ScuolAnticoli

Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

La Terra vista da Anticoli Corrado

nel gennaio del 2017

 

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Domenica mattina, 29 gennaio 2017, in piazza delle Ville ho ricevuto una coltellata al cuore che ricorderò finché campo. Ma non entrerò nei dettagli, non è di coltellate che voglio parlarvi. Vi dirò soltanto che poi sono stato male tutto il giorno. Dapprima “solo” moralmente, sentendomi offeso negli affetti e allo stesso tempo impaurito (poiché l’odio, oltre che ferirmi, mi fa tremare come per un pericolo imminente), poi anche fisicamente, come se mi stessi ammalando. E oggi, lunedì, quando mi sono svegliato, benché la sofferenza e la paura si fossero dileguate nel corso della notte (chissà, forse per un bel sogno?), il malessere fisico si era aggravato, tanto che sono andato a Scuola col timore di dover assentarmi già domani, nel pieno dell’ultima settimana prima degli scrutini...

Invece, come mi è successo altre volte, due ore con i ragazzi che mi aiutano a insegnare loro mi hanno completamente guarito. O almeno, così mi sembra.

Certi rapporti fanno star male, certi altri curano: è proprio così.

La Scuola, in particolare, ha questo potere, quando è davvero una buona Scuola. E che lo sia non dipende dalle tecnologie di cui dispone, e neppure dalle innovazioni didattiche e pedagogiche, ma dalla qualità del rapporto tra l’insegnante e gli alunni, e tra gli alunni e l’insegnante. Quanto più il rapporto è umano, tanto più fa star bene; quanto più lo è in entrambi, tanto più fa star bene sia lui che loro.

Tutto il resto è un di più. Il quale ben venga, sia chiaro, ma a condizione che non se ne faccia, superstiziosamente, un idolo.

Detto ciò, guardate la foto qui sopra (e, se volete, cliccatela per ingrandirla). È di Frank Meadow Sutcliffe (1853-1941), grande fotografo inglese, fu scattata nel 1893 a Whitby, e l’autore la intitolò Libera educazione. Protagonisti: Robert Ledley, un libero insegnante che per vivere faceva il pescatore (Whitby è una città di mare) e... i suoi liberi allievi.

Liberi? In che senso?

Non certo “liberi” dallo Stato, come immagino stiano pensando (ammesso che càpitino su ScuolAnticoli) gli spregiatori e i distruttori della Scuola pubblica. No: liberi da tutte le sovrastrutture (dalla tecnologia alle ideologie, dalla burocrazia all’occhiuta sorveglianza dei “caporali”) che alcuni stupidamente credono essenziali al rapporto tra l’insegnante e i bambini (o i ragazzi) che lo aiutano a insegnare loro. Mentre a quel rapporto (oltre, naturalmente, al sapere, senza il quale non si ha niente da insegnare) solo una cosa è essenziale: l’affettività.

(Post scriptum: mamme e papà di Anticoli, avete notato, nella foto, che quella libera classe è felice... nonostante sia una pluriclasse?)

(Martedì 31 gennaio 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Vi sono donne che si credono tua madre. Furibonda.

Pazze? Non lo sai con certezza.

E tu? Come stai?

Forse, da quand’eri bambino, ti è rimasta dentro una fragilità: gli occhiacci, il muso di totale (e potenzialmente mortale) disamore, che ti faceva tua madre quando ti scoprivi e ti lasciavi scoprire in disaccordo con lei, riescono ancora a sconvolgerti.

Quegli occhiacci, quel muso, a un tratto così disumani, non erano arrabbiatura: erano un carcere in cui venivi mentalmente rinchiuso per sempre, se non ti ravvedevi”. Se i tuoi affetti e il tuo pensiero non tornavano, da sé, a mettersi il guinzaglio.

(Madri così non ti fanno quegli occhiacci, e non ti mettono quel muso, per qualcosa che hai fatto e che non dovevi fare. Non sentono, infatti, e perfino non vedono quello che fai. No di certo, poiché non ti amano. Qualsiasi cosa tu faccia, non puoi farle soffrire. Ma puoi farle freddamente impazzire ― puoi scatenare, in esse, la gelida furia del potere offeso ― se i tuoi affetti e il tuo pensiero si azzardano a divergere dai loro calcoli.

No, non vi è amore né odio nelle madri così: solo un metallico attaccamento al loro potere su di te, e una metallica capacità di difenderlo strenuamente. Contro tutti. Ma soprattutto contro di te).

Tu, addolorato, impaurito, sentendoti quasi morire ― sentendoti a rischio di venire ucciso! ― nonostante ciò resistevi. O, se cedevi, cedevi per finta. Continuando, sia pure in segreto, a coltivare i tuoi affetti e il tuo pensiero divergenti dai suoi calcoli. Resistevi, non cedevi ― o, se cedevi, fingevi ― pur sapendo che non saresti riuscito a nasconderlo a lungo, a una madre così.

Lei, prima o poi, te lo avrebbe letto in faccia: “Non sai, vero, com’è espressivo il tuo viso?” avrebbe detto, quando meno te lo aspettavi. “Non ti rendi conto, eh, che quel che pensi traspare da ogni tuo lineamento?”. E non lo avrebbe detto con ammirazione, sia pure fredda, né tanto meno con affetto, ma con l’ironia di un investigatore che trionfa su un criminale.

Oppure si sarebbe finta rabbonita, aspettando ― con un lievissimo, misterioso sorriso che non eri in grado, allora, di riconoscere come solo dipinto ― che tu, bambino, naturalmente desideroso di carezze e di baci, ti illudessi, smussando un poco i tuoi affetti e il tuo pensiero, di poter ancora essere amato.

E sì, devi ammetterlo, tu ci provavi a smussarli un poco, i tuoi affetti e il tuo pensiero ― a rischio dintrappolarti per sempre nei suoi calcoli ― pur di ottenere che quegli occhiacci e quel muso tornassero a simulare amore. Ma poi non bastava mai. Poi dovevi smussarli ancora di più, ogni giorno di più, sempre di più. E poi dovevi dimostrarle coi fatti, sottomettendoti a riti e cerimonie di espiazione, che dai suoi calcoli non divergevi più... Finché un bel giorno ti ribellavi di nuovo, appena un attimo prima che la tua mente e il tuo cuore morissero, e allora tua madre, furibonda come in realtà non aveva mai smesso di essere, tornava a chiuderti nel gelido carcere dei suoi occhiacci, del suo muso, della sua voce che non fingeva più di non essere dura e lacerante come l’ululato di un vento pieno di sabbia.

Gli anni passeranno, e tu sarai un uomo. Ne passeranno altri, e tu sarai un vecchio. E tua madre, povera donna, sarà morta senza aver mai, a partire da chissà quale momento, davvero vissuto. Ma tu ― per una fragilità che ti sarà rimasta dentro ― continuerai talvolta a incontrare (no, siamo onesti: continuerai talvolta a esporti) a donne così. Che si crederanno tua madre furibonda. E che crederanno te, anche se uomo o addirittura vecchio, loro figlio che non deve azzardarsi ― prim’ancora che con le parole, con gli affetti e col pensiero ― a divergere dai loro calcoli. Altrimenti ti faranno gli occhiacci. E il muso. E freddamente, senza passione, urleranno senza dir parola.

Tu ne soffrirai. Anche se, allo stesso tempo ― avendo resistito a tua madre ― sarai finalmente così forte, pur nella tua fragilità, da provare compassione per loro. E, compassionandole, ridere di loro.

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(Lunedì 30 gennaio 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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(Venerdì 27 gennaio 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Una Scuola che funziona. Nonostante le pluriclassi.

E in cui i bambini arrivano dalle Elementari preparati e interessati. Nonostante le pluriclassi.

(Ripeto, ma solo per chi non vuol sentire o non è più in grado di pensare e capire: nonostante le pluriclassi).

(Gli alunni sono della Classe 2016-2019 della Scuola media di Anticoli Corrado. La perfetta ricostruzione in legno dell’esterno e dell’interno di un tempio greco è un’opera originale della loro professoressa di Educazione artistica, Alessandra Malatesta).

(Giovedì 26 gennaio 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Da bambino e da ragazzino, per anni, sognai di fare l’astronauta. Ero così sicuro di non voler fare altro, che studiavo per conto mio astronomia e storia dell’astronautica, mi tenevo costantemente aggiornato sulle imprese spaziali americane e russe, e scrissi lettere (in italiano) a Werner von Braun (del quale allora non conoscevo i trascorsi nazisti) e a John Glenn, che cortesemente mi risposero. In estate, dopo cena, fino a tardi scrutavo la Luna, i pianeti e le stelle con un piccolo telescopio. E ogni settimana redigevo, su fogli di quaderno a quadretti piccoli, un giornalino illustrato astronomico-astronautico-fantascientifico che circolava tra i parenti al prezzo di cento lire.

Ma poi, finite le medie, i miei genitori riuscirono a convincermi, con argomenti non disprezzabili, a iscrivermi al Liceo classico anziché allo scientifico, come io desideravo. Tacendomi, però, che l’argomento per loro più importante era che se avessi scelto lo scientifico, avrei dovuto lasciare l’Istituto...

Così la mia vita prese una strada diversa. Ma la passione è rimasta intatta.

Eppure, ogni anno, quando le ragazze e i ragazzi di Terza media decidono sul proprio futuro, provo sempre una grande emozione e sono molto preoccupato per loro. Per quelli che all’apparenza non hanno sogni, naturalmente. Ma anche, e soprattutto, per quelli che mi sembra che li abbiano.

(Sabato 21 gennaio 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Erra, o mente per ingannare, chi asserisce o ripete “a pappagallo che la violenza della Natura dimostra, o addirittura insegna, che noi non siamo niente.

Se davvero fossimo niente, infatti, non saremmo sconvolti e non proveremmo alcun dolore, quando un terremoto uccide e distrugge. Non soffriremmo, no, affatto, assistendo impotenti alla morte e alla distruzione... del niente. Soffriamo, forse, quando vediamo una pietra, rotolando giù da un declivio, schiacciare un insetto? Eppure, perfino un insetto è più che niente.

No. Noi proviamo un immenso dolore, quando la violenza della Natura uccide e distrugge, poiché sentiamo e sappiamo che ogni singola vita umana, anziché niente, è tutto. Poiché sentiamo e sappiamo che quel tutto, che ogni singola vita umana è, è un irripetibile infinito.

È vero l’opposto: la violenza” della Natura (che di per sé non è violenza) è tale soltanto per noi. Sia nel senso che nessun altro animale può sentirla e pensarla come tale (neanche mentre ne muore), sia (e soprattutto) nel senso che nessun’altra morte, dalla Natura causata, è la morte di un infinito tutto.

Solo a chi non vuole e non ammette che siamo tutto, la violenza” della Natura dimostra che siamo niente. Solo a chi, non volendo rimanere umano, odia l’umanità degli esseri umani. Perciò, per favore, se invece non siamo così, non ripetiamo “a pappagallo” questa pazzesca menzogna. Non mischiamoci, neanche in uno sciocco o disperato momento di superficialità, alla miseranda schiera di chi scambia il tutto col niente.

(Giovedì 19 gennaio 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Oggi, mercoledì 18 gennaio 2016, dopo la seconda e terza scossa di terremoto, tutte le Scuole del Centro Italia sono state chiuse. Evacuate? No: chiuse. Tutte insieme, e pressoché nello stesso momento.

L’ordine, quindi, anche se qua e là singoli dirigenti scolastici l’hanno fatto passare per proprio, non può che essere venuto “dall’alto”. E predisposto e concordato da tempo, o non sarebbe stato così tempestivo.

Decisione giusta? Io preferisco definirla obbligata.

Lo Stato italiano, cioè, o quel che ne rimane, sa perfettamente che le “sue” Scuole ― cioè, in realtà, le Scuole di noi tutti ― sono (per la maggior parte, non parlo della Scuola di Anticoli Corrado) più pericolose di quasi ogni altro edificio. E obbligatoriamente, pertanto, ha ordinato a tutti i bambini e i ragazzi d’Italia di andarsene a casa.

Ma le Scuole non erano, un tempo ― o comunque non dovrebbero essere ― gli edifici più sicuri? Mi sbaglio, o qualche decennio fa vedevamo in tv i terremotati rimasti senza casa rifugiarsi nelle palestre scolastiche? Cosa è successo, tra allora e oggi? Siamo stati tutti abbandonati dallo Stato, sì o no? E per primi i bambini e i ragazzi, sì o no?

Lo Stato, o quel che ne rimane, non può ormai che ordinare: Ognuno pensi a sé! Si salvi chi può! E mentre noi e i nostri figli abbandoniamo la nave, lo Stato (o, per meglio dire, chi lo ha occupato) rimane a bordo, sì, ma per continuare a farsi gli affari suoi.

(Mercoledì 18 gennaio 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Mi sono reso conto che molti Anticolani e Anticolane non sanno che Anticoli che Vorrei e Anticoli che Desidero sono due pagine Facebook molto diverse.

Un po’ di storia. Nella seconda metà del 2010, insieme a Laura Amicone, fondai la pagina Anticoli che Vorrei. Ma, essendo ancora inesperti di Facebook, commettemmo l’errore di nominare amministratori della pagina tutti coloro che le davano il mi piace. Com’è come non è, dopo poche settimane uno di quegli amministratori (la cui identità è rimasta sconosciuta) chiuse la pagina. O, per meglio dire, la cancellò. Come se non fosse mai esistita.

Per prudenza, avevo però copiato e salvato tutti i post e le immagini che su Anticoli che Vorrei avevamo pubblicato. Io e Laura Amicone, quindi, potemmo rifondarla: la chiamammo Anticoli che desidero, ne fummo gli unici amministratori e la aggiornammo insieme (anche se ognuno per proprio conto) per oltre cinque anni.

È lAnticoli che Desidero che esiste tuttora. Ma io, Luigi Scialanca, non la amministro e non ci scrivo più dall’aprile 2016.

Circa un anno prima, alla fine di febbraio del 2015, avevo creato una nuova pagina Facebook restituendole l’“antico” nome di Anticoli che Vorrei e amministrandola da solo mentre, contemporaneamente, continuavo a collaborare anche ad Anticoli che Desidero. Ma poi, nell’aprile del 2016, quando Francesco Putignani, Andrea Pietropaoli, Laura e Stefania Amicone, in vista delle imminenti elezioni comunali, proposero alle forze politiche anticolane (L’Arcobaleno, diventato Anticoli al Centro, e gli Uniti per Anticoli) di convergere in un’unica lista (proposta il cui fallimento indusse i suoi promotori a presentare alle elezioni una terza lista denominata LiberAnticoli), io, in profondo (ancorché rispettoso) disaccordo con tali iniziative, di mia volontà mi cancellai da amministratore di Anticoli che Desidero.

Da allora, pertanto, per quel che ne so, tutti i post e le prese di posizione di Anticoli che Desidero sono da ascriversi esclusivamente a Laura Amicone. Non al sottoscritto. Io, Luigi Scialanca, scrivo su Anticoli che Vorrei. E soltanto lì.

Anticoli che Vorrei: questa è la pagina per chi ama Anticoli. Per chi ci si arrabbia. Per chi non ne può più. Per chi ne potrà sempre. Per chi vorrebbe andarsene. E per chi non se ne andrebbe mai.

Anticoli che Desidero è un’altra cosa. Rispettabilissima, intendiamoci. Ma del tutto un’altra cosa.

(Venerdì 13 gennaio 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Interessante articolo su Le Scienze di gennaio: Un nuovo modo di vedere il linguaggio - Gran parte della rivoluzione linguistica operata da Noam Chomsky, compresa la spiegazione di come impariamo le lingue, è rimessa in discussione, di Paul Ibbotson, docente di Sviluppo del linguaggio alla Open University, con sede nel Regno Unito, e Michael Tomasello, condirettore del Max-Planck-Institut für evolutionäre Anthropologie di Lipsia, in Germania.

Secondo gli autori, “l’idea che il nostro cervello sia intrinsecamente dotato di uno stampo mentale per l’apprendimento della grammatica”, cioè la teoria della grammatica universale di Noam Chomsky, dopo oltre mezzo secolo di quasi incontrastato dominio sulla linguistica, la psicologia e le scienze cognitive, non è più sostenibile e “inizia a essere abbandonata in massa in seguito a nuove ricerche dedicate a molte lingue diverse e al modo in cui i bambini imparano a capire e parlare la lingua della propria comunità: ricerche che non confermano le asserzioni di Chomsky”.

“Nei fatti” sostengono Ibbotson e Tomasello, “l’idea di una grammatica universale innata è contraria alle prove, che rivelano invece che i bambini imparano la lingua attraverso le interazioni sociali e si esercitano nelle costruzioni della frase elaborate dalle comunità linguistiche nel corso del tempo”. Se nella capacità linguistica umana vi è qualcosa di preesistente alla nascita, si tratta piuttosto di “una facoltà specie-specifica di decodificare le intenzioni comunicative altrui: ciò che chi parla vuole dire”. Con la quale i bambini non imparano a parlare ubbidendo a strutture linguisiche innate ma poiché, desiderando comunicare, “corrispondono alle intenzioni comunicative (di coloro che cercano di capire) grazie allo stesso tipo di lettura delle intenzioni che facciamo tutti quando, per esempio, interpretiamo Puoi aprirmi quella porta? come una richiesta d’aiuto, e non di informazioni sulla nostra capacità di manovrare la porta.

C’è ancora molto da cercare e da capire perché “nel linguaggio infantile, oltre l’adesione alla norma grammaticale, vi è anche la creatività”. Ma che la grammatica universale sia in crisi è una buona notizia (con tutto il rispetto per i meriti scientifici e politici di Chomsky), poiché la teoria (platonica e cristiana) che nei bambini vi siano idee innate non è meno deleteria, per la comprensione di quel che rende unico l’animale umano, della teoria che essi siano tabulae rasae che resterebbero tali, se gli adulti non li istruissero e li educassero.

(Martedì 3 gennaio 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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