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La Terra vista da Anticoli Corrado
diario del Prof (scolastico e oltre)
25 novembre 2006
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La colpa del bullismo è di chi non c’è
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Scarica il testo in formato Word (43 kb)! Avvertenza per anime apprensive: in questo articolo si parla, più che di piccoli e meno piccoli bulli, di insegnanti e di genitori. Non di tutti gli insegnanti e di tutti i genitori (dato che la maggior parte si guardano bene dall'abbandonare a sé stessi i bambini e i ragazzi e infatti non allevano bulli) ma solo di alcuni di essi. Si arrabbino, pertanto (e arrabbiandosi si tradiscano) solo quelli che nelle righe che seguono si riconoscono!
Proprio
così: la colpa del cosiddetto bullismo nelle
scuole, la prima colpa, è degli insegnanti che non ci sono.
Che si assentano e spariscono. Non tanto perché si
ammalino o muoiano, ovviamente, e nemmeno perché vengano
fatti sparire ―
La
colpa, innanzi tutto, è degli insegnanti che non ci sono fisicamente.
Che entrano in aula in ritardo, che ne escono prima del tempo, che
interrompono la lezione e più o meno furtivamente se ne vanno, anche
solo a un passo dalla porta aperta, per farsi i fatti propri, male
accompagnati o da soli. La colpa, cioè, innanzi tutto è degli insegnanti che
fisicamente lasciano soli i bambini e i ragazzi che gli sono stati affidati e
li abbandonano a sé stessi. O che, pur essendo
fisicamente presenti, si assentano e li abbandonano con la mente, disinteressandosi di
loro, rendendosi indifferenti, negandogli anche quel minimo di continuità
di memoria e di pensiero che non sanno negare, invece, nemmeno alla più
putrida
delle immondizie televisive dinanzi alle quali si stravaccano ogni sera.
E che, così facendo, materialmente ripetono e confermano una volta di
più la
lunga e ininterrotta teoria di ripulse e di abbandoni familiari e
sociali che
a poco a poco ha indotto una parte di quei bambini e di quei ragazzi a
convincersi di non valere niente, di non piacere né interessare a
nessuno più di quanto possano piacere e interessare a
qualcuno delle persone da cui tutti si allontanano per andare a
fare quel che davvero li attrae, li entusiasma e gli preme. A
convincersi, anzi, di essere addirittura malvagi e ripugnanti, poiché
solo quelli che disgustano non si vede l’ora di non averli più
sotto gli occhi, si cerca ogni pretesto per sottrarsi alla loro vista, e
se proprio non si può scappare, ecco, gli si dà un compito da svolgere
che tenga chine le loro teste e intanto ci si distrae col giornale, col
telefonino, con quel che si vede dalla finestra, o quanto meno con
qualche effimero tentativo
di pensare ad altro che però fallisce,
perché il pensiero,
in costoro ―
ahimé! ―
non c’è più. La
lunga e ininterrotta teoria di ripulse e di abbandoni famigliari e
sociali che
non solo ha indotto una parte di quei bambini e di quei ragazzi a
credere di non valere niente, ma addirittura a persuadersi che proprio
il loro essere inutili, ininteressanti, brutti, cattivi e disgustosi sia
il loro essere sé stessi, l’identità precisa ed
univoca che tutti, nessuno escluso, gli hanno sempre attribuito e
rinfacciato trattandoli come tali e lasciandoli appena possibile.
E che certi insegnanti,
ieri e oggi, domani e sempre ―
E
poi tocca leggere sui quotidiani ―
È pur vero, certo, che i primi ad abbandonare non sono stati gli insegnanti che lasciano soli i bambini nelle aule e nelle menti. I primi in ordine di tempo, è ovvio, sono stati i padri e le madri che non guardavano i figli perché perfino la contemplazione di un soffitto li annoiava di meno. I padri e le madri che i figli non li ascoltavano, perché tutto era sempre più interessante o più urgente dei loro discorsi, degli sguardi interrogativi, delle domande, dei ditini protesi a indicare le infinite incognite del mondo sul quale si affacciavano. I padri e le madri che non facevano che svicolare, uscire, affrettarsi, scappare, andarsene ovunque, purché lontano dai figli; che avevano sempre un pretesto per sfuggirli, che li sbolognavano alle bambinaie e ai nonni o li spedivano in colonia non perché veramente non potessero fare altrimenti, ma per liberarsene per un po’: illudendosi che i bambini non lo intuissero, che non si sentissero perciò insopportabili, e che non diventassero perciò, a poco a poco, davvero insopportabili per amore dei propri genitori, per non smentirli, per giustificarli, per dire e dimostrare a sé stessi che sì, papà e mamma hanno proprio ragione, siamo noi e non loro i cattivi, siamo noi e non loro gli esseri ripugnanti, siamo noi e non loro la gente da cui guardarsi. I padri e le madri che per i figli si ammazzavano di lavoro quindici ore al giorno lontani da casa, ma che con i figli non riuscivano a vivere neanche quindici minuti di gioco e di fantasticherie lontani dal lavoro.
I primi a convincere i bambini di non valere niente, i primi in ordine di tempo, è ovvio che non sono stati gli insegnanti, ma i padri e le madri che evitavano i figli con ogni scusa e ogni mezzo. O, quanto meno, i padri e le madri che non vedevano nei figli delle creature umane, ma al più delle bestioline calzate e vestite, graziose per trastullarsi un po’ con i loro vezzi e moine fino al giorno in cui non diventassero troppo ingombranti e aggressive per essere ancora divertenti. I padri e le madri che neppure una volta avevano mai nei confronti dei figli l’umanità di rammentare una storia del passato, di reinventare una fiaba, di metterli a parte con sincerità di un sentimento o di un pensiero, di fantasticare insieme il futuro. I padri e le madri che ai figli non parlavano che di cose, d’interessi, di bisogni, di cibo, di sporco e di pulito, di cacca e di pipì, e mai di ciò che di visibile o di invisibile ci distingue dagli altri animali. O che si illudevano di farlo parlando ai figli delle cose che starebbero nell’alto dei cieli, anziché di quelle che stanno nei cuori e nelle menti...
Sono mille i modi di abbandonare i figli, o quanto meno di trattarli come se non fossero degli esseri umani; e ognuno di essi genera nei bambini mille maniere diverse di sentirsi delle creature di scarso valore: creature vuote, noiose, o addirittura ripugnanti e cattive, che a poco a poco passano dal dolore di essere ciò che gli adulti vedono in loro alla certezza di non poter essere altrimenti. E dunque a comportarsi di conseguenza. Da bulli. Da creature vuote, noiose, ripugnanti e cattive. Non “per attrarre l’attenzione” ― come ripetiamo a pappagallo ― ma perché la bruttezza è la sola immagine di sé che hanno visto riflessa negli occhi dei padri e delle madri che sfuggivano i loro. E perché accettarla come immagine di sé è talvolta il solo ed estremo atto d’amore che delle creature siffatte si sentano ancora in grado di fare per i genitori. Sacrificarsi. Esser tali al loro posto. Esser tali perché non esserlo vorrebbe dire che sono tali loro.
No, gli insegnanti non sono i primi ad abbandonare i bambini e i ragazzi dinanzi a delle immagini non umane di sé. Ma a dire il vero non sono neanche i secondi, perché la seconda è la televisione commerciale. Cioè, ormai, la televisione quasi tutta. Che ogni giorno e quasi ogni ora tratta i bambini e i ragazzi non come esseri umani, ma come bestiole da far cadere in trappola. Da indurre a consumare.
Per la televisione commerciale, i bambini e i ragazzi non sono interessanti e belli di per sé. Sono solo dei mezzi per arricchirsi inducendoli a spendere denaro. E questo assoluto disprezzo della televisione commerciale per la loro realtà umana è evidente, è continuo, è spietato, li martella senza requie dai primi anni fino all’adolescenza e oltre. E questo assoluto disprezzo i bambini e i ragazzi davanti al televisore devono subirlo e sentirlo sempre, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Poiché gli spot pubblicitari, interrompendo le storie e le emozioni che le storie suscitano, gli dicono e gli ripetono migliaia e migliaia di volte che loro, i bambini e i ragazzi, alla fin fine non hanno vera importanza, non sono davvero interessanti, non valgono niente: hanno valore solo se comprano, hanno valore solo per i soldi che tireranno fuori dalle tasche. Hanno, né più né meno, il valore che hanno le bestie che puoi spogliare delle pelli per venderle, e poi comprarti con il ricavato ciò che davvero ti preme. Ma non hanno niente che renda bello il fare qualcosa per loro soltanto per la gioia di farlo, come accade solo agli esseri umani quando un essere umano li ama.
Così, dopo che certi padri e madri han piantato il chiodo, la televisione lo conficca ben bene in profondità: nient’altro siete voi, che quelli che non si vede l’ora di levarsi di torno. Ne è un simbolo, una ricapitolazione e una conferma la fulminea rapidità con cui i film vengono fatti sfumare e sparire non appena iniziano i titoli di coda: quel che potevi darmi l’hai dato, ora sparisci, vattene a letto! Non c’è proprio niente, in te, che mi faccia desiderare di trattenermi ancora un poco in tua compagnia.
No, gli insegnanti che lasciano i bambini e i ragazzi soli nelle aule e nelle menti non sono i primi ad abbandonarli. Sono gli ultimi. Ma proprio per questo la colpa è soprattutto loro: perché il passato è passato, e quindi è perduto per sempre quel che i bambini e i ragazzi non hanno avuto prima. Tutto ciò che si può fare per loro, poco o tanto che sia, lo si può fare soltanto adesso, nel momento presente. E adesso sono qui, in questa aula, davanti a questo essere umano. Che forse può dare solo poco di più a quelli che dai papà e dalle mamme hanno avuto già tanto. Ma che ha il potere e la responsabilità di dare tutto a quelli per i quali forse proprio oggi è l’ultimo giorno utile per farli sentire importanti per ciò che sono.
Altrimenti domani, dopo che i bambini e i ragazzi si saranno abbandonati ad atti di bullismo più o meno efferato, qualcuno testimonierà che li hai lasciati soli. E dirà di averti visto in corridoio, mentre i fatti accadevano, anziché al tuo posto. Dirà che era perso nel vuoto il tuo sguardo, che per anni ha cercato ogni pretesto per sfuggire i loro. Dirà che la colpa maggiore è la tua. E avrà ragione.
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