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La Terra vista da Anticoli Corrado
diario del Prof (scolastico e oltre)
settembre 2007
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lunedì 24 settembre 2007
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Non fatevi ingannare dalla maschera e dall’apparenza longilinea: è possibile che sia l’onorevole Fioroni! Rapinatori e Giudici per una volta d’accordo. Ministri della Pubblica Istruzione invece no. Oggi vogliamo parlare di tante cose, e il tempo invece è poco. Cercheremo, dunque, di essere molto sintetici.
La Corte di Cassazione (che talvolta, negli ultimi anni, ci ha sconcertato con sentenze a dir poco ripugnanti, come quella, per esempio, che dichiarava “meno grave” lo stupro quando la violentata indossa dei jeans troppo attillati) qualche giorno fa ha invece giustamente annullato l’assoluzione di due suore Orsoline del Bergamasco, accusate di abusi sessuali da otto bambini fra i 3 e i 5 anni, con la seguente motivazione: Un bambino di quell’età è strutturalmente incapace di riprodurre falsamente i fatti. Può succedere che dica qualche bugia. Ma queste inconsapevoli ostentazioni sono senza malizia. Grossolane, trasparenti. Soprattutto fuggevoli e agevolmente smascherabili... È impensabile che un bambino possa inventarsi del tutto fatti che esulano dalla sua esperienza anche fantastica.
Vivaddio! Se questa sentenza farà scuola, come ci auguriamo, dalle parti di Rignano Flaminio qualcuno comincerà finalmente a vedersela brutta.
In singolare assonanza con i giudici della Corte di Cassazione, a quanto pare vi sono anche dei rapinatori che pensano che di un bambino piccolo ci si debba fidare assai di più che di un adulto. A Parabiago, infatti, vicino a Milano, alcuni criminali, dopo aver costretto Roberto e Giuliana Zecca, proprietari di una villetta, ad aprire le due cassaforti di casa, e dopo averle trovate meno piene di quanto si aspettavano, hanno rinunciato a torturare i malcapitati, per costringerli a rivelare dove avessero nascosto il resto delle loro presunte ricchezze, quando la figlioletta di otto anni degli Zecca li ha assicurati che in casa non c’era nient’altro di valore e gli ha offerto di consegnare loro tutti i suoi giocattoli.
Meravigliosa calma, presenza e fantasiosa intelligenza di una bimba che salva sé stessa e i genitori mentre gli adulti intorno a lei (esclusi i genitori) si dividevano a un tratto in due categorie entrambe spaventose: criminali pronti a tutto e... vicini di casa che da giorni avevano notato un gruppo di persone scrutare a tarda notte in quel giardino (lo dice La Repubblica di oggi) ma si erano guardati bene dall’avvisare gli Zecca!
Non solo i giudici di Cassazione, dunque, ma anche i rapinatori sanno che i bambini piccoli non mentono. Che tutt’al più possono cercare di farlo, ma in tal caso si lasciano poi agevolmente smascherare... E il caro e onorevole signor ministro della Pubblica Istruzione, il nostro caro e onorevole Giuseppe Fioroni?
Qualcuno starà pensando: Ma che c’entra, adesso, il ministro? Possibile che debba metterlo sempre in mezzo? È proprio una fissazione, quella del Prof!...
No, invece. Il ministro c’entra, e come! Poiché ― in un contesto in cui non solo i giudici (che in fondo era ora!) ma perfino i rapinatori mostrano di sapere in quale considerazione debbano essere tenuti i piccoli della nostra specie ― lui, invece, il caro e onorevole Giuseppe Fioroni, considera evidentemente così poco i bambini e i ragazzi italiani che continua a tentare di abbindolarli (loro e le loro famiglie) con le sue presunte epocali riforme della Scuola, ma intanto si guarda bene dal restituirgli le ore d’insegnamento (le ore, cioè, di affetto, d’interesse e di cura della Società e dello Stato italiani per i suoi stessi figli) di cui Letizia Moratti li ha rapinati. Stima evidentemente così poco i bambini e i ragazzi italiani (e le loro famiglie) da credere che essi siano così sciocchi da non accorgersene! Da lasciarsi incantare da quattro specchietti!
Incredibile dictu, se ne sta accorgendo perfino La Repubblica, che per i tipi come l’onorevole Fioroni, futuri maggiorenti dell’ormai incombente Partito Democratico, sembrava invece disposta a dar via anche la parte del corpo che Beppe Grillo ha tante volte citato nel suo recente comizio-spettacolo di Bologna!
Oggi, infatti, l’illustre quotidiano (in un articolo, però, che per altri versi sembrava preludere come minimo a una proposta di beatificazione dell’onorevole Fioroni, La Storia salvata dai Bambini, di Simonetta Fiori) ha finalmente ammesso (riferendo senza le solite censure le parole del prof. Antonio Brusa, esperto di didattica della Storia) che il già esile studio della Storia contemporanea in terza media ha subito un ulteriore colpo dalla riforma Moratti con la riduzione di circa un centinaio di ore (complessivamente nel triennio)... Ridotto in numeri, rimangono più o meno quindici-venticinque ore per spiegare due guerre mondiali, la società di massa, la crisi europea, il secondo dopoguerra, la rottura degli anni ’70, il crollo del Muro, la fine delle ideologie, la nascita dell’Europa, la globalizzazione...
Senza contare, aggiungiamo noi, che alle cento ore di Storia in meno in tre anni vanno aggiunte quelle perdute dall’Italiano e dalla Geografia! Questa è la verità, caro e onorevole Giuseppe Fioroni! Restituisca ai bambini e ai ragazzi italiani le ore che gli sono state rapinate dalla “gentil” signora che l’ha preceduta, se davvero vuole (come affannosamente tenta di convincerli di volere) che arrivino più preparati nella Scuola secondaria superiore e all’Università. Altrimenti i bambini e i ragazzi italiani (e i loro genitori) penseranno che lei stia cercando di infinocchiarli. Dimostrando, nei confronti della loro intelligenza, meno stima di quella che gli hanno dimostrato non solo i giudici della Cassazione, ma perfino i rapinatori di Parabiago. E perfino (udite! udite!) il quotidiano La Repubblica. |
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sabato 22 settembre 2007
Quando le due Torri crollano sui Bambini Tre anni fa, il 15 settembre 2004, inviammo al quotidiano La Repubblica, che non la pubblicò, la brevissima mail che segue:
Da insegnante, vorrei presentare a titolo personale le mie scuse ai signori Andrea Schillaci e Silvia Amodio, che nella pagina delle lettere del 15 settembre hanno lamentato il fatto che i loro figlioli, il primo giorno di scuola, siano stati spaventati da maestri che hanno ciecamente aderito all’invito del ministro Moratti di parlare ai bambini della strage di Beslan. Io non lo farò. Sono tempi, quelli in cui viviamo, nei quali è il caso di cominciare a ricordarsi che a certi ordini si deve saper disubbidire a tutti i costi. Figuriamoci se si rischia solo un “ammonimento” scritto! Poiché rispondere alle domande dei bambini è il compito di ogni buon insegnante. Ma terrorizzarli no. Terrorizzarli, lo dice la parola stessa, è “compito” dei terroristi.
Nessuno è perfetto, neanche il Prof! Quando scrivemmo questa mail, per esempio (ingenui e fiduciosi nel prossimo come talvolta ancora siamo, alla nostra quasi veneranda età, grazie a un’infanzia tutto sommato abbastanza protetta e felice) non ci passò neanche per la famosa anticamera del cervello che potesse esserci, nelle scuole italiane “d’ogni ordine e grado”, un numero considerevole di bambini, anche molto al di sotto dei 12 anni, ai quali era stato permesso dai genitori di vedere in televisione le immagini della strage di Beslan. Per questi poveri bambini abbandonati (ce ne rendiamo conto solo ora) sarebbe stato un sollievo parlarne con gli insegnanti. E perfino un aiuto, se avessero avuto la buona sorte di imbattersi in un insegnante in grado di aiutarli. Anche se, lo ribadiamo, la “circolare” morattiana era comunque rozza, poiché in ogni caso i bambini traumatizzati avrebbero dovuto essere individuati e soccorsi senza coinvolgere i compagni che genitori amorevoli avevano tenuto al riparo da quelle notizie, da quei dettagli e da quelle immagini.
La cosa ci è tornata in mente oggi leggendo (ahimé, sempre su La Repubblica!) la recensione di Miriam Mafai a un libro di Giovanna Pajetta (due cognomi che chissà perché ci suonano collegati), edito in questi giorni da Manifestolibri, che s’intitola Nati l’11 settembre. Vale la pena di riportarla per intero:
“Guarda, papà, quelle cose nere sono persone che si stanno buttando perché hanno paura di bruciare...” Così il piccolo Antonio, di 5 anni, commentava le immagini che la tv trasmetteva l’11 settembre. Sono passati sei anni. Le librerie si sono riempite di libri, i cinema di film, ma nessuno finora ci ha detto come hanno reagito i bambini a quelle immagini, a quelle notizie, come quelle immagini, quelle notizie, possono modificare o hanno già modificato la loro visione del mondo. Con Nati l’11 settembre prova a raccontarcelo Giovanna Pajetta, che è andata in giro per l’Italia a cercare testimonianze di bambini, dei loro genitori e delle maestre. “Ciò che era più impresso nelle menti dei bambini,” racconta un’insegnante milanese, “erano le Torri, il loro spettacolare crollo. Oltre ai disegni cominciarono a fare delle piccole drammatizzazioni. Costruivano delle torri con le gomme e i temperini e poi, con la biro infilata dentro il righello, le abbattevano strillando.” In un’altra classe una maestra attaccò al muro una foto di Bin Laden e invitò i suoi alunni a lanciargli contro le freccette. Sono passati sei anni... Come ha inciso quell’evento sul loro sviluppo? Una ricerca condotta nelle scuole di New York ha rilevato forme di agorafobia, di ansia e di sintomi definiti Ptsd, post traumatic stress desorder...
Maestre che invitano i bambini a tirar freccette in classe? Genitori che permettono a creature di cinque anni di vedere degli uomini e delle donne che si lanciano nel vuoto per sfuggire alle fiamme?
Ebbene sì, gente di questa risma esiste!
Non
avevamo cinque anni, ma ben tre volte tanti, quando Firenze fu devastata
dall’alluvione del novembre 1966. La Rai, a quei tempi, stava ben
attenta a non mostrare immagini che potessero turbare i piccoli
telespettatori. Ma quella sera, nel corso del telegiornale, in uno dei
tanti fiumi di fango che vorticavano e ribollivano per le vie di
Firenze, per una frazione di secondo nostra madre intravide un cadavere.
Non noi. Noi, che pure guardavamo, non ce ne accorgemmo. Ma nostra madre
sì, e sgomenta ne chiese conferma a nostro padre: Ma quella era una
persona?, domandò. Solo questo. E nostro padre si limitò ad
annuire, scuro in volto. Entrambi, così economizzando le parole e i
gesti, tentavano di proteggere i figli perfino nel momento in cui non
potevano non scambiarsi almeno un cenno per aiutarsi a vicenda, per non
lasciarsi reciprocamente soli di fronte all’orrore. Lo ripetiamo:
avevamo quindici anni, non cinque. Eppure quel momento è rimasto
impresso per sempre nella nostra memoria. Come per sempre vi rimarranno ―
Che padre è, uno che non difende il figlio di cinque anni da immagini del genere? Che razza d’uomo egli è?
Solo un idiota decerebrato? O piuttosto è egli stesso un terrorista e un servo di terroristi? Ancora più vile, anzi. Poiché, a differenza dei terroristi veri, egli non corre alcun rischio nel momento in cui si schianta con tutto il suo peso (moltiplicato per mille, per un milione, per un miliardo, dalla potenza del mezzo televisivo) contro la mente e il cuore di un bambino inerme che si fida di lui.
Le
due Torri che crollano distruggendo e massacrando, per i bambini
abbandonati che nessuno protegge dai terroristi materiali o morali che
un giorno sì e l’altro pure imperversano su di noi dai mass media,
assai più che le Twin Towers di New York sono la Torre che fu il
papà, la Torre che fu la Mamma. Due Torri, il papà e la mamma, alla
cui ombra si erano sentiti sicuri, un tempo. E dalle cui vette ―
Quegli
individui ―
Ma è bene che almeno sappiano, quegli adulti, che
c’è chi sa e dice come abbandonarono e abbandonano chi è
o fu bambino nelle loro mani. |
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mercoledì 19 settembre 2007
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Il ministro della Pubblica Istruzione della Repubblica Italiana, onorevole Giuseppe Fioroni
Fioroni Finalmente Fischiato!
Con indicibile strazio abbiamo appreso che il nostro caro e onorevole datore di lavoro, l’onorevole signor ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, giunto a Napoli per inaugurare in pompa magna l’anno scolastico in piazza del Gesù, è stato duramente contestato e fischiato dai genitori dell’associazione Tutti a Scuola, infuriati perché i bambini e i ragazzi disabili italiani sono stati derubati di quasi tutto il tempo d’insegnamennto loro spettante in seguito a quello che La Repubblica di oggi chiama pudicamente il sacrificio di ben 12.000 insegnanti di sostegno.
Onorevole signor ministro, la preghiamo di perdonarci: la colpa della sua incresciosa disavventura, lo confessiamo, è tutta nostra, di ScuolAnticoli e del Prof. Presi dalla nostra indefessa e instancabile opera di denuncia del fatto che le ore di insegnamento sottratte ai bambini e ai ragazzi italiani non disabili dal suo predecessore Letizia Moratti, a tutt’oggi, nemmeno per sogno gli sono state da lei restituite (un po’ come quelli che, se trovano per la strada un portamonete perduto da un bambino, se lo tengono) ci siamo sempre dimenticati di informarla che anche i bambini e i ragazzi disabili (delitto ancora peggiore) sono stati allo stesso modo depredati e mai risarciti. Ci scusi, signor ministro! Ci vergognamo terribilmente! Come fa un povero ministro della Pubblica Istruzione a sapere che cosa succede nella Pubblica Istruzione, se la Pubblica Istruzione non glielo dice, non lo informa, non lo tiene al corrente?!
E così, sempre per colpa nostra, lei prima ha negato che ci siano in Italia 12.000 insegnanti di sostegno in meno, poi ha negato che i bambini e i ragazzi disabili siano in Italia 190.000 e ha detto che sono soltanto 169.000, poi è andato a guardarsi il sito del suo ministero e ha scoperto che sono 178.220, poi ha affermato trionfalmente che gli insegnanti di sostegno sono ben 75.000 e hanno già preso servizio, poi si è accorto che l’anno scorso erano 80.000, poi l’hanno tirata per la giacca e le hanno ricordato che per incomprensibili ritardi ministeriali (non suoi, caro e onorevole ministro Fioroni, ritardi ministeriali non vuol mica dire ritardi del ministro, sarebbe come se la colpa di una battaglia perduta la dessero al generale invece che al fantaccino!) nelle scuole italiane quest’anno non è in servizio ancora quasi nessuno... Ma d’ora in poi, glielo giuriamo, caro e onorevole Giuseppe Fioroni, faremo il possibile per tenerla sempre informata di quel che accade nella Scuola e nelle scuole di cui lei onorevolmente è il ministro!
Ha sentito, per esempio, a Porta a Porta, che cos’ha detto il suo datore di lavoro, il caro e onorevole signor Presidente del Consiglio, l’onorevole Romano Prodi? Noi no, lo confessiamo, perché teniamo molto a dormir bene e a fare bei sogni. Ma il giorno dopo, sempre su La Repubblica, abbiamo letto che il suo principale ha pronunciato queste ispirate parole: Vi rendete conto che l’Italia importa il 40 % del sangue necessario? È colpa del governo, questa, o è responsabilità degli educatori delle scuole? Chi deve insegnare la generosità, il coraggio, l’onestà a questo popolo? Dove sono gli educatori?
Temiamo,
onorevole signor ministro, che nessuno abbia mai detto al suo capo che
in casa dell’impiccato
non si parla di corda. O meglio, che in una scuola dissanguata non si
parla di vampiri. E allora glielo diciamo noi: Non si vergogna,
signor Presidente di un governo che nega ai bambini e ai ragazzi
italiani, disabili e non, la restituzione
del sangue che gli ha succhiato il governo Berlusconi-Moratti, non si
vergogna di accusare i suoi insegnanti di insensibilità verso chi ha
bisogno di sangue? Ma che cosa vi dice il cervello, cari e onorevoli Fioroni
e Prodi? Non vi preoccupate, ché noi il nostro dovere lo facciamo, e
anche più del nostro dovere. E mentre voi ci ingiungete un giorno di
fare più musica, un altro di fare più italiano, poi di fare più
matematica, poi di insegnare il codice della strada, poi di combattere
il bullismo, poi di tenere le scuole aperte il pomeriggio, poi di
spiegare la donazione del sangue, la generosità, il coraggio e l’onestà,
ma vi guardate bene non dico di accrescere le risorse della Scuola, ma
almeno di restituire il maltolto dai vostri predecessori, mentre voi
insomma parlate e straparlate di cose di cui non sapete alcunché, noi
col poco che abbiamo facciamo di tutto per aprire qualche via verso un
futuro degno di questo nome ai bambini e ai ragazzi italiani.
Dei quali bambini e ragazzi, a voi ―
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lunedì 17 settembre 2007
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La professoressa Bruna Santini
La professoressa Bruna Santini ci ha inviato questo breve ma accorato messaggio:
Caro Prof, vorrei consigliarti di non criticare la Sinistra, perché dall’esterno non siamo in grado di stabilire quanti problemi hanno dovuto e devono affrontare i nostri politici per non soccombere. Io desidero ardentemente solo di non vedere più Berlusconi al governo. Mi basta che i nostri governanti siano le persone oneste che adesso sono. Faremo di nuovo le nostre critiche costruttive quando ogni rischio sarà solo un ricordo!
Cara Bruna, prima di tutto ti ringrazio per aver voluto scrivermi. Sei stata davvero molto gentile: fa bene, di quando in quando, veder commentate o criticate le proprie riflessioni!
Devo dirti, però, che purtroppo non riesco a essere d’accordo con quel che mi scrivi... Anch’io, naturalmente, assisterei con terrore e angoscia al ritorno di Berlusconi e complici a palazzo Chigi. Pur di non vedere una cosa del genere, guarda, sarei disposto perfino a farmi rinchiudere per venti minuti in una stanza insieme a Rutelli, alla Binetti e al nostro caro e onorevolissimo datore di lavoro, il caro e onorevole Giuseppe Fioroni!... Il problema, però, è che non sono affatto certo che l’attuale governo sia davvero in grado, come tu dici, di rendere solo un ricordo l’insopportabile percezione di quel rischio tremendo. Temo, al contrario, che una parte di questi signori (almeno dal 2006, quando quasi persero le elezioni dopo aver dilapidato il capitale di consensi che la disastrosa esperienza berlusconiana aveva riversato su di loro più per disperazione che per convinzione) stiano di nuovo facendo di tutto, come già fecero durante la legislatura 1996-2001, per deludere il proprio elettorato (cioè noi) e riconsegnare l’Italia al centrodestra su un piatto d’argento. Temo, intendo dire, che il vero incubo che da tredici anni ci perseguita non sia, di per sé, l’incombere su di noi di Berlusconi e soci, quanto piuttosto il fatto che Rutelli, Fassino, Padoa Schioppa, Amato, Fioroni e compagnia cantante non sono in alcun modo capaci di liberarcene e anzi lo rafforzano, perché non sanno, non possono o non vogliono essere una Sinistra vera.
Pensa a quel che è successo alle ultime elezioni amministrative: per la prima volta dal 1946, l’astensionismo è stato più di sinistra che di destra! Per la prima volta, cioè, i qualunquisti o i disperati che ritengono che andare a votare sia inutile perché tanto sono tutti uguali, sono stati più dei “nostri” che dei “loro”! Non credi che sia proprio questa “disaffezione di sinistra” il fenomeno che più di tutti rischia di far tornare Berlusconi, per mancanza di elettori che lo avversino? E da che cosa sarà stato provocato questo fenomeno, se non dalla profonda delusione degli elettori di sinistra nei confronti di un governo che di sinistra, invece, non si sta dimostrando abbastanza? Questo sì, che è un incubo che fa paura! Poiché, se è vero che le delusioni possono far impazzire, allora non c’è dubbio: gli elettori di sinistra che alle amministrative non sono andati a votare, a impazzire hanno già cominciato.
Non ti sembra, cara Bruna, che quelli come me che ancora insistono, anche con rabbia, a criticare i nostri “astutissimi” leader, siano quelli che (nonostante le delusioni) ancora lottano, ancora sperano, ancora amano la Sinistra italiana? Non pensi che quelli come me, per quanto critici, andranno sempre a votare e voteranno sempre a sinistra, anche se di sicuro, d’ora in poi, più a sinistra di come hanno fatto fino a oggi? E non credi, dunque, che chi davvero si sta dando da fare per il ritorno di Berlusconi siano invece proprio quelli che nel governo Prodi, e tra i dirigenti dei maggiori partiti della Sinistra, continuano a “fabbricare” delusi non tanto con ciò che fanno, quanto soprattutto con ciò che non fanno o che “si dimenticano” di aver promesso?
E sai qual è la peggiore delle delusioni? Non tanto il fatto che la parte destra dell’attuale governo, rispetto al precedente (che urlava, ciarlava, si scompisciava dalle risate e raccontava barzellette, ma in concreto è riuscito solo ad arricchire ogni furbastro d’Italia, a disastrare i conti dello Stato e dei cittadini per bene, e a inanellare scempiaggini per farci rider dietro dall’universo mondo) si stia dimostrando diversa e più brava soltanto nel praticare una vera e intelligente e onesta politica di destra. Non è questa la cosa peggiore, poiché, insomma, sarebbe bello se anche in Italia avessimo finalmente una destra decente, alla Bersani, invece che la lugubre triplice che ci ritroviamo, piena zeppa di nipotini di Mussolini, di lacchè di Bush e di razzisti più o meno padani! No, la cosa peggiore sono le ingiustizie non sanate dall’attuale governo. Come quella, per esempio (un esempio che entrambi conosciamo bene, e che ci sta molto a cuore) delle ore d’insegnamento rubate ai bambini da Berlusconi e Moratti, e mai restituite da Prodi e dal nostro caro e onorevolissimo principale, il caro e onorevole Giuseppe Fioroni... Tu dici, cara Bruna: Non siamo in grado di stabilire quanti problemi devono affrontare i nostri politici per non soccombere... Ma credi davvero che potrebbero soccombere per aver dato ai bambini e ai ragazzi italiani un segno d’affetto e d’interesse che li risarcisca del disprezzo e dell’indifferenza berlusconiani? Non ce li vedo, sai, i carri armati per le strade perché le ore d’Italiano nella scuola secondaria inferiore son tornate a essere undici anziché nove! Così come non riesco a credere a un colpo di stato alla cilena se i nostri politici trovassero il coraggio di negare Vicenza all’esercito degli Stati Uniti, o di parificare le coppie di fatto alle coppie sposate, o di abrogare senza se e senza ma la mostruosità ruinian-rutelliana che ha sprofondato chi ha difficoltà a procreare in un girone infernale di torture e umiliazioni medioevali. E potrei continuare a lungo, ma son cose che sappiamo tutti. Delusioni feroci, che tutti abbiamo vissuto e viviamo. E che molti non ce la fanno a reggere.
Non è che hanno paura di soccombere, cara Bruna. È che i Fassino, i Rutelli, i Padoa Schioppa, gli Amato, i Fioroni e compagnia cantante son succubi (da tempo) e portatori (oggi) di idee di destra perché non sono riusciti a sostituire con idee di sinistra nuove e originali le “teorie” (per essere gentili) e le filastrocche (per essere realisti) che avevano imparato a memoria prima dell’abbattimento del Muro di Berlino. E perciò non hanno potuto far altro, col tempo (non essendo, appunto, in grado di pensare da sé) che andar accattando e scodinzolando dietro tutto ciò che le destre politiche, economiche e religiose del pianeta gli lasciavano cadere sul pavimento dall’orlo delle loro ricche tavolate. E ancora più di destra, credimi, è l’impostazione che questa gente sta dando al Partito Democratico di monsignor Veltroni: il definitivo prosternarsi, cioè, delle “menti sperdute” dei DS al fascino del “pensiero” forte e risoluto (facile sembrare forti e risoluti, quando si deve solo ubbidire!) di chi non apre bocca se prima non l’hanno imbeccato il Papa e la CEI. Viva la faccia, allora, di Bertinotti, che sarà anche chiacchierone, vanitoso e presenzialista, ma almeno cerca di capire, di riflettere, di pensare, di essere sé stesso! Mentre quegli altri accattoni vanno a finire perfino alle feste di Briatore e telefonano giulivi ai Consorte, pur di far vedere come scodinzolano bene!
Ci siamo già cascati nel 1996-2001, cara Bruna, e dopo cinque anni ci siamo ritrovati addosso Berlusconi ancora più cattivo, e quel ch’è peggio gli Italiani ancora più istupiditi e incanagliti (da Berlusconi) per essere stati abbandonati a sé stessi da chi aveva il dovere di guidarli nella giusta direzione. Non possiamo cascarci ancora! Dobbiamo lottare, cara Bruna, per rafforzare con la parola, l’azione e il voto chi nella Sinistra cerca ancora di difendere e di realizzare gli ideali in cui crediamo, di libertà, di eguaglianza, di solidarietà, di pace, di giustizia, di laicità dello Stato, e per smascherare una volta per sempre la finta Sinistra che da più di vent’anni (da quando morì Enrico Berlinguer) continua a frodare i nostri voti per poi usarli per accorpare le classi, chiudere le scuole, costringere i ricercatori a fuggire all’estero, lasciare i pompieri e le forze dell’ordine senza benzina, i giudici senza carta per le fotocopie, il cemento che dilaga nelle campagne e sulle coste, l’idiozia che dilaga dagli schermi televisivi, gli speculatori che continuano ad accumulare miliardi di euro grazie alle politiche di defiscalizzazione che distruggono il welfare e che poi li bruciano in poche settimane in crisi che non potrebbero provocare se qualcuno non li rimpinzasse con i nostri quattrini fino a non saper più dove metterli, ecc., ecc... Tutto come la destra. O anche “meglio” della destra!
E noi dovremmo lasciarli fare, permettergli di continuare a far disperare i meno forti tra noi fino a farli impazzire, perché altrimenti torna Berlusconi?! No, cara Bruna, questo è un ricatto (non tuo, naturalmente, ma della finta Sinistra) della serie mangia questa minestra o salta dalla finestra! Ed è anche un fasullissimo trucchetto verbale (sempre non tuo, ma di quelli che lo mettono in giro) perché sono stati loro a far vincere Berlusconi già nel ’94, sono loro che ogni volta lo fanno tornare, e con noi stessi dobbiamo e dovremo prendercela solo se insistiamo a dar fiducia a chi non tradisce non tanto per cattiveria, quanto per stupidità.
Grazie ancora, cara Bruna, per la tua mail. Sarebbe bello, ora, che anche altri scrivessero e dicessero la loro. Ma temo che convincere il Prof a votare per l’ormai incombente Partito Democratico sia impossibile. Se non altro, fino al giorno in cui non espelleranno chiunque sia così matto da andare in giro con un cilicio addosso. Perché sai che ti dico? Fra tutti quanti (o quasi) ci stanno riducendo a credere di poter scegliere solo fra i cilici che nell’Opus Dei si conficcano in corpo da sé e le spine dei cactus che Berlusconi alleva in Sardegna per ficcarcele chissà dove. |
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domenica 16 settembre 2007
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Françoise Dorleac (1942-1967) In ricordo di Françoise Dorleac, la calda amante Françoise Dorleac nel film La calda amante (La peau douce, 1964) di François Truffaut, con Jean Desailly e Nelly Benedetti.
Sono passati quarant’anni dall’inizio dell’estate del 1967. Quando a Nizza, mentre i giovani di quasi tutto il mondo ricevevano in dono Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e preparavano il ’68, una ragazza di venticinque anni che correva verso l’areoporto rimase uccisa in un incidente. Si chiamava Françoise Dorleac, ed era la sorella maggiore di Catherine Deneuve (che invece portava il cognome della madre). Aveva girato il suo primo film nel ’61, due anni prima della sorella, e da allora ne aveva fatti altri otto, proprio come lei. L’ultimo, di Ken Russell (Il cervello da un miliardo di dollari) mentre Catherine si accingeva a interpretare il personaggio di Séverine in Bella di giorno, di Luis Buñuel.
Avevano successo entrambe, piacevano ai critici e piacevano al pubblico. Sommando i punteggi che a quei diciotto film assegna il Morandini (tra i quali un musical che le sorelle interpretarono insieme nel ’66, Les demoiselles de Rochefort, in Italia Josephine, di Jacques Demy), quelli di Françoise ottengono 23,5 punti di critica e 27 di pubblico, quelli di Catherine 25 punti per entrambi.
Abbiamo rivisto, qualche sera fa, quello che per noi è il migliore dei film interpretati da Françoise Dorleac nella sua brevissima carriera: La peau douce, di François Truffaut, del 1964, che in Italia si chiamò La calda amante. I critici preferiscono Cul de sac, di Polanski (1966) ma noi non siamo d’accordo, anche se per motivi che a un critico farebbero storcere il naso: poiché Cul de sac riesce solo a stuzzicare una meschina curiosità, è una vicenda grottesca, scritta e filmata con feroce sarcasmo, di fallimento per tutti, senza dignità né passione per nessuno; La calda amante, invece ― che pure è la storia di un uomo che fallisce il rapporto con la donna e muore di una morte insensata per mano della moglie ― avvince e commuove dalla prima all’ultima scena, e con umana intelligenza guarda e vede, senza disprezzo, anche gli sconfitti.
E poi in Cul de sac Françoise è una prostituta senza cuore, mentre ne La peau douce è la giovane donna stupenda e appassionata che era fatta per essere, nella realtà e sullo schermo...
Le dice Pierre, l’uomo sposato che si crede innamorato di lei (un intellettuale, mentre Nicole è una hostess) citando André Gide non sappiamo quanto esattamente: Credete in quelli che cercano la verità. Dubitate di quelli che l’hanno trovata. Ma soprattutto non dubitate mai di voi stessi.
Innamorarsi è dunque un modo (anche se non il solo) per cercare la verità? Se è così, dovremmo credere solo in chi si innamora. Mentre di chi si sposa ― di chi, cioè, la verità l’ha trovata ― dovremmo sempre dubitare. Amore e matrimonio sarebbero divisi dal medesimo abisso che separa quanti fanno ricerca da quelli che impongono dogmi, l’incertezza dalla fede, chi vive da chi invece tenta di controllare la vita degli altri.
Tuttavia, pur dicendole cose come queste, Pierre non è davvero innamorato di Nicole. Crede di esserlo (se ne fa una fede, cioè, e persino con fanatismo) ma tutto avviene in lui solo nel pensiero, nel dominio che a questa e ad altre idee egli accorda sulla propria mente. Non nella realtà. Nella realtà Pierre non rischia il rapporto, non si abbandona a Nicole, non la cerca con l’audacia e insieme l’incertezza con cui l’esploratore si avventura sull’oceano su una fragile navicella. Fin dall’inizio, benché intenerito e come ringiovanito dalla bellezza, dalla dolcezza, dall’appassionata sincerità con cui la ragazza invece ricerca un’intesa con lui, Pierre fa prevalere sulla libertà del rapporto il rispetto dell’astratta “verità” delle convenienze e delle convenzioni. Nicole lo lascia entrare di notte nel suo appartamento in affitto pur sapendo che la padrona di casa la sfratterebbe, se li sorprendesse; Pierre, invece, quasi non osa ― per tornare da lei che lo attende in albergo ― nemmeno liberarsi dell’importuno conoscente che gli si è messo alle costole dopo una conferenza e non lo molla. Nicole di giorno in giorno conosce Pierre sempre un po’ di più, sempre un po’ meglio, e in questa comprensione si estasia, anche quando non è del tutto gradevole, poiché riconosce in essa una prova del proprio amore, del proprio aver cercato davvero; Pierre invece, col passar del tempo, sempre più vede in lei ciò che astrattamente confligge con le astratte “verità” che lo dominano ― i jeans invece della gonna, o il volume troppo alto della sua voce in un locale, quando lei si lascia andare alla gioia di ritrovarsi con lui dopo una separazione ― e perciò s’infastidisce, si rabbuia, si irrita. Nicole vive il rapporto con lui nel mondo rischiosamente libero dei fatti; Pierre, invece, in un mondo da schiavi in cui le passioni le hanno soltanto le idee nel loro muoversi verso o contro altre idee, e il peggio che possa capitare a chi si agita fra l’una e l’altra è di dover da un giorno all’altro cambiar padrone dentro.
Perfino quando sembra decidersi a lasciare la moglie, infatti, Pierre nella realtà non sta andando da nessuna parte. Sta solo creando una situazione mentale in cui possa “perfezionarsi” in un odio risolutivo, per quel che Nicole “lo costringe a fare”, l’incapacità di amarla con cui l’ha odiata fin dall’inizio, anche quando credeva (aveva fede) di amarla. Tant’è vero che mai lo vediamo così duro e insofferente contro Nicole come quando la porta a visitare la casa in cui in teoria vuol andare a vivere con lei. Così duro e insofferente che è proprio allora che Nicole apre definitivamente gli occhi e dolcemente gli dice addio. E lui la lascia andare! La spia, dall’alto, piccola come una formichina mentre giù in piazza sale su un taxi e scompare per sempre ― così minuscola da non poter più apparire né bella né dolce né sincera se non per l’immaginazione che in Pierre non è più libera da chissà quanto tempo di inseguire nessuno ― e non la chiama, non si muove, non fa nulla per farla tornare. Esce, dopo un po’, raggiunge il solito locale, pranza da solo davanti a un quotidiano come se niente fosse. Ed è lì che la moglie impazzita lo sorprende e lo uccide, ignara che lui non ha mai cessato neanche per un attimo, in verità, di essere un marito e di credere nel matrimonio.
Ragion per cui non è strano che questa morte insensata, che senza dubbio nella sua vita è finalmente un fatto e non solo un’idea, dispiaccia a noi spettatori non tanto per Pierre quanto soprattutto per Nicole che ne soffrirà più di ogni altro. Poiché per Pierre questa morte è un contrappasso poeticamente “giusto ” impostogli dalla realtà in cui non ha mai osato entrare, e che ora tragicamente lo punisce non perché egli l’abbia sempre fuggita, tenuta a bada e controllata, ma bensì per esser andato a stuzzicarla senza vero coraggio né sincerità, facendo nella realtà assai più danno, nel cuore e nella mente di Nicole, di quando alla realtà si opponeva e la oltraggiava restando sottomesso alla finzione matrimoniale.
Credete in quelli che cercano la verità. Dubitate di quelli che l’hanno trovata. Ma soprattutto non dubitate mai di voi stessi, aveva detto Pierre a Nicole citando André Gide. Ma avrebbe dovuto dirlo e ripeterlo fino alla nausea solo a sé stesso. Poiché non era certo Nicole quella che dubitava di sé fino al punto di non osare di lasciarsi andare ad amare. Nicole aveva la tenera e splendida incertezza con cui, nonostante essa, si fa avanti e s’innamora chi di sé stesso è certo. Pierre, invece, solo il durissimo e spinoso dubbio fra il credersi amante e il credersi marito con cui mai si fa avanti e mai ama chi, di sé, è stato sempre indotto a dubitare.
Françoise Dorleac era nella vita come la sua Nicole ne La peau douce. E ciò che l’ha uccisa è stato il dover correre perché non doveva perdere quell’aereo. Non l’imponderabile casualità dell’incidente, ma la spietata necessità del dovere. Non un desiderio, ma un’idea. Non un’incertezza, ma una convinzione. Non la libertà, ma l’obbedienza. Cose con cui non si può giocare, danzare, far l’amore. Cose che mai lasciano le donne libere di essere donne, gli uomini di essere uomini. Cose per le quali si può solo affaticarsi, torturarsi, morire.
Rimane un film, un fotogramma, un’immagine meravigliosa di donna. Che con uno sguardo, uno solo, anche dopo quarant’anni (e a questo punto anche dopo quattrocento o quattromila, come la fanciulla della Villa dei Misteri di Pompei) sconfigge la verità ormai trovata dell’opera d’arte, che niente può più cambiare, e torna magicamente a cercarla, a metterla alla prova nei nostri occhi. |
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domenica 9 settembre 2007
Oh, se un’immane catastrofe ci desse l’occasione per distruggere il sistema scolastico statale! L’altro ieri, in consiglio dei ministri, Tommaso Padoa Schioppa (per gli amici TPS, acronimo di Troppo, Però, Stroppia) ha pronunciato queste parole, aperte virgolette: Certo si possono ancora eliminare gli sprechi. Ad esempio nelle regioni. Oppure nella scuola, dove si può adottare il modello coreano che prevede 40 bambini per ogni classe, chiuse le virgolette (Claudio Tito su La Repubblica di sabato 8.)
Solo una battuta? A parte il fatto che questa gente non pare dotata di un gran senso dell’umorismo, e a parte anche il fatto che una battuta del genere sarebbe come minimo di cattivo gusto (ma hanno gusto costoro?) noi non lo crediamo perché TPS non è nuovo a uscite del genere. Ce l’ha con la Scuola (che noi preferiamo scrivere con la s maiuscola) come minimo dall’anno scorso, quando si scagliava un giorno sì e l’altro pure contro il numero a suo dire eccessivo degli insegnanti italiani (clicca qui per leggere Ma Padoa Schioppa ce l'ha proprio con la Scuola!, luglio 2006). Dimenticandosi però (guarda caso!) di confrontare il numero dei docenti con il basso numero di ore di lezione (decurtate dalla Moratti e mai restituite dal nostro caro e onorevole leader, l’onorevole Giuseppe Fioroni) che gli attuali ordinamenti “concedono” ai bambini e ai ragazzi italiani... Ed evidentemente continua ad avercela con la Scuola, il TPS, e ormai è chiaro che ha intenzione di insistere a raccomandarne il definitivo smantellamento finché non riuscirà a farsi ascoltare. O fino al giorno in cui ciò che oggi è politicamente impossibile non diventi politicamente inevitabile...
Ma perché mai TPS odia i bambini e i ragazzi italiani fino a voler addirittura aggravare l’abbandono di Stato di cui già sono vittime della Moratti e di Fioroni? Per il patogeno ricordo di traumatiche esperienze infantili? Per un pregiudizio ideologico germinato nel microclima di un pensiero distorto?
Caso
fortunato, lo stesso numero del quotidiano La Repubblica ci ha
fornito una possibile (e tragica) risposta. Per essere precisi a pag. 9,
dov’era
anticipata una parte dell’introduzione
di Naomi Klein (la teorica canadese del movimento no global autrice
del fortunato No Logo) al suo nuovo saggio, pubblicato in Italia
da Rizzoli, che sarà in libreria il 12 settembre: Shock Economy ―
Racconta la Klein che il celebre “economista” Milton Friedman (gran guru del movimento per il capitalismo sfrenato, nonché l’uomo a cui dobbiamo la bibbia dell’economia globale contemporanea basata su un’estrema mobilità) tre mesi dopo Katrina, benché novantatreenne e a un passo dalla tomba, scrisse un editoriale per il Wall Street Journal in cui sosteneva che la distruzione della maggior parte delle scuole di New Orleans era un’opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo. Una tesi che non stupì affatto gli “economisti” e “intellettuali” di destra suoi estimatori, i quali sapevano da tempo che per Friedman lo Stato deve solo garantire il servizio di polizia e l’esercito; ogni altra cosa, ivi compresa l’istruzione gratuita, costituisce un’indebita ingerenza nel mercato.
Detto fatto. Mentre gli aiuti federali ai sopravvissuti all’uragano si facevano (e in parte ancora si fanno) attendere (clicca qui per leggere L'Olocausto dei Poveri) decine di milioni di dollari furono spesi da George Bush, continua Naomi Klein, per convertire le scuole di New Orleans in scuole charter, ovvero scuole pubbliche gestite da enti privati secondo le proprie regole. Da 123 che erano, le scuole statali scesero a quattro, mentre le scuole charter, da sette, salirono a trentuno. E l’American Enterprise Institute, un pensatoio friedmaniano, poté così dichiarare con indicibile entusiasmo che Katrina ha ottenuto in un solo giorno ciò che i riformatori scolastici della Louisiana non erano riusciti a ottenere in anni di tentativi. Lo smantellamento dell’istruzione pubblica e la sua sostituzione con un sistema di istituti privati.
Naomi Klein chiama capitalismo dei disastri la posizione teorica e pratica di chi ragiona a questo modo. Come Richard Baker, importante membro repubblicano del Congresso, che dopo Katrina disse testualmente: Siamo finalmente riusciti a ripulire il sistema delle case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l’ha fatto per noi.
“Idee” di questa sorta, nota la Klein, sono figlie di quella che lei chiama la teoria dello shock di Milton Friedman. Il quale affermava che soltanto una crisi, reale o percepita, produce vero cambiamento. Quando la crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, e mantenerle in vita finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile.
Una “bellissima” crisi di cambiamento, molto reale e anche molto percepita, fu per Friedman il colpo di stato fascista di Augusto Pinochet in Cile. Una “bellissima” crisi fu per lui l’ |