ScuolAnticoli

Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

Righe di Libri

 

Home     L’Autore di questo libro     Indice dei Libri precedenti     Biblioteca     Il Prof     Inserisci un Libro che è piaciuto a Te!

 

 

Emmanuel Faye

 

Heidegger, l’introduzione

del nazismo nella filosofia

 

a cura di Livia Profeti - traduzione di Francesca Arra

 

2012

 

L'Asino d'oro edizioni, Roma

 

Clicca qui per scaricare il testo che segue - 15 pagine, 294 kb - in .pdf

Clicca qui per scaricare il testo che segue - 15 pagine, 255 kb - in formato Word

 

 

Emmanuel Faye, "Heidegger, l'introduzione del nazismo nella filosofia", a cura di Livia Profeti, traduzione di Francesca Arra. L'Asino d'oro edizioni, 2012, Roma.

 

Il crimine contro l’Umanità della “filosofia” di Heidegger

 

 

Emmanuel Faye, "Heidegger, l'introduzione del nazismo nella filosofia", a cura di Livia Profeti, traduzione di Francesca Arra. L'Asino d'oro edizioni, 2012, Roma.

La copertina del libro.

Faye, la scoperta del crimine contro l’Umanità nella “filosofia” di Heidegger

di Luigi Scialanca

 

Nella vita leggiamo libri che ci cambiano. Libri, intendo, che non “solo” ci danno gioia, ravvivano i nostri affetti e suscitano in noi nuove e più estese comprensioni, ma che ci rendono diversi spiegandoci cose che dobbiamo assolutamente capire, se vogliamo essere all’altezza della nostra umanità.

 

Il nazismo è tra queste: è una delle cose che più dobbiamo capire. Al punto che non possiamo capirlo neanche storicamente, neanche alla lontana, se non ci rendiamo conto che dobbiamo capirlo ― molto più che per comprendere la storia del Novecento ― per continuare a essere umani. Per restare umani.

 

Ma il nazismo è estremamente difficile da capire. Non so se l’ho capito neanche oggi, dopo che a tante importanti letture si è aggiunta quella fondamentale di Faye; ma so che Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia mi ha fatto fare un passo da gigante ― o meglio: mi ha alzato in aria come si fa coi bambini e mi ha fatto volare mentre lui compiva un passo da gigante ― e di ciò voglio ringraziarlo, prima di dire altro, col sentimento con cui i salvati ringraziano i salvatori.

 

Con altri libri, cioè con altri Autori, ho contratto nel corso del tempo debiti analoghi. Non li elenco perché ora voglio concentrarmi su Faye. Dirò solo, di essi, che fare ricerca e scrivere così, entrando nelle vite altrui e apportandovi cambiamenti incalcolabili, muovendole dentro con la forza di una tempesta affettiva, presuppone un genio straordinario, certo, ma anche un amore tale da sconvolgere fisicamente pur senza toccare, solo sfiorando gli occhi dei lettori con questi piccoli segni neri su fondo bianco...

 

Citerò, tuttavia, i libri che mi hanno portato avanti nella comprensione del nazismo. In primo luogo quelli di Massimo Fagioli: se non li avessi letti, mai mi sarei reso conto (oltre che di molte cose anche più fondamentali) dell’importanza di capire il nazismo per poter vivere ad altezza umana. I libri di Primo Levi: in particolare Se questo è un uomo, naturalmente, e poi I sommersi e i salvati. Un film documentario di quasi insopportabile ma salutare durezza: Shoah, di Claude Lanzmann. Ancora un libro, La distruzione degli ebrei d’Europa, di Raul Hilberg. Allen, Come si diventa nazisti. E Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia di Emmanuel Faye. Che non avrei potuto neanche accostare, se prima non ci fossero stati gli altri. Ma senza il quale i miei sforzi precedenti sarebbero stati vani.

 

Dice Faye:

 

Heidegger intende denigrare ogni intervento umano nella storia (...): si tratta di disporre le menti a lasciarsi di nuovo soggiogare. (...) Disconoscendo agli esseri umani qualsiasi capacità di agire positivamente, negando ogni valore alle loro aspirazioni e ai loro sforzi, (...) egli prosegue e completa la distruzione fisica e spirituale dell’uomo intrapresa dal nazismo. (...) Heidegger prepara sordamente (...) un nuovo avvento del nazionalsocialismo (...). Per misurare la posta in gioco non si deve tener presente solo l’influenza dei suoi scritti in un paese come la Francia. Bisogna considerare la loro diffusione mondiale (...) Per cui non ci è più possibile vedere in lui un filosofo. Attraverso la diffusione planetaria della sua “opera integrale”, ancora in corso di pubblicazione, Heidegger ha scientemente tentato di far passare nella cultura del dopoguerra l’essenziale del nazismo. (...) In questa “opera integrale”, oltre alla presenza di enunciati razzisti e appelli all’annientamento, il modo di rapportare l’essere alla “patria” e allo “Stato völkisch” e di sostituire la questione dell’uomo con l’autoaffermazione della stirpe germanica, non è peculiare di un filosofo ma di un nazista. Per comprendere quello che Heidegger ha voluto trasmettere si deve disporre di una comprensione del nazismo inteso come un “movimento” (Bewegung) di distruzione radicale di tutto ciò che costituisce l’essere umano, invece che considerarlo una semplice ideologia politica. (Emmanuel Faye, Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia, pp XXX-XXXII).

 

Ecco: già in queste righe della Prefazione italiana Faye accenna alle due “idee” heideggeriane e naziste che nel suo libro mi hanno colpito di più: il disconoscimento dell’essere umano, da un lato, e dall’altro la sua sostituzione con l’individuo legato alla “patria”, allo “Stato völkisch”, alla stirpe.

 

Il disconoscimento dell’essere umano non è un’invenzione nazista e heideggeriana: ha una storia antica, intrecciata alla storia delle religioni. Né è un’invenzione di Hitler e Heidegger la proposta di sostituire l’essere umano disconosciuto con un individuo che invece sarebbe tanto più “vero” quanto più è legato a una costruzione religiosa o ideologica. Mai però, prima di Hitler e Heidegger, l’essere umano disconosciuto, mistificato, e il suo “gemello” “reale” ― l’essere umano andato incontro a una più o meno grave distruzione nel corso della vita ― erano stati indicati come i soli possibili. E mai, prima di Heidegger e Hitler, questa disumanità era stata mistificata come potenza e, in tal modo, resa potenza di fatto: una potenza passiva, incapace di movimento autonomo, e tuttavia micidiale nelle mani di chi riuscisse a manovrarla dall’esterno come si manovra un’arma, uno strumento di morte. In passato all’essere umano disconosciuto e distrutto si era sempre proposto di ricostruirsi rimodellandosi su un’immagine più o meno “divina” pretesa “vera”: proposta fallace e irrealizzabile, certo, ma in cui l’idea che vi fosse un altro modo, più adeguato, di essere umani sopravviveva, anche se solo come illusione. L’essere umano disconosciuto e distrutto, cioè, prima di Heidegger e Hitler, almeno non si piaceva.

 

Il nazismo ha questo di assolutamente nuovo: per Heidegger non c’è un essere umano distrutto per essersi perduto in qualche selva oscura, e non c’è perché non c’è distruzione: l’essere umano è fatto così. Se soffre non è per la rovina a cui è andato incontro, ma perché non si accetta per come è. Perché crede alla bugia che così non sia buono, non sia giusto, non sia vero. No, dice Heidegger, tu così sei perfetto: scoprilo, decidilo, e quella che ti pare distruzione si rivelerà verità, bellezza, forza dirompente.

 

Politicamente e psicologicamente, il discorso heideggeriano e nazista è più debole della religione perché non può intrigare, come quella, anche il sano di mente. Il sano cerca una sempre maggiore realizzazione: può talora ingannarlo una falsa prospettiva di sviluppo, ma come può non ripugnargli (e insospettirlo) una proposta di immobilità assoluta? Poiché questa è la “rivelazione” heideggeriana e hitleriana: la forza mostruosa del non-movimento, l’energia esplosiva che chi si accetta, lo strenuamente immobile, lo strumento umano stabilizzato, mette nelle mani di chi sappia manovrarlo e, di riflesso, nelle membra di chi, immobile, si lasci muovere. Il celeberrimo, “stregonesco” “carisma” hitleriano altro non era che la tremenda “scoperta” che egli accendeva nei distrutti rivendicando per loro l’accettazione di sé: siete bellissimi, “rivelava”, e all’istante la loro distruzione risplendeva: la perdita dell’ultima salute, cioè del sentimento di non stare bene, sembrava loro una liberazione prorompente, abbacinante. E lo era: da quel momento gli adepti erano “liberi” di essere sé stessi perché ciò che in sé stessi avevano creduto malato si “rivelava” sano nella loro “nuova” condizione di forze elementari, di membra di un organismo gigantesco: come a buon diritto sentiamo sane le nostre dita, perché il loro non poter che piegarsi è un’abilità indispensabile al corpo, così (ma perversamente) l’anaffettività e l’odio dell’essere umano disconosciuto e distrutto “diventavano” a un tratto sani e mirabili ed eroici “rivelandosi” qualità ed energie indispensabili alla nazione tedesca, al nazionalsocialismo e al Führer per trionfare.

 

Heidegger e Hitler attraevano e attraggono i malati in conflitto con la propria e l’altrui umanità: ma ciò che politicamente era ed è una debolezza ― non attrarre i più, ma una minoranza ― militarmente si traduceva in una compattezza “eroica” impossibile a ogni altra forza politica più sana, compresa la pachidermica socialdemocrazia con tutte le sue organizzazioni e associazioni satelliti: nessun partito era un esercito di “salvi” (in realtà perduti, per sempre, a sé e agli altri) che erano tali se e finché “bellissimi” strumenti del nazismo che li proclamava sani e del Führer che lo rivelava e impersonava.

 

E la medesima, immediata “sanità” Heidegger e Hitler rivelavano e pretendevano dal popolo tedesco nel suo insieme: fisicamente la nazione doveva crescere, fare più figli e produrre più armi, ma nessun progresso, nessuna più avanzata realizzazione umana le era necessaria, nessuna questione sociale doveva essere risolta: essa era già perfetta così, come la sua storia millenaria l’aveva forgiata, doveva solo decidersi a fuoruscire dai suoi “complessi d’inferiorità” dinanzi agli altri popoli, doveva solo ritrovare la fierezza di essere sé stessa, l’orgoglio delle proprie tradizioni, delle consuetudini fin le più modeste e umili, dei dialetti, dei costumi, degli odori, dei suoni, doveva solo farsi strumento del nazionalsocialismo che la svelava giusta, e a partire da quel momento decisivo niente si sarebbe più potuto frapporre tra la Germania e la sua piena, totale affermazione nel mondo e sul mondo.

 

La potenza mostruosa di chi è perfetto e pronto contro chi, dinanzi a lui, si crede debole perché ancora intento a perfezionarsi, ancora in cammino, mai definitivamente arrivato. Solo un pazzo può delirarsi perfetto, è vero, ma un pazzo è una forza smisurata nelle mani di chi gli ha dato e gli preserva tale fede: il nazismo heideggeriano e hitleriano fece questo, e in ciò consistette la sua forza: non tanto nel rendere impensabile la trasformazione umana ― pensiero che non si poteva cancellare, perché nessuno l’aveva ancora pensato ― ma nell’annientare ideologicamente quell’umano sentimento di perdita di sé, di intervenuta imperfezione, sparito il quale ogni pensiero di trasformazione diventa impossibile a priori.

 

Far credere umano il disumano rendendo l’umano impossibile poiché inimmaginabile: questo, mi sembra, è il crimine contro l’Umanità scoperto da Emmanuel Faye nella “filosofia” di Martin Heidegger.

 

 

Emmanuel Faye

Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia

 

estratti dalla Prefazione di Emmanuel Faye all’edizione italiana

 

Clicca qui per scaricare il testo che segue - 15 pagine, 294 kb - in .pdf

Clicca qui per scaricare il testo che segue - 15 pagine, 255 kb - in formato Word

 

Via via che le rivelazioni sulla durata e sulla gravità del coinvolgimento nazista di Heidegger andavano moltiplicandosi, molti suoi difensori si sono affannati a separare sempre più l’uomo dall’opera, e a sostenere che il suo impegno politico nel nazismo non metteva in discussione la sua “filosofia”. Di conseguenza, il nostro lavoro è dedicato a dimostrare il contrario, e cioè che la questione del nazismo di Heidegger non riguarda solo la compromissione politica dell’uomo, bensì, e in misura maggiore, i fondamenti stessi del suo insegnamento e della sua opera. Compresi tra Introduzione e Conclusioni, i nove capitoli di analisi critica di questo libro1 si basano su tutto un insieme di testi il cui esame dimostra che il nazismo penetra l’opera di Heidegger fino alla radice.

 

Tuttavia oggi, in questa sintesi che comprende alcune ricerche su testi pubblicati o scoperti dopo la prima edizione del 2005, vogliamo tornare sull’uomo, in particolare alla luce di scritti come le lettere alla moglie Elfride. Questi testi mostrano infatti che Heidegger non ha aderito al nazismo per semplice opportunismo, ma si è personalmente identificato con il progetto razzista e sterminatore messo in atto da Hitler, e rivelano un antisemitismo viscerale e un gusto della violenza omicida ― confermato dal suo appello all’annientamento (Vernichtung) ― indegni di un filosofo.

 

Dopo la sconfitta del III Reich, una commissione di professori di Friburgo incaricata di giudicare i casi più gravi chiama Heidegger a rispondere dei “danni tremendi” causati all’università e del suo “antisemitismo”2. Gli sarà vietato di insegnare e di partecipare a qualsiasi attività universitaria, divieto che sarà mantenuto fino al 1951. La commissione seguì le raccomandazioni di Karl Jaspers, che aveva consigliato caldamente, visto in particolare il “modo di pensare heideggeriano [...] non libero, dittatoriale e scarsamente comunicativo”, di sospenderlo dall’insegnamento per alcuni anni, ma di favorire comunque il suo “lavoro”. Ebbene, Heidegger si è molto abilmente servito di questa illusoria dissociazione tra insegnamento e “opera” per pubblicare i suoi corsi nazisti appunto per mezzo della sua “opera”. Infatti, a partire dal 1953, egli ha iniziato a pubblicare i corsi e gli scritti in cui celebra il dominio e la “grandezza” del movimento nazionalsocialista. E una volta assicurata la propria fama ha programmato la pubblicazione, postuma, della sua “opera integrale” (Gesamtausgabe), includendovi i corsi più apertamente nazisti e reintegrando negli scritti degli anni 1930 e 1940 i passaggi dapprima soppressi perché giudicati troppo compromettenti. Che cosa nasconde questo doppio gioco? Qual è la sua strategia? Chi è dunque Heidegger veramente?

 

È necessario far oggi piena luce su queste domande. È necessario anche rivalutare la sua responsabilità non solo nell’adesione dei tedeschi a Hitler nel 1933, dove l’influenza dei discorsi del rettore Heidegger è accertata da lunga data, ma anche nella preparazione delle menti al processo che condurrà alla politica di espansione militare del nazismo e allo sterminio degli ebrei d’Europa. Da qui le precisazioni che seguono.

 

 

1) L’antisemitismo di Heidegger nelle lettere a Elfride

 

Sappiamo da poco tempo con quale precocità si è espressa l’intensità del razzismo e dell’antisemitismo di Heidegger. Sin dal 19163, scrive all’allora fidanzata Elfride:

 

La giudaizzazione della nostra cultura e delle nostre università è in effetti spaventosa, e ritengo che la razza tedesca dovrebbe trovare sufficienti energie interiori per emergere4.

 

Lo stesso tema e lo stesso vocabolario si ritrovano nella penna di Hitler, che parla nel Mein Kampf delle “università giudaizzate”5. E le lettere di Heidegger a Elfride sono infarcite di odiose osservazioni antisemite, come ad esempio quando scrive, il 12 agosto 1920, che “gli ebrei e i profittatori sono ormai un’invasione”6, o quando, il 19 marzo 1933, deplora il fatto che Jaspers, un uomo “puro tedesco, con l’istinto più genuino, che sente la più alta sfida del nostro destino e individua i compiti, resti vincolato dalla moglie”, che è ebrea; prosegue poi rimproverando a Jaspers di pensare “in maniera troppo ‘legata all’essere umano’”7. Per Heidegger, dunque, essere “puro tedesco” implica rompere qualsiasi legame con gli ebrei, anche se si tratta della propria moglie, e respingere ogni riferimento all’umanità.

 

Tuttavia, invece che militare apertamente come Hitler alla testa di un partito, Heidegger prepara in modo sotterraneo la conquista delle menti. Sin dal 1922 predispone con la moglie Elfride il suo rifugio di Todtnauberg, in cui, dalla hutte [capanna, baita] annidata tra le alture accanto a un ostello della gioventù, invita i suoi studenti a veglie e passeggiate, delegando a Elfride ― come rivela la testimonianza di Günther Anders ― il compito di attirarli nei movimenti giovanili nazionalsocialisti. Nel 1930 Elfride metterà il Mein Kampf sul tavolo della hutte, ordinando all’allievo di Heidegger, Herman Mörchen: “Lo deve leggere!”8. Ed è a Todtnauberg che, nell’ottobre del 1933, il rettore Heidegger organizza il suo primo campo di indottrinamento (con marcia da Friburgo in uniforme delle SA o delle SS), dove fa tenere corsi di dottrina razziale e procede egli stesso alla selezione dei più idonei.

 

Nel frattempo, Heidegger ha perseguito la sua ascesa universitaria: dopo aver corteggiato il filosofo Husserl, non esita a rompere con lui a distanza di due mesi dall’ottenimento della sua cattedra a Friburgo. Nello stesso anno 1928 tenta invano di imporre come proprio successore all’Università di Marburgo Alfred Baeumler, suo compagno di strada nei primi anni del nazismo. Nel maggio del 1933 quest’ultimo, insieme a Goebbels, farà da maestro di cerimonia nel grande rogo di libri a Berlino.

 

 

2) Morte e sacrificio di sé in Essere e tempo e nel Mein Kampf

 

Nel 1927, spinto a pubblicare per poter succedere a Husserl, Heidegger fa uscire il libro che lo renderà famoso: Essere e tempo, in cui proclama la sua volontà di “distruggere” la tradizione filosofica occidentale e promuove una concezione dell’esistenza nella quale la coscienza individuale e riflessiva (Bewußtsein) è totalmente respinta. L’autore passa insidiosamente dall’analisi descrittiva alla formulazione di un vero e proprio programma e ― dal paragrafo 53 sulla morte al paragrafo 74 sul destino storico della comunità, indissociabili sotto questo profilo ― giunge a imporre come solo modo di esistenza “autentica” l’anticipazione della morte e l’abbandono, la “rinuncia a sé stessi” (Selbstaufgabe9) a vantaggio della comunità, del popolo, e in vista del “proseguimento della lotta”10. Questo modo di legare il sacrificio di sé dell’“essere per la morte” con l’affermazione del destino comune nella totalità indivisa della comunità, riprende strutturalmente le tesi di Hitler nel capitolo del Mein Kampf intitolato Popolo e razza, dove in molte pagine viene esaltata la “capacità del singolo di sacrificarsi per la totalità, per i suoi simili”11.

 

Sotto l’influenza delle prime letture di Levinas e di Sartre, a lungo, e soprattutto in Francia, si è letto Essere e tempo “con gli occhi di Kierkegaard”, per usare una recente espressione di Jürgen Habermas12. Si è dunque erroneamente creduto di trovarvi una filosofia dell’individualità umana, laddove invece, nel paragrafo 74, Heidegger respinge ogni riferimento ai destini individuali. Più perspicaci, diversi filosofi tedeschi (da Karl Löwith e Günther Anders a Theodor W. Adorno) hanno saputo sviluppare un’eccellente critica della riduzione heideggeriana dell’esistenza all’abbandono, al sacrificio di sé, al suicidio morale della Selbstaufgabe, presentata da Heidegger come l’“estrema possibilità”13 dell’esistenza. In quel modo, osserva Anders, “l’‘esistenza’ di Heidegger commette un suicidio che dura per tutta la vita14. Adorno poi ha ben compreso che per Heidegger il rapporto con la morte non è più quello della meditazione né del pensiero: profondamente discriminatoria, l’“autenticità” nel sacrificio della morte non compete più alla filosofia, poiché è concessa solo a coloro che sono “nel favore dell’essere”15.

 

 

3) Il razzismo nei corsi dal 1927 al 1934

 

Nello stesso anno di Essere e tempo Heidegger si adopera, nel suo corso del semestre estivo del 1927, a distruggere la nozione di genere (genos) umano, sostituendo abusivamente il genos greco con i termini di “discendenza, stirpe” e parlando ormai di “stirpi”, al plurale, di modo che non si tratti più di genere umano universale. Quanto al suo antisemitismo, esso continua ad affermarsi nelle lettere: in una missiva segreta del 2 ottobre 1929 al consigliere Viktor Schwoerer, Heidegger se la prende con ciò che non esita a chiamare la “crescente giudaizzazione, nel senso ampio e stretto del termine”, della “vita spirituale tedesca”. E dall’inverno 1929-30, nel corso intitolato Concetti fondamentali della metafisica, egli si pone contro “il disordine politico” del suo tempo (il che equivale a respingere la Repubblica democratica di Weimar) e chiama a “essere forti”. In questo corso abbandona la domanda filosofica “Che cos’è l’uomo?” a favore di quella “Chi siamo noi?”, e nei corsi del 1933-34 precisa che il “noi” in questione non designa altro che il popolo tedesco: l’unico, secondo lui, ad avere ancora un “destino”. Il questo stesso periodo egli rivela il significato razziale che attribuisce al termine “popolo”, riferendosi in un seminario, per definire la “salute del popolo”, all’“unità di sangue e stirpe” e alla “razza”.

 

 

4) L’apologia della violenza e dell’annientamento

 

Ma Heidegger non è solo un uomo in cui alberga il razzismo: si devono sottolineare anche il suo gusto per la violenza distruttrice e il suo appello pubblico a una politica di annientamento. Già nel 1931 confida a uno dei suoi studenti di riporre tutte le speranze nell’instaurazione di una dittatura nazionalsocialista, e afferma che non bisogna indietreggiare di fronte all’assassinio dei principali oppositori politici, di cui i nazisti hanno già stilato una lista. Nel 1932 vota segretamente per il Partito nazista. Il 7 marzo 1933, in una lettera inedita alla vedova del filosofo Max Scheler, fa propria la massima di Hitler “il terrore può essere spezzato solo dal terrore”, e propone come esempio alla gioventù tedesca la vita di Horst Wessel16, ex prosseneta diventato membro attivo delle “Squadre d’assalto” (SA) nazionalsocialiste, morto in una rissa politica, del quale i nazisti avevano fatto un eroe al punto da battezzare il loro inno con il suo nome: Horst-Wessel-Lied17.

 

Quando Hitler va al potere, il rettore socialdemocratico dell’Università di Friburgo è costretto a dimettersi e Heidegger si fa eleggere al suo posto. Poi, in virtù della nuova costituzione universitaria che egli ha contribuito a formulare e che sopprime qualsiasi elezione democratica, diventa, il 1° ottobre 1933, il primo rettore-Führer direttamente nominato dal Ministero nazionalsocialista. Nel novembre 1933, in una professione di fede pubblicata in seguito in cinque lingue, il rettore Heidegger chiama il popolo tedesco a votare per Hitler, con una proposta di sottoscrizione da cui esclude i “non ariani”. E nel suo corso radicalizza maggiormente il proposito dando come scopo ai suoi studenti “l’annientamento totale” (völligen Vernichtung)18 del nemico interno, cioè lo sterminio degli ebrei assimilati e degli oppositori politici. Per i suoi uditori, l’intento omicida è molto chiaro. Heidegger infatti si cura di riprendere la stessa espressione feroce delle leghe di studenti nazisti di Friburgo, quando, due giorni prima dei roghi scatenati in tutto il Reich, queste facevano appello all’“annientamento totale (völligen Vernichtung) della “decomposizione giudaico-marxista” attraverso “il fuoco dell’annientamento” (das Feuer der Vernichtung)19.

 

 

5) La soppressione delle borse di studio per gli studenti ebrei e la loro attribuzione a studenti SA e SS

 

Heidegger mette in opera con determinazione la discriminazione antisemita raccomandata dai nazisti: istituisce la selezione razziale all’inizio degli studi decretando l’entrata in vigore del “nuovo diritto degli studenti”, che istituisce un numero chiuso antisemita, ed elogia questo “diritto” antisemita nel suo discorso di rettorato del 27 maggio 1933.

 

A ciò si aggiunge un testo sconvolgente: la direttiva del 3 novembre 1933 tramite la quale il rettore Heidegger ordina di non assegnare “mai più” borse di studio agli “studenti ebrei o marxisti”20. D’ora in poi, queste saranno assegnate prioritariamente agli “studenti che negli anni precedenti si sono schierati nelle SA, SS, o nelle Leghe di difesa in lotta per l’insurrezione nazionale”21. Egli precisa anche che cosa si deve intendere per “studenti ebrei”: coloro che sono “di stirpe non ariana” ai sensi delle leggi antisemite promulgate nell’aprile 193322. Questa terribile direttiva è generalmente passata sotto silenzio. Secondo Schneeberger23, solo Raul Hilberg la cita in due passaggi de La distruzione degli ebrei d’Europa24, come esempio particolarmente rilevante di realizzazione della politica razzista dei nazisti, ma nessun esperto francese di Heidegger la evoca e Hermann Heidegger non l’ha ripubblicata nel volume 16 della Gesamtausgabe, dove sarebbe dovuta comparire.

 

 

6) Concezione razzista della “verità” e dichiarato hitlerismo

 

Nel corso tenuto nell’inverno 1933-34 intitolato L’essenza della verità, Heidegger perverte in senso razzista il concetto di verità. Egli infatti identifica esplicitamente la verità con la lotta per l’autoaffermazione di un popolo e di una razza e, riprendendo pubblicamente il progetto razzista confidato a Elfride sin dal 1916, parla ora, nei suoi corsi di

 

guidare le possibilità fondamentali dell’essenza della razza germanica originaria fino al dominio25.

 

In questo modo Heidegger riprende esattamente il programma e il pesante gergo di Hitler. Infatti, nel Mein Kampf, il Führer dell’NSDAP [Partito nazionalsocialista tedesco] attribuisce al Reich tedesco il compito di

 

non solo raccogliere e salvaguardare le riserve più preziose di questo popolo in elementi razziali originari, ma condurle lentamente e sicuramente fino a una posizione di dominio26.

 

L’hitlerismo di Heidegger si esprime ormai senza giri di parole: si tratta, dice, di realizzare una “trasformazione totale” dell’esistenza umana secondo “la rieducazione in vista della visione del mondo nazionalsocialista” inculcata nel popolo dai discorsi del Führer27. Mentre, per quanto riguarda Heidegger stesso, si tratta di valorizzare i discorsi di Hitler al punto di accostare, nella decima e ultima sessione del suo seminario hitleriano dell’inverno 1933-34, la loro forza di persuasione all’eloquenza dei discorsi degli antichi greci riuniti da Tucidide nella storia della guerra del Peloponneso! Si riesce a misurare che livello di radicalismo nazista e impregnazione hitleriana bisogna aver raggiunto per mettere sullo stesso piano, come egli fa, le eruttazioni isteriche del Führer e la perfetta retorica dei discorsi di Tucidide? Durante il suo rettorato, Heidegger stesso non esita a pronunciare discorsi e persino allocuzioni radiodiffuse la cui terminologia e i cui accenti non vanno più in là del livello di un Gauleiter nazista28. Si può comprendere come uno degli uditori dell’epoca abbia esclamato, dopo aver ascoltato Heidegger: è “Hitler in cattedra!”

 

 

7) La giustificazione della politica nazista di espansione del popolo tedesco

 

Tra i testi più inquietanti che abbiamo scoperto dopo la prima edizione del nostro libro, figura una lunga trattazione sullo spazio del popolo tedesco, la quale giustifica anticipatamente la politica di espansione e di annessione a Est che Hitler metterà in opera. Appoggiandosi al concetto di “spazio vitale” (Lebensraum) caro ai nazisti, Heidegger evoca quei tedeschi che sono tali perché il loro paese natale (Heimat) è tedesco, ma che, visto che abitano al di là delle frontiere del Reich ― per esempio in Slesia o nei Sudeti ―, non appartengono allo Stato tedesco e per questo, egli afferma, quei tedeschi sono privati del loro proprio essere. Si deve dunque ampliare lo spazio del Reich affinché esso coincida con lo spazio supposto “naturale” del popolo tedesco, che include tutti i luoghi in cui risiedono dei tedeschi.

 

Ma che ne sarà di loro quando, con questo pretesto, verranno annessi al III Reich immensi territori a Est, inclusa in particolare una buona parte della Polonia? Heidegger introduce un principio di discriminazione particolarmente allarmante tra popolo tedesco, popoli slavi ed ebrei: questi ultimi, poiché sono in Europa senza radicamento in un suolo o spazio proprio, poiché sono ‘senza terra’, vengono designati come “nomadi semiti”. Egli inizia con l’affermare che si è “nomadi” in virtù del proprio “essere” e non per effetto dell’ambiente, il che implica che i nomadi sarebbero incapaci di costituire un popolo, avendo diritto come tale a uno spazio naturale inteso come suo paese natale. Poi sostiene: “La natura del nostro spazio tedesco si manifesterebbe a noi sicuramente in modo diverso rispetto a un popolo slavo”, mentre “al nomade semita”, cioè all’ebreo, “essa non si manifesta forse mai”29. Questa maniera terribile con cui Heidegger ontologizza lo spazio vitale del popolo tedesco rende palesemente impossibile l’assimilazione degli ebrei nello spazio supposto “naturale” dei tedeschi. Significa dunque giustificare in anticipo la politica nazista di sradicamento degli ebrei da tutti i territori conquistati a Est.

 

 

8) L’apologia dello sterminio nell’autunno 1941

 

Quando, a partire dall’estate del 1941, i commando delle SS, le Einsatzgruppen che seguono l’avanzata della Wehrmacht, hanno già avviato lo sterminio degli ebrei polacchi, Heidegger redige il suo corso La metafisica di Nietzsche. Respingendo qualsiasi critica morale, egli descrive freddamente e legittima storicamente ciò che il nazionalsocialismo sta compiendo: la lotta per il dominio incondizionato sulla Terra. Nei capitoli Il superuomo e La giustizia egli insiste sul fatto che non si tratta solo di un conflitto militare, bensì di “passare al setaccio” gli esseri umani fino al loro “rovesciamento”, con l’obiettivo di plasmare una nuova umanità “incondizionata” che conquisti il dominio della Terra e realizzi la “selezione razziale”. Quanto alla “giustizia”, questa ha perso per lui ogni significato umano, morale o giuridico: Heidegger scrive, citando Nietzsche, che la giustizia esprime il “modo di pensare costruttivo, eliminatore, sterminatore”30, e legittima questa deviazione del termine “giustizia” in quanto lo sterminio (das Vernichten) sarebbe ciò che “assicura contro [...] il declino”31.

 

A questa data Heidegger è certamente informato di ciò che sta succedendo sul fronte dell’Est, in particolare dal pubblico dei suoi corsi, composto in gran parte da soldati feriti tornati dal fronte. Egli comprende ben presto che la partita non può più essere vinta dalle armate del III Reich che non sono riuscite a invadere l’Inghilterra, e il suo corso si conclude con frasi disilluse sulla situazione storica dei tedeschi rispetto all’impero britannico, che avrà cura di ritirare al momento dell’uscita del suo Nietzsche nel 1961 e che ricompariranno solo nell’edizione postuma del corso nella Gesamtausgabe32. Si trovano anche, nel corso dell’anno successivo, discorsi virulenti sull’entrata in guerra degli Stati Uniti contro il III Reich: Heidegger non vi vede altro che “l’ultimo atto americano dell’assenza americana di storia e della desertificazione”33. Si tratta del corso su Hölderlin intitolato Der Ister, in cui peraltro Heidegger elogia in due riprese “l’unicità storica” (geschichtlichen Einzigartigkeit) del nazionalsocialismo e parla positivamente dell’“odierno pensiero politico” (dem heutigen politischen Denken)34. E questo nel 1942.

 

 

9) L’esaltazione del fuoco distruttore

 

La retorica nazista del fuoco origina da un brano allora celebre del Mein Kampf, in cui Hitler, nel capitolo Popolo e razza, parla dell’“Ariano” come del “Prometeo dell’Umanità”, colui che accende il fuoco che mostra all’uomo il cammino da percorrere per diventare il maestro degli altri esseri viventi, rimanendo ovviamente inteso che, per Hitler, solo l’“Ariano” è creatore di civiltà35. Questa nazificazione di Prometeo è odiosa e costituisce una falsificazione del Titano greco, ma di fatto l’evocazione di Prometeo nella Germania dell’epoca assume, da allora in poi, un significato hitleriano e razziale. Ebbene, Heidegger pone il suo discorso di rettorato del maggio del 1933 ― nel quale non esita a evocare le “forze fatte di terra e di sangue”36 ― sotto il segno di Prometeo, il che, nel contesto del tempo, rivela il suo hitlerismo. Peraltro egli manifesta una fascinazione costante per il fuoco, considerato elemento che illumina e annienta al tempo stesso.

 

Molto presto si trovano infatti in Heidegger alcune metafore enigmatiche e inquietanti che celebrano il fuoco e le pire, come quella in un passaggio del corso del 1930-31 su Hegel in cui elogia la pazienza “autentica”, la quale implica “che bisogna edificare sempre con il legno giusto e ben selezionato la pira, fino a quando prende il suo fuoco”37. Nel 1933, queste pire si chiamano roghi di libri e, lungi dal proibirli, il rettore Heidegger presiede la cerimonia nazista ufficiale per la festa del Solstizio d’estate che si tiene nello stadio dell’Università di Friburgo il 24 giugno. Prevista per il 21 ma ritardata a causa della pioggia, la festa viene annunciata dalla Lega di combattimento per la cultura tedesca (Kampfbund für deutsche Kultur) come un grande “autodafé simbolico” nel giornale nazista “Der Alemanne” del 20 giugno 1933; quegli stessi studenti nazisti di Friburgo, vicini al rettore Heidegger, in un appello datato l’8 maggio precedente avevano già celebrato la “fiamma ardente” e il “fuoco dell’annientamento”. Ed è di fronte a quel rogo simbolico del 24 giugno che Heidegger pronuncia il suo “discorso del fuoco”: egli saluta il fuoco e quella fiamma che, afferma, ci “mostra il cammino da cui non vi è più ritorno”. Il fuoco ha iniziato a “prendere”, e Heidegger non cesserà più di celebrarlo.

 

Così, nel prologo del 1938 alla traduzione francese di un’antologia di suoi scritti ― nella quale aveva tentato invano di ottenere dalla NRF [“Nouvelle Revue Française”] che vi figurasse la traduzione del suo discorso di rettorato ― Heidegger parla di espandere la “luminosità del fuoco38, e nel 1942 ritroviamo l’appello al fuoco posto al centro del suo insegnamento. Egli dedica infatti il suo corso del semestre estivo di quell’anno a commentare l’inno di Hölderlin Der Ister, e in modo particolare il suo primo verso, ripetutamente citato: “Ora, vieni fuoco!”39. Tale appello è tragicamente inquietante, perché nell’estate del 1942 il fuoco che crepita e si innalza è quello dei campi di sterminio: Belzec, Sobibor... dove i cadaveri delle vittime ebree sterminate ― e talvolta anche dei bambini vivi ― vengono bruciati a migliaia su giganteschi bracieri. In quella estate Heidegger continua a promuovere ciò che chiama la “voce del popolo” e il “farsi di casa” (das Heimischwerden)40 del popolo tedesco e, mentre si compie la Soluzione finale, celebra l’appello al “fuoco” che, a questa data, è quello dello sterminio senza ritorno.

 

 

10) La responsabilità di Heidegger nella politica nazista di conquista e di sterminio

 

Di cosa si tratta esattamente? Sulla scia di Norbert von Hellingrath, ma in modo ancor più arbitrario, Heidegger reinterpreta Hölderlin in senso radicalmente nazionalista e völkisch. Egli pretende di far discendere da quest’ultimo, qualificato come “poeta dei tedeschi”, una mitologia politica che esprime la “voce del popolo” germanico. Ebbene, nei corsi su Hölderlin del semestre invernale 1934-35, Heidegger espone precisamente il ruolo che egli stesso vuole svolgere: tra il “poeta” e il “creatore dello Stato”, quello del “pensatore” che agisce come ispiratore del politico. E nel nostro libro abbiamo mostrato come tale triade heideggeriana, costituita da una poesia mitologizzata, dal pensiero e dall’azione politica, corrisponda esattamente alla triade con la quale Hitler chiude il Mein Kampf41.

 

Inoltre, il fatto che a partire dal 1933 Heidegger insegna, nei suoi corsi e nei suoi seminari, i tre principali scopi del nazismo ― il dominio della razza germanica originaria, l’annientamento totale del nemico interno, l’espansione dello spazio vitale del popolo tedesco ― rivela fino a quale grado di disumanità si è spinta la sua responsabilità morale e politica nell’accettazione e nella messa in opera della politica nazista di conquista e di sterminio.

 

Più di vent’anni fa, gli eccellenti lavori di Hugo Ott e Victor Farias avevano stabilito nettamente la radicalità del coinvolgimento personale di Heidegger nel movimento nazista. Oggi, i testi da poco disponibili ci mostrano che, fornendo nel suo stesso insegnamento un’apparenza di legittimità ‘filosofica’ agli obiettivi più devastanti e micidiali del nazismo, Heidegger si è addossato, a breve e a lungo termine, una responsabilità personale ben più grave di quanto prima si potesse misurare. Egli non ha influenzato solo gli uditori dei suoi discorsi e delle sue conferenze, ma anche quelli dei suoi corsi e seminari degli anni Trenta: molti di tali uditori parteciperanno all’inizio degli anni Quaranta alle campagne del III Reich, in particolare sul fronte dell’Est.

 

 

11) Il ruolo di Heidegger nella diffusione planetaria del nazismo

 

Nel seminario invernale del 1934-35 su Hegel e lo Stato, Heidegger si presenta come colui che attraverso il proprio insegnamento fornisce l’orientamento necessario affinché lo “Stato attuale”, cioè lo Stato nazista, continui a durare “più di 50 o 100 anni ancora” oltre la persona di Hitler. Con ciò egli assume il ruolo di Führer “spirituale” del movimento nazionalsocialista, per il presente e per l’avvenire.

 

Quando il III Reich viene militarmente sconfitto Heidegger modifica di nuovo la sua strategia. Inizia con lo scagionare i responsabili nazisti dei loro crimini: a proposito dei Führer, in un testo apparso nel 1951 afferma che “non sono loro che agiscono”, così che “l’indignazione morale” nei loro confronti è non solo superflua, ma costituisce “la forma più fatale della stima che si continua ad attribuire ad essi”42. Contemporaneamente, non vuole ammettere la vittoria del 1945 contro il nazismo: ripeterà in continuazione che la Seconda guerra mondiale non ha deciso nulla e affermerà che “la guerra [...] viene continuata nel tempo di pace”43. In effetti, nei suoi scritti successivi al 1945 e in particolare nelle violente diatribe contro la democrazia che si trovano nei corsi del 1951-52, Heidegger combatte l’ordine mondiale ricostituitosi dopo la resa senza condizioni del nazismo e lo paragona, minacciosamente per il nostro futuro, alla situazione dell’Europa “tra il 1920 e il 1930”, dunque a poco prima dell’ascesa al potere dei nazisti44.

 

Tuttavia egli procede in una nuova maniera. Il volontarismo trionfante degli anni 1933-36 e 1940-41 non è più consono. D’ora in poi, dietro una falsa apparenza pacificata, Heidegger intende denigrare ogni intervento umano nella storia, segnatamente nella sua intervista postuma a Der Spiegel45, dove a essere annunciata, come nel 1930, è solo l’attesa: si tratta di disporre le menti a lasciarsi di nuovo soggiogare. Quanto al nazionalsocialismo, esso è sempre celebrato46. Disconoscendo agli esseri umani qualsiasi capacità di agire positivamente, negando ogni valore alle loro aspirazioni e ai loro sforzi, affermando allo stesso modo la “fine della filosofia”47, in quella intervista egli prosegue e completa la distruzione fisica e spirituale dell’uomo intrapresa dal nazismo. Ponendosi nuovamente sotto il segno di Hölderlin, di cui abbiamo visto quale interpretazione deviata e völkisch propone, Heidegger prepara sordamente, dietro il nome del “dio” a venire, un nuovo avvento del nazionalsocialismo di cui continua a considerare “sufficiente” la direzione originaria48. Egli potrà dunque presentare i ‘sentieri’ tracciati dalla sua “opera integrale” come unica risorsa...

 

Per misurare la posta in gioco non si deve tener presente solo l’influenza dei suoi scritti in un paese come la Francia49. Bisogna considerare la loro diffusione mondiale e sapere, per esempio, che il discorso di rettorato è stato pubblicato cinque volte in edizione bilingue giapponese/tedesco tra il 1933 e il 194150 (il che mostra il notevole impatto del suo discorso nazista nel Giappone militarista e fascista allora alleato del III Reich); che i principali heideggeriani argentini hanno sostenuto la Giunta militare nel loro paese negli anni Settanta; che, per mezzo dell’inquietante figura di Ahmad Fardid, Heidegger è stato introdotto in Iran e a partire dagli anni Sessanta è diventato una fonte d’ispirazione e un punto di riferimento tra i fondamentalisti più radicali51.

 

Per cui, ora che abbiamo a disposizione sufficienti elementi per essere coscienti dell’atrocità di ciò che Heidegger ha voluto trasmetterci, non ci è più possibile vedere in lui un filosofo. Attraverso la diffusione planetaria della sua “opera integrale”, ancora in corso di pubblicazione, Heidegger ha scientemente tentato di far passare nella cultura del dopoguerra l’essenziale del nazismo. Così noi abbiamo voluto, con le nostre ricerche, aiutare il pubblico a veder chiaro in questa impresa, poiché oggi per resisterle abbiamo bisogno di una presa di coscienza generale e di un nuovo approfondimento del pensiero critico. È con questo spirito che il nostro libro è stato scritto.

 

Animi maldisposti ci hanno rimproverato di propugnare la censura e persino i roghi, mentre noi non abbiamo mai invocato niente di simile. Quando abbiamo scritto che l’opera di Heidegger meritava di figurare nelle biblioteche di storia del nazismo e non in quelle di filosofia, era perché in questa “opera integrale” ― oltre alla presenza di enunciati razzisti e appelli all’annientamento ― , il modo di rapportare l’essere alla “patria” e allo “Stato völkisch” e di sostituire la questione dell’uomo con l’autoaffermazione della stirpe germanica, non è peculiare di un filosofo ma di un nazista. Concretamente, lo spostamento dello statuto dell’opera di Heidegger verso l’effettività della storia del nazismo, alla quale essa ha preso così intimamente parte, non significa affatto voler proibirla, bensì leggerla con tutt’altra esigenza e tutt’altro discernimento rispetto a quelli che hanno generalmente avuto corso dopo il 1945. Si tratta di tener conto degli insegnamenti della storia e di ciò che ci rivelano i testi da poco accessibili.

 

Per comprendere quello che Heidegger ha voluto trasmettere si devono infatti confrontare i suoi scritti con quelli di altri autori nazisti, come per esempio Adolf Hitler, Walter Darré, Alfred Baeumler, Erik Wolf o Carl Schmitt. Si deve anche disporre di una comprensione del nazismo inteso come un “movimento” (Bewegung) di distruzione radicale di tutto ciò che costituisce l’essere umano, invece che considerarlo una semplice ideologia politica52. Nelle nostre ricerche abbiamo voluto mettere in pratica una nuova congiunzione tra filosofia, storia e filologia, poiché su questa base diventa possibile veder chiaro nelle strategie di occultamento e attenuazione utilizzate da Heidegger per rendere progressivamente accettabili i suoi intenti più discriminatori e distruttivi. È in questo spirito di complementarietà fra le esigenze della storia e della critica filosofica che nelle Conclusioni abbiamo sollecitato ricerche più approfondite. Da allora, abbiamo richiesto l’apertura degli archivi Heidegger per tutti i ricercatori53.

 

(...)

 

Parigi, marzo 2012

 

[1] I titoli dei nove capitoli sono: 1. Prima del 1933: il radicalismo di Heidegger, la distruzione della tradizione filosofica e la chiamata del nazismo. 2. Heidegger, la “messa in riga” e il nuovo diritto degli studenti. 3. I campi di lavoro, la salute del popolo e la razza dura nelle conferenze e nei discorsi degli anni 1933-34. 4. I corsi degli anni 1933-35: dalla questione dell’uomo all’affermazione del popolo e della razza tedesca. 5. L’hitlerismo di Heidegger nel seminario Sull’essenza e i concetti di natura, storia e Stato. 6. Heidegger, Carl Schmitt e Alfred Baeumler: la lotta contro il nemico e il suo annientamento. 7. Il diritto e la razza: Erik Wolf tra Heidegger, Schmitt e Rosenberg. 8. Heidegger e la longevità dello Stato nazista nel seminario su Hegel e lo Stato. 9. Dalla giustificazione della selezione razziale al negazionismo ontologico delle conferenze di Brema. Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia consta di XXXVI + 499 pagine. (Nota di ScuolAnticoli).

 

[2] Lettera di F. Oehlkers a K. Jaspers del 15 dicembre 1945, in M. Heidegger, Correspondance avec Karl Jaspers, suivi de Correspondance avec Elisabeth Blochmann, Gallimard, Paris 1996, p. 419 [I due carteggi sono stati pubblicati in Italia separatamente: quello con Karl jaspers dall’ed. or. M. Heidegger, K. Jaspers, Briefwechsel 1920-1963, a cura di W. Biemel, H. Saner, Klostermann, Frankfurt am Main 1990 (trad. it. Lettere 1920-1963, Raffaello Cortina, Milano 2009, citazione a p. 262); quello con Elisabeth Blochmann dall’ed. or. M. Heidegger, E. Blochmann, Briefwechsel 1918-1969, a cura di J. W. Storck, Deutsche Schillergesellschaft, Marbach am Neckar 1989 (trad. it. Carteggio 1918-1969, a cura di R. Brusotti, Il Melangolo, Genova 1991)].

 

[3] A 27 anni. (Nota di ScuolAnticoli).

 

[4] “Die Verjudung unserer Kultur u. Universitäten ist allerdings schreckerregend u. ich meine die deutsche Rasse sollte noch soviel innere Kraft aufbringen um in die Höhe zu kommen”; lettera di M. Heidegger a E. Petri del 18 ottobre 1916, in M. Heidegger, E. Petri, Mein liebes Seelchen! Briefe Martin Heidegger an seine Frau Elfride 1915-1970, cura, scelta e commento di G. Heidegger, Deutsche Verlags-Anstalt, München 2005, p.51 [trad. it. “Anima mia diletta!” Lettere di Martin Heidegger alla moglie Elfride, Il Melangolo, Genova 2007, p. 47].

 

[5] “auf den verjudeten Universitäten”; A. Hitler, Mein Kampf, Eher-Verlag, München 193211, p. 184.

 

[6] “alles ist überschwemmt von Juden u. Schiebern”; M. Heidegger, in Mein liebes Seelchen! cit., p. 112 [trad. it. cit., p. 103].

 

[7] “Es erschüttert mich, wie dieser Mensch urdeutsch u. mit dem echsten Instinkt u. der höchsten Forderung unser Schicksal u. die Aufgaben sieht u. doch gebunden ist durch die Frau”, “In dieser Hinsicht denkt Jasp. Allerdings zu ‘menschheitlich’”; M. Heidegger, ivi, pp 185 – 186 [trad. it. ivi, pp 171 – 172].

 

[8] “Das müssen Sie lesen!”; la testimonianza di Mörchen è citata in T. Rentsch, Martin Heidegger. Das Sein und der Tod, Piper, München-Zürich 1989, p. 163.

 

[9] [M. Heidegger, Sein und Zeit, Niemeyer, Tübingen 19578, § 53 (264); per quanto concerne la questione delle traduzioni di Sein und Zeit, cfr. infra, cap. 1, nota 29].

 

[10] [“die kämpfende Nachfolge”; ivi, § 74 (385)].

 

[11] “die aufopferungsfähigkeit des einzelnen für die Gesamtheit, für seine Mitmenschen”; A. Hitler, Mein Kampf cit., p. 327.

 

[12] “Ich hatte Sein und Zeit mit den Augen Kierkegaards gelesen”; J. Habermas, Zwischen Naturalismus und Religion. Philosophische Aufsätze, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2005, p. 23. L’osservazione si trova al centro di una testimonianza fondamentale di Habermas, sullo shock che egli ha avuto quando nel 1953 ha scoperto il corso dagli accenti völkisch del 1935: Introduzione alla metafisica [Per le analisi dell’Autore su questo corso, cfr. infra, par. 9.1].

 

[13] [“äußerste Möglichkeit”; M. Heidegger, Sein und Zeit cit., § 53 (264)].

 

[14] “belegt Heideggers ‘Existenz’ lebenslangen Selbstmord”; G. Anders, Über Heidegger, Beck, München 2001, p. 94 [trad. it. del solo saggio Die Schein-Konkretheit von Heideggers Philosophie da cui la citazione dell’Autore è ripresa, in Heidegger esteta dell’inazione, in G. Anders, H. Arendt, H. Jonas, K. Löwith, L. Strauss, Su Heidegger. Cinque voci ebraiche, a cura di F. Volpi, Donzelli, Roma 1998, p. 45]. Il testo di Anders contiene peraltro un parallelismo di grande acume tra Heidegger e Hitler.

 

[15] Cfr. T. W. Adorno, Jargon der Eigentlichkeit. Zur deutschen Ideologie, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1965, p. 110 [trad. it. Il gergo dell’autenticità: sull’ideologia tedesca, a cura di P. Lauro, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 110]. Adorno basa le sue analisi sia su Essere e tempo che sulla Postfazione del 1943 a Che cos’è metafisica?.

 

[16] “Hitler hat einmal gesagt: ‘Terror kann nur durch Terror gebrochen werden’. [...] Sehen Sie das Leben eines jungen Menschen in Horst Wessel und Sie werden erfahren, die inmitten der wüstesten Wirchlichkeit Herz und Geist sich erhalten, indem sie sich neu bilden wollen”; testo inedito in tedesco, fondo Max Scheler, Università del Nuovo Messico. Ringraziamo Ian D. Thomson per averci procurato una fotocopia della lettera manoscritta.

 

[17] Appena entrato in carica, il rettore Heidegger organizza lo svolgimento della “giornata del lavoro” del 1° maggio 1933 con il canto dello Horst-Wessel-Lied; cfr. M. Heidegger, Gesamtausgabe, vol. 16, p. 83 [trad. it. Discorsi e altre testimonianze del cammino di una vita 1910-1976, a cura di N. Curcio, Il Melangolo, Genova 2005, p. 77]. I nazisti si serviranno di questa fasulla “giornata del lavoro nazionale” per arrestare quello stesso giorno tutti i dirigenti sindacali.

 

[18] “mit dem Ziel der völligen Vernichtung”; GA 36/37, p. 91 [la traduzione italiana della GA 36/37 non è stata adottata nella presente edizione; per le motivazioni cfr. infra, cap. 4, note 2, 14]. Su questo terribile testo di Heidegger confronta la puntualizzazione di R. Linde, Das Stehen gegen den Feind, in Id., Bin Ich, wenn ich nicht denke? Studien zur Entkräftung, Wirkung und Struktur totalitären Denkens, Centaurus, Herbolzheim 2003, pp 300 sgg.

 

[19] “Breisgauer Zeitung”, 8 maggio 1933, p. 3; riportiamo il testo completo dell’appello infra, par. 2.4.

 

[20] “Dagegen dürfen an jüdische oder marxistische Studierende Vergünstigungen nicht mehr gegeben werden”; in “Freiburger Studentenzeitung”, 3 novembre 1933, p. 6.

 

[21] “Studierende, die in den letzten Jahren in der SA, SS, oder Wehrverbänden im Kampfe um die nationale Erhebung gestanden haben”; ibidem.

 

[22] “Jüdische Studierende obiger Anordnung sind Studierende nichtarischer Abstammung im Sinne des § 3 des Gesetzes zur Wiederherstellung des Berufsbeamtentums”; ibidem.

 

[23] G. Schneeberger, Nachlese zu Heidegger: Dokumente zu seinem Leben und Denken, Bern 1962, p. 137

 

[24] [Cfr. R. Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa, 2 voll, nuova ed. riveduta e ampliata a cura di F. Sessi, Einaudi, Torino 1999, vol. I, p. 88 e nota 18 a p. 151, vol. II, p. 1125 e nota 19 a p. 1182].

 

[25] GA 36/37, p. 89.

 

[26] “Das deutsche Reich soll [...] aus diesem Volke die wertvollsten Bestände an rassischen Urelementen nicht nur zu sammeln und zu erhalten, sondern langsam und sicher zur beherrschenden Stellung emporzuführen”; A. Hitler, Mein Kampf cit., p. 439.

 

[27] GA 36/37, p. 225.

 

[28] Cfr. il finale del discorso del 25 novembre 1933 Der deutsche Student als Arbeiter [Lo studente tedesco come lavoratore], trasmesso radiofonicamente da Friburgo a Francoforte dal Südwestdeutsche Rundfunk; GA 16, pp 208, 795 [trad. it. cit., pp 193, 704]. [I Gauleiter erano dirigenti territoriali del Partito nazista; i più importanti furono nominati dopo il 1933 governatori dei Länder del III Reich, ed erano legati a Hitler da un patto di fedeltà: “In qualunque disputa con l’autorità centrale o con i dicasteri governativi, Hitler si schierava con i suoi Gauleiter [...] assicurandosi una potente base d’appoggio, fedele a lui personalmente e a nessun altro”; I. Kershaw, Che cos’è il nazismo?, Bollati Boringhieri, Torino 1995, p. 109].

 

[29] “Einem slawischen Volke würde die Natur unseres deutschen Raumes bestimmt anders offenbar werden als uns, dem semitischen Nomaden wird sie vielleicht überhaupt nie offenbar”; M. Heidegger, Über Wesen und Begriff von Natur, Geschichte und Staat, seminario del semestre invernale 1933-34, ottava sessione; il protocollo del seminario è conservato al Deutsches Literaturarchiv di Marbach.

 

[30] “Gerechtigkeit als bauende, ausscheidende, vernichtende Denkweise”, GAQ 50 (Nietzsches Metaphysik, testo del corso non tenuto del semestre invernale 1941-42), p. 69 [anche in M. Heidegger, Nietzsche, 2 voll, Neske, Pfullingen 1961, vol II, p. 322; trad. it. Nietzsche, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2005 (1a ed. 1994), p. 798, modificata: nella traduzione italiana si legge “modo di pensare costruttivo, esclusivo, distruttivo”; questo è uno dei rari casi nelle traduzioni di Volpi dove, a nostro parere, il significato della frase citata rischia di risultare molto attenuato].

 

[31] Ivi, p. 70 [anche in M. Heidegger, Nietzsche cit., vol. II, p. 323; trad. it. cit., p. 799].

 

[32] Cfr. rispettivamente M. Heidegger, Nietzsche cit., vol. II, p. 266 [trad. it. cit., pp 807-808], dove mancano le prime due frasi della conclusione, e GA 50, p. 82, dove sono state rimesse. [Per la questione delle riscritture e modifiche apportate da Heidegger alle pubblicazioni dei suoi corsi su Nietzsche, cfr. infra, par. 9.2].

 

[33] “der letzte amerikanische Akt der amerikanischen Geschichtslosigkeit und Selbstverwüstung”; GA 53, p. 68 [trad. it. L’inno Der Ister di Hölderlin, a cura di U. M. Ugazio, Mursia, Milano 2003, p. 53].

 

[34] Ivi, pp 98, 106 [trad. it. ivi, pp 74, 79].

 

[35] A. Hitler, Mein Kampf cit., pp 317-318.

 

[36] GA 16, p. 112 [trad. it. cit., p. 106].

 

[37] “daß wir immerzu am Holzstoß mit rechtem und ausgesuchtem Holz bauen müssen, auf daß er einmal sein Feuer fange”; GA 32, pp 103-104 [trad. it. La Fenomenologia dello spirito di Hegel, a cura di E. Mazzarella, Guida, Napoli 2000, p. 117, modificata].

 

[38] M. Heidegger, Prologue de l’auteur, in Qu’est-ce que la métaphisique, Gallimard, Paris 1938, p. 8.

 

[39] Jetzt komme, Feuer!”; GA 53, pp. 6, 15 [trad. it. cit., pp. 10-11, 17].

 

[40] Ivi, p. 24 [trad. it. ivi, p. 23. Il termine Heimischwerden (anche heimisch werden) ha in Heidegger il senso di un “divenir di casa” inteso come “ambientarsi”, opposto a un “senza casa” (unheimisch) inteso come “spaesatezza” (Heimatlosigkeit) ma anche come “inquietante”, “sinistro” (unheimlich); cfr. glossari a cura di F. Volpi in M. Heidegger, Nietzsche cit., p. 1020 (voce: unheimisch) e in Segnavia, Adelphi, Milano 2008 (1a ed. 1987), p. 513 (voce: unheimlich)].

 

[41] [Cfr. infra, par. 3.7].

 

[42] GA 7, p. 92 [trad. it. dell’ed. or. (Vorträge und Aufsätze, Neske, Pfullingen 1957) Saggi e discorsi, a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano 2010 (1a ed 1976), p. 61]. Citiamo qui il § XXVI intitolato Überwindung der Metaphysik [Oltrepassamento della Metafisica], apparso separatamente per la prima volta nel 1951 [“nel quaderno dedicato a Barlach [...] dal Landstheaters di Darmstadt”; ivi, p. 289; trad. it. ivi, p. 193]. Come aveva notato Silvio Vietta, e contrariamente a quanto viene affermato a torto dal curatore (GA 7, p. 90, in nota), questo testo non è stato scritto nel 1939-40 ma come minimo nell’autunno del 1942, perché fa riferimento a un premio conferito dalla città di Francoforte al chimico Kuhn il 28 agosto dell’anno 1942! [Nella traduzione italiana basata sull’ed. or., la nota della GA 7 cui si riferisce l’Autore è assente (cfr. trad. it. cit., p. 60), mentre un’aggiunta editoriale indica che l’anno del premio conferito a Richard Kuhn sarebbe il 1951, cosa non vera; cfr. ivi, p. 62].

 

[43] GA 7, p. 91 [trad. it. cit., p. 61].

 

[44] M. Heidegger, Was heißt Denken?, Niemeyer, Tubingen 1971, p. 65 [trad. it. Che cosa significa pensare?, a cura di U. M. Ugazio, G. Vattimo, SugarCo, Milano 1977-78, p. 126].

 

[45] [Il settimanale tedesco Der Spiegel ha realizzato l’intervista a Martin Heidegger nel 1966, ma per volontà dello stesso Heidegger è stata pubblicata postuma, con il titolo Nur noch ein Gott kann uns retten, in Der Spiegel, 23, 31 maggio 1976, poi separatamente in M. Heidegger, Spiegel-Gespräch mit Martin Heidegger, in Antwort. Martin Heidegger im Gespräch, a cura di G. Neske, E. Kettering, Neske, Pfullingen 1988 e ripresa nel 2000 in GA 16. In Italia il testo è stato tradotto più volte a partire dal 1978 (Solo un dio può ancora salvarci, in “Metaphorein”, 4, 1978), mentre separatamente per la prima volta con il noto titolo Ormai solo un dio ci può salvare. Intervista con lo “Spiegel”, a cura di A. Marini, Guanda, Parma 1987; nel presente volume utilizziamo la traduzione dell’edizione contenuta in GA 16, pp 652-683 (Spiegel-Gespräch mit Martin Heidegger); trad. it. cit., pp 582-608 (Intervista dello “Spiegel” a Martin Heidegger)].

 

[46] Si veda il suo elogio, pubblicato nel 1953, della “intima verità e [della] grandezza del movimento” nazionalsocialista; M. Heidegger, Einführung in die Metaphysik, Niemeyer, Tubingen 19582, p. 152 [trad. it. Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano 1996 (1a ed. 1968), p. 203; cfr. infra, p. 340], ripreso in GA 40, p. 208, e la sua approvazione alla direzione presa dal nazismo, considerata “sufficiente” nell’intervista postuma a Der Spiegel.

 

[47] “die Philosophie ist zu Ende”; M. Heidegger, Spiegel-Gespräch mit Martin Heidegger cit., p. 100 [anche in GA 16, p. 672; trad. it. cit., p. 599].

 

[48] “Der Nationalsozialismus ist zwar in die Richtung gegangen”; ivi, p. 105 [anche in GA 16, p. 677; trad. it. cit., p. 603].

 

[49] Si può valutare oggi fino a che punto Heidegger sia stato straordinariamente aiutato, nel suo ritorno sulla scena pubblica dopo il 1945, dal fatto che in Francia molti autori, a cominciare da Sartre, hanno completamente separato il suo impegno nazista dal suo “pensiero” a dispetto degli innumerevoli testi che respingono una tale separazione.

 

[50] Crf. H. Buchner, Japan und Heidegger, Gedenkschrift der Stadt Meßkirch zum hundertsten Geburtstag Martin Heidegger, Thorbecke, Sigmaringen 1989, p. 246.

 

[51] Come scrive il pensatore iraniano Daryush Shayegan, critico accorto di Heidegger e di Fardid: “Heidegger [...] è un male che corrode dall’interno lo spirito critico e tutta la tradizione dei Lumi, di cui paesi come i nostri hanno tanto bisogno”; D. Shayegan, Heidegger en Iran, in “Le Portique”, 18, 2o semestre 2006, p. 88.

 

[52] Abbiamo sviluppato questa analisi in diverse interviste e articoli e contiamo di continuare ad affrontarla, poiché solo una comprensione più adeguata del nazismo permette di andare oltre il modo consueto, ma insufficiente, di porre il ‘problema Heidegger’ nei termini di una relazione tra “ideologia” e “filosofia”.

 

[53] Cfr. “Le Monde”, 5 gennaio 2006. Questo appello ha raccolto un significativo numero di firme, riunite dalla rivista tedesca online theologie.geschichte dell’Università del Saarland.

*

Torna in cima alla pagina     Clicca qui per segnalarci un libro che ti ha colpito     Home

*

Emanuel Faye

Emmanuel Faye

 

Emmanuel Faye

 

Emmanuel Faye, nato nel 1956, è un filosofo francese che insegna allUniversità di Rouen. La sua ricerca verte in particolar modo sui rapporti tra il pensiero filosofico e la questione dell’essere umano.

 

Dedicatosi inizialmente ai filosofi francesi del Rinascimento (Charles de Bovelles, Michel de Montaigne) e del Classicismo (René Descartes, Antoine Arnauld), Emmanuel Faye scoprì nella Biblioteca umanistica di Sélestat un testo inedito di Charles de Bovelles, Sapiens est qui se fecit hominem (Saggio è chi si è fatto uomo) che propone una via duscita dalla filosofia dello spirito (philosophia de mente), rappresentata da Niccolò Cusano, verso una filosofia dell’essere umano che troverebbe compimento nella figura del saggio. Faye, del resto, criticando le interpretazioni scolastiche e teologizzanti di Descartes, ritiene che l’autore del progetto di una Scienza universale, mirando a elevare la nostra natura al più alto grado di perfezione, non si discostò dalla tradizione di ricerca dei filosofi umanisti del Rinascimento e sviluppò una filosofia della perfezione umana. E nella sua edizione del dialogo incompiuto La Recherche de la Vérité par la lumière naturelle, descritto da Ernst Cassirer come la migliore introduzione all’universo di pensiero di Descartes, afferma che non è improprio parlare di una vera e propria invenzione cartesiana della coscienza moderna.

 

Più recentemente, basandosi su due seminari inediti, Faye ha mostrato che i fondamenti dellopera di Martin Heidegger sono troppo imbevuti di nazismo per costituire una filosofia, e con la pubblicazione nel 2005 del suo Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia ha suscitato una vasta eco internazionale e stimolato nuove ricerche tuttora in corso.

 

Nel 2006, attraverso il quotidiano Le Monde, Faye ha chiesto l’apertura degli Archivi Heidegger a tutti i ricercatori.

 

Nel 2011, Emmanuel Faye ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Accademia brasiliana di filosofia.
 

da Wikipedia

*

ScuolAnticoli è un sito indipendente. Tutti i materiali in esso reperibili possono essere usati da chiunque lo desideri, purché ne citi la fonte e non se ne serva a scopi illegali.

 

Ogni eventuale errore di questa pagina è esclusiva responsabilità di ScuolAnticoli.

ScuolAnticoli è a disposizione dell’Autore e dell’Editore per l’adempimento di ogni obbligo

relativo alla pubblicazione di questo scritto. Per contattarci, cliccare qui.

*

 

*

Torna in cima alla pagina     Clicca qui per segnalarci un libro che ti ha colpito     Home