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L'Isola del Tesoro

di Robert Louis Stevenson

Indice

PARTE PRIMA - IL VECCHIO FILIBUSTIERE

Capitolo 1 Il vecchio lupo di mare all'"Ammiraglio Benbow"

Capitolo 2 Can-nero appare e scompare

Capitolo 3 La macchia nera

Capitolo 4 Il baule marino

Capitolo 5 La fine del cieco

Capitolo 6 Le carte del capitano

PARTE SECONDA - IL CUOCO DI BORDO

Capitolo 7 Vado a Bristol

Capitolo 8 All'insegna del "Cannocchiale"

Capitolo 9 Polvere e armi

Capitolo 10 Il viaggio

Capitolo 11 Ciò che udii nel barile delle mele

Capitolo 12 Consiglio di guerra

PARTE TERZA - LA MIA AVVENTURA A TERRA

Capitolo 13 Come incominciò la mia avventura

Capitolo 14 Il primo colpo

Capitolo 15 L'uomo dell'isola

PARTE QUARTA - IL FORTINO

Capitolo 16 Il dottore continua il racconto: come la nave fu abbandonata

Capitolo 17 Continua il racconto del dottore: l'ultimo viaggio del piccolo canotto

Capitolo 18 Continua il racconto del dottore: fine della prima giornata di combattimento

Capitolo 19 Il racconto è ripreso da Jim Hawkins: la guarnigione del fortino

Capitolo 20 L'ambasciata di Silver

Capitolo 21 L'attacco

PARTE QUINTA - LA MIA AVVENTURA IN MARE

Capitolo 22 Dove incomincia la mia avventura

Capitolo 23 La marea discende

Capitolo 24 La crociera della piroga

Capitolo 25 Ammaino il Jolly Roger

Capitolo 26 Israel Hands

Capitolo 27 "Pezzi da otto"

PARTE SESTA - IL CAPITANO SILVER

Capitolo 28 Nel campo nemico

Capitolo 29 Di nuovo la macchia nera

Capitolo 30 Sulla parola

Capitolo 31 La caccia al tesoro: l'indice di Flint

Capitolo 32 La caccia al tesoro: la voce tra gli alberi

Capitolo 33 La caduta di un capo

Capitolo 34 e ultimo

 

A S. L. O.

gentiluomo americano

in ricambio di molte piacevoli ore

e coi più cari auguri

il seguente racconto

disegnato in armonia

col suo classico gusto

l'affezionato amico autore dedica

 

ALL'ESITANTE ACQUIRENTE

Storie marine in marinaresco tono

E tempeste e avventure e caldi e geli

E bastimenti ed isole e crudeli

Piraterie, ed interrato oro,

Ed ogni vecchia favola ridetta

Nei precisi antichi modi:

Se tutto ciò, come a me piacque un tempo,

Piaccia ai più savi giovani d'oggi:

Così sia, così accada! - Ma se no,

Se il giovane saputo non più brama,

Gli antichi amori suoi dimenticò,

Kingston, o Ballantine il valoroso,

O Cooper dalla selva e dal maroso:

Così pur sia! E rassegnato io possa

E i miei pirati entrare nella fossa

Ove dormono quelli e lor fantasmi!

 

PARTE PRIMA

IL VECCHIO FILIBUSTIERE

 

Capitolo 1

Il vecchio lupo di mare all'"Ammiraglio Benbow"

 

Pregato dal cavalier Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto della brigata, di scrivere la storia della nostra avventura all'Isola del Tesoro, con tutti i suoi particolari, nessuno eccettuato, salvo la posizione dell'isola; e ciò perché una parte del tesoro ancora vi è nascosta, - io prendo la penna nell'anno di grazia 17... e mi rifaccio al tempo in cui il mio padre gestiva la locanda dell'"Ammiraglio Benbow" e il vecchio uomo di mare dal viso abbronzato e sfregiato da un colpo di sciabola prese alloggio presso di noi.

Lo ricordo come fosse ieri, quando entrò con quel suo passo pesante, seguito dalla carriola che portava il baule. Alto, poderoso, bruno, con un codino incatramato che gli ricadeva sopra il suo bisunto abito blu: le mani rugose e ricoperte di cicatrici, con le unghie rotte e orlate di nero; e, attraverso la guancia, il taglio del colpo di sciabola d'un bianco livido e sporco. Roteò in giro un'occhiata fischiettando fra sé, e poi, con la sua vecchia stridula e tremula voce ritmata e arrochita dalle manovre dell'àrgano, intonò quell'antica canzone di mare che doveva più tardi così spesso percuotere i nostri orecchi:

 

"Quindici sulla cassa del morto,

Quindici uomini yò-hò-hò,

E una bottiglia di rum per conforto!"

 

Poi con un pezzo di bastone simile a una manovella batté contro la porta, e come mio padre apparve, ordinò bruscamente un bicchiere di rum. Appena gli fu portato, lo bevve lentamente assaporandolo all'uso dei conoscitori, e intanto seguitava a guardare intorno a sé esaminando le colline e la nostra insegna.

"Questo è un luogo adatto" disse alfine "e ottimamente situato.

Molta gente, amico mio?" Mio padre rispose che no; poca assai: una desolazione.

"Bene. E' l'ancoraggio che fa per me. Ehi, tu" gridò all'uomo della carriola "vieni, e aiuta a portar su il mio baule. Resterò qui un pezzetto" continuò. "Sono un uomo alla buona, io: rum, prosciutto, uova: altro non mi serve, e quella punta lassù per osservar le navi che passano. Il mio nome? Capitano, potete chiamarmi. Ah, capisco, capisco ciò che vi preoccupa... Prendete!" E gettò sul banco tre o quattro monete d'oro. "Mi avvertirete quando sarà finito" aggiunse, con uno sguardo fiero, da comandante.

In verità, malgrado i suoi abiti frusti e il suo rozzo parlare, egli non aveva l'aria d'un marinaio: si sarebbe piuttosto detto un secondo o un padrone di nave, abituato a vedersi ubbidito o a picchiare. L'uomo della carriola ci riferì ch'era sbarcato dalla corriera la mattina davanti al "Giorgio Reale", che s'era informato degli alberghi lungo la costa, e udito parlar bene del nostro, lo aveva prescelto in grazia del suo isolamento. Questo fu tutto quanto potemmo sapere sul conto del nostro ospite.

Egli era assai taciturno. Passava la sua giornata gironzolando intorno alla cala, o per le colline, provvisto d'un cannocchiale marino; e tutta la sera rimaneva in un angolo della sala accanto al fuoco, a bere dei grog molto forti. A chi gli rivolgeva la parola evitava per lo più di rispondere: dava un rapido e iroso sguardo, e soffiava per le narici come una tromba d'allarme; sicché tanto noi che gli avventori imparammo presto a lasciarlo stare. Ogni giorno, quando rientrava dalla sua passeggiata, non tralasciava di chiedere se qualche marinaio si fosse visto lungo la strada. Noi credevamo dapprima fosse la mancanza d'una compagnia di gente della sua specie che lo spingesse a tali domande; finimmo però col capire che, al contrario, ciò che gli premeva era evitare incontri. Quando un marinaio scendeva all'"Ammiraglio Benbow" (come talvolta accadeva a chi si recava a Bristol per la strada costiera) egli puntava il nuovo arrivato attraverso la cortina dell'uscio prima di decidersi a passar nella sala, e finché quello non alzava i tacchi, stava muto come un pesce. Questo contegno non aveva peraltro nulla di misterioso ai miei occhi, giacché io in certo modo dividevo le preoccupazioni del capitano. Un giorno tirandomi in disparte m'aveva promesso un pezzo d'argento di quattro pence per ogni primo del mese, a patto che io facessi buona guardia e l'avvisassi non appena comparisse un "marinaio con una gamba sola". Spesso accadeva che giungeva il primo del mese, ed io dovevo richiedergli il mio salario: egli allora mi rispondeva con quel suo pauroso soffiare attraverso le narici, e con una guardataccia che mi atterriva: ma la settimana non passava mai senza ch'egli si ravvedesse e mi consegnasse i miei quattro pence ripetendomi l'ordine di stare attento al marinaio con una gamba sola.

Non saprei dire come questo personaggio fosse diventato l'incubo dei miei sogni. Nelle notti di tempesta, quando il vento scoteva i quattro angoli della casa e i cavalloni infuriati mugghiavano lungo la cala e contro le rupi, io me lo vedevo apparir dinanzi in mille forme e con mille diaboliche espressioni. Ora aveva la gamba tagliata fino al ginocchio, ora fino all'anca; ora non era più uomo, ma una sorta di mostro nato proprio così, con una gamba sola, e questa nel bel mezzo del corpo. Vederlo saltare, correre e inseguirmi scavalcando siepi e fossati, era il più tremendo degli incubi. E così, con tali bieche visioni, io pagavo abbastanza caro il premio dei miei quattro pence mensili.

Ma, curioso a dirsi, malgrado il terrore che il marinaio dalla gamba sola m'incuteva, io ero poi di fronte al capitano in persona il meno pauroso fra tutti quanti l'avvicinavano.

Certe sere egli beveva assai più grog che non potesse sopportare; allora si tratteneva lì a cantare le sue vecchie, sinistre, selvagge canzoni di mare non curandosi d'alcuno; altre volte offriva da bere in giro e costringeva la intimidita brigata ad ascoltar le sue storie o accompagnare in coro i suoi ritornelli.

Quante volte ho udito la casa rintronare di "Yò-hò hò e una bottiglia di rum", mentre i vicini, col timore della morte sul capo, l'accompagnavano con tutta l'anima, cercando ognuno di superare l'altro, a scanso di appunti! Perché in questi accessi egli era l'uomo più insolente e prepotente del mondo: ora imponeva silenzio battendo con la palma sulla tavola, ora pigliava fuoco per una domanda che gli era rivolta, o perché nessuno osservava nulla, il che per lui era segno che la compagnia non s'interessava al racconto. E non tollerava che si lasciasse la sala prima che egli ubriaco fradicio non avesse, barcollando, raggiunto il suo letto.

Ciò che soprattutto sbigottiva l'uditorio erano le sue storie.

Spaventevoli storie d'impiccagioni, d'annegamenti, di burrasche di mare, delle Isole delle Tartarughe, e di gesta e luoghi selvaggi in terre spagnole. A sentir lui, era vissuto fra la più dannata razza che Iddio seminasse per i mari; e il suo linguaggio brutale urtava i nostri semplici paesani quasi al pari dei delitti ch'egli descriveva. Mio padre sempre andava lamentando che quell'uomo sarebbe stato la rovina dell'albergo, poiché ben presto la gente si sarebbe stancata di venir lì per essere tiranneggiata, avvilita e spedita a battere i denti nei propri letti; ma io credo invece che la sua presenza ci fosse profittevole. E' vero che sul momento gli avventori ci rimanevano male; ma poi provavano non so che gusto a tornarci su col pensiero, e quasi amavano ciò che dava una scossa alla monotona e sonnacchiosa vita del paese. C'era persino tra i più giovani chi per lui ostentava ammirazione, qualificandolo "un vero lupo di mare", un "autentico tizzo d'inferno", e dicendo ch'erano gli uomini di siffatta tempra che rendevano l'Inghilterra formidabile sul mare.

Veramente, in certo modo, egli lavorava alla nostra rovina, giacché settimane e settimane e poi mesi e mesi si susseguivano senza ch'egli desse segno di voler sloggiare, e intanto da lunga data il suo denaro era finito e a mio padre non aveva l'animo di insistere per averne dell'altra. Se appena egli vi alludeva, il capitano soffiava attraverso il naso talmente forte che pareva ruggisse, e con una fulminante occhiata cacciava via dalla sala il mio povero padre. Io lo vedevo, mio padre, disperato torcersi le mani dopo tali rabbuffi, e credo che l'affanno e il terrore nei quali viveva affrettassero grandemente la sua immatura e disgraziata fine.

Tutto il tempo che rimase con noi il capitano non mutò mai nulla del suo vestiario, eccetto qualche calza comprata da un merciaio ambulante. Essendosi rotto uno degli angoli del suo cappello a tricorno, egli lo lasciava spenzolar giù sebbene gli desse abbastanza noia quando tirava vento. Rivedo l'aspetto dell'abito ch'egli stesso rappezzava nella sua stanza di sopra e che, già prima della fine, era un mosaico di toppe. Mai scrisse né ricevette una lettera; mai parlava con alcuno fuorché coi vicini; e con questi, per lo più, solo quand'era ubriaco di rum. Nessuno di noi mai aveva visto aperto il grosso baule marino.

Una volta soltanto il nostro uomo trovò chi gli tenne testa, e fu verso la fine, quando il mio povero padre era già molto minato dal male che doveva condurlo alla tomba. Il dottor Livesey giunse a sera a veder l'infermo; si fece servire un boccone da mia madre, poi se ne andò a fumare una pipata nella sala, in attesa che il suo ca vallo gli fosse ricondotto dal villaggio, giacché al vecchio "Benbow" non avevamo stallaggio. Io ve lo seguii, e rammento ancora lo stridente contrasto che faceva il lindo e rilisciato dottore con la sua parrucca candida come neve, i suoi neri e scintillanti occhi e le sue compite maniere, con la rustica plebaglia e soprattutto con quel sudicio torvo e ripugnante spauracchio di pirata, acciaccato laggiù in quell'angolo dal rum, con le braccia sulla tavola. D'improvviso costui - dico il capitano - intonò la sua eterna canzone:

 

"Quindici sulla cassa del morto,

Yò-hò-hò, e una bottiglia di rum!

Satana agli altri non ha fatto torto,

Con la bevanda li ha spediti in porto.

Yò-hò-hò, e una bottiglia di rum!"

 

Io avevo da prima creduto che la "cassa del morto" fosse la stessa grossa cassa ch'egli teneva di sopra nella stanza davanti; e questa idea s'era fusa nei miei incubi con l'immagine del marinaio dalla gamba sola. Ma da lungo tempo ormai noi avevamo cessato di far attenzione al ritornello; solo agli orecchi del dottor Livesey quella sera giungeva nuovo; ed io m'accorsi dell'impressione tutt'altro che gradevole ch'egli ne riceveva, giacché alzò gli occhi e guardò per un momento con aria irritata prima di decidersi a continuare col vecchio giardiniere Taylor il suo discorso intorno a una nuova cura delle affezioni reumatiche. Frattanto il capitano s'andava accendendo della sua musica e alzando il tono; e alla fine schiaffò sulla tavola con la palma quel tal colpo che noi tutti sapevamo significava: Silenzio! Nessuna voce fu più udita, ad eccezione di quella del dottor Livesey, che continuò a parlare come prima, chiaro e cortese, tirando tra una frase e l'altra una vistosa boccata di fumo. Il capitano lo fissò bieco un istante, batté un nuovo colpo con la palma, gli lanciò un'altra occhiataccia, e, accompagnando la frase con una triviale bestemmia, gridò:

"Silenzio, laggiù a prua!" "E' a me che il signore intende parlare?" disse il dottore; e non appena il ribaldo gli ebbe, con un'altra bestemmia, risposto affermativamente, "io non ho che una cosa da dirvi" replicò il dottore "ed è che se voi continuate a tracannare rum, il mondo sarà presto liberato da uno schifoso miserabile." Spaventevole fu lo scoppio d'ira del vecchio gaglioffo. Scattò in piedi, trasse e aprì un coltello a serramanico, e bilanciandolo sulla palma della mano, stava per inchiodare al muro l'avversario.

Il dottore non si mosse. Parlandogli di sopra la spalla, con lo stesso tono di voce, piuttosto rinforzato, per modo che l'intiera sala potesse udire, ma perfettamente tranquillo e fermo, disse:

"Se non rimettete immediatamente in tasca quel coltello, vi giuro sul mio onore che alle prossime assise sa rete impiccato." Seguì tra i due una battaglia di sguardi: ma presto il capitano si arrese: ripose l'arma e riprese il suo posto tremando come un cane bastonato.

"E ora, signore" continuò il dottore "dal momento che io so che razza d'arnese c'è nel mio distretto, potete star sicuro che sarete sorvegliato giorno e notte. Io non sono soltanto dottore:

sono anche magistrato, e se appena mi giunge una lagnanza sul conto vostro, fosse magari per una smargiassata come quella di stasera, provvederò a farvi spazzar via di qui. Siete avvisato." Poco dopo il cavallo del dottor Livesey giunse alla porta, ed egli partì; ma per quella sera e molt'altre successive il capitano rimase tranquillo.

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Capitolo 2

Can-nero appare e scompare

 

Poco tempo dopo ciò, capitò il primo di quei misteriosi eventi che dovevano finalmente sbarazzarci del capitano se pure non, come vedremo, delle conseguenze della sua presenza. Cominciava allora un rigidissimo inverno, con lunghe aspre gelate e violente bufere; e fin dal principio apparve chiaro che il mio povero padre difficilmente avrebbe visto la primavera. Di giorno in giorno declinava, e mia madre ed io, con sulle braccia il peso dell'albergo, eravamo troppo occupati per prestare attenzione al nostro fastidioso ospite.

Era un mattino di gennaio, assai per tempo, con un freddo che passava le ossa, e tutta la baia biancheggiava di brina; le onde baciavano dolcemente i ciottoli della riva, e il sole ancora basso dorava appena la cresta delle colline e riluceva lontano sul mare.

Il capitano alzatosi più presto del solito era sceso alla spiaggia col suo coltellaccio dondolante sotto le larghe falde del suo abito blu, il cannocchiale sotto l'ascella, e il tricorno buttato indietro sulla nuca. Vedo ancora il suo alito ondeggiare in aria dietro a lui come fumo mentre egli si allontanava rapidamente.

L'ultimo suono che giunse ai miei orecchi mentre egli girava dietro la grande rupe, fu un potente sbuffo d'ira, come se egli ancora fosse travagliato dal pensiero del dottor Livesey.

Mia madre era in quel momento disopra col babbo; ed io stavo apparecchiando la tavola per la colazione del capitano, quando l'uscio della sala si aprì, ed uno sconosciuto si fece avanti. Era pallido come cera; due dita gli mancavano alla mano sinistra; e, per quanto portasse un coltellaccio, non pareva troppo aggressivo.

Ma io dovevo pur tener d'occhio la gente di mare, sia con una sola gamba che con due, e quella apparizione mi sconcertò. Egli non aveva l'aria di marinaio; pure, non so quale aroma marino lo circondava.

Alla mia domanda cosa volesse, rispose ordinando del rum; ma, mentre andavo a prenderlo, sedette a un tavolo e mi richiamò. Io mi fermai col tovagliolo in mano.

"Vieni qui, ragazzo" disse lui. "Qui, più vicino." Io mi avvicinai di un passo.

"E' questa qui la tavola del mio amico Bill?" chiese con una strizzatina d'occhi.

Risposi che io il suo compagno Bill non lo conoscevo, e quella tavola era per una persona che dimorava presso di noi, e che noi chiamavamo il capitano.

"Perfettamente" fece lui. "Il mio compagno Bill può anche farsi chiamar capitano se così gli aggrada. Ha un taglio su una guancia, e maniere molto gentili, specie quando ha trincato, il mio compagno Bill. Mettiamo, per modo di dire, che il tuo capitano abbia una cicatrice su una guancia; mettiamo, per modo di dire, che questa guancia sia la destra. Eh? Che ti dicevo io? E adesso, sentiamo ancora: il mio amico Bill è in casa?" Risposi che era uscito per una passeggiata.

"Da che parte, ragazzo mio? Da che parte ha preso?" Gli indicai la rupe aggiungendo che il capitano sarebbe stato presto di ritorno; e dopo che ebbi risposto a varie altre domande:

"Ah" disse lui "questo gli farà prò come un buon bicchiere, al mio camerata Billl" L'espressione del suo viso, pronunciando tali parole, era tutt'altro che amabile, ed io avevo le mie buone ragioni per pensare che lo straniero si sbagliava, dato che intendeva parlar sul serio. Ma ciò non mi riguardava: e d'altra parte, che avrei fatto? Egli rimase lì, attaccato all'uscio, sorvegliando l'angolo della rupe come il gatto che aspetta il sorcio. Ad un certo punto io scappai sulla strada, ma subito mi richiamò, e siccome io tardavo un po' a ubbidire, il suo pallido volto prese un'espressione feroce, e con una bestemmia che mi fece sobbalzare, mi comandò di rientrare. Appena fui lì, tornò alle maniere di prima, tra lusinghiere e beffarde, mi batté sulla spalla, mi disse ch'ero un bravo ragazzo e che s'era innamorato di me.

"Ho io stesso un figliolo che ti assomiglia come due gocce d'acqua, ed è tutto il mio orgoglio. Ma l'importante per i ragazzi è la disciplina, piccolo mio, la disciplina. Se tu, per esempio, avessi navigato con Bill, non ti saresti fatto chiamar due volte, no di certo. Non era questo il metodo di Bill né di chi navigava con lui. Ma ecco il mio compagno Bill, sicuramente, col suo cannocchiale sotto il braccio, Dio lo benedica, è lui senza dubbio. Rientriamo, piccolo mio, e mettiamoci dietro la porta: gli faremo una piccola sorpresa a Bill, Dio lo benedica ancora una volta." Così dicendo lo sconosciuto mi sospinse nella sala e mi ficcò nell'angolo dietro a sé in modo che rimanessimo nascosti dalla porta aperta. Io ero inquieto e assai intimorito, come si può immaginare, e la mia paura era accresciuta dal vedere che lo stesso sconosciuto tremava a sua volta. Egli liberò l'impugnatura del coltellaccio, provò a rimuovere la lama nel fodero, e durante tutta l'attesa seguitò a trangugiar saliva quasi avesse, come si suol dire, un rospo in gola.

Finalmente il capitano entrò sbattendo la porta dietro le spalle, e senza guardare né a destra né a sinistra attraversò difilato la sala dirigendosi alla tavola apparecchiata per la sua colazione.

"Bill" fece lo sconosciuto con una voce che mi parve si sforzasse d'essere ferma e animosa.

Il capitano girò sui calcagni e guardò verso noi: il sangue sparì dalla sua faccia che diventò livida fino alla punta del naso: egli aveva l'aria d'uno che s'imbatta in uno spettro, o nel diavolo, o in qualcosa di peggio, se un qualcosa di peggio vi fosse; e io confesso che provai un senso di pietà a vederlo d'improvviso così invecchiato e disfatto.

"Vieni qua, Bill, vieni qua. Tu mi riconosci, non è vero? Il tuo vecchio camerata di bordo lo riconosci bene!" Il capitano respirò convulso.

"Can-Nero!" disse.

"E chi altri vorresti che fossi?" replicò lo straniero sensibilmente rassicurato. "Can-Nero meglio che mai, venuto a salutare il suo vecchio camerata Bill all'albergo dell''Ammiraglio Benbow'. Ah, Bill, visto, qualcosa abbiamo visto, noi due, dopo che io ci lasciai questi due artigli" soggiunse alzando la mano mutilata.

"Bene, vediamo" disse il capitano. "Tu mi hai ripescato; eccomi, e dunque parla. Che c'è?" "Sei ben tu" replicò Can-Nero. "Non c'è sbaglio, Bill. Io voglio farmi servire un bicchiere di rum da questo caro ragazzo che ho preso in simpatia, e noi ci metteremo a sedere, se così ti piace, e parleremo schietto, come conviene a vecchi amici di bordo." Quando io rientrai col rum, essi stavano già seduti; l'uno da un lato, l'altro dall'altro della tavola del capitano: Can-Nero vicino alla porta, di sbieco, in maniera da poter tener d'occhio il suo vecchio compagno e, così mi sembrò, sorvegliare insieme la propria linea di ritirata.

Costui mi ordinò di andarmene e di lasciare la porta spalancata.

"I buchi delle serrature non sono di mio gusto, ragazzo mio!" aggiunse.

Io li lasciai soli, e mi ritirai nel bar.

Di lì, pur facendo del mio meglio per ascoltare, io per un pezzo non sentii se non un sommesso parlottare, ma alla fine le voci si alzarono e potei cogliere una o due parole, per lo più bestemmie, del capitano.

"No, no, no, no; e basta!" gridò una prima volta.

E poi:

"Se finisce con la forca, sarà la forca per tutti, dico io!" D'un tratto una formidabile esplosione di bestemmie mescolata con altri rumori: tavola e sedie che si rovesciavano, un tintinnìo di lame, e infine un urlo di dolore, dopo di che vidi Can-Nero fuggire a precipizio e il capitano corrergli alle calcagna, tutt'e due col coltellaccio alla mano, ed il primo che versava sangue dalla spalla sinistra. Arrivato alla porta, il capitano vibrò al fuggitivo un ultimo tremendo fendente che gli avrebbe certamente spaccato la schiena in due se l'arma non si fosse intoppata nello spessore dell'insegna dell'"Ammiraglio Benbow", incidendo nell'orlo inferiore dell'asse una tacca che tuttora è visibile.

Quel colpo fu l'ultimo dello scontro. Non appena nella strada, Can-Nero, malgrado la ferita, mise le ali ai piedi, e in mezzo minuto si dileguò dietro il corno della collina. Il capitano dal canto suo restò lì accanto all'insegna impalato e come inebetito.

Si passò più volte la mano sugli occhi, e alfine si decise a rientrare.

"Jim, del rum!" E mentre così diceva, vacillava un poco, e con una mano si appoggiava al muro.

"Siete ferito?" gridai.

"Del rum!" ripeté. "Devo andar via. Del rum! Del rum!" Io corsi a prenderne; ma ero talmente sconvolto che ruppi un bicchiere e guastai il rubinetto, e mentre ero così intrigato sentii come un tonfo sordo nella sala; volai e trovai il capitano disteso lungo per terra. Nello stesso tempo mia madre, allarmata dalle grida e dallo strepito della zuffa, s'era precipitata giù per aiutarmi. Fra tutti e due gli sollevammo il capo. Egli respirava forte, affannosamente; i suoi occhi erano chiusi, il viso terreo.

"Mio Dio, mio Dio!" gridò mia madre. "Che sventura per la nostra casa! E il tuo povero padre infermo!" Frattanto non sapevamo che fare, per soccorrere il capitano, convinti com'eravamo, che nello scontro con lo sconosciuto avesse ricevuto un colpo mortale. Presi il rum, nondimeno, e cercai di fargliene entrare un po' in gola, ma i suoi denti erano serrati e le mascelle dure come ferro. Un sollievo fu per noi quando la porta si aprì e il dottor Livesey entrò per la solita visita a mio padre.

"Oh, dottore" gridammo "che c'è da fare? Dov'è ferito?" "Ferito? Storie!" disse il dottore. "Non più ferito di me o di voi. Ha avuto un colpo, come gli avevo predetto. Via, signora Hawkins, risalite da vostro marito, e, se possibile, non raccontategli nulla. Quanto a me, devo far del mio meglio per salvar la vita tre volte indegna di questo miserabile; e Jim qui mi porterà un catino." Quando io tornai col catino, il dottore aveva già rimboccato la manica del capitano e messo a nudo il suo grosso e muscoloso braccio. Esso era cosparso di tatuaggi. "Ecco la fortuna", "Buon vento", "Billy Bones se ne infischia" si leggeva molto chiaramente su l'avambraccio; e sopra, vicino alla spalla, si vedeva una forca, con un uomo appeso: scena resa, a parer mio, con grande bravura.

"Profetico!" esclamò il dottore toccando con la punta del dito il tatuaggio. "E ora, mastro Billy Bones, se questo è il vostro nome, vediamo un po' il colore del vostro sangue. Jim, hai paura del sangue?" "No, signore." "Bene. Allora tieni il catino." E ciò dicendo tirò fuori la lancetta e aprì una vena.

Non poco sangue si dovette cavare allo sciagurato prima ch'egli aprisse gli occhi e volgesse intorno il suo sguardo annebbiato.

Prima riconobbe il dottore, con un brusco aggrottar di ciglia; poi posò gli occhi su me, e apparve confortato. Ma d'improvviso cambiò colore, e tentò di alzarsi gridando:

"Dov'è Can-Nero?" "Non c'è nessun Can-Nero, qui" disse il dottore "all'infuori di quello che vi frulla per il capo. Avete bevuto del rum, voi, e vi ha preso un colpo, precisamente come vi avevo predetto, ed io vi ho tratto or ora mio malgrado dalla fossa dove stavate già con un piede. E adesso, signor Bones..." "Non è questo il mio nome" interruppe lui.

"Non importa" ribatté il dottore. "E' il nome d'un filibustiere di mia conoscenza, ed io vi chiamo così per far presto, ed ecco cosa desidero dirvi: un bicchiere di rum non vi ammazzerà: ma se voi ne berrete uno, ne berrete certo un altro e poi un altro; ed io scommetto la mia parrucca che se non vi decidete a troncar di netto, morirete, capite? mo-ri-re-te, e ve ne andrete diritto al Creatore come l'uomo della Bibbia. Su, fate uno sforzo. Vi aiuterò a mettervi a letto, per questa volta." Con non poca fatica riuscimmo a trasportarlo al piano di sopra e lo adagiammo sul suo letto.

Il suo capo ripiombò sul guanciale come se egli dovesse svenire.

"Dunque" aggiunse il dottore "ricordatevi bene: ve 1o dico per scarico di coscienza: rum per voi significa morte." Detto ciò, prendendomi per un braccio, uscì per vedere mio padre.

"Non è nulla" mi disse appena fuori dell'uscio. "Gli ho cavato sangue abbastanza perché possa stare un poco tranquillo. Il meglio per lui e per voi sarebbe che rimanesse una settimana dov'è. Ma se lo coglie un altro colpo, è finita."

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Capitolo 3

La macchia nera

 

Verso mezzogiorno entrai dal capitano con qualche bibita rinfrescante, e medicine. Egli si trovava ancora nel medesimo stato, forse un tantino sollevato, e appariva insieme debole ed eccitato.

"Jim" disse "tu sei l'unico, qui, che valga qualcosa; e tu sai come io sono sempre stato buono con te. Non c'è stato mese che non t'abbia pagato i tuoi quattro pence. E ora tu vedi, amico mio, come sono malandato e abbandonato da tutti. Jim, tu mi devi dare un bicchierino di rum; è vero che me lo dai, mio piccolo amico?

"Il dottore..." presi a dire.

Ma egli mi tagliò la parola con una voce fiacca ma appassionata.

"I dottori sono una massa di scope: e quel dottore, che vuoi che sappia, lui, di gente di mare? Io sono stato in paesi dove s'arrostiva, e i miei compagni la febbre gialla te li faceva cascar come mosche, e i terremoti facevano ondeggiare la terra come un mare: ebbene, che può sapere il dottore di paesi simili? e io vivevo di rum, capisci? Bevanda, cibo: per me il rum era tutto:

come marito e moglie, eravamo; e se tu ora non mi dai il mio rum, io non sarò più che una povera vecchia carcassa rigettata sugli scogli, e il mio sangue ricadrà su te, Jim, e su quella maledetta scopa di dottore." Qui intramezzò una buona dose di bestemmie; e in tono lamentevole continuò:

"Guarda, Jim, come tremano le mie dita. Non riesco a tenerle ferme. Non ho bevuto una goccia in questa maledetta giornata. Quel dottore è un cretino, ti dico. Se non bevo un po' di rum, Jim, vedrò gli spettri: qualcuno già l'ho visto. Ho visto il vecchio Flint là nell'angolo, dietro a te; come fosse dipinto, l'ho visto; e se gli spettri mi prendono, come la mia vita è stata burrascosa, morirò di spavento. Lo stesso tuo dottore ha detto che un bicchiere non mi fa male. Ti do una ghinea d'oro, Jim, se mi porti un bicchierino." Egli s'andava sempre più riscaldando; e ciò m'inquietava per il mio padre, che quel giorno era molto abbattuto e aveva bisogno di quiete: a parte ciò, se le parole del dottore, che egli mi ricordava, mi rassicuravano, il suo tentativo di corruzione non mancava d'indispormi.

«Non voglio del vostro denaro" dissi io "se non quanto dovete a mio padre. Vi darò un bicchiere, ma niente di più." Appena l'ebbe a portata di mano, l'afferrò avidamente, e lo vuotò d'un fiato.

"Ah, ah, ora va un po' meglio, proprio meglio. Ma sentiamo, piccolo mio, quanto tempo ha detto il dottore che dovrei rimanere in questa vecchia cuccetta?" "Non meno d'una settimana." "Per mille fulmini!" gridò. "Una settimana! E' impossibile. Tra una settimana essi mi avranno già scagliato la macchia nera. I tangheri stanno cercando di passarmi al vento, in questo dannato momento; ruffiani incapaci di custodire quello che avevano acciuffato, vorrebbero sgraffignare quello d'altri. Domando io se è un trattare da gente di mare? Ma io ho l'anima del risparmiatore, io. Mai sciupato né perso il mio buon denaro, io; e li metterò di nuovo nel sacco. Non mi fanno mica paura. Mollerò un'altra mano di terzeruoli, e li lascerò in coda un'altra volta." Mentre così parlava s'era levato dal letto con grande fatica, e appoggiandosi alla mia spalla e stringendomi fino quasi a farmi gridare, moveva le gambe come fossero un peso morto. La violenza del suo linguaggio faceva un triste contrasto con la fievolezza della sua voce. Provo a sedersi sulla sponda del letto, e restò immobile.

"Quel dottore mi ha finito" mormorò. "Mi ronzano le orecchie.

Rimettimi giù." Ma prima che io potessi aiutarlo, era già ricaduto al suo posto di prima dove rimase un momento in silenzio.

"Jim" disse alfine "hai visto quel marinaio?" "Can-Nero?" "Sì, Can-Nero. Lui è un cattivo soggetto, ma quelli che l'hanno mandato sono peggio ancora. Ebbene, se io non riesco ad andarmene via, ed essi mi lanciano la macchia nera, bada, ciò che a loro preme è il mio vecchio baule; allora tu monti a cavallo - sai montare a cavallo, no? - ebbene, tu monti a cavallo e vai - sì, perdio - vai da quella vecchia ciabatta di dottore, e gli dici di radunar tutti quanti - giudici e il resto- e lui li pescherà all''Ammiraglio Benbow' - l'intera ciurmaglia del vecchio Flint, uomini e ragazzi e compagnia. Io ero il primo ufficiale del vecchio Flint, e sono io il solo che conosce il posto. Mi ha confidato il segreto a Savannah, mentre stava per morire, vedi, come potrei farlo io adesso. Ma tu non devi denunciarli a meno che non mi lancino la macchia nera, o a meno che tu non riveda Can- Nero, oppure il marinaio della gamba sola, Jim - lui soprattutto." "Ma capitano, cos'è la macchia nera?" "E' un avvertimento, amico mio. Te lo spiegherò se arriveranno a quel punto. Ma tu hai da far buona guardia, e poi divideremo in due - due parti uguali - parola d'onore." Divagò ancora un poco mentre la sua voce sempre più s'affievoliva: ma appena io gli ebbi somministrato la sua pozione ch'egli prese docile come un ragazzo, osservando che "se c'era un uomo di mare che mai avesse avuto bisogno di droghe, era proprio lui", s'immerse in un sonno pesante come una sincope, dove io lo lasciai.

Che cosa avrei fatto se le cose si fossero svolte in modo normale, io non so. Probabilmente avrei tutto raccontato al dottore, giacché ero martoriato dal dubbio che il capitano dovesse pentirsi delle sue confidenze e liberarsi di me. Ma il mio povero padre morì improvvisamente quella sera, il che relegò nell'ombra ogni altra cosa. La nostra angoscia, le visite dei vicini, i preparativi del funerale e per giunta le faccende della locanda da sbrigare, mi tennero talmente occupato che non ebbi tempo di ripensare al capitano e tanto meno alla mia paura.

Egli discese, a dir vero, il mattino seguente e consumò i suoi pasti mangiando poco ma bevendo, io temo, più rum del solito, giacché si servì egli stesso al bar col suo muso arcigno soffiando attraverso il naso, senza che alcuno osasse contrariarlo. La sera prima del funerale era più ubriaco che mai. Nulla di più ripugnante che sentire quella voce, nella casa visitata dalla morte, ricantare la vecchia sconcia canzone. Ma, per quanto debole, egli ispirava a noi tutti una paura mortale, e il dottore accorso improvvisamente presso un malato distante molte miglia, era sempre rimasto dopo la disgrazia lontano dalla nostra casa.

Ho detto che il capitano era debole: effettivamente pareva sempre più declinare, anziché riacquistar le sue forze. Egli si strascinava su e giù per le scale; andava e veniva dalla sala al bar, e talvolta cacciava il naso fuori dell'uscio per odorare il mare, e camminava appoggiandosi al muro e respirando faticosamente come chi sale un'erta. Con me direttamente non parlò più, ed io penso che avesse dimenticato le sue confidenze. Ma il suo umore s'era fatto più instabile; e, tenuto conto della sua depressione fisica, più violento che mai. Quando era ubriaco ora aveva la inquietante abitudine di sfoderare il suo coltellaccio e tenersi la nuda lama sulla tavola a portata di mano. Con tutto ciò, si curava meno della gente: sembrava chiuso nei suoi pensieri e piuttosto assente. Una volta, per esempio, con nostra grande sorpresa, intonò una specie di canzone d'amore campagnola, che egli doveva aver imparato in gioventù, prima di mettersi a navigare.

Così andarono le cose finché il giorno dopo del funerale verso le tre di un pomeriggio pungente di freddo e nebbioso, mentre mi trattenevo un momento sulla soglia dell'albergo pieno di tristezza pensando a mio padre, scorsi sulla strada un individuo che lentamente si avvicinava. Di certo era un cieco, poiché picchiava davanti a sé con un bastone e portava una mascherina verde che gli copriva occhi e naso. Incurvato dall'età o dagli stenti, indossava un ampio, vecchio e cencioso soprabito da marinaio, con un cappuccio, che gli dava un aspetto deforme. Mai vidi in vita mia figura più sinistra. Un po' prima dell'albergo si fermò, e dando alla sua voce un bizzarro tono di cantilena, e rivolgendosi al vuoto, dinanzi a lui, disse:

"C'è qualche buona creatura che voglia informare un povero cieco che ha perduto la sua preziosa vista difendendo il proprio caro paese nativo, l'Inghilterra - e Dio benedica Re Giorgio! - dove o in quale parte di questa regione egli attualmente si trova?" "Voi siete all''Ammiraglio Benbow', baia del Monte Nero, mio brav'uomo" risposi.

"Sento una voce" riprese "una giovine voce. Vorresti darmi una mano, mio caro ragazzo, e farmi entrare?" Gli porsi la mano, e la sozza creatura senz'occhi, dalle parole melate, l'agguantò di scatto come una tenaglia. Ne fui talmente impaurito che cercai svincolarmi, ma il cieco mi strinse a sé con uno strattone.

"E ora, ragazzo mio, conducimi dal capitano." "Signore" obiettai "vi giuro sulla mia parola che non oso." "Oh" ghignò lui. "E' così? Conducimi difilato, o ti rompo il braccio." Difatti me lo torse, mentre parlava, così forte, che mi sfuggì un grido.

"Signore" spiegai "è per voi che dico ciò. Il capitano non è del solito umore. Ha sempre il coltellaccio sguainato. Un altro signore..." "Andiamo", incalzò lui. "Su!" Voce così crudele, fredda e odiosa io non sentii mai. Essa poté sul mio animo più del dolore; sicché mi affrettai a ubbidire varcando la soglia e dirigendomi al posto dove, abbrutito dal rum, sedeva il vecchio infermo filibustiere.

Il cieco s'aggrappava a me stringendomi nel suo pugno di ferro, e mi opprimeva col suo peso fino quasi a schiacciarmi.

"Conducimi dritto da lui, e quando gli sono davanti, di': 'Ecco un amico per voi, Bill!' Se non lo fai, ti farò questo, io!" e accompagnò la minaccia con un tal pizzicotto che io credetti di svenire. Preso in quest'alternativa, e gelato dal terrore, dimenticai la mia paura del capitano e, aperto l'uscio della sala, dissi con voce tremante la frase impostami.

Il povero capitano alzò la fronte. In un batter di ciglia i fumi del rum svanirono, ed egli rimase lì disubriacato con gli occhi sbarrati e fissi. Più che sbigottimento si leggeva sul suo viso un mortale malessere. Fece per alzarsi, ma credo che le forze non gli sarebbero bastate.

"Stai, Bill, stai" disse il mendicante. "E' vero che non ci vedo, ma se un dito si muove, lo sento. Gli affari sono affari. Porgi la tua mano sinistra. E tu, piccolo, prendi quella mano per il polso, e avvicinala alla mia destra." Gli obbedimmo tutt'e due; ed io vidi in quel punto il cieco far scivolare qualcosa dal cavo della mano con cui teneva il bastone, in quella del capitano, che prestamente si richiuse.

"Ecco fatto" disse il cieco.

E tosto si sciolse da me, e con incredibile precisione e sveltezza attraversò la sala e saltò nella strada. Ed io, rimasto lì intontito, potei nel silenzio udire i colpi del suo bastone che man mano s'andava allontanando.

Ci volle un po' di tempo prima che ci riavessimo dalla sorpresa; alla fine, e quasi simultaneamente, io lasciai libero il suo polso, ed egli ritirò la sua mano dando una acuta sbirciata al palmo.

"Alle dieci!" gridò. "Sei ore di tempo. Gliela facciamo ancora!" E scattò in piedi.

Ma subito barcollò, si portò una mano alla gola, rimase in bilico un attimo, e con uno strano rantolo stramazzò lungo disteso con la faccia sul pavimento.

Io mi precipitai sopra chiamando mia madre. Ma le nostre premure non valsero a nulla. Fulminato dall'apoplessia il capitano era morto. Strano a dirsi! Io non l'avevo di sicuro mai amato, per quanto da ultimo mi ispirasse una certa pietà: ma quando lo vidi spento ai miei piedi, scoppiai a piangere. Era la seconda morte che io vedevo, e lo sgomento procuratomi dalla prima era ancora vivo nel mio cuore.

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Capitolo 4

Il baule marino

 

Io non tardai naturalmente a raccontare a mia madre tutto ciò che sapevo, come forse avrei dovuto fare molto prima, e subito vedemmo quanto difficile e pericolosa fosse la nostra posizione. Del denaro del capitano, se pur ve n'era, una parte spettava indubbiamente a noi; ma era ben poco probabile che i suoi camerati, e soprattutto i due campioni da me conosciuti, Can-Nero e il cieco mendicante, fossero disposti a rinunciare al loro bottino per saldare i debiti del morto. Ora, se io montavo a cavallo e correvo come il capitano voleva per il dottor Livesey, avrei lasciato mia madre sola e indifesa: non era dunque il caso di pensare a ciò. D'altra parte, noi non ci sentivamo di rimanere più a lungo nella nostra casa. Il cadere dei carboni nella griglia del fornello, il semplice tic-tac dell'orologio, ci facevano trasalire di spavento. Alle nostre orecchie pareva di sentire la strada battuta da uno scalpiccìo che venisse mano a mano avvicinandosi. Ed io, stretto fra il cadavere del capitano giacente sul pavimento della sala, e il pensiero di quell'abominevole cieco ronzante nei dintorni e pronto a riapparire, passavo dei momenti in cui per il terrore non avevo capello in testa che non fosse dritto. Tuttavia, qualche cosa bisognava decidere. Decidemmo finalmente di uscir insieme a cercare aiuto nel vicino villaggio. Detto fatto. A testa scoperta come eravamo, ci slanciammo nella crescente oscurità della sera e nella gelida nebbia.

Il villaggio era a poche centinaia di passi da noi, nascosto alla vista, sull'altra costa della baia; e, ciò che molto mi confortava, in direzione opposta a quella dove il cieco era apparso, e dove presumibilmente si era eclissato. Il tragitto non richiese più di qualche minuto, sebbene varie volte ci fermassimo tendendo l'orecchio. Ma nessun rumore insolito: nulla, tranne il leggero frusciare della risacca sul lido, e il gracchiare dei corvi nel bosco.

Era l'ora che si accendevano le candele nelle case, quando entrammo nel villaggio, ed io mai dimenticherò il grande sollievo che provai nel vedere a porte e finestre quei lumi d'oro. Ma fu questo, ahimè, il massimo dell'aiuto che laggiù ci aspettava.

Poiché, e fa meraviglia che quella gente non se ne vergognasse, nessuno di loro acconsentì a ritornare con noi all'"Ammiraglio Benbow". Più ci dilungavamo a dipingere i nostri affanni, e più loro, donne, uomini e ragazzi, si aggrappavano alle loro porte. Il nome del capitano Flint, ignoto a me, era abbastanza popolare in mezzo a loro, e non lo si udiva pronunciare senza raccapriccio.

Uomini che avevano accudito a lavori agricoli di là dall'"Ammiraglio Benbow", raccontavano d'essersi imbattuti lungo la strada in alcuni stranieri dall'aspetto di contrabbandieri, ed essersi tirati in disparte; ed uno almeno aveva visto un piccolo bragozzo all'ancora in quella che noi chiamavamo la Tana di Kitt; e perciò bastava che uno fosse in relazione col capitano per incutere loro una paura mortale. In conclusione, se trovammo alcuni disposti a correre a cavallo dal dottor Livesey, il quale abitava in tutt'altra direzione, nessuno volle aiutarci a difendere la nostra casa.

Se la viltà è, come dicono, contagiosa, la discussione per contro accende l'ardire: sicché dopo che ognuno ebbe detta la sua, parlò mia madre. E dichiarò che non intendeva rinunciare al denaro che apparteneva al suo povero orfano.

"Se nessuno di voi osa" esclamò "Jim ed io oseremo. Rifaremo la strada che abbiamo fatta, e tante grazie a voi, massa di conigli che non siete altro. Dovesse costarci la vita, noi apriremo quel baule. Vuole prestarmi, signora Crossley, quella borsa? Mi servirà per riportare indietro il nostro avere." Naturalmente io dichiarai che avrei accompagnato mia madre; e non meno naturalmente tutti quanti ad alte grida condannarono la nostra temerità: ma anche allora non un solo uomo pronto a seguirci saltò fuori. Tutto il loro aiuto si restrinse a munirci di una pistola carica per difesa in caso di aggressione, e a prometterci di farci trovar cavalli sellati nell'eventualità che nel ritorno fossimo inseguiti, mentre un ragazzo sarebbe andato al galoppo dal dottore, in cerca di soccorso armato.

Il mio cuore batteva a martello quando noi due nella notte gelata uscimmo incontro alla pericolosa avventura. La luna piena incominciava a sorgere e sembrava rossa attraverso i margini superiori della nebbia; e ciò accresceva la nostra fretta, giacché non c'era nessun dubbio che prima del nostro ritorno avrebbe fatto giorno, e la nostra partenza sarebbe stata esposta a tutti gli sguardi. Svelti e silenziosi sgusciavamo lungo le siepi senza vedere né udire niente capace di aumentare la nostra inquietudine, finché con indicibile sollievo la porta dell'"Ammiraglio Benbow" si richiuse alle nostre spalle.

Io spinsi il chiavistello, e per un istante restammo soli e ansimanti nel buio accanto al cadavere del capitano. Poi mia madre prese una candela nel bar e tenendoci per mano c'inoltrammo nella sala. Egli era lì come l'avevamo lasciato, con la schiena sul pavimento, gli occhi spalancati, e un braccio proteso.

"Tira giù la persiana, Jim" bisbigliò mia madre. "Potrebbero arrivare e vederci dal di fuori. "Ed ora" aggiunse appena io ubbidii "dobbiamo trovargli la chiave che ha indosso, e io non so chi di noi due lo vorrà toccare!" Ed ebbe come un singulto.

Io mi buttai in ginocchio. Sul pavimento, presso la sua mano c'era un piccolo disco di carta annerita da un lato. Nessun dubbio che era "la macchia nera"; presolo in mano e rivoltatolo, lessi sull'altro lato, scritto con scrittura ferma e chiara, questo breve messaggio: "Tempo fino alle dieci di stasera." "Mamma" dissi io "aveva tempo fino alle dieci" e proprio mentre pronunciavo queste parole il nostro orologio cominciò a battere le ore Quegli improvvisi colpi ci fecero sobbalzare: ma portavano una buona notizia, giacché non erano che le sei.

"Su, Jim" riprese lei "quella chiave." Frugai le sue tasche, una dopo l'altra. Alcuni spiccioli, un ditale, un po' di refe, due grossi aghi, un rotolo di tabacco morsicato in cima, il suo coltello dal manico ricurvo, una bussola tascabile, e un acciarino: nient'altro saltò fuori.

Io cominciavo a disperare.

"Forse al suo collo" suggerì mia madre.

Superando una acuta ripugnanza, lacerai la camicia attorno al collo; e lì, attaccata a un pezzo di spago incatramato, che tagliai col suo stesso coltello, trovammo la chiave. Incoraggiati da questa vittoria balzammo di furia al piano di sopra, nella piccola stanza dove per tante notti egli aveva dormito e dove il suo baule non era stato mosso dal giorno del suo arrivo.

Era all'apparenza uno dei soliti bauli marini, con sul coperchio impressa a fuoco l'iniziale "B", e gli spigoli ammaccati e consumati dal lungo e aspro uso.

"Dammi la chiave" disse mia madre. E malgrado la serratura fosse dura, aprì in un batter d'occhio, ed alzò il coperchio.

Un acuto odore di tabacco e di catrame si sprigionò dall'interno, ma nulla comparve all'infuori di un ottimo abito completo, diligentemente spazzolato e piegato, che, al dire di mia madre, non era mai stato indossato. Al disotto, cominciava la confusione:

un quadrante, un vaso di latta, alcuni rocchi di tabacco, due belle paia di pistole, una barra d'argento, un vecchio orologio spagnolo, e parecchie altre cianfrusaglie di scarso valore, quasi tutte di provenienza straniera; un paio di bussole montate in rame, e cinque o sei curiose conchiglie delle Indie Occidentali, a proposito delle quali più volte dopo d'allora mi accadde di domandarmi perché egli se le portasse dietro nella sua errabonda criminosa e perseguitata esistenza.

Nulla fin qui di qualche valore, eccetto l'argento, e quei gingilli; e nulla che in qualche modo rispondesse alle nostre aspettative. Sotto c'era un vecchio cappotto da marinaio sbiancato dalla salsedine in più d'una taverna di porto di mare. Con impazienza mia madre lo tolse via, ed ecco in fondo al baule un pacchetto avvolto in tela cerata, che pareva contenere carte, e un sacchetto di tela che, urtato, rispose con un tintinnìo d'oro.

"Mostrerò a quei furfanti che io sono una donna onesta" disse mia madre. "Prenderò ciò che mi spetta, e non un millesimo di più.

Porgi la borsa della signora Crossley." E incominciò a far passare, dal sacchetto marino in quello che io le tendevo, l'importo del debito del capitano: lunga e complicata faccenda giacché le monete erano di tutti i paesi e valute; doppioni e luigi d'oro, ghinee, pezzi da otto e non so che altre: tutte quante mescolate a casaccio. E purtroppo le ghinee, che sole permettevano a mia madre di fare il conto, erano le meno numerose.

D'un tratto, mentre eravamo a circa metà dell'operazione, posai una mano sul braccio di lei: un rumore da me sentito nel silenzio dell'aria ghiacciata mi aveva fatto saltare il cuore in gola: il picchiettìo del bastone del cieco sulla strada indurita dal gelo.

E il rumore si veniva sempre più avvicinando, mentre immobili noi trattenevamo il respiro. Poi un colpo violento fu sferrato contro la porta, si sentì girare la maniglia e il catenaccio stridere mentre il miserabile tentava di forzarlo, dopo di che seguì un lungo silenzio, dentro come fuori. Finalmente il picchiettìo del bastone ricominciò, e con indescrivibile nostra gioia adagio adagio si affievolì, finché si spense nella lontananza.

"Mamma, prendiamo tutto quanto, e andiamo" dissi io, sicuro com'ero che il fatto della porta chiusa a chiave dovesse crear sospetto e tirarci addosso l'intero nido di vespe, mentre d'altra parte della misura presa mi compiacevo fino a un punto difficilmente immaginabile da chi mai si fosse scontrato con quel terribile cieco.

Ma, per quanto squassata dallo spavento, mia madre mai avrebbe toccato nulla più del suo diritto, allo stesso modo in cui era inflessibilmente decisa a non accontentarsi di un millesimo di meno.

"Manca ancora parecchio alle sette" diceva lei; sapeva cos'era il fatto suo e intendeva averlo. E ancora stava discutendo con me, quando un sottile fischio partito da lontano sopra la collina, ferì il silenzio. Bastò, e ce ne fu d'avanzo, per entrambi.

"Porto via ciò che ho" fece lei, balzando in piedi.

"Ed io questo, per arrotondare il conto" aggiunsi io, arraffando il plico di tela cerata.

Senza perder tempo, lasciando la candela accanto al baule vuoto, scendemmo a tastoni la scala, aprimmo la porta, ed eccoci in piena ritirata. Non era il caso di tardare un attimo. La nebbia andava velocemente dileguandosi; già libera e nitida la luna illuminava le alture; solo nella conca della vallicella e attorno alla porta dell'albergo pendeva intatto ancora quasi un tenue velo di bruma, coprendo i primi passi della nostra fuga. Assai prima che a metà cammino e poco oltre il piede della collina, entrammo in piena luce. Ma non bastava: già sentivamo il rumore di passi che si avvicinavano di corsa, e volgendoci indietro a riguardare in quella direzione, vedemmo una luce sbattuta di qua e di là che rapidamente si avvicinava, segno evidente che uno di quelli che venivano reggeva una lanterna.

"Figlio mio" proruppe mia madre "prendi il denaro, corri. Io mi sento mancare." Vidi la fine certa per tutti e due. Ah, con tutto il cuore maledissi la codardia dei nostri vicini; e come ne volevo alla mia povera madre per la sua onestà e avidità; la passata audacia e la presente debolezza! Per fortuna avevamo raggiunto il ponticello; la sostenni barcollante com'era fino alla sponda dell'argine dove ella sospirò e mi si afflosciò sulle spalle. Io non so dove trovassi la forza (e fu, temo, non senza brutalità) di trascinarla ai piedi dell'argine, un po' sotto l'arco, ma non oltre un certo punto, poiché l'arco era troppo basso, io non potevo fare altro se non strisciarvi sotto. Così ci toccò restare, mia madre quasi interamente esposta alla vista, ed entrambi a portata di voce dall'albergo.

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Capitolo 5

La fine del cieco

 

La curiosità vinse in me la paura. Incapace di rimanere lì, tornai indietro strisciando gatton gattoni, all'argine; da dove, nascosto dietro un cespuglio di ginestre, potevo spiare la strada fin davanti alla nostra porta.

Avevo appena raggiunto quel posto, quando i nostri nemici, in numero di sette o otto, arrivarono correndo con furia disordinata, preceduti di alcuni passi dall'uomo con la lanterna. Tre di essi andavano insieme dandosi la mano, ed io malgrado la nebbia potei riconoscere che quello di mezzo era il cieco. Poco dopo la sua voce provò che non m'ero sbagliato.

"Giù la porta" gridò lui.

"Sì! Sì!" rispose un coro di due o tre; e si scagliarono contro l'"Ammiraglio Benbow" seguiti dal portatore della lanterna. Poi li vidi fermarsi e li udii confabulare a bassa voce come fossero sorpresi di trovare la porta aperta. Ma la pausa durò poco, poiché il cieco riprese a lanciare ordini. E la sua voce echeggiava più forte e più agra, come se egli bruciasse d'impazienza e di rabbia.

"Dentro! Dentro! Dentro!" urlava, maledicendoli per l'indugio.

Quattro o cinque immediatamente ubbidirono, e due rimasero sulla strada col terribile pezzente. Un silenzio, un grido di sorpresa, e infine come un tuono dall'interno.

"Bill è morto!" Ma di nuovo il cieco bestemmiava contro di loro e contro la loro lentezza.

"Uno di voi che lo frughi" gridò "poltroni mangiaufo, e gli altri su, a cercare il baule." Sentii lo strepito dei loro passi veementi su per la nostra vecchia scala, così da scuotere la casa; e subito dopo nuove voci di stupore, finché la finestra della camera del capitano fu spalancata con fracasso e tintinnìo di vetri infranti, e un uomo si sporse al chiaro di luna, testa e spalle, rivolgendosi al cieco nella strada.

"Pew" gridò "ci hanno preceduti. Qualcuno ha messo il baule sottosopra." "C'è?" ruggì Pew.

"Il denaro c'è." "All'inferno il denaro. La carta di Flint, dico io." "Non la troviamo in nessun posto" replicò l'uomo.

"Ehi, voi di sotto, c'è in dosso a Bill?" A questo punto un altro camerata, quello probabilmente ch'era rimasto a frugare il corpo del capitano, si affacciò sulla soglia dell'albergo.

"Bill è già stato frugato" disse. "Non c'è nulla." "E' la gente dell'albergo: è quel ragazzo. Ah, gli avessi cavati gli occhi!" imprecò il cieco. "Erano lì poco fa: avevano chiuso a chiave la porta quando io tentai d'entrare. Su, mocciosi, cercate qui intorno, e trovatemeli." "Non c'è dubbio: hanno lasciato il loro moccolo qui" disse il compagno dalla finestra.

"Cercate intorno e trovatemeli. Buttate all'aria la casa!" ripeté Pew picchiando in terra col bastone.

Nella nostra vecchia casa successe un quarantotto: passi pesanti che pestavano su e giù, mobili rovesciati, porte sfondate a calci, con un fracasso da rintronare il vicinato, finché gli uomini di nuovo scesero dichiarando che in nessun luogo ci si poteva scovare. Proprio in quel momento lo stesso fischio che già aveva turbato mia madre e me mentre stavamo contando il denaro del capitano, echeggiò di nuovo chiaro nella. notte, ma ora ripetuto due volte. Io avevo prima pensato che fosse un avviso del cieco destinato a lanciare la sua banda all'assalto; ora invece capii che era un suono proveniente dall'alto della collina verso il villaggio; e, a giudicarne dall'effetto prodotto sui contrabbandieri, li avvertiva dell'approssimarsi d'un pericolo.

"Di nuovo Dirk" disse uno. "Due volte! Converrà sloggiare, amici." "Sloggiate pure, vigliacchi!" gridò Pew. "Dirk non è mai stato altro che uno stupido coniglio: non dovreste badargli. Devono esser lì; non possono esser lontani; nelle mani, li avete.

Muovetevi, cercateli, razza di cani! Oh, il diavolo mi pigli!

Avessi la mia vista!" Questa sfuriata parve produrre un qualche effetto. Due di essi cominciarono a cercare qua e là tra la roba sconvolta, a malincuore però, credo io, e tuttavia preoccupati ciascuno del proprio rischio, mentre gli altri rimasero sulla strada irresoluti.

"Avete sottomano un mucchio d'oro, idioti che siete, ed eccovi lì impalati! Sareste ricchi come tanti re, se trovaste 'quello:' e voi sapete che c'è, e vi ciondolate come marmotte. Ci fu mai uno di voi che osasse tener testa a Bill? E io gli ho tenuto testa, io cieco! E perderò la mia fortuna per causa vostra. Sarò un povero dannato costretto a mendicare un sorso di rum, mentre potrei farmi rotolare in carrozza! Se aveste appena il coraggio di un sorcio in una forma di cacio, li avreste già acciuffati." "Al diavolo Pew!" borbottò uno "abbiamo i doppioni, e basta." "Probabilmente l'hanno nascosto, quel benedetto affare" disse un altro. "Prendi le sterline, Pew, e smetti di sbraitare." Sbraitare era il termine adatto, talmente imbestialito s'era Pew a quelle obiezioni, finché la collera lo sopraffece completamente, e come impazzito si mise a battere nel mucchio a casaccio, e il suo bastone risuonò sordamente sulle spalle di più d'uno.

Essi a loro volta scaricarono un sacco di maledizioni e minacce sullo sciagurato cieco, tentando invano di afferrargli il bastone e strapparglielo di mano.

Questa contesa fu la nostra salvezza, poiché mentre ancora essa bolliva, un altro rumore giunse ai nostri orecchi dalla cima della collina verso il villaggio: uno scalpitare di cavalli spinti al galoppo. Quasi nello stesso istante il lampo e la detonazione d'un colpo di pistola partirono dal lato della siepe. Era evidentemente l'estremo segnale del pericolo: difatti i filibustieri girarono subito la schiena e si squagliarono correndo chi giù lungo la spiaggia, chi di traverso su per la collina, e così via; così che in mezzo minuto non rimase di essi, eccetto Pew, la minima traccia.

Il perché l'avessero piantato: se per effetto dello spavento, o per vendetta delle male parole e percosse, io non saprei: il fatto è che egli restò solo, e andava su e giù tempestando col bastone il terreno, come delirasse, chiamando a gran voce i compagni.

Finalmente, sbagliando direzione, prese a correre verso il villaggio e mi oltrepassò gridando:

"Johnny, Can-Nero, Dirk" e altri nomi "non abbandonate il vostro vecchio Pew, camerati... il vostro vecchio Pew!" In quel momento il rumore della cavalcata raggiunse l'altura, e quattro o cinque cavalieri apparvero nel chiaro di luna e si lanciarono a galoppo serrato giù per il pendìo. Pew si accorse allora del proprio errore; si voltò gridando, e si avventò dritto in direzione del fosso dove ruzzolò. Ma in un batter d'occhio si rialzò; e, inferocito com'era, prese un altro slancio che lo portò sotto il primo dei cavalli che arrivavano. Il cavaliere provò a evitarlo, ma invano. Pew cadde con un urlo che risuonò nella notte, e quattro zampe ferrate lo calpestarono, oltrepassandolo.

Egli si piegò su un fianco, poi mollemente si abbatté sulla sua faccia, e non si mosse più.

Io scattai in piedi, e detti una voce ai cavalieri. Essi s'arrestarono inorriditi, e immediatamente li riconobbi. Uno di loro, che stava in coda, era un ragazzo mandato dal villaggio in cerca del dottor Livesey; gli altri erano ufficiali della dogana che egli aveva incontrato a metà strada, e che aveva avuto l'accortezza di portare con sé. Qualche voce circa il bragozzo della Tana di Kitt era giunta fino all'orecchio del sovrintendente Dance, spingendolo quella stessa notte sui nostri passi: e fu questa la circostanza che salvò mia madre e me dalla morte.

Pew era morto, e ben morto. Quanto a mia madre, appena trasportata al villaggio, alcune gocce d'acqua fredda e dei sali erano bastati a farle riprendere i sensi: e ora, più che risentirsi del passato spavento, badava a rimpiangere il resto del suo denaro. Frattanto il sovrintendente galoppava di gran carriera verso la Tana di Kitt, mentre ai suoi uomini era toccato smontare e calarsi a tastoni giù per la riva conducendo e talvolta sostenendo i loro cavalli, spinti dal timore d'una imboscata; sicché non deve far meraviglia se arrivando alla Tana di Kitt trovarono che il bragozzo aveva già levato l'ancora, pur non essendosi allontanato molto da terra. Il sovrintendente chiamò. Risposero da bordo avvertendolo di ripararsi dal chiaro di luna se non voleva buscarsi un po' di piombo: e in quel medesimo istante il fischio d'una pallottola gli sfiorò il braccio. Poco dopo il bragozzo doppiava la punta del promontorio, e spariva. Il signor Dance rimase lì, per dirla con le sue parole, come un pesce fuor d'acqua, e tutto quanto poté fare fu di spedire un uomo a B... per informare il cutter della dogana: "il che", disse lui "non servirà proprio a nulla. Se la sono scapolata liscia, ed è un affare finito. A parte ciò, sono contento d'aver pestato i calli a Mastro Pew" aggiunse, avendo allora allora udito il mio racconto.

Io ritornai con lui all'"Ammiraglio Benbow". Non si può immaginare in quale stato di sconvolgimento trovai la nostra povera casa.

Persino l'orologio era stato buttato a terra e fracassato da quei gaglioffi nella loro disperata caccia a me e a mia madre; e quantunque nulla fosse stato asportato all'infuori della borsa del capitano e un di po' di moneta dal cassetto del bar, mi bastò un colpo d'occhio per convincermi ch'eravamo rovinati. Il signor Dance, poi, non riusciva a spiegarsi quello spettacolo.

"Hanno tolto il denaro, mi dici. Ma, allora, Hawkins, che diavolo cercavano ancora? Dell'altro denaro forse?" "No, signore, non credo" risposi. "In realtà, signore, credo di aver io in tasca ciò che essi cercavano, e, per dirvi la verità, desidererei metterlo al sicuro." "Giusto, ragazzo mio" disse lui. "Puoi consegnarlo a me, se ti pare." "Io pensavo che, forse, il dottor Livesey..." presi a dire.

"Benissimo" interruppe lui con fervore "benissimo: un gentiluomo e un magistrato. E adesso che ci penso, converrebbe a me pure correre fin là, per fare il mio rapporto a lui o al cavaliere.

Mastro Pew è morto, dopo tutto: non che io mi rammarichi; ma è morto, capisci, e la gente se ne avvarrà magari volentieri, se può, per dare addosso ad un ufficiale delle dogane di Sua Maestà.

Ebbene, se ti piace, ti porto con me." Lo ringraziai cordialmente, e ce ne ritornammo al villaggio dove i cavalli aspettavano. Il tempo di informare mia madre della mia intenzione, ed ecco tutti in sella.

"Dogger" disse il signor Dance "tu hai un buon cavallo, prenditi in groppa questo ragazzo." Non appena che io fui montato, tenendomi al cinturino di Dogger, il sovrintendente diede il segnale, e la brigata si lanciò a gran trotto sulla strada che conduceva alla casa del dottor Livesey.

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Capitolo 6

Le carte del capitano

 

Cavalcammo speditamente lungo tutto il cammino, finché ci arrestammo alla porta del dottor Livesey.

La facciata della casa era completamente buia.

Il signor Dance mi ordinò di saltare a terra e bussare, e Dogger mi prestò la staffa per discendere. Subito la porta si aprì, e alla mia domanda se il dottore fosse in casa, la cameriera rispose che era rientrato nel pomeriggio ma poi era di nuovo uscito per recarsi a pranzare al castello e passare la serata col cavaliere.

"Ebbene, andiamo là, ragazzi" disse il signor Dance.

Questa volta, siccome il tragitto era breve, non salii a cavallo, ma corsi dietro a Dogger tenendomi alla coreggia della sua staffa fino al cancello, e poi su per il lungo viale dagli alberi spogli, illuminato dalla luna, in fondo al quale la bianca mole del castello si ergeva dominando da ogni lato i vasti e antichi parchi.

Là il signor Dance smontò, e presomi con sé, detta una parola, venne introdotto.

Il servo ci condusse lungo un corridoio tappezzato di stuoie, facendoci infine entrare in una spaziosa biblioteca tutta foderata di scaffali sormontati da busti, dove il cavaliere e il dottor Livesey con la pipa in mano stavano seduti ai lati di un allegro fuoco.

Io non avevo mai visto il cavaliere così da vicino. Era un pezzo d'uomo alto più di sei piedi, quadrato, dalla faccia aperta e fiera, che i lunghi viaggi di mare avevano arrossata e tagliuzzata di rughe; le sue sopracciglia nerissime si movevano di frequente, e ciò gli dava un'aria non cattiva, direi, ma piuttosto vivace e altera.

"Venga, signor Dance" egli disse con un fare affabile e dignitoso.

"Buona sera, Dance" disse il dottore, con un cenno del capo. "E buona sera a te, amico Jim. Che buon vento vi porta qui?" Dritto in piedi e rigido, il sovrintendente prese a narrare il fatto speditamente, come se recitasse una lezione, ed era curioso di vedere come gli ascoltatori pendevano dalle sue labbra e di quando in quando si scambiavano occhiate dimenticando, nella meraviglia e commozione, di fumare. Udendo poi la prova di coraggio di mia madre, il dottor Livesey si dette una pacca sulla coscia, e il cavaliere gridò 'Brava' con un gesto che gli fece spezzare contro il camino la sua lunga pipa. Molto prima che il racconto fosse terminato, il signor Trelawney (era questo, come il lettore ricorderà, il nome del cavaliere) era scattato in piedi, e andava misurando a lunghi passi la sala; e il dottore si era tolta, come per udire meglio, la parrucca incipriata, scoprendo la testa dai capelli neri completamente rasati, il che gli dava uno stranissimo aspetto "Signor Dance" disse il cavaliere appena il sovrintendente ebbe finito "lei è una degnissima persona. Quanto all'aver schiacciato quel mostro di atrocità, io lo considero come un atto meritorio, come schiacciare un serpente. Questo ragazzo poi, è un coraggioso, a quanto so. Hawkins, vuoi suonare quel campanello? Il signor Dance berrà un bicchiere di birra." "Sicché, Jim" disse il dottore "tu hai ciò che loro cercavano, no?" "Eccolo qui" risposi io porgendo il pacchetto di tela.

Il dottore l'esaminò, girandolo e rigirandolo per ogni lato, come se le dita gli pizzicassero dalla voglia di aprirlo, ma poi finì per metterselo tranquillamente in tasca.

"Cavaliere" diss'egli "quando Dance avrà bevuta la birra gli toccherà naturalmente tornare al servizio Sua Maestà; ma io penso di trattenere qui Jim Hawkins: egli dormirà a casa mia; e frattanto, col vostro permesso, non si potrebbe fargli avere un po' di pasticcio freddo e dargli la cena?" "Come volete, Livesey" disse il cavaliere "Hawkins s'é guadagnato assai più di un pasticcio freddo." E così mi fu servito a una piccola tavola un abbondante pasticcio di piccione, ed io cenai di gusto, giacché avevo una fame da lupo; mentre il signor Dance, ricolmato di complimenti, si era congedato.

"E ora, cavaliere..." disse il dottore.

"E ora, Livesey..." disse a un tempo il cavaliere.

"Uno alla volta! Uno alla volta!" rise il dottore. "Credo che avrete sentito parlare di questo Flint, nevvero?" "Di Flint!" esclamò il cavaliere. "Se ho inteso parlare di Flint, mi dite! Il più sanguinario dei pirati che abbia mai tenuto il mare era lui. Barbablù, al paragone, era un bambino. Gli spagnoli ne avevano una così smisurata paura che, vi assicuro, signore, io qualche volta ero persino fiero di saperlo inglese. Con questi occhi ho veduto i suoi velacci al largo di Trinidad; ebbene: quel vigliacco di figlio di un ubriacone col quale navigavo, se la svignò: sissignore, se la svignò, e si rifugiò nel Porto di Spagna." "Ebbene, io pure ho sentito parlare di lui in Inghilterra" riprese il dottore. "Ma l'importante è sapere: aveva o no del denaro?" "Del denaro?" saltò su il cavaliere. "Non avete dunque sentito la storia? E che cosa cercavano quei furfanti, se non denaro? Di che cosa mai s'interessano, se non di denaro? Per che cosa rischierebbero la loro maledetta pelle, se non per il denaro?" "E' ciò che sapremo presto" replicò il dottore. "Ma voi vi riscaldate, e m'imbrogliate talmente con le vostre esclamazioni, che io non riesco ad aprir bocca. Ciò che io vorrei sapere, è questo: supponendo che io abbia qui nella mia tasca il filo capace di condurmi dove Flint ha seppellito il suo tesoro, credete che quel tesoro possa essere importante?" "Importante? Per darvene un'idea, se noi possediamo il filo di cui mi parlate, io armo un bastimento nel porto di Bristol, prendo con me Hawkins e voi, e trovo il tesoro, dovessi impiegare un anno a cercarlo!" "Ottimamente! E allora, se a Jim non dispiace, apriremo il pacchetto" disse il dottore.

E lo posò sulla tavola.

Ma siccome il pacchetto era cucito, fu costretto a prendere nella sua borsa le forbici chirurgiche per tagliare i punti, dopo di che venne fuori il contenuto: un quaderno, ed una carta suggellata.

"Prima di tutto vediamo il quaderno" disse il dottore.

Gentilmente egli mi aveva invitato a partecipare al piacere delle ricerche; ed io, alzatomi dal tavolo, mi sporgevo ora al di sopra delle sue spalle, insieme col cavaliere, a guardare il quaderno aperto. Sulla prima pagina apparivano soltanto alcuni brani di scritto, come quelli che un uomo con una penna in mano potrebbe tracciare per oziosaggine o per esercizio. Uno di essi riportava il testo del tatuaggio "Billy Bones se ne infischia". E poi c'era:

"Mr. W. Bones piloto", "Non più rum", "L'ha avuto al largo di Palm Key" e alcuni altri scarabocchi: vocaboli isolati, per lo più, e incomprensibili. Io non potei a meno di domandarmi chi era che l'aveva avuto e che cosa aveva avuto. Una coltellata nella schiena, forse.

"Poco ci si ricava, qui" disse il dottor Livesey, continuando a sfogliare.

Le ulteriori dieci o dodici pagine erano riempite di curiose annotazioni. C'era una data, a un capo della riga, e all'altro capo una somma, come negli ordinari libri di commercio; con in mezzo, invece di un testo esplicativo, un certo numero di crocette. Al 12 giugno 1745, per esempio, una somma di settanta sterline risultava chiaramente accreditata a qualcuno, ed in luogo del motivo non si vedevano che sei crocette. In alcuni punti era stato evidentemente aggiunto il nome della località, come "Al largo di Caracas", oppure una semplice indicazione di latitudine e longitudine, come 62 gradi, 17 primi, 20 secondi; 19 gradi, 2 primi, 40 secondi.

Le registrazioni abbracciavano un periodo di circa vent'anni; gli importi crescevano a ogni fine di pagina. ed in ultimo, dopo cinque o sei tentativi di addizione sbagliati, un gran totale era stato fatto con aggiunte le parole: "Bones, il suo gruzzolo".

"Non ci capisco un'acca" disse il dottor Livesey.

"E' chiaro come la luce del sole" ribatté il cavaliere. "Questo è il libro di conti di quella canaglia. Le crocette rappresentano navigli affondati o città saccheggiate. Le somme indicano la parte toccata al miserabile; e dove egli temeva un equivoco, aggiungeva, come vedete, qualcosa di più preciso. Guardate: "Al largo di Caracas". Qui si tratta di qualche disgraziato naviglio assalito al largo di quella costa. Dio assista l'anima dei poveretti che erano a bordo: da tanto tempo saranno diventati corallo." "Giusto!" osservò il dottore. "Ecco che cosa significa aver navigato. Giusto! E si vede che le somme aumentano mano a mano che egli sale di grado." Non c'era nient'altro nel quaderno all'infuori delle posizioni di alcuni luoghi registrate negli ultimi fogli bianchi; e una tavola di equivalenze per le monete francesi, inglesi e spagnole.

"Uomo avveduto!" esclamò il dottore. "E tale da non lasciarsi facilmente imbrogliare." "E ora" riprese il cavaliere "passiamo all'altro." La carta era stata suggellata in parecchi punti adoperando come sigillo un ditale: lo stesso ditale forse che io avevo rinvenuto nella tasca del capitano. Il dottore ruppe con molta precauzione i sigilli, e ne uscì la pianta d'un'isola con i dati di latitudine e longitudine, fondali, nomi di alture, baie e imboccature, ed ogni altra indicazione necessaria a poter portare un bastimento presso la costa in un sicuro ancoraggio. Quest'isola misurava circa nove miglia in lungo e cinque in largo, simile nella forma a un grosso drago rampante, ed aveva due porti assai ben riparati, e nel centro una collina denominata "Il Cannocchiale". Vi erano alcune aggiunte di data posteriore; e, specialmente visibili, tre croci in inchiostro rosso: due nella parte nord dell'isola, una al sud- ovest; inoltre, accanto a quest'ultima, nel medesimo inchiostro rosso, in una minuta e linda scrittura ben diversa dai tremolanti caratteri del capitano, queste parole: "Qui il grosso del tesoro".

Sul rovescio del foglio, la stessa mano aveva tracciato i seguenti ulteriori ragguagli:

"Grande albero, contrafforte del Cannocchiale, punto in direzione Nord-Nord-Est, quarta a Nord.

Isola dello Scheletro Est-Sud-Est, quarta ad Est.

Dieci piedi.

La barra d'argento è nel nascondiglio nord; trovasi nella linea del poggio est, dieci braccia a sud della prospiciente rupe nera.

Le armi saranno presto trovate, nella collina di sabbia, all'estremità Nord del capo della baia nord: direzione Est, e una quarta Nord.

J. F." Nient'altro: ma, pur nella sua brevità, e per quanto a me incomprensibile, il documento colmò di gioia il cavaliere e il dottore.

"Livesey" proruppe il cavaliere "voi lascerete immediatamente questa vostra misera clientela. Io domani filo a Bristol. Tempo tre settimane, tre settimane!, due settimane, dieci giorni forse, avrò a mia disposizione il miglior bastimento d'Inghilterra, e la schiuma degli equipaggi. Hawkins ci accompagnerà come mozzo. Tu, Hawkins, sarai un mozzo eccellente. Voi, Livesey, sarete il medico di bordo; io l'ammiraglio. Prenderemo con noi Redruth, Joyce e Hunter. Avremo venti favorevoli, una rapida traversata, e troveremo il posto senza la minima difficoltà, e denaro a palate e a mucchi, da rotolarcisi dentro e affogarci fino alla fine dei nostri giorni." "Trewlaney" disse il dottore "io verrò con voi, e vi garantisco che Jim farà altrettanto e si farà onore. Non v'è che una persona, che mi preoccupi..." "E chi è costui?" esclamò il cavaliere. "Ditemi il nome di questo poco di buono." "Voi" rispose il dottore "perché non siete capace di stare zitto.

Noi non siamo i soli a conoscere questo documento. Quei signori che stanotte assalirono l'albergo, diavoli scatenati e disperati se mai ve ne furono, come pure gli altri della combriccola rimasti a bordo del bragozzo, ed altri ancora io credo non molto lontani di qui, sono decisi come un sol uomo a tutto pur di entrare in possesso di quel denaro. Nessuno di noi deve andare da solo finché non saremo imbarcati. Jim ed io frattanto non ci staccheremo l'uno dall'altro; voi andando a Bristol vi farete accompagnare da Joyce e da Hunter; e nessun di noi dovrà lasciarsi sfuggire una sillaba a proposito della nostra scoperta." "Livesey" replicò il cavaliere "voi avete sempre ragione. Io sarò muto come una tomba."

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PARTE SECONDA

IL CUOCO DI BORDO

 

Capitolo 7

Vado a Bristol

 

Per approntare il nostro equipaggiamento ci volle più tempo di quanto il cavaliere non immaginasse, e nessuno dei nostri iniziali progetti, neppure quello del dottor Livesey di tenermi presso di sé, poté essere attuato secondo le nostre intenzioni. Il dottore aveva dovuto recarsi a Londra in cerca di un medico a cui rimettere la propria clientela; il cavaliere era grandemente occupato a Bristol, ed io ero rimasto al castello sotto la sorveglianza del vecchio Redruth, il guardacaccia. Ero quasi prigioniero, ma il mare riempiva i miei sogni con le più deliziose visioni di strane isole ed avventure. Per ore e ore il mio pensiero indugiava sulla carta della quale ricordavo esattamente i particolari. Seduto accanto al fuoco nella stanza dell'intendente, mi lasciavo trasportare dalla fantasia in quell'isola; ne esploravo ogni angolo; cento volte mi arrampicavo su per il largo dorso del monte denominato Il Cannocchiale, e dalla cima mi godevo i più vari e meravigliosi panorami. A volte l'isola si popolava di selvaggi, coi quali combattevamo; altre si riempiva di belve che ci inseguivano: ma in nessuna di tutte queste allucinazioni vidi mai cose tanto straordinarie e tragiche come quelle che dovevamo incontrare nella realtà.

Passarono alcune settimane finché un bel giorno giunse all'indirizzo del dottor Livesey una lettera con l'avvertenza: "Da essere aperta, in caso di sua assenza, da Tom Redruth o dal giovane Hawkins". Dissuggellatala, trovammo, o meglio trovai, dato che il guardacaccia non se la cavava a leggere se non lo stampato, le seguenti importanti notizie:

"Albergo dell'Ancora Vecchia - Bristol primo marzo 17...

"Caro Livesey, ignorando se siete di ritorno al castello o tuttora a Londra, invio la presente in doppio ad ambedue le destinazioni.

Il bastimento è acquistato, equipaggiato, e pronto a salpare. Mai vedeste una più graziosa goletta, un bambino sarebbe capace di governarla; portata, duecento tonnellate; nome, 'Hispaniola.' Me la procurò il mio vecchio amico Blandly, che si è comportato come il migliore dei camerati, dandomi prova d'una bontà stupefacente. Il mio meraviglioso compagno si è fatto in quattro per servirmi, e la stessa cosa posso dire ha fatto ogni altra persona a Bristol non appena saputo verso quale porto noi metteremo la prua: vale a dire, il tesoro." "Redruth" dissi interrompendo la lettura "questo non piacerà al dottor Livesey. Il cavaliere ha pur finito per parlare." "E chi più di lui ne aveva il diritto?" brontolò il guardacaccia.

"Sarebbe bella che il cavaliere dovesse aspettare il permesso del dottor Livesey per aprir bocca." Dopo ciò io rinunziai a qualsiasi commento e seguitai a leggere difilato:

"Fu lo stesso Blandly a scovare la Hispaniola e adoperandosi con incredibile accortezza riuscì ad ottenerla per un'inezia. C'è a Bristol una categoria di gente estremamente prevenuta contro Blandly. A sentir loro, questa onesta creatura sarebbe capace di non so che, pur di far denaro; l''Hispaniola' gli apparteneva; me l'avrebbe venduta a un prezzo esorbitante, e simili altre evidentissime calunnie. Nessuno, peraltro, osa negare le doti della nave.

Fin qui, nessun inciampo. Gli operai, attrezzatori ed altri, d'una lentezza da stancare i santi: ma col tempo e la pazienza ci siamo arrivati. Ciò che m'inquietava era l'equipaggio.

Io volevo una buona ventina d'uomini, per l'eventualità d'incontri con indigeni o pirati o con quei dannati francesi, e m'era costato una fatica del diavolo trovarne non più d'una mezza dozzina, quando uno straordinario colpo di fortuna mi portò tra le gambe proprio l'individuo che faceva per me. Ero sul molo e per puro caso attaccai discorso con lui. Seppi ch'era un vecchio marinaio, che aveva un'osteria, conosceva tutta quanta la gente di mare di Bristol, si era guastata la salute rimanendo a terra, e cercava un buon posto di cuoco a bordo per ritornare sul mare. Quel mattino se n'era venuto zoppicando fin lì, diceva, per prendervi una boccata d'aria salmastra.

Io ne fui profondamente commosso, come sarebbe capitato a voi stesso, e per pura compassione lo ingaggiai lì per lì come cuoco di bordo. Si chiama Long John Silver, e gli manca una gamba; ma questo particolare conta per me come una raccomandazione, poiché codesta gamba egli l'ha perduta servendo la Patria sotto gli ordini dell'immortale Hawke. Eppure, non gli passano un centesimo di pensione. In che tristi tempi viviamo, Livesey!

Ebbene, io credevo fin qui di non aver trovato che un cuoco, ed era invece una intera ciurma che avevo scoperto. Fra tutti e due riuscimmo in pochi giorni a radunare una brigata dei più induriti vecchi lupi di mare che si potesse immaginare, non certo belli da vedere, ma dei tipi, come il loro aspetto dimostra, dalla tempra indomabile. Vi assicuro che potremmo affrontare una fregata.

Long John si è sbarazzato di due dei sei o sette che io già avevo ingaggiati. Egli non durò fatica a persuadermi ch'erano dei marinai d'acqua dolce per nulla adatti a un'impresa di così maschia importanza.

Io sto magnificamente bene di corpo e di spirito: mangio come un bue e dormo come un ceppo; ma non me la godrò se non quando sentirò intorno all'àrgano lo scalpiccìo dei miei vecchi lupi di mare. Al largo! Al diavolo il tesoro! E' la gloria di questo mare che mi ha fatto girar la testa! Sicché, Livesey, venite senza indugio: non perdete un'ora, se mi volete bene.

Mandate il giovane Hawkins a salutar sua madre accompagnato da Redruth; e poi volate a Bristol.

John Trelawney.

"Poscritto. - Non vi ho detto che Blandly, il quale tra parentesi ci manderà dietro una nave qualora dentro agosto non fossimo ritornati, mi ha trovato un mirabile capitano, un uomo duro (il che mi dispiace) ma, sotto ogni altro aspetto, una perla. Long John Silver ha scovato un competentissimo nostromo, di nome Arrow.

Abbiamo pure un secondo che suona il piffero, Livesey: sicché le cose fileranno lisce come sopra una nave da guerra, a bordo della nostra incomparabile 'Hispaniola.' Dimenticavo pure di dirvi che Silver è persona seria: so da sicura fonte che ha presso una Banca un credito il cui importo non è mai stato oltrepassato. Egli lascerà l'osteria nelle mani della moglie; e siccome lei è una negra, due impenitenti celibi come voi ed io hanno ben ragione di pensare che non è soltanto la salute, ma anche la moglie, che lo risospinge a girare il mondo.

J. T. "P.P.S. Hawkins può rimanere ventiquattr'ore presso sua madre." E' facile immaginare la frenesia in cui mi mise questa lettera. Io ero quasi fuori di me dalla gioia e guardavo con disprezzo il vecchio Tom Redruth che non sapeva fare altro che brontolare e gemere. Chiunque tra i guardacaccia in seconda avrebbe volentieri preso il suo posto: ma tale non era il desiderio del cavaliere; e i desideri del cavaliere erano legge, per i suoi servitori; fra i quali nessuno, all'infuori del vecchio Redruth, si sarebbe mai arrischiato di mormorare.

L'indomani mattina noi due a piedi ci recammo all'"Ammiraglio Benbow", dove io trovai mia madre in buona salute e allegra. Il capitano, causa di tanti dolori, si era trasferito là dove ai malvagi è tolta la possibilità di poter nuocere agli altri. Il cavaliere aveva fatto riparare ogni cosa, e ridipingere l'insegna e i locali destinati al pubblico; aggiungendovi alcuni mobili, tra cui splendeva una bella sedia a braccioli destinata a mia madre.

Alla quale aveva anche procurato un ragazzo apprendista, in maniera che durante la mia assenza non sarebbe rimasta priva di aiuto.

Fu guardando quel ragazzo, che per la prima volta io mi resi conto della mia situazione. Fino a quel momento io avevo soltanto pensato alle avventure cui andavo incontro; non alla casa che stavo per lasciare; ed ora, alla vista di quello sgraziato straniero che avrebbe preso il mio posto accanto a mia madre, fui preso dalla prima crisi di lacrime. Io temo di avergli fatto fare una vita da cane a quel ragazzo, poiché non essendo pratico dei lavori, mi offrì mille occasioni di rimproverarlo e umiliarlo, delle quali io non esitai ad approfittare.

La notte passò, e l'indomani nel pomeriggio Redruth ed io ci rimettemmo in cammino. Io dissi addio a mia madre e alla baia dov'ero vissuto fin dalla lontana infanzia, e al caro vecchio "Ammiraglio Benbow", per quanto forse non più così caro dopo essere stato ridipinto. Uno dei miei ultimi pensieri fu per il capitano che tante volte avevo visto correre lungo la spiaggia col suo cappello a tricorno, la sua guancia sfregiata, e il suo vecchio cannocchiale di rame. Un minuto dopo avevamo girato l'angolo, e la mia casa era scomparsa.

La diligenza ci raccolse verso sera al "Royal George", sulla landa. Io mi trovai incastrato fra Redruth ed un corpulento signore, e, malgrado gli scossoni della rapida corsa e la pungente aria notturna, cominciai fin dal principio a sonnecchiare e poi dormii sodo come un ceppo, per colline e per valli e di posta in posta; e quando infine un pugno nelle costole mi fece riscuotere e aprire gli occhi, mi accorsi che stavamo davanti a un vasto fabbricato, in una via di città, ed era giorno fatto.

"Dove siamo?" chiesi.

"A Bristol" rispose Tom. "Scendi giù." Il signor Trelawney aveva preso alloggio in un albergo situato in cima al porto per poter da vicino sorvegliare i lavori della goletta. Era quella la nostra mèta; e, con mio grande piacere, la strada correva lungo le banchine, costeggiando una folla innumerevole di bastimenti di ogni forma, attrezzatura e paese. Su l'uno i marinai cantavano intenti alla loro fatica; sull'altro si vedevano uomini lassù per aria sospesi a funi sottili all'occhio come fili di ragnatele. Quantunque io avessi vissuto tutti i miei giorni lungo la spiaggia, avevo l'impressione di accostarmi ora al mare per la prima volta. L'odore del catrame e della salsedine mi sembrava una novità. Vedevo sulle prue meravigliose polene che s'erano specchiate nei più lontani oceani; e vecchi marinai dagli anellini d'oro agli orecchi, dai baffi arricciati, dai codini incatramati, dalla goffa e pesante andatura; e ne ero contento non meno che se avessi assistito a una processione di re e di arcivescovi.

Ed ora io pure avrei navigato: sopra una goletta, con un nostromo che avrebbe suonato il piffero; e marinai dal codino incatramato che avrebbero cantato: sul mare, verso un'isola sconosciuta, alla ricerca di tesori nascosti!

Mentre mi andavo cullando in questo sogno, giungemmo a un tratto davanti a un grande albergo, ed incontrammo il cavalier Trelawney, vestito proprio come un ufficiale di marina, con un abito blu scuro. Egli usciva dall'albergo col volto sorridente, imitando alla perfezione l'andatura dondolante della gente di mare.

"Oh" esclamò "eccovi qui! E il dottore è arrivato ieri sera da Londra. Bene! La brigata è al completo!" "Signore" dissi io "quando partiamo?" "Quando partiamo?" rispose. "Domani! Domani!

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Capitolo 8

All'insegna del "Cannocchiale"

 

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