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Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

La Regina delle Bambine

 

di Luigi Scialanca

 

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Quell’anno, il ventitré giugno cadde di giovedì.

“È la prima volta!” disse Luigi.

“Non è possibile” ribatté Stella, “perché i tuoi anni sono dieci e i giorni sono solo sette.”

“Me l’ha detto la maestra! Ci sono gli anni bisestili, ha detto, e ogni quattro anni c’è il 29 febbraio: perciò è la prima volta che il mio compleanno è giovedì!”

“Può darsi, allora...” ammise Stella, che aveva sei anni più di lui.

“Ed è anche la prima volta che il mio compleanno cominciano le vacanze!”

“Un giorno così raro è per forza speciale,” disse Stella in tono ispirato, come se pronunciasse una formula magica. “Devi stare molto attento, fino al calar del sole...”

“Perché?” disse Luigi, intrigato e perplesso.

“Perché di bello o di brutto può accaderti di tutto! Dammi la mano, ché dobbiamo attraversare.”

Era una splendida giornata, ma che c’era di strano? Era una giornata estiva! Incredulo, il bambino scosse il capo, storcendo la bocca in una smorfietta di scetticismo, ma non contraddisse la ragazza e si affrettò a ubbidirle. Del resto, darle la mano gli piaceva. Voleva bene a Stella. E la trovava bellissima, come tutto ciò che l’estate porta con sé. Cosa può accadermi, pensava, tra metà giugno e metà settembre? Solo cose belle! Però sarebbe stato molto prudente fino al calar del sole, pur sapendo che non ce n’era bisogno, poiché per niente al mondo voleva scorgere la più piccola nube di disappunto nel vivido azzurro degli occhi di Stella: che da anni arrivava con l’estate, bussava alla porta della sua cameretta il primo giorno delle vacanze, e fino alla fine di giugno (quando Luigi partiva per il mare con i nonni) lo accompagnava ogni mattina al parco a giocare coi suoi compagni, tramutati come lui dalla stagione in felici piccoli selvaggi.

“Ricorda che devo sempre vederti!” gli diceva all’ingresso del parco, lasciando la sua mano come se desse il volo a un uccellino. Lo diceva sempre, e a lui piaceva. Era un inizio famoso, come c’era una volta, e dava il via a grandi avventure! Poi la ragazza si sedeva su una panchina e apriva un libro. Ma come faceva a leggerlo, se ogni volta che la cercava con gli occhi ritrovava i suoi su di lui?

Luigi e i suoi amici erano liberi di scorrazzare per il pratone, giocare a calcio, nascondersi nelle afose cavità dei cespugli d’alloro, montare sui recinti delle aiuole, cavalcarli, starvi in bilico come funamboli, annaffiarsi a vicenda alle fontane, sdraiarsi sull’erba, sporcarsi con la terra, sdrucirsi sugli sterpi e sui sassi: i panni che indossavano erano roba vecchia, serbata apposta perché ne facessero ciò che volevano, e le loro ferite si rimarginavano in fretta! Ma non potevano entrare nel bosco, che dalle alture intorno al pratone calava su di esso come un esercito in marcia verso il campo di battaglia. Non perché vi fosse pericolo ― era parco anche quello, parte dell’immenso giardino che dal centro della città sconfinava nella campagna come una fetta estratta da una torta ― ma perché nel bosco non avrebbero potuto seguirli gli sguardi onniveggenti delle ragazze che come Stella vigilavano su di loro dalle panchine, e come lei dovevano sempre vederli.

Quel giorno, però, Luigi tornò da Stella dopo pochi minuti e si sedette accanto a lei.

“Che ti è successo?” si stupì la ragazza. “Hai litigato?”

Il bambino scosse il capo.

“Vuoi giocare con me?”

“No, grazie.”

“Ma sei triste? Ti senti poco bene?”

“No, sto bene!” disse Luigi, e le sorrise per farle vedere che era vero.

“Vuoi che ti legga?”

“No, grazie.”

Allora Stella sprofondò di nuovo nel suo libro e Luigi, di sottecchi, spiò la bambina la cui apparizione lo aveva indotto a lasciare il pratone per poter guardarla da un luogo sicuro.

Era la prima volta che la vedeva, ed era la più bella che avesse mai visto. Voleva conoscerla, fare amicizia, chiederle di essere la sua fidanzata come Tom Sawyer a Becky Tatcher! E invece era fuggito.

Era sola? Non giocava con le altre bambine, non le degnava di uno sguardo, e le loro occhiate indagatrici non avevano potere su di lei, forse non la raggiungevano affatto! Nessuna delle ragazze la chiamava, nessuna apparentemente la teneva d’occhio! Camminava lungo la bassa staccionata che divideva il pratone dal piazzale, passo passo ― nel territorio dei maschi, anche se per pochi centimetri! ― le mani dietro la schiena lambite dai lunghi capelli biondi, immersa in pensieri che di tanto in tanto volgevano al merlato orizzonte del bosco i suoi impazienti occhi azzurri ― azzurri come gli occhi di Stella, Luigi ne era certo, ma se possibile più luminosi ― e quando passava accanto alla soglia fra i due territori vi sostava un momento, come indecisa se varcarla o no. Il bambino sperava che alla fine lo facesse, e addirittura che venisse da lui e sorridendo gli chiedesse di giocare insieme, lo sperava anche se era quasi sicuro che cose del genere non accadano mai, ma ogni volta lei faceva invece dietrofront e si incamminava nella direzione opposta, le labbra un po’ in fuori e il nasino un po’ in sù, con l’aria di una principessina sdegnosa capitata per caso dove niente è alla sua altezza.

L’avrebbe trovato indisponente, quel modo di fare, se la bambina non fosse stata così bella da non permettergli di dar peso ad altro, e non pensare, incantato, che a fuggire con lei in capo al mondo, in un luogo solitario ma fertile, inaccessibile ma temperato, dove fabbricarsi un piccolo rifugio con dentro un focolare e vivere per sempre insieme coltivando la terra, allevando animali, andando a caccia nei boschi. Sognava a occhi aperti, stringendosi a Stella, le stesse cose che fantasticava nel suo letto tutte le sere addormentandosi pian pianino, e una dolce, affettuosa malinconia lo rendeva felice: era finalmente arrivata, la bambina che lo avrebbe amato che da tanto tempo aspettava?... Ma poi vennero a chiamarlo i compagni, preoccupati dalla sua strana voglia di starsene su una panchina come le femmine e tra le femmine, e fu allora, nel vederli puntare su di lui come un plotoncino pronto a tutto, che Luigi ebbe l’idea di inseguirla, di darle la caccia, di farle la guerra, di metterle paura, a quell’altezzosa che aveva invaso il loro territorio! Di farla piangere, forse persino!

Idea mai avuta prima in vita sua, e di cui ben presto si sarebbe pentito.

In men che non si dica fu alla testa dei suoi soldatini, cautamente avanzanti attraverso il piazzale e poi lungo il recinto in una fila così serrata da sembrare un gran serpente dalle molte teste. Scoprendo ― via via che si avvicinava a lei che li attendeva, una mano posata come una farfalla sulla staccionata, con il lieve e quieto sorriso di una bella statuina che non può, chiunque le si avvicini, mutare espressione ― che la bambina era un po’ più grande di lui, che aveva davvero gli occhi azzurri, che la camicetta bianca, la gonna blu a pieghe e i sandaletti che indossava lo facevano sentire come se stesse per piangere ― una tenerezza che gli riempiva il petto a poco a poco, come il gran respiro che si fa dal dottore, e quasi cominciava a fargli male. Scoprendo, insomma, che da vicino era ancor più bella che da lontano, cento, mille, un milione di volte di più! Che lui, però, adesso non poteva più sognarla, solo avanzare su di lei alla testa dei suoi. E che niente poteva fermarlo, neanche domandarsi cosa mai avrebbe fatto quando di lì a un momento l’avrebbe raggiunta!

Ma la bambina, quando Luigi era a un passo da lei, si diede una spinta con la mano contro la staccionata e scappò, trascinandoselo dietro così veloce che gli pareva di non toccare terra che di quando in quando, come se avesse ai piedi gli stivali delle sette leghe ― mentre lei correva come se giocasse, non come se avesse paura di loro ― e ogni volta che toccava terra l’erba gli sembrava più alta, più spessa, più folta, più frusciante, e che gli si avviluppasse intorno alle gambe come se volesse fermarlo, ma senza riuscirci!

Così veloce non aveva mai corso, era come se una mano gigantesca lo spingesse da dietro con la forza di una locomotiva lanciata al massimo, un capitombolo sarebbe stato il più tremendo della sua vita, come cadere in un precipizio senza fine consumandosi in un lampo come una stella cadente! Eppure non la raggiungeva, la bambina era più veloce di lui, era come un miraggio che non si avvicinava mai...

Poi, più o meno a metà strada fra il piazzale e il bosco, a un tratto gli parvero diversi i fruscii, le andature, i respiri affannosi, addirittura gli sguardi dei compagni che gli tenevano dietro. Fece finta di niente ― aveva paura anche solo di voltarsi mentre correva così forte, perfino i movimenti delle pupille gli sembrava che potessero fargli perdere l’equilibrio ― ma in pochi istanti i rumori alle sue spalle divennero così strani, così forti, così vicini che non ce la fece più: si volse, non con la testa ma con tutto il corpo, iniziando a deviare, già deciso, senza esserne consapevole, a sfruttare lo stesso slancio che lo portava avanti per tornarsene indietro a gambe levate; e vide così, con indicibile orrore, che i suoi compagni si erano tramutati in ragazzi grandi, di dodici-tredici anni, e che adesso gli correvano dietro per dar la caccia a lui!

Fu lì lì per stramazzare, barcollò, quasi toccò terra con le mani, ma con uno scatto riuscì a riprendersi e corse più svelto di prima. Vide la bambina fermarsi e sparire, i begli occhi impassibili guardarlo passare, volgersi altrove, e seppe, con assoluta certezza, che era una piccola maga: l’aveva fatto apposta, era scappata per portarli via con sé nel suo mondo magico, e soltanto lui aveva lasciato com’era, solo davanti ai suoi compagni stregati che ora perfino gridavano, visto che tanto li aveva scoperti, e le cui urla erano le più feroci che Luigi avesse mai udito ma meno spaventose delle facce che per un attimo aveva intravisto, dipinte di rosso come quelle degli Indiani, e dei petti nudi, così magri che vi si potevano contare le costole, anch’essi dipinti, e delle braccia e delle gambe così tanto più lunghe delle sue e scarne e dure come bastoni: non li aveva visti che per una frazione di secondo, ma continuava a vederli come se gli si fossero impressi negli occhi. Li sentiva convergere su di lui da tre lati, non gli lasciavano altra via che verso il bosco, e a lui nel bosco non era permesso andare! Ma Stella cosa faceva? Perché proprio questa volta non lo guardava? Perché non accorreva, più svelta di tutti? Perché non veniva a salvarlo? Era forse rimasta... nel mondo vero?

Guizzò nel bosco come una lucertolina in un cespuglio, e tutto cambiò: all’esuberante splendore del giugno subentrò una molle e immobile penombra, l’aria divenne fresca, asciutta, odorosa di resina, il suolo si coprì di foglie crepitanti e prese a salire, sdrucciolevole, rallentando la sua corsa. Per un attimo, non sentendo più gli inseguitori, s’illuse che il timore di infrangere il divieto li avesse fermati sul limitare del bosco: udiva solo i suoi passi, il suo respiro, il battito del suo cuore nel petto e alle tempie, e dall’alto un gran rombo attutito, come se un gigantesco aereo invisibile si fosse incagliato tra le chiome degli alberi e cercasse di liberarsi imballando i motori... Ma poi, con un fragore di rami spezzati che echeggiò come una raffica d’artiglieria, le urla ripresero ancora più forti, più spavalde, più selvagge, e il bambino capì che era solo questione di tempo, da un momento all’altro lo avrebbero preso, e tuttavia si sentì a un tratto più forte, più agile, più veloce che mai: si inerpicò sul pendio sempre più ripido aggrappandosi ai cespugli, alle radici, agli spigoli delle pietre tra le quali sgusciava come un serpente, conficcando le unghie nel terreno, scivolando, sbucciandosi le ginocchia, e per alcuni minuti, finché durò la salita, riuscì ad avvantaggiarsi sui nemici, a forzarli a risparmiare il fiato, perfino a strappare loro qualche ruggito di rabbia. Ma di lì a poco la salita si tramutò in discesa, dove la stazza degli inseguitori giocava invece a loro favore, e in un batter d’occhi lo raggiunsero.

Chi lo agguantò per una spalla, chi per un braccio: Luigi inciampò, stramazzò e in un istante li ebbe tutti addosso, a tirarlo da tutte le parti come se ognuno volesse strappargli un pezzo di carne: si sentì schiacciare, gli occhi gli si chiusero, la bocca e le narici gli si riempirono di terra e di foglie, il fiato gli mancò. Ma già lo rovesciavano a pancia all’aria, lo tiravano sù, lo sollevavano, decine di mani e di braccia a sostenerlo e a portarlo, decine di voci a urlare di trionfo, e mentre ancora tossiva e sputava si ritrovò a ciondolare di qua e di là, lo stomaco in gola, al di sopra delle spalle e delle teste dei nemici, mentre gli alberi e il suolo e i loro corpi frenetici saltavano e crollavano e piroettavano e sfrecciavano selvaggiamente intorno a lui.

Scesero, salirono, scesero di nuovo. Sempre di corsa, sempre gridando. Fecero tappa nei pressi di una rupe, lo misero giù e, mentre alcuni lo tenevano fermo ― improvvisamente silenziosi, cupi, frugando con gli occhi nei suoi come se vi cercassero qualcosa ― gli altri si munirono di lance, di bastoni, di archi, di frecce. Poi se lo issarono di nuovo sulle spalle e la corsa riprese, le punte acuminate delle armi alte su di lui che ballonzolava in silenzio fra di esse, i tronchi degli alberi che gli scorrevano intorno, gli occhi chiusi per mandar via la nausea, la testa ormai vuota di pensieri e perfino di paura, rassegnato come una bestiola.

Non guardò finché non lo misero giù di nuovo ― in piedi, questa volta, ma tenendolo fermo coi loro corpi ― in una vasta radura che il bosco cingeva da ogni lato come un alta e compatta palizzata. Per un attimo, ritrovando su di sé l’immenso sguardo del cielo, il bambino ne trasse un po’ di sollievo; ma poi i ragazzi tornarono a muoversi, tutti insieme, inciampando gli uni negli altri come un gigantesco animale con troppe zampe, trascinandolo a strappi e a spintoni verso un alberello che come un totem se ne stava da solo in mezzo alla piana, ed egli immediatamente capì, con orrore, ciò che stavano per fargli, e nello stesso istante con un violento strattone si divincolò, cogliendoli così di sorpresa che riuscì a liberare un braccio e una gamba; ma subito fu ripreso, bloccato, stretto da tutte le parti, e in un putiferio di urla e di percosse sbattuto contro il tronco con tanta violenza che gli mancò il respiro. Apparve una corda, e mentre alcuni lo tenevano fermo, altri gli torsero indietro le braccia fino a fargli scricchiolare le spalle e altri gli legarono i polsi e li tirarono, e tirarono, facendogli così male che gli tornò la nausea, gli si annebbiò la vista. Eppure non pianse, né gli sfuggì un grido.

Lo lasciarono lì, allontanandosi di una decina di metri e formando un cerchio. Poi, chissà dove, qualcuno che il prigioniero non vedeva prese a battere su un tamburo ― bum bum bum, bum bum bum, sempre più forte, sempre più rapidamente ― e tutti gli altri, in silenzio, a camminare e poi a correre intorno all’albero sempre più veloci, pestando e schiacciando l’erba sotto i piedi fino a formarvi un sentiero, frusciando e scalpicciando, saltando e contorcendosi, puntando le lance al cielo e abbassandole fin quasi a conficcarle nel terreno. Era un grande spettacolo, così potente che Luigi di lì a poco si ritrovò a contemplarlo affascinato, come se la sua violenza non fosse rivolta contro di lui. E a osservare e notare, così, mentre una parte della sua mente seguitava a torcersi dal terrore, a disperarsi, a domandarsi sconvolta cosa la sua Stella stesse facendo e perché non venisse a salvarlo, che i suoi compagni erano diventati i più strani ragazzi che avesse mai visto.

Erano nudi! Portavano, sì, un lacero e sporchissimo straccio annodato intorno alla vita, ma ogni salto che facevano glielo buttava di qua e di là scoprendo quel che c’era sotto, culi all’aria e piselli che andavano sù e giù! E poi erano neri di sporcizia, come se non si fossero mai lavati in vita loro, tanto che le strisce di tutti i colori che li ricoprivano sembravano solchi, come se per tracciarle avessero dovuto incidere quel sudiciume rugoso fino al bianco della pelle. E i loro occhi erano piccoli, appuntiti, ravvicinati e vuoti, occhi da topo su corpi da scimmie ― non guardavano più nei suoi, come se lui non ci fosse già più, ma li vedeva saettare gli uni negli altri ogni volta che i loro sguardi si levavano da terra ― e le chiome erano così lunghe e arruffate che non c’era una testa che non paresse enorme, sproporzionata al corpo come una zucca su una pertica.

Ma come era possibile una cosa simile?

Provò a domandare loro, senza supplicare, con la voce più seria e tranquilla che poté trarsi dal petto, perché mai lo trattassero così. Provò a chieder loro di lasciarlo libero, a promettere che non avrebbe mai raccontato a nessuno quello che gli stavano facendo. Ma fu proprio come parlare a degli animali: nessuno gli rispose, nessuno lo guardò. Peggio, anzi, ché gli animali, almeno, al suono della voce umana volgono lo sguardo, o rizzano le orecchie, o muovono la coda; mentre da questi nessuna reazione, invece, come se fossero sordi: solo quell’accalcarsi sempre più, e avanzare sempre più rapidi, e stringerlo sempre più da vicino, come una pioggia che cade sempre più forte, e diventa tempesta, e a un tratto fa paura...

Eppure Luigi si stava calmando. A poco a poco, ipnotizzato dal rimbombo del tamburo e dallo scalpiccio furibondo dei danzatori, cominciava a guardare e sentire ciò che gli accadeva intorno con una sorta di inebetito distacco, come un brulichio monotono contemplato a lungo da dietro una spessa lastra di vetro. Solo quando si accorse che alcuni dei suoi compagni erano coperti di peli e avanzavano curvi, le braccia penzoloni fin quasi a toccare il terreno, solo allora provò di nuovo un fremito di inorridita disperazione. Poi non sentì e non pensò più nulla, rimase immobile, la bocca aperta, e il drago che dimenandosi lo stringeva sempre più dappresso non fu che una gran confusione di colori e di forme che dagli occhi gli si riversava senza senso nella mente.

Erano ormai vicinissimi, le lance già protese verso di lui come gli aculei di un’enorme istrice, quando un solo breve grido alle loro spalle li immobilizzò in un istante: tacque il tamburo, cessarono lo scalpiccio e il fruscio, e il viluppo di corpi si districò in silenzio e si divise in due, liberando al proprio interno un sentiero. Riscuotendosi dal torpore, Luigi esultò: Stella era venuta a salvarlo! L’avrebbero pagata cara, adesso, i suoi compagni, magia o non magia! Sarebbero scappati a gambe levate, certo, ma Stella l’avrebbe detto alle loro bambinaie ― la conosceva bene, la sua Stella, per lui sarebbe diventata una tigre! ― e sarebbero stati puniti, e come!

Ma fu la bella bambina, invece, che avanzò verso di lui tra due ali di ragazzi, improvvisamente ammansiti benché più grandi e più grossi di lei, e che per farle spazio si ritrassero più che potevano come se avessero un’immensa paura anche solo di sfiorarla: la bella bambina di cui si era sentito pronto a innamorarsi per tutta la vita ― quanto tempo gli sembrava trascorso da quando l’aveva pensato, anche se sapeva benissimo che non era passata più di mezzora ― e che poi in lungo e in largo aveva inseguita coi compagni attraverso il pratone, e che infine aveva visto volgersi impassibile da un’altra parte lasciandolo a quei selvaggi come se fosse solo un gattino o una lucertola ― una delle povere bestiole che i ragazzi di quella sorta amano cacciare, torturare e ammazzare ― e che ora avanzava verso di lui come una piccola regina... Era lei, proprio lei, e Luigi, guardandola, si sentì sconvolgere da un odio e una rabbia così feroci che volentieri e senza pensarci un attimo l’avrebbe legata all’albero al posto suo, se ne avesse avuto l’occasione. E tuttavia, mentre la odiava a tal punto, non poteva impedirsi di trovarla più bella che mai!

“Sciocchi!” gridò la bambina ai suoi aguzzini mettendosi tra lui e loro. “Si può sapere cosa state facendo? Chi vi ha detto di legarlo, eh? Dovevate soltanto prenderlo, sciocchi che non siete altro!”

Nessuno rispose, nessuno alzò gli occhi su di lei. Eppure non erano sordi, poiché il suo grido l’avevano udito. Ma forse non capivano la sua strana lingua, piena di lunghe e melodiose vocali... Una lingua che Luigi era certo di non aver mai sentito, ma che nondimeno comprendeva perfettamente!

“Forse è solo un sogno...” si disse, e questo pensiero, come quando se ne serviva per ammansire un incubo, gli infuse coraggio anche se in cuor suo sapeva bene che non era così: tanto che divincolandosi e torcendo le mani riuscì ad agguantare la corda che gli serrava i polsi e ad allentarla quel tanto che bastava a liberarsi. Ma come, dove scappare? Era circondato, il varco che la bambina aveva aperto si era già chiuso. E i compagni, malgrado gli occhi bassi e l’espressione vagamente contrita, sembravano pronti a tutto anche più di prima: una forza immane emanava dai loro corpi seminudi, dalle chiome arruffate, dal sudiciume e dai variopinti segnacci che li imbrattavano, così possente che neanche l’immobilità a cui erano costretti riusciva a celarla. Luigi la sentiva, e ne era così colpito che non poteva muoversi: restò addossato all’albero come se fosse un rifugio, massaggiandosi l’una con l’altra le mani in cui il sangue riprendeva a circolare dandogli un sollievo che al contempo faceva male, e fu in quella posa che la bambina lo sorprese quando si volse verso di lui:

“E tu ubbidiscimi, hai capito? Altrimenti li avrai tutti addosso, e questa volta li lascerò fare!”

La fronte corrugata, le labbra sottili, gli occhi che mandavano lampi: non era più la quieta e silenziosa bambina che aveva ammirato. Solo la sua voce squillava ancora come quella di una bambina, ma con un tono così freddo e duro che Luigi ebbe a un tratto non meno paura di lei che di tutti gli altri.

“Ma che volete da me?” riuscì tuttavia a proferire. “Lasciatemi andare!... Stella mi starà cercando, e se mi troverà così chiamerà le guardie, e lo dirà ai vostri genitori!...”

“Stella ti starà cercando, sì...” ripeté la bambina in tono un po’ beffardo, facendogli il verso. “Ma sta’ pur certo che non ti troverà, perché qui non si viene se non voglio io!”

“Ma perché? Cosa ti ho fatto? Lasciami andare, per favore, e a casa ci tornerò da me! A Stella non dirò niente! Non dirò niente a nessuno, te lo giuro!”

“Cosa mi hai fatto, dici? Mi hai dato la caccia insieme a loro, non te ne ricordi più?”

Luigi stava per protestare che era stato solo un gioco, ma se ne vergognò: non era stato un gioco, a dire il vero, ma una specie di furia che a un tratto lo aveva preso e che aveva trasmesso ai compagni incitandoli contro di lei. Anch’egli aveva voluto diventare così mostruoso, ma solo i compagni c’erano riusciti. I suoi compagni che ora alzavano gli occhi da terra a uno a uno, sentendo che la piccola regina non ce l’aveva più con loro, e tutti insieme lo fissavano intenti, pronti come cani all’incitamento del cacciatore.

“E poi, lasciarti andare?” disse la bambina, dopo aver atteso per qualche istante una sua risposta. “Non voglio, non me lo sogno neppure, perché di là da te ci son venuta apposta per prenderti e portarti qui!... Seguimi, forza!... E voi, lasciateci passare!”

Di nuovo la turba si divise, e Luigi vide la bambina volgergli le spalle e avviarsi. Non si voltò a controllare se lui la seguisse, se n’andò e basta. Ma i compagni si mossero tutti insieme, da tutte le parti, come un mucchio di foglie secche dietro a un turbine di vento, addirittura correndo e sgambettandosi a vicenda per essere i più vicini a lei, e la bambina dovette allora fermarsi e rimproverarli di nuovo:

“Chi vi ha chiamato, eh? Andatevene! Immediatamente!”

Ancora una volta, mentre quelli si immobilizzavano ― simili a un tratto a pupazzi, non fosse stato per le loro espressioni quasi comicamente confuse ― Luigi ebbe l’impressione che non capissero le sue parole, che comprendessero e ubbidissero solo al tono. Ma ecco uno di loro farsi largo tra gli altri e parlare, invece; un ragazzo più alto, più possente, più eretto; uno che al bambino parve quasi un uomo:

“Ma lui cercherà di scappare, Barbara, se resterete soli!”

Barbara! Così, dunque, la piccola, bellissima regina si chiamava! E una piccola barbara sembrava davvero, si disse Luigi, e selvaggia, a modo suo, non meno di quanto lo erano i maschi!

“No che non cercherà!” rispose, fulminandolo con un’occhiata benché fosse costretta a guardarlo dal basso in alto. “Non saprebbe dove andare! E poi è quasi buio, non vedi? E avrebbe troppa paura d’incontrare voi!”

Ci pensò un po’ sù, come se non fosse del tutto convinta di quel che aveva detto.

“Va bene, venite anche voi!” esclamò. “Anche se non lo meritate! Ma non un fiato, o vi caccio via tutti e vi lascio qui per sempre! E non statemi troppo addosso, ché puzzate come caproni!”

Tornò a incamminarsi, e questa volta Luigi fu svelto a seguirla per non restare in mezzo agli altri. Quando si voltò per spiare cosa facessero li vide, ubbidienti, mantenere una certa distanza, ma tutti con gli occhi su di lui, e con le lance su di lui puntate. Allora decise di non guardarli più, e di tenersi il più vicino possibile alla piccola regina che li guidava, sicura, attraverso il bosco.

Soltanto quando furono sul piazzale, a pochi passi dalle panchine su cui sedevano le bambinaie e tra loro la sua Stella, Luigi osò voltarsi di nuovo. Non lo stupì constatare che erano tornati quelli di sempre, né che la bellissima bambina-strega, appoggiata al recinto, non li guardava più.

Avrebbe ricordato quel giorno per tutta la vita.

 

 

 

 

 

 

 

2005 - 8 marzo 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com

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