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Arturo Martini cattivo ad Anticoli Corrado

 

di Luigi Scialanca

 

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C’era una volta un re... Il re fece battere il tamburo! Il re fece battere il tamburo! Si dava uno spettacolo di morte! ...uno spettacolo di morte! Due amanti per aversi amato tanto! ...per aversi amato tanto! furono condannati a morte! ...condannati a morte!... Anch’io batto il tamburo! Si dà uno spettacolo di vita! Venite, noi v’invitiamo!1

 

(Arturo Martini a 26 anni, nel primo anno di guerra 1915)

 

"Palinuro", di Arturo Martini (1946-1947)

Ai venti e ai trent’anni. A chi li ha o li avrà. E a chi non li ha distrutti.

(Anticoli Corrado, 25 febbraio 2007)

Si ispira a Palinuro, Arturo Martini, per lultima sua opera: il monumento al partigiano Masaccio2, ucciso il 29 aprile 1945 ― quattro giorni dopo la Liberazione ― da un gruppo di soldati tedeschi in fuga. Ucciso quando ormai ha vinto, mentre l’orrore nazifascista è ovunque alla fine: il giorno prima, sabato 28 aprile, è stato giustiziato Mussolini; il giorno dopo, lunedì 30, a Berlino si suiciderà Hitler. A trentadue anni ― pensa Martini Masaccio è morto come Palinuro, il timoniere di Enea, che in una notte di calma di mare, quando la meta era prossima, vinto dal sonno mentre guardava le stelle per non cedere al sonno, cadde in mare e andò incontro alla morte mentre i compagni si destavano salvi3.

 

Negli stessi giorni del 1945, per Arturo Martini inizia la resa dei conti dell’epurazione. Sottoposto a processo per aver aderito al fascismo, è privato della cattedra di scultura all’Accademia di Venezia. Al difensore scrive, con la testarda sfrontatezza che gli è propria: Siccome morivo di fame col giolittismo ho creduto a questo movimento, cioè al fascismo... In quanto all’iscrizione antemarcia su Roma, mi pare nobile, perché era una speranza, mentre quelli che si sono iscritti dopo, non furono che degli opportunisti vili e interessati.4 Ma Orio Vergani, che lo conosce da trent’anni e gli è vicino nei giorni della fine, scriverà che l’epurazione lo aveva stroncato. Per guardar la gente a faccia a faccia, beveva dieci aperitivi prima di ogni pasto e consumava un tubetto di simpamina al giorno. Si sentiva demolito... Il dottore disse che l’alcool e gli stupefacenti avevano distrutto i reni e tutti gli organi vitali.5

 

Nel 1947, finito il Palinuro, Arturo Martini muore, a 58 anni, il primo giorno di primavera.

 

Ma la sua fine non assomiglia a quella del timoniere di Enea, morto in età imprecisata ma certo giovanissima, o a quella di Primo Visentin, detto Masaccio, ucciso a 32. Arturo Martini non è ormai prossimo alla meta agognata. Non perché non si sia anch’egli proposto una meta ― per lui importantissima, e non meno desiderata di quanto lo erano l’Italia per Enea e i suoi compagni e l’Italia libera per Visentin ― ma perché crede di averla mancata. Poiché  sebbene parli di sé come di un genio assoluto e guardi dall’alto in basso quasi tutta l’arte e in particolare la scultura antica e moderna6 la verità è che da anni il terrore e l’angoscia del fallimento non l’abbandonano un solo istante.

 

È per ingraziarsi i vincitori che Martini dedica lultima fatica al partigiano Masaccio? Non lo crediamo. In tal caso, infatti, non gli riuscirebbe il capolavoro che è...

Non che lo scultore non sia capace di piaggeria. Comincia a esserlo, come molti, dicendosi che lo sarà per la sua arte, non per sé stesso, ma quella che all’inizio è una maschera gli si attacca al viso a mano a mano che nella scultura perde la fede. Gli rimane il caratteraccio, a farlo sembrare e forse a fargli credere d’essere ancora l’eroe di una volta, orgoglioso, selvaggio, sprezzante, alieno da ogni compromesso. Ma la sopravvissuta spavalderia non racchiude più la forza e la determinazione di chi difende la propria ricerca come una madre il bambino: è quasi solo carattere, appunto, e sotto di essa, sempre più cavernoso e buio, a poco a poco ingigantisce il vuoto che si sente venir fuori ancora oggi, come uno spiffero gelido, dalle opere realizzate per celebrare il regime (Il leone di Giuda, del ’36, per la conquista dell’Etiopia, La Giustizia corporativa, del ’37, la Storia eroica del fascismo, del ’38, per citarne solo alcune) tanto false quanto roboanti, e da Martini stesso disprezzate...

 

Ma il Palinuro no. Il Palinuro è opera sincera, appassionata, profonda. Che non si comprende, però, se non s’intravede, nel ragazzo che guarda le stelle nel ’46 e per l’eternità, l’Arturo Martini che nel ’26, mentre scolpisce il Figliol prodigo, è ragazzo per l’ultima volta a 37 anni. Se non si scorge nella solitudine del timoniere di Enea, sospesa tra il cielo e il mare che si contendono la sua attenzione, e nel dividersi del suo corpo da un lato e dall’altro del segno che dalla base del collo gli taglia il pettoil braccio destro da una parte e il sinistro dall’altra, una gamba di qua e l’altra di là ― lo stesso tremendo spartiacque che nel Figliol prodigo separa il vecchio dal giovane, l’anziano e disilluso maestro dal genio vicino a morire nel fiore degli anni, la disperazione che è definitiva nel ’46 dalle speranze che iniziano a spegnersi vent’anni prima. Se non s’intuisce che il Palinuro è l’artista da giovane, è un ritratto dell’Arturo Martini che nel ’26, giovane per l’ultima volta, nel Figliol prodigo ritrae sé stesso dinanzi a sé stesso: il giovane che mai più sarà, dinanzi al vecchio che sta diventando, che sta scegliendo di diventare, e che accogliendolo tra le vecchie braccia sembra voler fermarlo prima che anche per il giovane sia tardi. Prima che il giovane abbracci il vecchio e torni, docile, a identificarsi con lui.

 

Là, nel Figliol prodigo del ’26, la gioia del padre nel ritrovare il figlio sconvolta e funestata da cupi presentimenti. Qui, nel Palinuro del ’46, la gioia per sempre intatta del figlio che a casa non arriverà, e al quale non si rivelerà, dunque, nello sguardo del vecchio ― a sconvolgere e funestare la gioia di entrambi il presagio che il giovane sia tornato sconfitto per iniziare, sotto gli occhi del padre, a morire come il padre. E in ambedue le opere, il medesimo tremendo pensiero: che non tornare a casa, non esser mai un figliol prodigo e piuttosto morire nel fiore degli anni, sia forse meglio che sottomettersi al destino al quale andandosene si tentò di sfuggire, e che tornando si accetta che in vent’anni renderà il giovane identico al vecchio. 

 

Come nel Tito Minniti eroe d’Africa, del ’36, dedicato a un pilota caduto a 26 anni, nel Palinuro c’è lo spaventoso dolore dell’adulto per la morte più ingiusta e insensata: la morte del giovane. Ma anche, al tempo stesso, l’orribile sofferenza dell’adulto per l’insensatezza e l’ingiustizia di averlo lasciato morire dentro di sé. Palinuro-Masaccio non tornerà a casa, nessun padre gli si farà incontro tremante, malfermo sulle vecchie gambe, per abbracciarlo e arrestare la sua corsa, per fermarlo in quellandare verso di lui che sta per tramutarsi in un diventare come lui. Palinuro e Masaccio muoiono giovani, guardando le stelle, mentre alle loro nobili imprese arride finalmente il successo, e giovani e belli rimarranno per sempre. Ai loro padri, affranti dal dolore, sarà almeno risparmiata l’angoscia, che già traspare dai lineamenti del padre del Figliol prodigo, di scorgere negli occhi del ragazzo i primi segni della sua stessa disillusione, della sua stessa sconfitta, del suo stesso fallimento.

 

"Il figliol prodigo", 1926

 

Palinuro, solo sul ponte fra le stelle e il mare, è Arturo Martini che nel 1946 rivede sé stesso da giovane, solo nella notte di piazza delle Ville, fra le stelle nel cielo sopra Anticoli Corrado e l’acqua che mormora nella sua Fontana. Quando ancora non si è perduto, ma si sta perdendo. Quando ancora non è morto, ma sta iniziando a morire. Nel 1926, a trentasette anni.

 

Nel marzo del 1944, una mattina a scuola (fu l’ultima lezione di quell’anno) ho fatto questa domanda agli allievi: un pomo in pittura vale una Venere. Perché un pomo in scultura non vale una Venere? La domanda era sbalorditiva. Da quella mattina ho cominciato a scrivere7.

 

Il libro che scrive nel ’44, Martini lo intitola La scultura lingua morta. Intendendo dire, con ciò, che nel corso dei secoli le altre arti si sono evolute, come l’italiano dal latino, ed evolvendosi si sono realizzate: hanno trovato sé stesse trovando ognuna il proprio linguaggio, con il quale sono sempre in grado di esprimere ciò che l’artista ha in mente, qualunque sia il soggetto che egli sceglie di rappresentare, foss’anche l’umilissimo “ritratto” di un pomo nel caso della pittura, poiché ciò che il pittore dipinge non è il pomo né altro, ma il personale ritmo interiore che il linguaggio della sua arte gli permette di trasfondere in esso. Mentre la scultura no, è rimasta a fare immagini, a fare statue, è legata a esse e non può liberarsene (a meno di non buttarsi a capo fitto nelle varie astruserie e astrattezze contemporanee, che per Martini non sono che bestemmie8) poiché non ha una lingua propria, non ha senso di per sé, è solo un imitare la realtà; tant’è vero che non si possono scolpire pomi né altro, ma solo esseri umani e animali, poiché un pomo o un ramo di gelso scolpiti non direbbero nulla, sarebbero addirittura ridicoli...

 

Una mattina, dopo aver assistito alla gioiosa preparazione e partenza di un pittore per l’aperta campagna, confrontai la sua festa alla mia tristezza e nel rientrare nello studio, che ormai mi pareva una tomba, mi domandai: ma perché, se a tutte le altre arti è data la possibilità di esprimersi con tutta la vasta natura, solo alla scultura questo è proibito? Da quel giorno fui invaso da una completa crisi e non lavorai più9. La scultura non è arte, anche se crede di esserlo, proprio come non è arte la fotografia. La scultura continua da sempre a ripetersi anche quando crede di rinnovarsi. La scultura è morta, anche se non sa di esserlo, e lo studio dello scultore è la tomba di entrambi. È morta giovane, tantissimi anni fa. È finita in mare ai tempi di Palinuro o poco dopo, forse sulla rotta tra la Grecia e l’Italia, e da allora di quando in quando viene ritrovata, ripescata, ripetuta, riproposta. Ma nessuno può davvero farla rivivere. Nessuno può dar vita a una statua.

 

Coerentemente, Arturo Martini decide di abbandonarla. Sarà pittore. E da pittore sarà il genio che teme in cuor suo di non essere stato come scultore. Già nel ’40, del resto, e precisamente il 16 gennaio, scrive alla moglie, Brigida Pessano: Mi ha fatto piacere la tua lettera dove anche tu mi dici d’aver capito che era venuta l’ora della pittura, e capisco ora perché la scultura e tutto mi dava fastidio. Dunque fede e resistenza ormai questa sarà la mia nuova strada. E nel febbraio: Io farò assolutamente il pittore... La mia conversione non è un capriccio, ma grande e forte come quella di Van Gogh10. E tenta, sul serio, e per alcuni anni disegna e dipinge, e ci sono momenti in cui davvero gli sembra d’aver infine trovato la sua strada dipingo dalla mattina alla sera colla certezza di grandi risultati, forse io ero nato pittore e credo che la decisione d’aver fatto lo scultore non sia stato che un fenomeno di miseria11... Ma non è così, ed egli in fondo lo sa, tant’è vero che periodicamente “ricade” nella scultura: Se vuol sapere cosa penso dei miei disegni, scrive al direttore della Piccola Galleria di Venezia ai primi di aprile del ’44, le dirò, liquidandoli in due parole, che qualcuno mi piace perché persegue scopi di profonda ricerca per la mia scultura, mentre gli altri hanno un semplice valore di puro piacere lirico12. Il “rinascimento” dello scultore Arturo Martini come pittore non riesce, il pittore che vuol nascere cinquantenne nasce morto, lontanissimo dalla meta. E però la scultura, a cui Martini torna a dedicarsi quasi con furore, non per questo cessa di essere una lingua morta: Io non sono lo scultore, ma sono uno scultore che ha creduto essere tale, invece come tutti non sono stato che uno statuario13. Poiché la scultura è un’arte da negri e senza pace14! Ma intanto, sempre insoddisfatto di ciò che sta pensando e scrivendo su di essa, non desiste dal cercare un’idea che le permetta di sopravvivere come arte, non solo come statuaria; e fino all’ultimo, pur continuando a dipingere, non per questo dimentica in che cosa e quando è stato davvero grande, davvero sé stesso: I secoli sono fatti da un uomo e questo in fatto di scultura è il mio secolo cioè fatto da me15. E pochi giorni prima di morire: Ritorno a Vado Ligure da dove sono partito e dove ho fatto le mie prime opere che ancora riconosco piene di poesia16.

 

Poiché Martini sbaglia, naturalmente. Non la scultura, ma lo scultore muore da più di vent’anni. E non si può dire che non lo sappia, non si può sostenere che non voglia vederlo: poiché, mentre ancora si arrovella per dimostrare che il fallimento è della sua arte e non suo, al tempo stesso, nell’anno che precede la morte, Arturo Martini, tornando alla poesia delle prime opere, torna a dar vita nel Palinuro al giovane che muore in vista della meta, tra cielo e mare perdendo la vista e tutto sé stesso mentre volge gli occhi alle stelle per non perdere la rotta prefissa.

 

Ciò che soprattutto dobbiamo domandarci, dunque, non è se, ma quando il giovane Arturo Martini, perdendo la rotta della ricerca, si metta in testa di tornare alla casa del padre, e tra le braccia del vecchio di cominciare ancora giovane a morire. E la domanda deve premere in special modo a noi, che ad Anticoli in piazza delle Ville ogni giorno ruotiamo, come pianeti e pianetini, intorno alla sua Fontana. Poiché è ad Anticoli che Arturo Martini trascorre gli ultimi anni della giovinezza, gli ultimi in cui è ragazzo. E se qualcosa gli accade, se qualcosa gli succede proprio qui, è molto importante soprattutto per noi appurare se davvero è una sorgente rigeneratrice o se invece è una pietra tombale, quella intorno alla quale il cattivo17 ci ha lasciato a ruotare giorno dopo giorno. Cosa vuol farci, ponendo e scolpendo quel blocco di cemento dove non potremo non vederlo ogni giorno e ogni notte per l’intero corso delle nostre vite? Maledirci per averlo ucciso? O benedirci per le ultime gioie della sua giovinezza, per le ultime stelle intraviste lassù, nel cielo sopra Anticoli, un attimo prima di cadere nel buio?

 

Stando ai documenti che abbiamo citato, il tormento di sentir morta la scultura (e morto sé stesso come scultore) inizierebbe molto tempo dopo l’addio di Arturo Martini ad Anticoli Corrado. L’episodio dell’invidiata partenza del pittore per l’aperta campagna, raccontato a Gino Scarpa il 26 agosto 1944, sarebbe di circa tre anni prima. Le lettere in cui confida alla figlia e alla moglie il fermo proposito di dedicarsi alla pittura sono del ’40, tutt’al più del ’39. Impossibile, dunque, che la morte della scultura abbia qualcosa a che fare con il periodo anticolano, terminato dodici anni prima!...

 

Ma le cose non stanno così. L’inizio della crisi è di molto precedente, e a provarlo è unesplicita affermazione dell’artista (sfuggita, sembra, anche ai più attenti commentatori dellepistolario) in una lettera del febbraio del ’42 al pittore Guido Farina: nella quale Arturo Martini afferma di aver forse nuovamente trovato nella scultura qualche cosa che ne valga la pena, e che questa ricerca, che gli ha dato risultati importanti, gli ha ridato un tale interesse verso la scultura, interesse che non sentiva più da 15 anni, fino al ringiovanimento e a quella smania che è legata a questa età giovanile18... Quindici anni! E non lo dice per dire, poiché la smania dell’età giovanile non è possibile che sia del ’40 o del ’39! Dunque, quarantadue meno quindici fa 27: l’anno della partenza da Anticoli!

 

È quando lascia Anticoli che Martini inizia a disperare nella scultura? È negli anni anticolani che dobbiamo cercare gli eventi che alla disperazione lo consegnano?

 

Arturo Martini giunge qui a 35 anni, nella primavera del 24. Se ne va, per non tornare mai più, nell’autunno del 27. Tre anni e mezzo ― o, per meglio dire, quattro estati e tre inverni ― in capo ai quali egli riparte assai diverso da quello che era prima. Cambiato. Per cominciare a morire, lontano, di una morte che durerà diciannove anni e qualche mese. Che cosa gli accade ad Anticoli? E in primo luogo, perché ci viene? E come?

 

Non vi sono dubbi che sia Maurice Sterne, se non il primo a parlare ad Arturo Martini di Anticoli Corrado, colui che lo invita a trasferirvisi. Come non vi sono dubbi che i sentimenti di quel quarantacinquenne americano, che disperatamente vuol convincersi e convincere di essere un artista, nei confronti dell’uomo più giovane di lui di undici anni che artista lo è davvero e si vede bene, siano fin dal primo momento di profondo odio ed invidia.

 

Come potrebbe essere altrimenti, se Martini può e sa creare mentre Sterne è a ciò del tutto impotente? Se il primo non si perita non solo di dirglielo in faccia, ma addirittura di dimostrarglielo? Se la bassezza di Sterne arriva al punto di comprare e presentare al mondo come proprie le opere di colui che osa frattanto chiamare amico? Fino a un punto, cioè, a cui non vi è bassezza che possa giungere senza essere pienamente consapevole di sé?

 

“La strana vicenda dei rapporti di Martini con l’artista dilettante Maurizio Sterne si svolge dal suo primo soggiorno ad Anticoli Corrado a tutto il periodo romano, che si conclude nel ’28. È una vicenda per più aspetti avvilente, in quanto Martini è costretto a ‘vendere’ il proprio talento a un artista che non ne ha. A propria giustificazione, Martini confessa: La mia miseria a Roma era tremenda. Di qui la decisione di lavorare per Sterne: Sterne mi dava quattromila lire al mese. La vicenda comincia quasi per gioco. Una sera Maurizio Sterne, che ha lo studio a villa Strohl-Fern, conosciuto Martini, lo invita a vedere una scultura, una Vittoria, che dovrebbe mandare negli Stati Uniti. Martini la giudica un disastro e consiglia all’americano di andarsene in Spagna con la moglie a guardarsi Velasquez, il Greco e Goya: al ritorno troverà una Vittoria miracolosamente mutata. Sterne gli dà un po’ di soldi e parte. Al ritorno la ‘sua’ scultura è pronta e, giunta in America, riscuote un largo consenso di pubblico e di critica, tanto che Sterne viene incluso nel gruppo ristretto di artisti invitati al concorso per un Monumento al Pioniere. L’americano è addirittura spaventato da quell’invito e ricorre ancora a Martini. Ed è qui che il ‘gioco’ si trasforma in un impegno gravoso e ambiguo. Martini fa il bozzetto, che viene scelto fra tutti gli altri, dopodiché, senza smettere di lavorare per sé, è costretto a fare anche il monumento per Sterne, messo in opera a Worcester, nel Massachusetts, nel 1929.”19

 

La “strana” vicenda dei rapporti di Martini con l’artista dilettante ― diciamolo, una buona volta, senza tanti riguardi! ― è una vicenda di opposte trasmutazioni: il giovane povero, ma capace di creare, trasforma in oro la robaccia del vecchio impotente, ma ricco in dollari; e il vecchio ricco, ma impotente, dal canto suo tramuta in anni di servitù gli ultimi di quella giovinezza capace di creare, ma disperatamente povera e come vedremo smarrita da quasi un decennio in una notte senza stelle. Una vicenda non diversa, in fondo, da quella che vivono negli stessi anni i ragazzi e gli uomini di Anticoli che per non morire di fame emigrano nelle Americhe lasciando le mamme, le sorelle, le mogli, le figliolette: le donne e le ragazze Anticolane che incantano gli artisti non solo per la bellezza, ma anche per la solitudine che dolorosamente le rende libere di sedurli20... Una vicenda che tutto è meno che uno scherzo, anche se per Arturo è forse iniziata un pocome una beffa, come una smargiassata da ragazzaccio geniale, da giovane Mozart che sghignazzando umilia il suo Salieri. Una vicenda che non ha alcunché di giocoso ― anche se può sembrare poco importante dall’esterno, da lontano, dalle gelide plaghe dell’indifferenza di chi trova normali il disprezzo e lo sfruttamento degli esseri umani ed è invece una storia di violenza e di morte, anche se materialmente a nessuno viene torto un capello. Poiché non è possibile, in realtà, distinguere da un tentativo di assassinio il tentativo di distruggere un artista come Arturo Martini. In cui l’artista, essendo autentico, non si distingue dall’uomo.

 

Ma è davvero sempre e “solo” la miseria che costringe Arturo Martini alle svolte più importanti o più funeste? A far di lui prima uno scultore, poi il suocero di un ricco fornaio, poi lo schiavo di un americano, poi un iscritto e un celebratore del partito fascista?...

 

Certo è che Arturo Martini è poverissimo sul serio: figlio di un cuoco e di una cameriera, vive tutta linfanzia in una delle torri duecentesche, umide e malsane, del centro di Treviso, abitate solo dai meno abbienti21, lascia la scuola a dodici anni, è facchino alla stazione e garzone per un orefice, ruba dai carri di passaggio la creta per le primissime opere... Non cè dubbio: la povertà la conosce bene, e per tutta la vita continua a temerla e a dover duramente lottare per tenerla a bada.

 

Ma sta di fatto che dinanzi alla miseria, fin da ragazzo, Arturo Martini non si perde mai d’animo né mai le permette di allontanarlo o anche solo di distrarlo dalla sua vocazione: frequenta, al ritorno dai tanti lavori e lavoretti, la Scuola Serale e Domenicale di Arti e Mestieri, si perfeziona presso lo scultore Antonio Carlini mentre la madre impegna i nissioi (lenzuola) e anche ne vende per comperargli il gesso22, vince una borsa di studio, va a studiare e a crescere a Venezia, a Monaco, a Parigi. Sta di fatto che questo scultore, che nel ’43 scriverà di esserlo diventato per un fenomeno di miseria, nel ’22 è invece così persuaso di non poter essere altro, e di esserlo come pochi, da definirsi l’unico vero scultore non solo della nostra epoca, ma come da tempo non si vedeva scultura degna di essere chiamata con questo nome23... Può essere così sicuro, di sé e della propria arte, chi le si è dato soltanto per non morir di fame? Può essere così sfrontato da definire un disastro l’opera di un artista più anziano di lui e da offrirgli di rifargliela? Può essere solo un ripiego per sbarcare il lunario, l’arte di un uomo che ancora nel ’25, ad Anticoli, si sente capace di compiere l’opera perfetta24? E che nel 44, in uno dei molti tentativi di “parlar male” della scultura, tuttavia riconoscerà ben altre motivazioni all’impulso che l’ha condotto a essa: Quanta innocenza sprecata nel credere che facendo bollire dell’acqua mi risultasse il miracolo dell’oro, e questo ha durato trent’anni25? Evidentemente no, poiché loro, nel quale qui afferma di aver creduto così a lungo, non è certo il metallo!

 

No. Il giovane Martini vuole essere uno scultore e sa di essere, come scultore, un genio. Ma poi la scultura inizia a morire, in lui, ed egli ― che non è scultore per un fenomeno di miseria, ma perché scultore, come vedremo, ha scoperto di voler essere a soli due anni ― non potendo salvarla, inizia a morire con essa.

 

Messe in fila, le parole che Arturo Martini inchioda su Maurice Sterne nelle Lettere sono un documento sconvolgente della lenta agonia, nelle quattro estati e nei tre inverni della cattività anticolana, della sua fiducia in sé stesso e nella propria arte.

 

È pur vero che con la moglie, Brigida ― che alla partenza del marito per Anticoli è tornata dai genitori a Vado Ligure con la figlia Maria Antonietta, detta Nena, nata nel ’21 ―  lo scultore si sforza nei primi tempi di essere rassicurante: Sterne è contentissimo di quello che ho fatto... Sterne mi vuole sempre più bene e fra giorni firmerà il contratto con me... Con Sterne siamo in buonissimi rapporti e andranno sempre meglio26... È rassicurante perché deve esserlo, perché Brigida e i suoceri sono persone che a ogni costo deve tenere a bada lontane da sé. Ma il dramma in corso tra il suo “datore di lavoro” e lui è così violento e disperato, che ben presto Arturo non può più fare a meno di sfogarsi anche con Brigida, benché per tutto il resto continui a tentare in ogni modo di tranquillizzarla...

 

A Brigida: Sterne ha paura che dopo la sala io abbia un successo e l’abbandoni, ma veramente se il successo venisse io sarei felice di salutarlo27. Devo lavorare per me e per Sterne contemporaneamente, quindi alzarmi alle sei del mattino e ritirarmi a letto a mezzanotte28. Sterne ha paura della mia opera e tenta per mezzo di amicizie di farmi levare la sala... Tu non puoi immaginare quanto soffre Sterne e come mi odia, ma ha tanto bisogno che deve sorbirsi la mia sala con tutta la sua rabbia29. Con Sterne siamo sempre così un po’ tesi ma le cose vanno avanti benissimo (sic)30. Vedo il tempo passare e le mie forze sprecarsi inutilmente, ecco la mia disperazione31. Sono stanco di stare qui a lavorare per Sterne e spero di trovare il mezzo per liberarmene32. Passo giornate d’inferno33. Sterne... non mi lascia un momento libero e quindi nei ritagli di tempo dopo che ho esaurito tutte le mie energie non posso fare granché... Vorrei essere allegro ma non lo posso, vorrei essere libero ma la vita mi tiene legato in questa maniera che non mi è possibile produrre un’opera mia dove il tempo mi sia largo e non affrettato come in questa condizione... Mi sono accorto di essere un uomo maturo senza la possibilità di compiere l’opera perfetta perché non ho né quattrini né tempo34. A Lino (Natale Mazzolà): La miseria mi ha fatto schiavo di un altro: un americano ambizioso e celebre in America (cosa per me inspiegabile) ma che lo diventerà certamente perché io fabbrico per lui statue su statue che lui manda in America col suo nome35.

 

Talvolta riesce, malgrado tutto, a ritrovare sé stesso: Sono sempre più contento dell’opera mia e ora quasi felice credo d’aver azzeccato nel segno giusto... Ora lavoro con gioia... Ma due righe più avanti annuncia: Sterne mi ha nuovamente pregato di aiutarlo per finire la statua e così ora dovrò perdere del tempo per lui ― pazienza36. Poiché l’americano è sempre lì a spiarlo, e quando si accorge di avergli allentato le briglie, quando intuisce che la vittima si sta riprendendo e potrebbe sfuggirgli, subito torna alla carica, gli rammenta il contratto sottoscritto, lo riagguanta, lo rimette alla catena, spegne la sua gioia nell’umiliazione e nella fatica servile. A Francesco Messina (che ha solo 26 anni, undici meno di lui che ne ha undici meno di Sterne, e che dall’agosto del ’26 fino all’autunno del ’27, quando Martini lascia Anticoli, è quasi il suo unico corrispondente): Lavoro quassù come un negro, ai servizi di un altro artista straniero (così sono costretti gli artisti italiani per vivere) ma quello che è più buffo è che sto creando una vera celebrità in patria sua colle mie mani37. E infine, sempre a Messina, l’8 gennaio del ’27: Caro Messina, rieccomi ad Anticoli amaramente rassegnato a vivere senza spirito e senza cuore. Ancora nuove idee aumentano lo squallore della  mia vita fatta per essere chiara e ariosa ― dico nuove idee attorno al monumento e cioè modifiche esperimenti e paure, frutto unico di chi non sa cosa sia il limite ― l’americano rappresenta il languore, la noia e l’afonia più tremenda che può dare una cosa ripetuta nell’infinito. Mi sento legato e schiavo e tiro avanti contando i giorni.38.

 

I lamenti di Arturo Martini, per la schiavitù e lo squallore in cui l’americano lo tiene, macchiano di violenza e di disperazione tutto l’epistolario anticolano e ogni giorno dei quattro anni che egli trascorre quassù. Dimostrando che Anticoli non ha parte alcuna nel determinare nell’artista la crisi che incrina la sua identità di scultore, ma che al contrario è l’orribile rapporto con Sterne che gliela aggrava sempre di più e a poco a poco gli rende insopportabili il paese e i suoi abitanti, ai quali nei primi tempi ha guardato con interesse, con tenerezza, con un senso di indefinita speranza. Il languore e la noia di Martini, l’afonia più tremenda e la ripetizione all’infinito vengono da lì, dallo star sempre alla catena e soprattutto dal non poter mai sfuggire all’odio e all’invidia di cui è oggetto e contro i quali nulla può, non una parola, non un gesto, poiché l’altro fingerebbe di cadere dalle nuvole... (E magari sarebbe perfino in buona fede, convinto della propria innocenza, quell’americano che ogni mese gli mette in mano quattromila lire e che perciò è capacissimo di sentirsi buono e generoso. E tale è certamente stimato da moltiancora oggi c’è chi lo giustifica così, anche nei testi, e un brutto giorno ad Anticoli gli dedicano perfino una via, che però, guarda caso!, è un vicolo ciecoma forse non da quegli Anticolani che i padroni li conoscono e ben sanno di che pasta son fatti, e come son bravi a fare gli amichevoli e i paterni, e sorridendo, mentre ti rubano la vita, a darti pacche sulle spalle come se fossi un cane...) Dal non trovar conforto né rimedio in alcunché, poiché tutto, tutto ― il paese, le vie, la natura, gli animali, gli esseri umani ― tutto è intossicato e abbrunato dall’aver sempre addosso l’odio e l’invidia e l’inimmaginabile violenza di chi sfrutta la sua povertà, e l’assoluta sua necessità di mettere al mondo la propria arte, per impadronirsi della sua vita, degli ultimi anni della giovinezza, del suo tempo, del suo genio, del suo nome. E portarseli al di là dell’oceano, in America, dove ancora stanno, a Worcester, Massachussets, Elm Park: il volto della madre, e accanto a esso i volti delle donne e degli uomini di Anticoli, soli e misconosciuti laggiù, sferzati da piogge e da venti stranieri sotto un nome e dei nomi che non sono i loro.

 

Prima di incontrare Arturo Martini, Sterne è stato in Egitto, in India, in Birmania, a Giava e a Bali. È passato anche per Vienna, dove ha conosciuto una ballerina molto più giovane di lui, l’ha sposata e se l’è portata in Italia. È, insomma, uno dei tanti che dalla seconda metà del secolo XVIII da quando l’intellettualità illuminista europea è stata folgorata dal mito del buon selvaggio di Jean-Jacques Rousseau girano il mondo in cerca di paradisi incontaminati ove rigenerarsi, culture artistiche primitive a cui attingere, esseri umani allo stato di natura, ancora puri, spontanei, incorrotti dalla civiltà, con i quali... Già: con i quali fare che cosa? Che cosa van cercando, questi signori, nei ragazzi, nelle ragazze e talvolta nei bambini della Polinesia o delle Isole greche, di Capri o di Anticoli Corrado?...

 

Non tutti, certo. Luminose eccezioni ― citiamo, fra le tante, quella di Robert Louis Stevenson39 ― dimostrano che non sempre gli intellettuali europei e americani che tra ’800 e ’900 viaggiano o si stabiliscono oltremare lo fanno con intenzioni più o meno inconsciamente analoghe a quelle delle grandi potenze che negli stessi decenni si spartiscono la Terra. Ma fra loro ci sono gli individui come Sterne. Che nella migliore delle ipotesi vanno a “comprare” quel che comprare non si può, e qualche volta a far peggio. Poiché dell’arte primitiva si possono depredare le opere e saccheggiare le idee e gli stili per poi spacciarli come i frutti di una personale ricerca creativa, illudendosi, così, in buona o in malafede, di essersi rigenerati... Ma degli esseri umani che cosa si può farsene? Si potrebbe, certo, stabilire un rapporto autentico, fare una ricerca, comprendere, aiutare. Ma per questo ci vorrebbero una capacità di amare e un’intelligenza che questi sedicenti artisti non possiedono più da un pezzo, e la cui perdita percepita e sofferta non come una possibilità di crisi e di riscatto, ma come un vuoto e un tormento incurabili, tra lampi d’odio ed effimere tempeste di rabbia