bertinotti intervistato da Maurizio Mannoni

(Rai 3, Primo piano, martedì 26 febbraio 2008)

 

 

 

Fausto Bertinotti (rispondendo a David Armando)

 

C’è qualcuno che può pensare cioè, collocandosi sullo stesso terreno, di vincere una contesa che può portare invece alla distruzione dell’umanità? E del tutto evidente che questa possibilità non esiste, e dunque che bisogna sottrarsi, che bisogna mettersi fuori dalla spirale e che bisogna battere un’altra strada.

E non ha senso la domanda: “Ma tu riesci a fermare domani la guerra?” Se non è domani è dopodomani, ma è certo che, se mi metto sul suo terreno di opporre a quelle armi delle altre armi, certamente vengo coinvolto in una spirale distruttiva e autodistruttiva. Non ho altra strada che chiamarmi fuori, che battere un’altra strada, che fare un altro cammino, che cercare degli altri convogli su cui salire.

Noi abbiamo alle spalle una storia, noi che affermiamo come diceva Bernardo: “Siamo nani seduti sulle spalle dei giganti”; noi, i “nani”, veniamo dalla grande storia del Novecento e in particolare da quella storia comunista, socialista, del movimento operaio che ha tentato la scalata al cielo, che ci ha provato, che ha provato a dire: “Non è nel destino iscritto che ci debbano essere oppressi e oppressori. Non è che nel destino dell’umanità ci sia scritta la parola sfruttamento e la parola alienazione. Proviamo, a liberarcene”.

Storia gigantesca, non ne facciamo certo qui il bilancio, ma come si fa a non vedere che, in questa storia gigantesca, la tragedia, gli errori e gli orrori sono anche derivati da una idea di poter costruire la tua liberazione attraverso un corpo di azioni che, anche mediante la violenza, si impossessavano del potere? Come fai a non vedere che, in quella idea di “conquistare il potere” per realizzare attraverso quello il processo di trasformazione, c’è stato in nuce un elemento che poi si è vendicato contro di te e che nella difesa del potere ha realizzato delle pratiche sistematicamente violente che ti rinviano a grandi questioni? La prima è proprio la questione del potere... Non ce la caviamo, non ce la caviamo proprio, appiattendo il potere sul capitalismo. Il capitalismo è l’elemento che determina il modo di produzione che produce lo sfruttamento, ma il potere lo attraversa e va anche oltre.

Il potere non è una macchina che puoi guidare e portare dove vuoi: ha un suo linguaggio, ha una sua logica interna, e questo linguaggio ha a che fare con il dominio capitalistico come con il patriarcato, come con tutte le altre forme di oppressione e di violenza. Tu devi sottoporre a una critica il potere, non puoi pensare che se lo prendi tu è buono e se lo prendono gli altri è cattivo.

(...)

Infine, il futuro. lo penso che l’unico modo di riattualizzare un termine grande e terribile come rivoluzione sia quello di fondarlo su un rifiuto della delega al potere, al partito, allo Stato, alle avanguardie organizzate, a chicchessia, che il processo di rivoluzione può riattualizzarsi in una società complessa come questa se viene vissuto dai soggetti critici che vogliono e possono produrre la liberazione. E dunque la nonviolenza si rivela l’unica pratica possibile, anche perché, se vuoi costruire la liberazione e vuoi in qualche modo partire dagli ultimi, devi consentire questa pratica a chiunque.

Il potere e la violenza selezionano anche le forze che pretendono di cambiare il mondo. Il potere e la violenza producono una selezione interna ai soggetti. La nonviolenza produce il massimo di idea di eguaglianza nella possibilità di partecipare al cambiamento e nell’impossibilità invece di stabilire una cesura tra l’oggi e il domani, tra la tua vita e il mondo che vuoi cambiare.

Viene citata in quel volume, e ho finito, una canzone che porta i versi di Franco Fortini; è una canzone che è stata molto importante nella mia generazione. Si chiama Oltre il ponte, quella canzone, e dice: “Oltre il ponte tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuore”. Non funziona, non funziona!

C’è un po’ di male anche nel nostro cuore, c’è un po’ di male che è stato depositato... Io non credo che sia necessaria una visione pessimistica dell’Umanità, come segnata da un peccato originale da cui non può uscire se non nella trascendenza ultramondana, non lo credo, ma credo che ci sia il deposito del male, un deposito del male in cui anche il tuo avversario rischia di condizionarti.

Un amico che mi è molto caro lo dice spesso parlando della Palestina. Dice: “La cosa che non perdono a Sharon, e ai suoi, è che ha portato una parte dei miei a reagire con le stesse armi”. In qualche modo, appunto, a incorporare questo male nel loro cuore. E un pezzo ce l’abbiamo tutti.

La nonviolenza fa pensare alla liberazione non solo come una conquista ma anche come un processo di partecipazione, come realizziamo questa conquista. Grazie. (applausi)

 

(pp 32 - 35)

 

 

 

Fausto Bertinotti (rispondendo a Serena Pandolfi)

 

Un partito come quello comunista e il movimento sindacale italiano hanno costruito quello che Pasolini ha chiamato “un Paese nel Paese”. È stata più importante, almeno per me, questa costruzione che non la sua linea politica, il suo programma, ciò che diceva della Democrazia cristiana. No, quello che è stato fondamentale è stata la costruzione delle Leghe, delle Case del popolo, delle Camere del lavoro, del rapporto tra operai e intellettuali, della costruzione di comunità, di intelligenze che praticavano una critica vissuta di tutte le forme di violenza quotidiana che si producevano, dall’organizzazione del lavoro all’organizzazione della società.

 

(p. 41)

 

 

 

Fausto Bertinotti (rispondendo a Serena Pandolfi)

 

Innanzitutto, il rapporto tra la nostra esistenza, chi siamo, e la politica. È questo un tema fondamentale e per molto tempo negletto, perché ci siamo rifiutati di considerare la personalità umana nel corso della storia, convinti, come eravamo, che tutto si risolvesse nel rapporto tra le masse organizzate, le forme di organizzazione e il processo di trasformazione, una sorta di depersonalizzazione del corso storico, un rifiuto a considerare la personalità perché sembrava che così facendo diminuissimo il valore e la capacità delle masse di essere protagoniste collettive.

E così abbiamo perso delle cose, e c’è voluta la rivoluzione femminista per indurci ad una riflessione di fondo, per indurci a considerareadesso scusate la citazione banalissimache il personale è politico e per provare a indagare allora il rapporto che c’è tra l’agire collettivo e la tua storia, la tua biografia personale, i tuoi affetti, i tuoi sentimenti.

Solo più tardi, abbiamo imparato che i sentimenti e le emozioni fanno parte integrante della politica, che anzi la politica, senza avere la capacità di considerare sentimenti ed emozioni, si riduce a un arido conflitto in cui il potere prende il sopravvento sul tema della trasformazione.

Dunque, diciamo, un elemento di conquista che, vorrei dire a chi ha fatto una domanda così impegnativa, cerca di uscire dal binomio in cui non dobbiamo rimanere costretti, secondo cui l’uomo è cattivo perché la sua natura è segnata dal malenella nostra cultura dal peccato originaleoppure, un’idea secondo me altrettanto improbabile, che l’uomo è bene e che dunque, liberato dai ceppi del potere o anche di quella particolare forma di organizzazione dello sfruttamento e dell’alienazione che è la società capitalista, si risolverebbe al bene a cui è impedito da fattori esogeni.

Io penso che qui è data la terza via interpretativa: l’uomo non è né male né bene, ma questa non è una banalità, ci costringe invece a indagare i processi, le relazioni sociali, i corsi storici, i rapporti con le condizioni ambientali, a declinare uomo e donna intanto e non solo uomo al maschile e poi a declinare uomini e donne per i luoghi che abitano, per come mangiano, per come bevono, per come leggono, per come stanno, perché fanno i confronti, e a impedirci di incapsularli in assoluti. Solo questo vuol dire avere il senso del limite, accettare il limite di una parte che fuoriesce dalla politica e che non conosciamo, o che almeno non conosciamo come politici.

Io non so dire cosa sarà l’uomo ― e la donna ― il giorno in cui ― e avverrà ― ci saremo liberati del capitalismo. Perché mi astengo dal dire che sarà costruito l’uomo nuovo? Perché questo precisamente propone l’idea di una rottura antropologica e di un’altra antropologia che, sottraendoci dal percorso e dal processo, in qualche modo fa pensare a un qualcosa o a qualcuno che plasma questa nuova antropologia e questo uomo nuovo. E se c’è un uomo nuovo c’è la volontà magari di uccidere quello vecchio. Non ci sto. Voglio che vivano quello nuovo e quello vecchio insieme nella possibilità di cambiare il mondo e, cambiando il mondo, cambino le loro relazioni.

 

(pp 42 - 43)

 

 

 

Fausto Bertinotti (rispondendo a Luca Bonaccorsi)

 

Ma oggi siamo o no di fronte a un salto, e questo condiziona o no la nostra cultura? Questo salto è la trasformazione del vivente, dell’organico in materia prima, e non solo la natura, gli animali, ma le persone, fino alla banalizzazione della clonazione.

Ma che cos’è questo, se non l’idea che tu puoi usare anche i corpi come materia prima di un processo produttivo, di scambio, in cui tutto viene ridotto a merce (compreso il tuo fegato che può essere comprato per essere venduto a un altro, e comprato a più basso prezzo se sei nero, e a prezzo più basso ancora se sei nero di una realtà che è quasi misconosciuta nel mondo? È possibile che questo processo lasci senza conseguenze gli assetti psicologici, gli elementi affettivi, il sistema di relazione? Oppure, invece, ciò che viene indotto da questo elemento contribuisce a fare una parte del nostro essere umano, sebbene la presunzione del capitalismo di sussumere dentro di sé tutto e di ridurre tutto a merce non funzioni mai perché, come diceva Claudio Napoleoni, “c’è un residuo che resta fuori”. C’è sempre un residuo che resta fuori e da questo residuo, sia esso materiale che immateriale, di psiche, di comportamento umano, di lotta, di resistenza o politica, ricomincia la storia.

 

(p. 45)

 

 

 

Fausto Bertinotti (rispondendo ad Andrea Masini)

 

Ho già detto in apertura che non sono sicuro di una riflessione più di fondo sulla natura dell’uomo, sulle dimensioni etiche coinvolte necessariamente in questa ricerca. Adesso sono state sollevate delle questioni rilevantissime che hanno a che fare con la psiche, con ciò che è nascosto, nascosto anche alla conoscenza, le pulsioni umane più recondite che solo attraverso certe metodologie, pratiche, sistemi di relazione, puoi immaginare di sondare, fin dove sono sondabili, ricavando da questa ricerca dei modelli interpretativi come quelli che venivano qui formulati, al punto che dall’indagine che riguarda la psiche individuale si possono ricercare modalità di comportamento che entrano direttamente nell’agone della politica, nel comportamento, nel conflitto, nello scontro dei rapporti di massa e tra il potere costituito e le pratiche critiche di massa. Si affronta così la questione dell’alterazione della realtà, non semplicemente la possibilità di repressione che pure è questione gigantesca, perché come si reagisce alla repressione è un punto essenziale di questa ricerca, ma proprio l’alterazione della realtà, ciò che in qualche modo determina o predetermina le condizioni affinché possa essere considerato legittimo dai più anche l’intervento repressivo, cosa che scatta quando ti senti minacciato da una presenza che puoi considerare inquietante o che ti viene presentata come inquietante attraverso una sofisticata operazione culturale.

Io non trovo però un’altra possibilità di risposta che quella della capacità di demistificazione, cioè di contrastare sul terreno della formazione del senso comune la costruzione di un’alterazione prodotta ai fini della conservazione del potere e della difesa di certi sistemi di relazione sociale. Non vedo altro strumento.

(...)

Se la mia generazione fosse stata protagonista di quella manifestazione, la generazione che ha fatto il suo banco di prova negli anni ‘68, ‘69, ‘70, sarebbe stata una strage, perché avremmo avuto uno scontro militare diffuso in tutta la città.

(...)

No, non può essere considerata un’operazione violenta la “demolizione” anche di costruzioni culturali complesse. Non può essere considerato come una fuoruscita dalla nonviolenza il fatto che io, che so, denunci i comportamenti della Chiesa o dell’Unione Sovietica o della comunità psicoanalitica che si è irrigidita in uno schema, diciamo così, autodifensivo. No, indubbiamente! Anzi, dico di più: l’esercizio della pratica critica è costitutivo della nonviolenza. Non si dà la nonviolenza senza la critica. La nonviolenza è insieme l’esercizio e l’inveramento di una capacità critica, altrimenti c’è la passività. La nonviolenza è il modo più radicale di esprimere la critica all’ordine delle cose esistenti perché sta fuori dal suo linguaggio. (applausi)

(...)

E qui torno, e fìnisco, alla questione elementare che volevo porre: violenza e forza non sono la stessa cosa. Il problema della forza c’è, in politica il problema della forza esiste. Il problema è di come si costruisce e si esprime una forza. Quello che contesto è che, per avere la forza di trasformare la società capitalista e di dare avvio a un processo di liberazione delle donne e degli uomini, bisogna ricorrere alla violenza, alla conquista del potere attraverso la violenza e alla difesa del potere attraverso la violenza. Per questa strada non si fa il comunismo ma, secondo me, si fa il suo contrario. Con la migliore delle intenzioni, con la più grande generosità, realizzando nell’esperienza anche reali processi di liberazione, si costruisce un sistema di oppressione. Alla fine quello che era di intimamente contraddittorio con la liberazione ti mangia.

 

(pp 52 57)

 

 

 

Giulia Ingrao (a Fausto Bertinotti e a Pietro Ingrao)

 

Per essere più chiara permettetemi un riferimento personale. Sentire la mancanza di qualcosa è stato per un periodo della mia vita fonte di crisi rispetto alla mia militanza politica. Pur non iscritta al Partito comunista ne ho condiviso gli ideali e partecipato a tutte le sue battaglie, ho fatto mie le sue bandiere e i suoi simboli, la mia identità era questa, una comunista. A fatica tra entusiasmi, incertezze e dubbi ho cercato di capire il perché di questa adesione e insieme insoddisfazione. In ogni militanza o scelta di vita non tutto è chiaro e fila liscio, ma se c’è qualcosa che ti angoscia e ti fa star male non basta pensarla come naturale dialettica.

(...)

Chiedo a Bertinotti e a Ingrao se “provare a ragionare sul processo di liberazione”, come scrive Bertinotti, non presupponga la necessità di fare una ricerca sulla realtà umana superando la scissione sempre proposta tra realtà materiale e realtà psichica, e non solo perché sono gli uomini, le persone, ad agire una politica ma perché questo permette di uscire dallo stallo del rifiuto della violenza senza la costruzione di una identità umana non violenta che permetta rifiuti radicali se necessari. Intendo identità dell’essere umano, non la semplice nobile aspirazione, testimoniata pubblicamente in vario modo, ad una umanità che coesiste pacificamente e solidalmente.

Le idee nuove ci sono e non sono astratto filosofeggiare, partono da un uomo non dimezzato, uomo che è affetti immagini e corpo, corpo e psiche, realtà e pensiero, parti ambedue essenziali operanti e influenti sull’agire, anche politico.

Mi preme inoltre proporre di riflettere su possibili equivoci e confusioni sul concetto di violenza. Mi auguro che nessuno di noi si fermi solo alle affermazioni del Pontefice sulla guerra. Leggo su un giornale del 21 ottobre: “La Chiesa detta le regole etiche all’uomo e ai governi”. Con il Nuovo catechismo la Chiesa cattolica ordina agli Stati ed ai governi, e quindi a chi deve loro conformarsi, non solo quello che devono fare e pensare ma anche quello a cui credere, esercitando una violenza a mio parere più sottile e più grave di quella fisica, una violenza sulla mente e sulla coscienza degli uomini.

Non illudiamoci di vivere in una società in grado di neutralizzare simili ingerenze. Nell’articolo I liberali e i veri cristiani (La Republica, 1.11.2004) sul mancato riferimento alle radici cristiane dell’Europa nella Costituzione, Giuliano Amato, un laico, pur non rammaricandosene tuttavia sostiene l’importanza di far riferimento ai valori cristiani (cito sue parole) “come una risorsa essenziale per la tenuta stessa della società del nostro tempo (...) per frenare la spinta che c’è fra noi ai diritti senza limiti, alla libertà senza responsabilità, ai rapporti interpersonali costruiti sulla sola convenienza e non sull’etica”.

Siamo dunque noi uomini tendenzialmente cattivi dalla nascita perché marchiati dal peccato originale? Perché non approfondire la ricerca sulla mente umana e ipotizzare una malattia del pensiero piuttosto che affermare una naturale diabolica cattiveria dell’uomo da contenere con dogmi e limiti al pensare?

Dimentichiamo le battaglie combattute da milioni di donne e di uomini senza tonaca e senza saio contro la schiavitù, lo sfruttamento, il colonialismo, la pena di morte, per il divorzio, per l’aborto, per la libertà della ricerca scientifìca, per una legge umana giusta sulla procreazione assistita, quindi per la difesa della dignità dell’essere umano, per vivere in un tessuto sociale civile.

Questi uomini si sono trovati sempre accanto la Chiesa cattolica?

Ci dicono che Bush è stato eletto con i voti dei neoconservatori della profonda America, destra che pone i valori della famiglia, della religione alla base dell’identità americana. Un’identità però senza conflitti con l’intolleranza, l’individualismo, il culto delle armi, la pena di morte, le macerie, i civili morti in Iraq, un tessuto sociale frantumato. È forse la volontà di Dio?

Lasciatemi fare un rifiuto netto al dover pensare che per la mia dignità umana, per vivere secondo un’etica umana, ho bisogno della tutela di valori in nome dei quali, ricordiamocelo pure senza retorica, si uccidono, si offendono, si umiliano tanti esseri umani.

 

(pp 60 - 64)

 

 

Pietro Ingrao

Pietro Ingrao

 

 

 

Pietro Ingrao (rispondendo a Giulia Ingrao)

 

Pensando alla mia vita ho una memoria vivamolto dolce direidi un grande giorno.

Era il 5 maggio del 1945.

Io ero nell’Esercito di liberazione quando venne la notizia folgorante che Hitler si era suicidato e i sovietici e gli angloamericani erano entrati in Berlino. Finalmente quella guerra feroce durata più di cinque anni e che aveva insanguinato tutto il globo era finita. Ricordo la gioia irrefrenabile, l’emozione di quell’ora.

E la memoria di quel mattino mi torna prepotente soprattutto se mi trovo a sfogliare un libretto, che consiglierei molto di far leggere ai vostri figli, e che allora mi sconvolse. Parlo delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza.

Lettere quasi tutte di giovanissimi. A volte composte solo di poche righe perché la fine della vita incalzava. E quelle lettere si potrebbero riassumere anche solo in due frasi: “Sto per morire, fatevi coraggio” o anche “Muoio con una speranza per voi e per il domani”. Quelle lettere di morenti parlavano dunque prima di tutto della grande speranza che era sorta traversando le vicende terribili di quel secolo. In tanti, anche in me. E invece io mi ingannavo.

Credevo che l’esperienza terribile vissuta a metà di quel secolo a livello del globo avesse recato una mutazione grande nella vita nostra e di quelli che sarebbero venuti dopo: avesse segnato un confine. Invece poi venne la delusione amara. Ricordo che in quegli anni tormentati era ancora in campo una parola: disarmo. Oggi essa è scomparsa. Non la pronuncia più nessuno.

In cambio sono emerse due parole che mi spaventano: guerra preventiva. Cioè è stata lanciata l’idea di una guerra nemmeno più motivabile con ragioni di difesa, che era a volte l’inganno, la bugia dietro cui i promotori della guerra mascheravano la loro scelta sanguinosa.

Ora anche quell’inganno, quella frode sono abbandonati. E vengono levate in alto come salvezza del mondo la bandiera e la pratica della “guerra preventiva”.

Su questo evento bisogna che noi chiamiamo a ragionare i vicini e i lontani, gli amici nostri e anche gli avversari: la guerra che fa oggi la più grande potenza del mondo nemmeno si maschera più da guerra di difesa. Anzi proclama dinanzi al mondo la necessità dell’attacco, ed esalta la sua capacità e volontà anticipatrice e salvifica. E l’uomo che ha lanciato ed esaltato quest’idea della guerra preventiva oggi (nel 2004, nota di ScuolAnticoli) ha riportato una clamorosa vittoria nella nazione più grande del mondo.

Fausto, amico mio, ancora anni fa, noi non lo immaginavamo. Io almeno non credevo che sarebbe venuto (o tornato) il tempo che esaltava, metteva sugli altari la volontà preventiva di appiccare l’incendio.

 

(pp 67 - 69)

 

Marco Bellocchio

Marco Bellocchio

 

 

 

Marco Bellocchio

 

L’ora di religione e Buongiorno, notte, i miei due ultimi film, in qualche modo rappresentano un eroe, un eroe insomma si fa per dire, un uomo normale che però è un ribelle che non ha bisogno per essere un ribelle di uccidere, di fare del male, di colpire; anzi, si separa, rifiuta proprio l’eroe negativo e violento de I pugni in tasca.

Ne L’ora di religione lui va al manicomio dove trova il matricida, il fratello matricida, proprio per dire, proprio per rappresentare questa separazione tra il nuovo eroe, colui che si è trasformato in qualche modo, che ha pensato, che ha imparato a pensare in modo diverso e non violento, e quello che è finito matto al manicomio per aver ammazzato la madre.

Così anche in Buongiorno, notte, nella infedeltà più totale rispetto alla cronaca storica, e per questo la sinistra spesso mi ha attaccatoanche sul tuo giornale, caro Fausto Bertinotti!ma non ha importanza.

Fausto Bertinotti

La critica non è una colpa!

Marco Bellocchio

No, assolutamente no. Praticamente anche lì c’è un personaggio femminile che non accetta l’ineluttabilità dell’assassinio, non accetta di eseguire un assassinio, si ribella, lascia libero nel modo più infedelmente storico Aldo Moro.

Questo per dire che la mia esperienza quarantennale, che ha naturalmente nella fine degli anni ’70 la mia partecipazione all’Analisi collettiva e il mio interesse e il mio coinvolgimento nelle teorie di Massimo Fagioli e poi successivamente nel lavoro insieme, proprio per il Diavolo in corpo ― alla fine degli anni ’70 non dimentichiamo che c’era il terrorismo esplosivo, ogni giorno c’era un delitto ― quell’esperienza e poi l’esperienza di Diavolo in corpo sia a livello di mia scelta personale, di mia ribellione personale, di messa in gioco personale della mia identità nel chiedere a uno psichiatra di venire sul set a lavorare insieme a me per darmi quelle immagini che io non avevo, sia poi nella rappresentazione di questo film, appunto di un ribelle che non fa del male a nessuno ma semplicemente si separa e di una donna che esce dalla malattia mentale senza che vi siano morti e senza che vi siano feriti... ecco, questi sono i punti della mia vita che per me sono molto interessanti e possono essere interessanti anche per voi proprio perché in qualche modo, parzialmente, io oggi penso, concepisco, immagino senza bisogno di rappresentare qualcuno che uccide. Cioè mi interessano personaggi che non siano violenti come quelli de I pugni in tasca.

 

(pp 74 - 75)

 

 

 

Fausto Bertinotti (rispondendo a Gabriella Armando)

 

Il punto è che è possibile tornare a ragionare su un bisogno di comunità, di appartenenza, di ricerca neoidentitaria che non ha un carattere regressivo, rivolto al passato ma, invece, investe con un’onda d’urto eccezionale il primato del mercato e il cuore delle politiche neoliberiste: la riduzione a merce, a valore di scambio non solo dei rapporti di produzione ma anche di quelli di riproduzione, di relazione sociale, fino a penetrare dentro il vivente e a porre in mano, al potere pervasivo delle multinazionali, i brevetti che danno la facoltà di imporre un dominio non più solo a categorie e classi sociali ma ad intere popolazioni. Su questa strada non è casuale che si incontrino esperienze che parlano di un “movimento spontaneo, popolare, senza selezioni economiche”.

(...)

Insomma, quello che pensiamo, è che sia da riattualizzare il tema della trasformazione e che, per fare questo, occorra una discontinuità con il pensiero e la pratica del Novecento. Lei fa un riferimento alla storia recente che ha portato allo scioglimento del PCI. Non intendo proporre un ragionamento su quella vicenda. La utilizzo per tentare di spiegare il nostro tentativo. Innovazione a sinistra è stata vissuta negli ultimi trent’anni come necessità di adeguamento all’esistente. Innovare ha significato, nella sostanza, rinunciare all’ipotesi della trasformazione, ritenuta impossibile e improponibile anche come orizzonte, per ridursi alla governabilità, rinunciare all’alternativa per l’alternanza. Nel linguaggio delle sinistre, innovare ha significato, nell’esperienza politica degli ultimi decenni, spostarsi più a destra. Noi, al contrario, proponiamo un’uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio del Novecento. Perché pensiamo che questa sia una proposta non solo auspicabile ma praticabile? Per due ragioni e, sempre per dirla nel nostro linguaggio, per una oggettiva e una soggettiva.

La prima è la crisi del neoliberismo e del sistema di guerra. Parlo di crisi in senso proprio. Quella che, con un ossimoro felice, è stata definita la rivoluzione restauratrice della globalizzazione capitalistica, che si presentava con la forza arrembante del pensiero unico del dominio del mercato e dello sviluppo senza crisi, ha perso gli artigli, se li è spuntati sulla roccia prodotta dalle contraddizioni create dalla sua politica, si impantana nella recessione e nel declino. La guerra, l’altra faccia della globalizzazione neoliberista, non risolve i conflitti ma, proprio per la sua natura di guerra immanente e permanente, li acuisce e ne crea di nuovi. Il neoliberismo e la guerra determinano una condizione di incertezza e instabilità generalizzate.

La seconda è l’irruzione del movimento chiamato altermondialista e dell’innestarsi su di esso di un nuovo movimento per la pace e di un nuovo conflitto sociale e di lavoro che ha affermato, in una pratica di movimento con caratteristiche mondiali, la possibilità della costruzione di un nuovo mondo.

L’instabilità prodotta dalle classi dirigenti e l’affacciarsi di questo nuovo movimento di contestazione mondiale delle compatibilità imposte dalla guerra e dalle politiche neoliberiste rappresentano le condizioni che possono consentire di proporsi concretamente di rendere nuovamente attuale la costruzione di una alternativa di società.

Parlo di possibilità, non c’è nulla di ineluttabile o di già scritto. Come già diceva Marx, alle classi in lotta può corrispondere un processo di liberazione che, alla fine, libera l’intera società, ma se il conflitto non dà luogo ad una nuova civiltà, può determinare la comune distruzione.

(...)

Le destre della “rivoluzione neoconservatrice”, negli anni Ottanta hanno sferrato un attacco poderoso alle ideologie, proponendo l’assolutizzazione del mercato e del profìtto. Naturalmente, era essa stessa un’offensiva ideologica ma mascherata dal carattere di critica a tutte le ideologie. In nome di questa critica, si è profetizzato e realizzato un primato dell’economia (ovvero del sistema di dominio pervasivo dell’impresa) sulla politica. La politica, ridimensionata a tecnica, veniva ridotta all’applicazione delle ricette che i poteri ademocratici di regolazione della globalizzazione neoliberista (il Fondo monetario internazionale, il WTO, ecc.) imponevano come dogmi assoluti e verità indubitabili.

Oggi, di fronte al fallimento di quella visione del mondo e all’incertezza prodotta nel cuore profondo della società, la destra conservatrice risponde con l’assolutizzazione della guerra, riscopre una ideologia regressiva e compatta in cui religione, nella sua versione fondamentalista e preconciliare, famiglia, nell’accezione più chiusa di relazione patriarcale, mercato, nei suoi aspetti più selvaggi nella rottura di qualsiasi elemento di coesione sociale e di compromesso del welfare state, stanno assieme nel fornire un rifugio dalla crisi di civiltà.

In questo senso, oggi sono le sinistre liberali quelle che maggiormente rimangono spiazzate, quelle componenti della sinistra moderata che, in nome della sussunzione nel quadro di compatibilità imposte dalla globalizzazione, hanno abbandonato una ricerca di fondo sulla cultura politica e sui valori della trasformazione.

Nei termini della politica più semplificata, è spiazzata l’ipotesi, ancora imperante nelle sinistre moderate, che la sfida con le destre si vince al centro, ovvero sbiadendo i contenuti della propria alterità rispetto alle destre e annacquando i caratteri fondamentali di un impianto politico e culturale. Insomma, per dirla in altri termini, sono spiazzate quelle sinistre liberali che hanno pensato di inseguire le destre sul loro terreno e smesso di produrre un autonomo progetto fondato su valori alternativi, primo fra tutti quello di uguaglianza.

 

(pp 88 - 97)

 

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Massimo Fagioli e lAnalisi Collettiva

Massimo Fagioli nella bella foto di Guido Fuà a corredo dell’articolo "Freud? È un imbecille", di Luca Villoresi, uscito su "Il Venerdì di Repubblica" del 15 marzo 1991.

Massimo Fagioli nella bella foto di Guido Fuà

a corredo dell’articolo Freud? È un imbecille, di Luca Villoresi,

uscito su Il Venerdì di Repubblica del 15 marzo 1991.

 

Massimo Fagioli, medico psichiatra, si è laureato all’Università di Roma in Medicina avendo intrapreso tali studi con lo scopo esplicito di interessarsi di realtà psichica. Dopo aver lavorato a Venezia, Padova e Kreutzlingen e dopo una lunga analisi personale e circa dieci anni di esperienza di psicoanalisi individuale, propose nel 1971 agli ambienti scientifici il risultato delle sue esperienze e della sua formazione con Istinto di morte e conoscenza, che suscitò le più varie reazioni; successivamente pubblicò La marionetta e il burattino, Teoria della nascita e castrazione umana e Bambino, donna e trasformazione dell’uomo. Dal 1975 Fagioli risponde alla domanda di psicoterapia di centinaia di persone nei seminari di Analisi Collettiva, sempre molto frequentati. Dal febbraio 2006 ha una rubrica sul settimanale left. Alcuni suoi corsi universitari sono raccolti nei volumi Storia di una ricerca, Das Unbewusste. L’inconoscibile, Una vita irrazionale e Fantasia di sparizione.

 

(Dall’intervista concessa da Massimo Fagioli a Franco Brancatella per Radio Blu il 2 febbraio 1980,

pubblicata su “Il sogno della farfalla. Rivista di psichiatria e psicoterapia”, 4, 1999, pp 5 - 12)

 

Domanda

(...)

Una brevissima scheda di presentazione: Massimo Fagioli si è laureato a Roma in medicina; specializzatosi in neuropsichiatria, ha lavorato negli ospedali psichiatrici di Venezia e di Padova e poi nella clinica di Binswanger a Zurigo.

Dopo una lunga analisi personale e dieci anni di esperienza di analisi individuale propose, nel ’71, agli ambienti psicoanalitici un primo lavoro, Istinto di morte e conoscenza, presto seguito da altri due: La marionetta e il burattino, del ’74, e Psicoanalisi della nascita e castrazione umana, del ’75.

A causa della critica a Freud contenuta in questi libri, critica serratissima, l’autore è stato espulso dalla International Psychoanalytical Association.

Nel settembre del ’75 Massimo Fagioli ha cominciato a tenere a Roma dei seminari pubblici e gratuiti che, frequentati attualmente da moltissime persone, svolgono una vera e propria analisi collettiva fondata sulla teoria esposta nei libri.

Intorno a questi seminari e ai libri si è aperto in Italia un dibattito le cui voci sono varie ed articolate; la maggior parte di queste, come mi è risultato essendomi un minimo documentato prima di introdurre Massimo Fagioli in questa breve conversazione di Radio Blu, dicevo, la maggior parte di questi interventi sono fortemente critici. Contengono delle accuse gravi e anche molto grevi, direi, nei confronti delle tematiche che Massimo Fagioli ha trattato nei suoi libri.

La curiosità che a me da ciò è derivata, di appurare cosa esiste al di là e al di sotto di queste accuse, deriva dal fatto che la maggior parte di questi interventi non danno, a me almeno non hanno dato, l’impressione di possedere delle motivazioni teoriche plausibili. Si sono limitati, la maggior parte, a una serie reiterata di attacchi violenti, ai limiti alcuni del turpiloquio, senza avere mai dato adito a uno scandaglio effettivo della teoria di Massimo Fagioli, tant’è che il primo intervento di taglio scientifico che è stato pubblicato è del giugno del ’79 e si tratta de Le malìe della strega, di Poggiali, pubblicato su “Psicoterapia e scienze umane”.

Da allora il silenzio, o meglio il vociferare multiforme di articoli e di pubblicazioni che Massimo Fagioli ha dovuto sopportare finora e che contro Massimo Fagioli lanciavano preliminarmente queste accuse: Massimo Fagioli è il “padrone del discorso”, cito tra l’altro il titolo di un articolo che è uscito qualche tempo fa sul “Messaggero”, il “demiurgo”, il “guru” che accanto a sé, attorno a sé fa nascere, fa sorgere questa selva, questa fungaia di persone disperate alla ricerca di una parola risolutiva dei propri problemi e delle proprie complicazioni esistenziali.

È stato coniato anche un termine, un neologismo: la maggior parte di queste persone sono massimodipendenti, cioè sono intossicate tanto della presenza di Massimo Fagioli da essere incapaci, presumo che questo è l’intendimento linguistico sotteso a questo termine, da essere incapaci di liberarsi, non solo adesso, della presenza di Massimo Fagioli e quindi della terapia psicoanalitica che lui propone, ma indefinitamente, da qui fino a chissà quando; cioè si propone, in pratica, un legame indefinito tra questi duemila, perché tanti ormai mi sembra che sono, giovani e meno giovani, che seguono i seminari di Massimo Fagioli, e la sua persona.

La persona di Massimo Fagioli è quella che abbiamo appunto qui, fisicamente presente, negli studi di Radio Blu.

(...)

 

Massimo Fagioli

(...)

Credo che possiamo riferirci all’inizio della presentazione, cioè all’osservazione chiara che al di là degli insulti, degli epiteti, una critica documentata alla teoria non c’è mai stata. E parliamo ormai di nove anni, non è un fenomeno transitorio, di distrazione. Ancora non c’è una critica documentata, tranne quella del giugno 1979 cui ho adeguatamente risposto. Alle altre cose ovviamente non rispondo. Questa è la ragione per cui io non rispondo mai al “Messaggero”, non rispondo mai a quella che chiamo una “ragazzuola”, che è una Stefania Rossini, perché richiedo che ci sia una base di serietà e di discussione; uno può fare tutte le critiche che vuole e me le deve fare, però su una base di serietà e di impostazione scientifica.

Il discorso può partire proprio da questo: tutto si è mosso con il primo lavoro, con la teoria. Potrebbe sembrare strano ad una visione immediata, sarebbe una situazione di bisogno immediato di giovani e non giovani di essere aiutati a risolvere i propri problemi di angosce, di impotenza, di depressione, di difficoltà varie personali che sono estremamente diffuse, come tutti sanno; però non si spiega perché, esistendo ufficialmente una psichiatria, un’analisi, una sociologia, seminari a non finire, da tutte le parti, questo fenomeno non si sia mai verificato. Come non credo che possa essere presa in considerazione la mia presenza fisica, come particolare individuo fascinoso (dopo vediamo quella storia del “guru”, non credo di essere fascinoso proprio per niente) che raccoglie tutte queste persone.

E allora bisogna fare un’ipotesi di lavoro: che la gente è più attenta di quello che sembra in apparenza. Evidentemente bisogna dedurne o ipotizzare come ricerca, non la do come certezza scientifica ma come ricerca sì, che quando c’è una comunicazione teorica o scientifica precisa, la gente sta attenta e la sente. La gente è venuta ai seminari perché io ho scritto tre libri. È venuta con tutte le ambivalenze possibili e immaginabili, come sempre accade in qualsiasi situazione di analisi, normalissimo, però è venuta; ed è venuta, ripeto, di sua spontanea volontà. Io non ho organizzato mai niente. Io, appunto, ero andato a Villa Massimo a fare una “privata” supervisione ad una quindicina, una ventina di colleghi analisti. Vista la mia esperienza, un professore di università ha detto: “Vieni a fare qualche seminario di supervisione agli analisti, visto che tu sei stato in Svizzera, hai fatto questo, hai fatto quest’altro”. E così è stato per la prima settimana. Dopo qualche settimana la stanza si è cominciata a riempire; ho dovuto fare un secondo, un quarto seminario e la stanza si è riempita sempre di più.

Evidentemente, questa è la conferma che esiste questa attenzione da parte delle persone nei riguardi dei messaggi scientifici; e allora qui c’è qualcosa rispetto alla politica tradizionale, criticabile o non criticabile; ma criticare la situazione significa criticare queste centinaia e centinaia e migliaia di persone che vengono. Qui o è una situazione che ha una base di validità, più o meno criticabile, discutibile, come sempre si deve fare in qualsiasi proposizione scientifica, oppure sono venuti fuori migliaia di matti che vanno non si sa bene da chi, non si sa bene dove.

Allora, cominciamo un po’ con la teoria, anche perché possiamo dedurre proprio da questo fenomeno del guru e del non guru che essa tocca la situazione particolare della scoperta specifica, il discorso dell’istinto di morte.

Il discorso è partito proprio con la denuncia dell’assenza dell’analista, e l’assenza dell’analista significa l’assenza della psicoanalisi, di settant’anni di psicoanalisi, nonostante che si dichiari ufficialmente presente. E l’assenza di chi si dichiara ufficialmente presente, ma in verità non c’è, è la realtà più dannosa e distruttiva che possa esistere. Meglio che non ci sia ufficialmente, perché è quella la situazione che inganna di più. Evidentemente, queste cose le persone le percepiscono. C’è una domanda, io facevo esempi, ricavavo queste osservazioni, come qualsiasi cittadino, da quella famosa manifestazione a Bologna, mi pare che sia del settembre 1977, in cui andarono quaranta, cinquantamila giovani, che non chiedevano immediatamente un posto di lavoro, non era una manifestazione sindacale per l’aumento dello stipendio o per la disoccupazione. Allora, queste decine di migliaia di persone cosa chiedevano? Chiedevano risposte, ce l’avevano in particolare con l’università e con una certa cultura dominante, non con l’aspetto tecnico dell’università che ci può essere in ingegneria, architettura, sul quale io non intervengo minimamente, non posso intervenire, ma con l’università come situazione di formazione delle persone, dei giovani.

E qui il discorso si potrebbe estendere molto. Vediamo se in base alle domande possiamo estenderlo, perché è molto ampio, ma io sono convinto che un cardine della cultura dominante è proprio il freudismo. Adesso non vorrei andare direttamente alle situazioni storico-culturali e magari anche politiche; ci possiamo arrivare più gradualmente; ora mettiamo a punto questa cosa qui: il guru va a negare proprio il cardine della scoperta analitica, che è la cura dell’alienazione religiosa umana. E da qui parte la scoperta. La negazione più grossa, anche se più grossolana, è proprio questa. Se c’è un’impostazione in cui non si può parlare di religiosità è proprio questa, perché denuncia, prima di tutto, l’alienazione religiosa, la fabbrica di dèi, in piccolo e in grande, quindi denuncia qualsiasi situazione di ruolo. Perché, gratta gratta, nella situazione di ruolo c’è un’alienazione religiosa.

(...)

 

(pp 159 - 165)

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Massimo Fagioli, La violenza che rende pazzi

 

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Libri di Massimo Fagioli

pubblicati dalla casa editrice L'Asino d'oro

Immagini e Testi tratti dal Sito della casa editrice L'Asino d'oro

 

Massimo Fagioli, "Istinto di morte e conoscenza", casa editrice L'Asino d'oro.

Massimo Fagioli, Istinto di morte e conoscenza

 

Che cosa sono il desiderio e l’invidia? Come e perché ci si ammala? Cos’è il sogno, dove nasce e cosa rivela? A quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, arricchito da nuove e significative considerazioni, torna nelle librerie Istinto di morte e conoscenza (l’Asino d’oro), il testo che rappresenta la base teorica e metodologica dell’attività clinica di Massimo Fagioli e che portò, nel 1975, alla nascita dell’Analisi Collettiva. Un’opera che, grazie anche a un linguaggio comprensibile a tutti, ha riscosso negli anni un grande successo non solo fra gli addetti ai lavori.

 

Il paziente teme il terapeuta assente, non quello presente”. “Si può essere presenti fisicamente, ma assenti in senso psichico. Assenti cioè nel rapporto interumano. Cosa accade quando il terapeuta è assente? Fagioli illustra, passo dopo passo, come il paziente diventa più aggressivo” del terapeuta stesso che, apparentemente, lo sta abbandonando. Questo “diventare più aggressivo” non viene però realizzato in maniera eclatante, ad esempio aggredendo l’altro fisicamente, ma con un cambiamento dell’assetto interno che può restare del tutto invisibile. Una sorta di black out interiore in cui l’altro e il rapporto con l’altro non vengono “rimossi”, ma portati a completa sparizione. Il nome dato a questa dinamica pulsionale è “pulsione di annullamento”. Essa può avere conseguenze catastrofiche se ciò che viene fatto sparire è rilevante dal punto di vista libidico come appunto il rapporto col terapeuta, ma anche una separazione o la morte di un familiare. Fagioli chiarisce che la pulsione di annullamento non è però necessariamente distruttiva. Con la partecipazione della libido essa agisce invece come matrice dello sviluppo psichico, ed è fantasia di sparizione. Una serie di riflessioni consecutive porta l’autore poi a formulare la nota Teoria della nascita. La scoperta cioè di come, dalle premesse biologiche dello sviluppo fetale, si arrivi ad una fondamentale trasformazione al momento della nascita. Momento in cui una realtà puramente biologica, quella del feto, si trasforma in realtà umana.

 

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Massimo Fagioli, Left 2006. Articoli 2006

 

Il libro raccoglie quarantatré articoli che Massimo Fagioli scrisse
per il settimanale
left nel 2006. Vi si può leggere, nei primi interessanti articoli, una difesa dagli attacchi del direttore ufficiale del settimanale, che non voleva che l’autore della Teoria della nascita avesse due pagine per esprimersi. Direttore e vicedirettore, noti per essere stati comunisti, con i quali si può pensare che ci sia stato un confronto, o piuttosto uno scontro ideologico, perché la stampa aveva scritto molto sugli incontri dell’Analisi collettiva con Rifondazione comunista e il suo segretario,

Massimo Fagioli, "Left 2006. Articoli 2006", casa editrice L'Asino d'oro.

Fausto Bertinotti. In realtà si deve pensare che l’opposizione fosse per il lavoro di psicoterapia di gruppo e per la teoria sulla realtà del pensiero senza coscienza, ovvero ciò che, storicamente, è detto inconscio. Per merito dell’editore di left, tuttavia, gli articoli furono stampati regolarmente ogni settimana. In essi l’autore, prendendo spunto da fatti o dibattiti attuali, presenta i pensieri e l’elaborazione teorica della sua prassi di psichiatra e psicoterapeuta. Riproponendo, così, la verbalizzazione del pensiero senza coscienza che si esprime con le immagini di cui aveva scritto circa quarant’anni prima. Le parole, il fraseggiare, la costruzione logica del pensiero deduttivo sembrano nuove e diverse, ma la visione della realtà mentale è la stessa dell’inizio della ricerca, fin dal 1960-62, con l’articolo sulla percezione delirante. Che da quando fu scritto, nel 1960, non è mai andato incontro a smentita né mai è stato contestato con argomentazioni teoriche.

 

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Massimo Fagioli, "Fantasia di sparizione", casa editrice L'Asino d'oro.

Massimo Fagioli, Fantasia di sparizione

 

Un grande successo editoriale: oltre 4.000 copie vendute in poco più di un mese dall’uscita. Il libro, il primo pubblicato dalla nuova casa editrice, è la trascrizione delle lezioni del corso tenuto dall’autore presso l’università “G. d’Annunzio” di Chieti nel 2007. Il testo è tuttavia il quarto delle lezioni tenute presso quell’università, iniziate nel 2002. Le Lezioni, insieme ai testi teorici dell’autore, proprio nel 2007 sono state edite in una nuova significativa veste grafica che abbiamo voluto mantenere anche in questa nuova edizione. Il volume, che ripercorre momenti fondamentali dell’

attività dell’autore, si sofferma in particolare sulla scoperta della nascita umana definendo la differenza tra fantasia di sparizione e pulsione di annullamento. Espone, attualizzandolo con continui riferimenti alla realtà culturale e sociale dell’anno a cui si riferisce, il pensiero di una ricerca che dura da cinquant’anni e che viene espressa e applicata a più ambiti sulla rivista di psichiatria e psicoterapia Il sogno della farfalla, il settimanale left e i primi quattro libri pubblicati dall’autore: Istinto di morte e conoscenza, La marionetta e il burattino, Teoria della nascita e castrazione umana, Bambino donna e trasformazione dell’uomo. Un pensiero e una ricerca che uniscono teorie assolutamente nuove sulla realtà umana inconscia ad una prassi di psicoterapia di gruppo nota con il nome di Analisi Collettiva. Teorie e prassi alle quali gli ambienti scientifici e culturali da una parte e la stampa nazionale e internazionale dall’altra si sono mostrati sempre interessatissimi, come dimostrano le polemiche e le discussioni sempre sollevate e tuttora vivissime.

 

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Il sogno della farfalla

Rivista di psichiatria e psicoterapia, trimestrale

Il sogno della farfalla è una rivista di psichiatria e psicoterapia che ha il suo punto di riferimento nei libri di Massimo Fagioli e nella ricerca dei seminari di analisi collettiva da lui condotti a partire dal 1975. La rivista, nata nel 1992, pubblica articoli su argomenti di psichiatria, psicoterapia, filosofia, politica sanitaria, linguistica, arte e letteratura ed accoglie contributi di studiosi italiani e stranieri che svolgano la sopraddetta ricerca, che ad essa indirettamente si connettano o che la discutano

"Il sogno della farfalla" - Rivista di psichiatria e psicoterapia, trimestrale, anno XVI

criticamente. La concezione della psichiatria che informa la rivista e la sua conseguente impostazione interdisciplinare fanno sì che essa si rivolga non solo a psichiatri, psicoterapeuti e specializzandi in psichiatria, ma anche a medici e insegnanti e, in generale, a chiunque sia interessato a una ricerca sulla realtà psichica.

 

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Libri di Massimo Fagioli

pubblicati dalle Nuove Edizioni Romane

Immagini e Testi tratti dal Sito delle Nuove Edizioni Romane

 

Massimo Fagioli, La marionetta e il burattino, 324 pp., € 24,00 ISBN 978-88-85890-82-4. Una critica radicale alla metodologia freudiana e alla sua ignoranza della dinamica controtransferenziale: il freudismo, oltre a ignorare l’istinto di morte, non è mai uscito dal presupposto che l’unica possibilità umana sia il rapporto di identificazione. 1974, 1976(2), 1977(3), 1978(4), 1981(5), 1991(6), 1999(7), 2002(8), 2008(9).

Massimo Fagioli, "La marionetta e il burattino", Nuove edizioni romane.

Testi di copertina

Perché l’odio faceva la castrazione reale, il minus incurabile, il suicidio. Moriva la fantasia. «Cos’è la fantasia?». «Tu puoi modellare la creta, costruire muri, dipingere le tele». «La fantasia è la distruzione dell’indifferenza degli uomini e della castrazione delle donne». Le mani servono a questo, a raccontare agli uomini di una speranza e di una gioia, di una intelligenza e di una fantasia; e le nostre mani sono uguali, vedi?

Secondo dei quattro volumi di Massimo Fagioli,
La marionetta e il burattino è il libro dei molti significati. Significato di sviluppo delle scoperte di Istinto di morte e conoscenza; significato di coerenza del discorso psicoanalitico reale; significato di coraggio, costanza e lavoro per il processo di conoscenza. Lo sviluppo delle scoperte sta nell’ampiezza della visione dei problemi e delle dinamiche psicoanalitiche che, oltre a centrarsi su dinamiche specifiche di rapporto interumano, si svolge comprendendo tutta la “metodologia” freudiana che oppone al disumano del malato psichico un disumano più regressivo fino all’annullamento più totale. La coerenza del discorso sta nello svolgimento degli accenni che, contenuti nell’ambito dei due pilastri del primo volume (la dinamica fondante la pazzia umana e la nascita dell’Io dell’uomo), trovano la loro concretezza teorica soprattutto nel capitolo che demolisce il concetto e la dinamica dell’identificazione e nel capitolo che chiarisce la reale dimensione del desiderio nel rapporto interumano. Il significato di coraggio, costanza, lavoro per il processo di conoscenza, si vede nel momento in cui si consideri il contesto storico nel quale il libro è stato scritto, ovvero nel contesto dell’operazione culturale di isolamento ed eliminazione cui il primo volume era stato sottoposto. La marionetta e il burattino è il libro delle molte scoperte. Scoperta della resistenza; scoperta dell’inevitabile controtransfert psicotico del “metodo” freudiano; scoperta dell’identificazione come prassi e teorizzazione del dominio nella società borghese; scoperta del desiderio come reale rapporto interumano; scoperta del metodo rivoluzionario (la maschera) e, infine, la fondamentale, scoperta della donna. Ed è il libro stesso con il suo essere come è che si costituisce come donna. Scientificamente rigoroso e profondamente poetico, rappresenta la donna come dovrebbe essere e come dovrebbe fare, resistendo alle tre streghe dell’annullamento, negazione e sadismo, resistendo alla tragedia della castrazione cui la violenza della società (non dell’uomo) la obbliga, resistendo al tentativo continuo di confonderla sulla propria realtà umana che non è mancanza di pene ma, come per l’uomo, inconscio mare calmo e desiderio.

 

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Massimo Fagioli, "Teoria della nascita e castrazione umana", Nuove edizioni romane.

Massimo Fagioli, Teoria della nascita e castrazione umana, 316 pp., € 24,00 ISBN 978-88-85990-99-9. Il superamento della contraddizione tra realtà materiale e realtà non materiale reso possibile dalla scoperta della dinamica della separazione creativa e della dimensione dell’essere per investimento sessuale che comporta una visione nuova della sessualità. 1975, 1976(2), 1977(3), 1978(4), 1989(5), 1995(6), 2003(7), 2005(8), 2008(9).

Testi di copertina

Vennero, dopo il terzo libro, a farsi interpretare i sogni. Vollero sapere perché... Prima una poi un’altra, poi un’altra ancora che prendeva il posto dell’una che si era rinnegata, si chinavano per diventare, rinunciando alla figura e alla coscienza, forme vaghe da cui proveniva il suono che tagliava l’aria tra analizzando e analista e che diceva: è vero. La coscienza che cadeva nell’inconscio si perdeva nella fantasia. «Non è importante essere creativi, è importante essere felici». «Non è importante essere intelligenti, è importante essere buoni».

 

Questo terzo libro di Massimo Fagioli è la dimostrazione della validità e della solidità del discorso iniziato con Istinto di morte e conoscenza e continuato con La marionetta e il burattino. Sono tre volumi che si pongono come momento fondamentale nella storia del pensiero. Rendono cioè passato quanto, fino a ora, era attuale. Il centro intorno al quale ruota questo libro è, infatti, la separazione. Non solo perché parla di essa, ma in quanto è la testimonianza, l’occasione e la proposizione di una separazione dal passato. Dalla castrazione alla nascita. Affinché il castrato possa trasformarsi e nascere come uomo è necessaria la denuncia e il superamento del fallimento teorico di Freud e la dimostrazione della verità di una analisi trasformativa della dimensione psichica umana. È quanto l’Autore fa articolando un’analisi accurata, ma sempre contenuta all’essenziale, dei nodi centrali del freudismo: la permanenza del dubbio per la mancata scoperta della pulsione umana di rapporto con la realtà, le contraddizioni della teoria del narcisismo primario, il fondamento della teoria del destino della castrazione e dell’identificazione sulla negazione dell’Io del neonato, la negazione del desiderio confuso con l’invidia, l’identificazione di Freud con Schreber, l’impossibilità di cogliere il reale contenuto patologico dell’omosessualità e di pensare il superamento del complesso edipico... ecco alcuni passaggi specifici del discorso che dimostra il fallimento freudiano. Essi chiariscono come la progressiva negazione, che troviamo nel freudismo, della sessualità, del desiderio, dell’essere della donna, della separazione come creatività, della realtà del pensiero umano non siano prodotti di una degenerazione, ma le conseguenze necessarie degli errori di Freud nella ricerca sulla realtà psichica umana. Caratteristico è lo stile nuovo con cui Massimo Fagioli propone le sue scoperte scientifiche, stile che ora si può comprendere come realizzazione della parola che dice, della parola limpida e piena, espressione dell’investimento sessuale che deriva dall’Io interno. Quell’Io originario della nascita che, attraverso le tappe fondamentali dello svezzamento, della visione dell’essere umano diverso, della pubertà, riesce a sfuggire all’annullamento dell’istinto di morte e a svilupparsi fuori dall’eterna e ripetitiva scissione tra mente e corpo che fa invece la parola vuota e confusa usata per confondere e paralizzare. È questa la ragione per cui i tre volumi, essendo teoria sulla nascita e nascita essi stessi, si offrono all’urto delle pulsioni e delle dinamiche che incontra l’Io dell’uomo allorché non si distrugga nella castrazione e nell’indifferenza, ma si confronti con esse. Ed è anche la ragione per cui lo scrivere e, rispettivamente, il lavoro della lettura diventano equivalenti al lavoro di ricerca psichiatrica.

 

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Massimo Fagioli, Bambino donna e trasformazione dell’uomo, 368 pp., € 24,00 ISBN 978-88-85990-27-2. Una storia, una ricerca, un metodo, una teoria. L’Autore, rispondendo a più di quaranta domande, racconta di sé, fa nessi con la storia del pensiero occidentale, esplicita concetti fondamentali sulla realtà psichica. Il libro è pubblicato in una
edizione preceduta da una nuova premessa dal titolo “Se avessi disegnato una donna...”. 1980(3), 1996(4), 2000(5), 2003(6), 2007(7).

Massimo Fagioli, "Bambino donna e trasformazione dell'uomo", Nuove edizioni romane.

Testi di copertina

La creatività è tale quando non è astratta e totalizzante, quando non c’è scissione tra corpo e mente, quando il fare è conseguenza del vedere, sapere, rifiutare l’amorfo, l’inanimato, il ripetitivo, lo stupido, il violento. Però è come se il silenzio che circonda lo scrittore avesse la sua risonanza lontana nel silenzio che il neonato crea nell’annullamento totale della realtà che lo circonda. Realtà inesistente che protegge la mente e la mano che segna le parole sul foglio trasformando i suoni in segni, in un misterioso ritorno al contrasto primario tra luce e buio ripetuto ogni volta che accostando colori diversi si distinguono gli uni dagli altri realizzando la propria immagine.

Questo quarto libro di Massimo Fagioli, comparso a distanza di cinque anni da
Psicoanalisi della nascita e castrazione umana, è dovuto all’interesse e alle domande che il Professor Domenico Corradini e i collaboratori della rivista “Prassi e teoria” hanno rivolto all’Autore. Doveroso e giusto, pertanto, riconoscere e ringraziare i filosofi per la intelligenza delle domande, la coerenza con cui sono state poste, la profondità e l’ampiezza della loro visione del “problema” psicoanalisi. Il ritmo delle domande, che si susseguono con una consequenzialità latente ma nettissima e facilmente evidenziabile, in persone che si dichiarano ufficialmente non esperte, dimostra la sensibilità con cui viene seguita la vicenda di una ricerca e di una scienza che si muove tra enormi difficoltà nei riguardi della cultura dominante. E, al di là del rapporto diretto con i filosofi interroganti, è da dire di altre innumerevoli domande che, ormai da anni, vengono poste con la trepidazione e l’ambivalenza che suscita la speranza di una cura della realtà psichica degli esseri umani. A esse questo libro vuole dare una e fondamentale risposta, quella essenziale ad ogni ricerca e cura psichica; la costanza e la continuità del lavoro. Vuole essere la realtà manifesta della interpretazione fondamentale di ogni analisi: la smentita dell’onnipotenza dell’istinto di morte, la smentita al pensiero comune della impossibilità di resistere e fare e pensare anche quando si è sottoposti a continui annullamenti, negazioni, sadismi. Anche quando viene minacciata la creatura di tutti per il rischio di trovarsi per strada... al freddo e alla fame.

 

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Massimo Fagioli, "Storia di una ricerca", Nuove edizioni romane.

Massimo Fagioli, Storia di una ricerca. Lezioni 2002, 432 pp., € 24,00
ISBN 978-88-7457-052-2 2006, 2007(2)

 

 

 

Testi di copertina

 

…queste che ufficialmente sono lezioni accademiche non sono però lezioni nel senso dell’esposizione, come accade normalmente, di nozioni, di dati scientifici assodati, risaputi, che l’ascoltatore o lo studente apprende per farsi un’identità professionale e poi applicarla in pratica... Sono anche ricerca, anzi, sono un corso di lezioni particolare proprio per questo, perché si accompagnano alla ricerca.

Ventisei anni dopo la prima edizione di
Bambino donna e trasformazione dell’uomo, con questo quinto libro di Massimo Fagioli ha inizio la pubblicazione delle lezioni che egli tiene dal 2002 all’Università di Chieti-Pescara "G.d’Annunzio". La ricostruzione del percorso compiuto e un confronto serrato con l’attualità offrono all’Autore l’occasione per approfondire e ampliare la sua teoria, e esporre la prassi di psicoterapia di gruppo che porta avanti da oltre trent’anni. Tema di queste lezioni, rivolte agli studenti del Corso di laurea in psicologia e frequentate da un vastissimo pubblico, è la storia di una ricerca: la ricerca svolta con l’Analisi collettiva a partire dal 1974-75, prima all’interno dell’Università di Roma e poi in uno studio privato, e quella precedente, iniziata con le esperienze psichiatriche condotte negli anni Sessanta a Venezia, Padova e Kreuzlingen e approdata alla formulazione della teoria della nascita esposta nei primi tre libri: Istinto di morte e conoscenza, La marionetta e il burattino, Teoria della nascita e castrazione umana. Insieme a tutto questo, il libro narra della formazione personale che sta alla base di un’identità psichiatrica. Nella Storia di una ricerca riaffiorano i temi dei primi studi dell’autore sul manierismo schizofrenico e sulla percezione delirante, il rifiuto della psichiatria organicista e del freudismo, la costruzione di una possibilità di conoscenza e di cura nei confronti della pazzia, e si sviluppa di pagina in pagina un discorso nuovo sulla realtà umana, sul pensiero non cosciente, il sogno, le immagini, il linguaggio, e il rapporto uomo donna. La ricerca proposta da Fagioli si confronta continuamente con altre realtà. Innanzitutto con la storia, intesa come storia della psichiatria e, più ampiamente, come storia dell’uomo; in secondo luogo con l’attualità, con il contesto culturale ma anche con i casi di cronaca giudiziaria che hanno posto all’attenzione generale il problema della malattia mentale; infine con il pubblico, in un rapporto tutt’altro che accademico da cui deriva il particolarissimo tono colloquiale delle lezioni e del libro.

 

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Massimo Fagioli, Das Unbewusste. L’inconoscibile. Lezioni 2003, 312 pp., € 24,00 ISBN 978-88-7457-051-5 2007

 

 

 

 

Testi di copertina

Massimo Fagioli, "Das Unbewusste - L'inconoscibile", Nuove edizioni romane.

 

…la realizzazione che la parola das Unbewusste significasse l’inconoscibile l’ho fatta più tardi. Forse se avessi capito subito che significava inconoscibile, per un eventuale residuo religioso che potevo avere ci avrei creduto e non avrei scoperto assolutamente niente.

La pubblicazione dei corsi tenuti da Massimo Fagioli all’Università di Chieti prosegue con questo volume che conferma il loro carattere particolare: dalla trascrizione delle parole dette si evidenzia come esse non rappresentino la semplice trasmissione di un sapere acquisito, ma siano divenute momento integrante di una ricerca originale e unica sulla dimensione irrazionale. A partire dal rifiuto ribadito della concezione secondo cui l’irrazionale costituirebbe una realtà inconoscibile, definita storicamente come l’inconscio (
das Unbewusste), l’Autore espone la sua critica radicale ai due cardini del pensiero occidentale, ragione e religione, riproponendo agli ascoltatori - e ora anche ai lettori - la possibilità di una cura della realtà mentale umana fondata sull’interpretazione della negazione.

 

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Massimo Fagioli, "Una vita irrazionale", Nuove edizioni romane.

Massimo Fagioli, Una vita irrazionale. Lezioni 2006, 240 pp., € 24,00 ISBN 978-88-7457-042-3 2006, 2007(2).
 

 

 

Testi di copertina

 

…In tempi lontani mi dicevano: "Tu non adoperi soggetto, verbo e complemento. Usi il linguaggio articolato in maniera tutta tua, personale. Non scrivi come ti ha insegnato la maestra!" Ai miei tempi, sapete, non si faceva come adesso che già dalla prima elementare si
scrivono le parole intere: io facevo le aste e i tondini. Che questa cosa mi sia rimasta? Alla fin fine scrivo come se fossero aste e tondini, cercando di ridurre, di negare al massimo se non proprio di annullare il linguaggio imparato e le regole della lingua nazionale per seguire piuttosto la linea che esce dalla penna...

Nelle lezioni tenute da Fagioli nel corso del 2006 all’Università di Chieti si intrecciano, rivelando nessi imprevedibili, più filoni: la storia della ricerca condotta dall’Autore, la ricostruzione della sua formazione nel contesto storico dell’Italia del fascismo e del dopoguerra, il rifiuto della psichiatria organicistica e della psicoanalisi freudiana preceduto da una diffidenza nei confronti del Partito comunista che spinse Fagioli a simpatizzare per il riformismo rivoluzionario di Riccardo Lombardi. Al centro del discorso c’è l’affermazione di un pensiero umano che precede la comparsa del linguaggio articolato e che sta alla base delle immagini oniriche e delle creazioni artistiche. Filo conduttore della biografia dell’Autore, e del suo lavoro di psichiatra basato sulle interpretazioni dei sogni, non è la ragione ma un’irrazionalità sana.

 

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