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Billy Budd, Marinaio

di Herman Melville

(UNA STORIA DAL DI DENTRO)

Dedicato a JACK CHASE

inglese

Ovunque batta quel grande cuore

Qui sulla Terra

o nel porto del Paradiso

Capocoffa di maestra

nell'anno 1843

sulla fregata americana

Stati Uniti

Capitoli: I   II   III   IV   V   VI   VII   VIII   IX   X   XI   XII   XIII   XIV   XV   XVI   XVII   XVIII   XIX   XX   XXI   XXII   XXIII   XXIV   XXV   XXVI   XXVII   XXVIII   XXIX   XXX

I

In tempi anteriori alla navigazione a vapore, o allora più sovente di adesso, a chi passeggiasse lungo le banchine di un qualsiasi grosso porto capitava di notare gruppi di marinai bronzei in franchigia a terra, uomini in tenuta da festa, della marina da guerra o mercantile. In certe occasioni li avrebbe visti procedere a fianco o, come guardie del corpo, addirittura circondare qualche individuo eccezionale, marinaio anche lui, che avanzava nel gruppo come Aldebaran tra le stelle meno fulgide della sua costellazione. Era questo straordinario personaggio il «Bel Marinaio» di tempi meno prosaici della marina militare o mercantile. Senza mostrar segno di vanità, anzi con la naturale immediatezza di una regalità innata, sembrava accettare l'omaggio spontaneo dei compagni. Mi sovvengo di un notevole esempio. A Liverpool, ormai mezzo secolo fa, vidi all'ombra del grande muro sporco del Prince's Dock (un ostacolo da tempo abbattuto) un marinaio semplice, così nero che avrebbe potuto essere un africano autentico, puro sangue di Cam. Una figura armoniosa di statura molto superiore alla media. Le cocche di una vivace sciarpa di seta, sciolta sul collo, danzavano sull'ebano del petto nudo; alle orecchie portava grossi anelli d'oro, un berretto scozzese con una banda pure scozzese dava risalto alla bella forma della testa.

Era un caldo pomeriggio di luglio, e il suo bel volto, lucido di sudore, splendeva di gioia barbarica. Con battute gioviali a destra e a sinistra faceva balenare i denti candidi, mentre avanzava festoso in mezzo a un gruppo di compagni, un assembramento di tribù e colori di pelle che ben avrebbero figurato sfilando agli ordini di Anacharsis Cloots davanti alla tribuna della prima Assemblea francese, in rappresentanza della razza umana. A ogni spontaneo tributo reso dai passanti a quel dio nero - il tributo di un indugio, di uno sguardo e, meno di frequente, di un'esclamazione - il variopinto corteo mostrava di avere per colui che ne era la causa quello stesso orgoglio che i sacerdoti assiri avevano senza dubbio per il grande Toro scolpito, quando davanti vi si prosternavano i fedeli.

Ma riprendiamo.

Se anche in certi casi si esibiva a terra come una specie di Murat dei mari, il Bel Marinaio di quel periodo non aveva nulla dello snobbino Billy-va'-al-diavolo, un personaggio divertente ormai quasi estinto, che a volte si incontra, in versioni ancora più divertenti dell'originale, al timone di battelli sul tempestoso canale Erie o, più probabilmente, a fare lo sbruffone nelle bettole dell'alzaia. Immancabilmente esperto nel suo mestiere, era sempre anche un pugile e un lottatore, più o meno gagliardo. Aveva forza e bellezza. Giravano aneddoti sulle sue prodezze. A terra era il campione; a bordo il portavoce; sempre in prima linea, in ogni circostanza. Eccolo nella burrasca a far terzaruolo alle vele di gabbia, cavalcando l'estremità del pennone battuto dalla bufera, il piede nel cavallo fiammingo come in una staffa, le mani al matafione, quasi a reggere la briglia, nell'atteggiamento del giovane Alessandro che doma il fiero Bucefalo. Una figura superba, lanciata in alto dalle corna del Toro contro il cielo tempestoso, che gioiosamente incita con voce possente la strenua schiera lungo il pennone.

La natura morale di rado non era in sintonia con la struttura fisica. Difficilmente infatti, se non fossero state scandite dalla prima, l'avvenenza e la forza, sempre affascinanti quando confluiscono in un corpo maschile, avrebbero suscitato quell'omaggio schietto, che il Bel Marinaio, nelle varie versioni riceveva dai compagni meno dotati.

Un astro siffatto, almeno nell'aspetto e anche un po' nell'indole, seppure con significative varianti che emergeranno con il procedere della storia, era Billy Budd dagli occhi cerulei, o Baby Budd, come finì per essere chiamato, in modo più familiare, in circostanze che saranno a tempo debito indicate - ventun anni, gabbiere di parrocchetto della flotta britannica, sul finire dell'ultimo decennio del diciassettesimo secolo. Era entrato al servizio di Sua Maestà non molto prima che si verificassero i fatti della nostra storia, reclutato d'autorità nel Canale d'Irlanda, su un mercantile inglese diretto in patria e portato sulla Bellipotent - settantaquattro cannoni - di Sua Maestà diretta al largo; una nave questa che, cosa non insolita in quei tempi burrascosi, era stata costretta a mettersi in mare senza essere al completo dell'equipaggio. Diritto su Billy, alla prima occhiata dal barcarizzo, piombò l'ufficiale di reclutamento, tenente Ratcliffe, prima ancora che la ciurma del mercantile si fosse allineata sul cassero per sottoporsi al suo accurato vaglio. E.lui solo fu scelto. Forse perché, una volta schierati, gli altri uomini sfiguravano al confronto con Billy, forse perché ebbe degli scrupoli, fatto sta che l'ufficiale si dichiarò soddisfatto di quella prima scelta d'impulso. Con sorpresa dell'equipaggio, ma con compiacimento del tenente, Billy non fece obiezioni. Ma invero, al pari della protesta del cardellino ficcato in gabbia, ogni obiezione sarebbe stata vana.

Notandone l'acquiescenza docile, quasi lieta si avrebbe voglia di dire, il capitano gli scoccò un'occhiata stupita di muto rimprovero. Era costui uno di quei mortali che si incontrano in ogni mestiere, anche il più umile, il tipo di persona che tutti concordano nel definire «un uomo perbene». E - non è poi così strano come può sembrare -, pur essendo un aratore di acque procellose, da una vita intera abituato a lottare contro gli elementi indomiti, non c'era nulla che quell'animo onesto amasse di più della semplice pace e quiete. Per il resto era un uomo di cinquant'anni o giù di lì, con una tendenza alla pinguedine e un volto simpatico, senza basette, di un piacevole colorito, piuttosto pieno, con un'espressione di benevola intelligenza. Nelle giornate belle, con una bella brezza e tutto che filava liscio, una certa risonanza musicale nella voce sembrava esprimere in modo genuino e libero l'uomo autentico che era in lui. Molto prudente, molto coscienzioso, non mancavano le occasioni in cui queste virtù gli causavano soverchio turbamento. Durante la traversata, finché la nave era in prossimità della terra, non c'era sonno per capitano Graveling. Si prendeva a cuore quelle gravi responsabilità che non tutti i capitani assumevano con impegno altrettanto serio.

Ora, mentre Billy Budd, giù nel castelletto di prua, era occupato a raccogliere la sua roba, l'ufficiale della Bellipotent, massiccio e rude, per nulla sconcertato dal fatto che il capitano Graveling avesse trascurato i consueti doveri dell'ospitalità in un'occasione così ingrata per lui - un'omissione imputabile soltanto alla preoccupazione - si invitò da sé senza cerimonie nella cabina e si offrì anche una borraccia dall'armadietto dei liquori, un ricettacolo che il suo occhio esperto individuò all'istante. Era infatti uno di quei lupi di mare che non si era mai visto ottundere l'istinto naturale verso il piacere dei sensi dall'asprezza e dalla perigliosità della vita marinara nelle grandi e lunghe guerre del tempo. Il suo dovere lo compiva sempre con scrupolo, ma il dovere è a volte un obbligo arido, ed egli era favorevole - non appena possibile -a irrigare quel deserto con un intruglio fertilizzante di robusta acquavite. Al titolare della cabina non rimase che recitare, con tutto il garbo e la sollecitudine che poteva racimolare, la parte dell'anfitrione coatto. Quali necessarie integrazioni della borraccia pose in silenzio davanti all'inesorabile ospite un boccale e una brocca d'acqua. Ma, scusandosi di non fargli compagnia, rimase a guardare con aria cupa l'ufficiale che, per nulla imbarazzato, con calma diluiva un po' il suo grog per tracannarlo quindi in tre sorsate, scostare il boccale vuoto, non però così distante da non essere comodamente a portata di mano, sistemarsi sul sedile, schioccando soddisfatto le labbra e fissando diritto negli occhi il suo anfitrione.

Conclusa questa procedura, il capitano ruppe il silenzio con voce nella quale indugiava un accorato rimprovero:

«Tenente, mi portate via l'uomo migliore, il gioiello dell'equipaggio».

«Sì, lo so», replicò l'altro tirando subito vicino il boccale per riempirselo ancora, «sì, me ne rendo conto. Mi dispiace».

«Chiedo scusa, ma non vi rendete conto, tenente. Sentite un po'. Prima di imbarcare quel giovanotto, il mio castello era una topaia di litigi. Tempi brutti, ve lo dico io, qui a bordo della Diritti. Ero così preoccupato che neppure la pipa mi dava più conforto. Poi arrivò Billy, e fu come un prete cattolico che metta pace in un trambusto di irlandesi. Non che si sia messo a predicare o abbia detto o fatto niente di particolare, ma promanava da lui una forza che placava l'animosità. Lo presero tutti in simpatia come calabroni con la melassa; tutti tranne il più acido della banda, quel tizio grande e grosso, ispido, con le basette rosso fuoco. Anzi per invidia forse del nuovo venuto, pensando che difficilmente il "bravo simpaticone" - come lo chiamava per scherno con gli altri - avrebbe avuto lo spirito di un gallo da combattimento, ce la mise tutta per tirarlo dentro in una brutta rissa. Paziente, Billy cercava di farlo ragionare con le buone - è un po' come me, tenente: non c'è cosa che mi sia più odiosa dei litigi - ma non c'era verso. Così un giorno, durante il secondo turno di guardia, Basette Rosse, davanti a tutti, con la scusa di mostrargli dove si tagliava la lombatina - quel tipo una volta faceva il macellaio - con gesto provocatorio gli assestò un colpo sotto le costole. Veloce come il fulmine, Billy fece scattare il braccio. Oso dire che non avesse intenzione di arrivare a tanto; fatto sta che sferrò a quell'omaccione una legnata micidiale. Faccenda di mezzo minuto, direi. E Dio vi benedica, tenente, lo zoticone rimase allibito per tanta velocità. E lo credereste, tenente, Basette Rosse ora vuole un bene dell'anima a Billy Budd - un bene dell'anima, sennò è il più grande ipocrita che mi sia capitato di incontrare. Ma tutti gli vogliono bene. Alcuni gli lavano la roba; altri gli rammendano i pantaloni vecchi; nei momenti liberi il falegname è dietro a costruirgli un cassettoncino molto grazioso. Non c'è uno che non si farebbe in quattro per Billy Budd, e siamo una famiglia felice. Ma adesso, tenente, se quel giovanotto se ne va, so già quel che succederà a bordo della Diritti. Non potrò più, finito il pranzo, appoggiarmi all'argano a fumarmi una pipa in santa pace, no, per molto tempo, penso. Ah, tenente, vi portate via il gioiello dei miei uomini; vi portate via il mio paciere!». E così dicendo quel brav'uomo ebbe un bel daffare a trattenere un singhiozzo.

«Beh», disse il tenente che, ascoltato tutto questo con divertito interesse, ora gongolava a forza di bere, «beh, siano benedetti i pacieri, soprattutto i pacieri che sanno battersi. Proprio come le settantaquattro bellezze di quella nave da guerra che mi aspetta - alcune spuntano con il naso fuori dai portelli», indicando la Bellipotent attraverso la finestra della cabina. «Perbacco, vi garantisco fin d'ora l'approvazione reale. State pur sicuro che Sua Maestà sarà lusingato di sapere che in un'epoca in cui i marinai non aspirano alla sua galletta con l'avidità che dovrebbero metterci, un'epoca per giunta in cui i capitani si risentono in cuor loro che gli si porti via un marinaio o due per il servizio, Sua Maestà, dicevo, sarà lusingato di apprendere che almeno un capitano ha ceduto di buon grado al Re il fiore del suo gregge, un marinaio che con pari lealtà non protesta. Ma dov'è questa bellezza? Ah», guardando attraverso la porta della cabina, «eccolo che.arriva e, per Giove!, si porta dietro il suo cassettone - Apollo con il baule! Amico mio», avvicinandoglisi, «non puoi portare questo scatolone a bordo di una nave da guerra. Le scatole lì sono quelle delle munizioni. Metti i tuoi stracci in un sacco, ragazzo. Stivali e sella per il cavalleggero; sacco e amaca per il marinaio di una nave da guerra».

Il trasferimento dal cassettone al sacco venne eseguito. E dopo aver accompagnato il suo uomo sulla scialuppa e averlo seguito giù, il tenente si allontanò dalla Diritti dell'uomo. Era questo il nome del mercantile, sebbene il capitano e l'equipaggio, all'uso marinaro, l'abbreviassero in Diritti. Quell'ostinato del suo armatore di Dundee era un sincero entusiasta di Thomas Paine il cui libro in replica alle accuse di Burke alla Rivoluzione francese era stato pubblicato da qualche tempo e aveva avuto vasta diffusione. Nel battezzare la sua nave con il titolo del volume di Paine, l'uomo di Dundee non era dissimile dall'armatore suo contemporaneo, Stephen Girard di Filadelfia, che espresse la simpatia per la terra natia e per i suoi filosofi liberali, dando alle navi i nomi di Voltaire, Diderot e così via.

Ma in quel momento, mentre la scialuppa scivolava sotto la poppa del mercantile, e ufficiale e rematori - alcuni con amarezza, altri con un sogghigno - osservavano il nome decorato come in un blasone, proprio allora la nuova recluta, saltando su da prora dove il timoniere l'aveva fatto sedere e sventolando il cappello verso i compagni che, silenziosi e addolorati, si sporgevano oltre il parapetto di poppa per guardarlo, rivolse ai ragazzi un allegro addio. Quindi salutando la nave stessa: «Addio anche a te, vecchia Diritti dell'uomo».

«Seduto, signore!», ruggì il tenente assumendo all'istante tutto il rigore del suo grado, pur reprimendo con difficoltà un sorriso.

Sicuro, il gesto di Billy era una grave infrazione al decoro marinaro. Ma in quel decoro nessuno lo aveva mai istruito; in considerazione di ciò il tenente non lo avrebbe rimproverato in modo tanto energico, se non fosse stato per quel commiato ultimo dalla nave. Questo lo interpretò alla stregua di un'allusione scherzosa da parte della nuova recluta, un malizioso accenno all'arruolamento forzato in generale e al proprio in particolare. Eppure probabilmente, se satira ci fu, è difficile che sia stata voluta: pur felicemente dotato dell'esuberanza gioiosa di un'ottima salute, della giovinezza e dell'indipendenza del cuore, Billy non era affatto portato alla satira. Gli mancavano la volontà e la sinistra destrezza. I doppi sensi e le insinuazioni di ogni tipo erano estranei alla sua natura.

Quanto al forzato arruolamento, sembrava che lo prendesse come era solito prendere le vicissitudini del clima. Pur senza essere un filosofo, era in pratica, come gli animali, inconsapevolmente fatalista. E forse gli piacque la svolta avventurosa della sua vita, che prometteva uno sbocco verso orizzonti ed emozioni marziali.

A bordo della Bellipotent il nostro marinaio mercantile, immediatamente riconosciuto per un uomo di mare esperto, fu assegnato alla guardia di dritta della coffa di parrocchetto. Ben presto a proprio agio in quel servizio, era bene accetto per la sua bellezza senza pretese e l'aria di spensierata allegria. Non c'era uomo più gioviale nel suo rancio, in netto contrasto con certi altri individui che, al pari di lui, facevano parte dell'equipaggio reclutato d'autorità, e che, se non erano impegnati attivamente, a volte - soprattutto durante l'ultimo turno di guardia, quando il calare del crepuscolo induce a sognare - erano inclini ad abbandonarsi a una tristezza tendente in alcuni al cupore. Ma non erano giovani come il nostro gabbiere e non pochi di loro avevano avuto un focolare; altri forse avevano moglie e figli dietro a sé, in condizioni precarie con ogni probabilità, e quasi tutti avevano conosciuto amici e parenti, mentre Billy, come vedremo fra poco, era lui stesso tutta la sua famiglia.

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II

Benché il nostro nuovo gabbiere fosse stato ben accolto sulla coffa e sul ponte dei cannoni, non era qui l'astro che era stato fra gli equipaggi più modesti delle navi della marina mercantile, con i quali era stato fino ad allora.

Era giovane e, pur con un fisico quasi pienamente sviluppato, appariva più giovane di quanto non fosse in realtà, per un'espressione adolescente che indugiava sul volto ancora liscio, quasi femmineo nella purezza della carnagione, dove la vita di mare aveva soppresso il giglio, e la rosa faticava a fiorire attraverso l'abbronzatura.

Al brusco passaggio dalla precedente sfera più semplice al mondo più ampio e scaltrito della grande nave da guerra - autentico novizio della complessità di una vita innaturale - sarebbe forse rimasto sconcertato, se in lui ci fossero state presunzione o vanità. Nella sua variegata moltitudine la Bellipotent annoverava parecchi individui che, pur inferiori di grado, erano di stampo non comune, marinai particolarmente predisposti ad avere quell'aria che l'irriducibile disciplina marziale e la partecipazione a tante battaglie possono conferire, in qualche misura, perfino all'uomo comune. Come Bel Marinaio, Billy Budd aveva, a bordo della settantaquattro, una posizione analoga a quella di una bellezza rustica trapiantata dalla provincia e messa a competere con le dame di alto lignaggio della corte. Ma di questo mutamento di circostanze se ne accorse appena, e neppure percepì che qualcosa in lui provocava un sorriso ambiguo in uno o due marinai tra i più duri. Né era meno inconsapevole dell'impressione singolarmente favorevole che la sua persona e il suo comportamento avevano sui gentiluomini più perspicaci del cassero. E non avrebbe potuto essere altrimenti. Plasmato in quello stampo, tipico dei migliori esemplari inglesi quando il ceppo sassone non è mescolato a quello normanno né a nessun altro, egli mostrava nel volto quell'espressione umana di serena bontà che lo scultore greco a volte impresse al forte eroe Ercole. Ma anche questa espressione era sottilmente modificata da un'altra penetrante qualità. L'orecchio piccolo e ben modellato, l'arco del piede, la curva della bocca e della narice, perfino la mano dura, di un colore bronzeo dorato come il becco di un tucano, una mano che parlava di drizze e di secchio del catrame, ma soprattutto qualcosa nell'espressione mobile e nella spontaneità dei gesti e degli atteggiamenti, qualcosa.che faceva pensare a una madre singolarmente prediletta dall'Amore e dalle Grazie, tutto questo indicava in modo curioso un lignaggio in netta contraddizione con il destino toccatogli. Il mistero parve meno misterioso a causa di un fatto che emerse allorché Billy, all'argano, venne formalmente assunto in servizio. Quando l'ufficiale - un ometto spiccio - gli chiese tra le altre cose il luogo di nascita, egli rispose:

«Con il vostro permesso, signore, non lo so».

«Non sai dove sei nato? Chi era tuo padre?»

«Lo sa Dio, signore».

Colpito dalla schietta semplicità di quelle risposte, l'ufficiale proseguì chiedendo:

«Non sai niente delle tue origini?»

«No, signore. Ma ho sentito dire che fui trovato, una mattina, in un bel cesto foderato di seta, appeso al battente della casa di un brav'uomo di Bristol».

«Trovato, dici? Bene, bene, ecco una bella trovata», e, buttando indietro il capo, squadrò dalla testa ai piedi la nuova recluta. «Speriamo che ne trovino altri come te, ragazzo mio; la flotta ne ha un tremendo bisogno».

Sì, Billy Budd era un trovatello, un figlio illegittimo con ogni probabilità e, ovviamente, non di umili origini. La sua ascendenza nobile era evidente come in un purosangue.

Per il resto, senza avere né poco né punto l'acume del serpente e nessuna traccia della sua saggezza, senza tuttavia essere una colomba, possedeva quel tipo e quel grado di intelligenza che va a braccetto con la rettitudine non convenzionale di una creatura umana sana, una creatura alla quale non sia stato ancora offerto l'ambiguo pomo della conoscenza. Era analfabeta; non sapeva leggere ma sapeva cantare e, al pari dell'usignolo illetterato, a volte componeva il suo canto.

Coscienza di sé pareva ne possedesse poca o nulla, o quanta possiamo ragionevolmente attribuirne a un cane San Bernardo.

Abituato a vivere a contatto con gli elementi e avvezzo a conoscere della terra poco più della spiaggia o, meglio, quella porzione dell'orbe terracqueo provvidenzialmente riservata alle balere, alle puttane e agli osti, in breve il paradiso dei marinai, per usare l'espressione in voga tra loro, aveva una natura semplice, non contaminata dall'ambiguità morale, non sempre incompatibile con quel prodotto plasmabile chiamato rispettabilità. Ma i marinai, frequentatori di questi paradisi, sono senza vizi? No, ma meno spesso di quanto non accada con gli uomini di terraferma i loro cosiddetti vizi discendono da tortuosità d'animo, e più che da perfidia sembrano derivare dall'esuberanza di una vitalità a lungo costretta: franche manifestazioni in armonia con le leggi di natura. Per indole innata e per l'influsso coadiuvante del destino capitatogli, sotto molti punti di vista Billy era poco più di un autentico barbaro, forse simile ad Adamo prima che il civile serpente gli si insinuasse al fianco.

E qui a convalidare in apparenza la dottrina della Caduta dell'uomo, una dottrina oggi ignorata dalle masse, si può osservare che, quando certe virtù pristine e incorrotte caratterizzano in modo singolare qualcuno ammantato nell'uniforme esterna della civiltà, a un attento esame tali virtù, lungi dal sembrare frutto del costume e della convenzione, parranno incompatibili con essi, quasi derivassero davvero, in modo eccezionale, da un'età anteriore alla città di Caino e all'uomo inurbato.

Il carattere contraddistinto da tali virtù possiede, per chi abbia un palato non corrotto, un sapore autentico, simile a quello delle bacche, mentre l'uomo impregnato di civiltà, perfino nei buoni esemplari di questa razza, ha, per quello stesso palato, l'ambiguo aroma del vino adulterato. All'erede di tali qualità primigenie che, al pari di Caspar Hauser, vaghi solitario e stupefatto in una delle tante capitali della Cristianità, ben si addice la celebre invocazione del bonario poeta che, circa duemila anni fa, rivolse al buon rustico spaesato nella Roma dei Cesari:

Oh tu, Fabiano, che sei povero, onesto e sincero

che cosa ti ha condotto nel cuore dell'impero?

Il nostro Bel Marinaio aveva, sì, tutta la virile bellezza che ci si può aspettare, eppure, proprio come alla bellissima donna di un racconto minore di Hawthorne, una sola cosa gli mancava. Nessun difetto visibile, invero, come nella gentildonna; no, ma di tanto in tanto, la possibilità di un difetto vocale. Se nell'ora del pericolo e della furia degli elementi egli era in tutto e per tutto un perfetto marinaio, tuttavia, in preda all'improvviso turbamento di una emozione, la sua voce di solito singolarmente musicale, quasi esprimesse l'armonia interiore, tendeva a manifestare una esitazione organica, un vero e proprio balbettio, se non peggio. Un particolare che clamorosamente esemplificava come il maligno impiccione, l'invidioso guastafeste dell'Eden, abbia ancora quasi sempre a che fare con tutte le partite di uomini consegnate al pianeta Terra. È certo che sempre e comunque egli tirerà fuori il suo biglietto da visita quasi a ricordarci: anch'io ci ho messo lo zampino.

L'ammettere tale imperfezione nel Bel Marinaio dovrebbe dimostrare non soltanto che non viene presentato alla stregua di un eroe convenzionale, ma anche che la storia di cui è protagonista non è affatto romantica.

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III

All'epoca dell'arbitrario arruolamento di Billy Budd sulla Bellipotent, questa nave era in mare per raggiungere la flotta del Mediterraneo. Non trascorse molto tempo prima che avvenisse il ricongiungimento. Quale unità di quella flotta, la settantaquattro partecipava alle manovre, sebbene, grazie alle sue superbe qualità veliche, in mancanza di fregate, a volte fosse assegnata a compiti specifici come vedetta, a volte impiegata in servizi meno temporanei. Ma con.tutto ciò la nostra storia ha poco a che vedere, limitata com'è alla vita interna di una particolare nave e alle vicende di un singolo marinaio.

Era l'estate del 1797. Nell'aprile di quell'anno si erano avuti i moti di Spithead, seguiti in maggio da una seconda, ancora più grave, rivolta della flotta al Nore. Quest'ultimo episodio è conosciuto - senza nessuna esagerazione nell'epiteto - come il "grande ammutinamento". Era in verità una minaccia per l'Inghilterra più pericolosa di quanto non lo fossero allora i proclami del Direttorio francese con i suoi eserciti vittoriosi e il suo proselitismo.

Per l'Impero britannico l'ammutinamento del Nore fu quello che sarebbe uno sciopero dei vigili del fuoco in una Londra minacciata da un incendio globale. In tale momento di crisi - nel quale il regno avrebbe ben potuto anticipare la famosa parola d'ordine che, pochi anni più tardi, avrebbe annunciato lungo il fronte delle navi da guerra quanto in quella circostanza l'Inghilterra si aspettava dagli inglesi - sui pennoni delle navi a tre ponti e delle settantaquattro all'ancora nella rada - una flotta che costituiva il braccio destro dell'unica potenza allora libera e conservatrice del Vecchio Mondo -, i marinai a migliaia innalzarono con grida di evviva i colori britannici sui quali erano stati cancellati la croce e il simbolo dell'unione: una cancellazione che trasmutava la bandiera del diritto riconosciuto e della libertà sancita nell'avversa rossa meteora della rivolta senza freni né limiti. Il giusto scontento, nato da reali motivi di lagnanza nella flotta, era divampato in un incendio irrazionale, scatenatosi dalle scintille vive che dalla Francia in fiamme erano state portate dai venti al di là della Manica.

Per qualche tempo l'avvenimento servì a dare sapore ironico agli inni esaltati di Didbin - come bardo fu di non poco aiuto al governo inglese in quella congiuntura europea -, inni che fra l'altro magnificavano la dedizione patriottica del marinaio britannico:

«Quanto alla mia vita, essa appartiene al Re!».

È un episodio nella gloriosa storia navale dell'isola, sul quale naturalmente gli storici navali sorvolano: uno di loro (William James) candidamente riconosce che di buon grado tralascerebbe di parlarne, se «l'imparzialità non vietasse di essere schizzinosi». Eppure l'accenno che ne fa è un'allusione più che un'esposizione, privo com'è di particolari. Né questi si possono rintracciare nelle biblioteche. Come altri eventi che si verificano in ogni tempo e in ogni dove (compresa l'America), il grande ammutinamento fu di tale natura che volentieri l'avrebbero sottaciuto l'orgoglio nazionale e le considerazioni politiche, relegandolo sullo sfondo del contesto storico. Sono avvenimenti che non si possono ignorare, ma esiste un modo equo per trattarne. Se l'individuo equilibrato rifugge dall'esibire le tare e la maledizione della propria famiglia, altrettanto discreta può essere una nazione in analoghe circostanze, senza incorrere nel biasimo.

Sebbene, dopo vari abboccamenti fra i capi rivoltosi e il governo e dopo alcune concessioni davanti agli abusi palesi, fosse stata sedata, seppure con difficoltà, la prima insurrezione - quella di Spithead - e la situazione per il momento appianata, al Nore tuttavia l'imprevisto riaccendersi della sommossa, che esplose su scala ancora più ampia e trovò una cassa di risonanza negli incontri resi necessari da pretese considerate dalle autorità non soltanto inammissibili, ma aggressivamente insolenti, indicava - se non lo aveva già fatto in misura sufficiente la Bandiera Rossa - quale spirito animasse gli uomini. Repressione definitiva tuttavia ci fu: attuabile forse soltanto grazie alla lealtà della fanteria di marina e al volontario ritorno alla lealtà di larghi e influenti strati degli equipaggi.

L'ammutinamento del Nore può, in certa misura, essere paragonato allo scoppio squilibrante di una febbre contagiosa in un organismo costituzionalmente sano, che riesce a sbarazzarsene di lì a poco.

In ogni caso, fra le migliaia di ammutinati c'erano alcuni marinai che, non molto tempo dopo - chissà se spinti dal patriottismo, dall'istinto bellicoso o da entrambi - aiutarono Nelson a conquistarsi un blasone sul Nilo e la massima onorificenza a Trafalgar. Per gli ammutinati queste battaglie - Trafalgar soprattutto - furono un'assoluzione plenaria, una gloriosa assoluzione: in tutto ciò che contribuisce al grandioso spettacolo dello spiegamento navale e dell'eroica magnificenza marziale, tali battaglie, in particolare Trafalgar, rimangono insuperate nella storia dell'umanità.

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IV

Intorno al più grande marinaio dall'inizio del mondo

In una faccenda come lo scrivere, per quanto si possa essere risoluti a restare sulla strada maestra, esistono sentieri laterali dotati di un fascino al quale non è facile resistere. E lungo questi viottoli mi propongo di vagare. Se il lettore vorrà tenermi compagnia, ne sarò felice. Possiamo perlomeno riprometterci il piacere che si dice annidarsi nel peccato: peccato letterario, infatti, sarà la divagazione.

Molto probabilmente non è un'osservazione nuova affermare che le invenzioni del nostro tempo hanno introdotto nella guerra navale mutamenti di portata pari alla rivoluzione prodotta nella guerra in generale dall'impiego della polvere da sparo, giunta dalla Cina in Europa. Le prime armi da fuoco europee, rozzi congegni, furono - come ben si sa - disdegnate da non pochi cavalieri che le consideravano volgari strumenti, buoni forse per tessitori, gente troppo codarda per opporsi con fierezza al nemico incrociando lealmente le spade in singolar tenzone.

Ma come a terra la virtù cavalleresca, seppur tosata del suo blasone, non si esaurì con i cavalieri, così sui mari - oggi, tuttavia, negli scontri che vi avvengono è caduta in disuso una certa ostentazione di ardimento in quanto inapplicabile nelle mutate circostanze - le più nobili qualità di certi grandi uomini, come don Giovanni d'Austria, Doria, Van Tromp, Jean Bart, la lunga schiera di ammiragli britannici e i Decatur americani del 1812, non divennero obsolete insieme alle murate di legno.

A chi tuttavia sappia apprezzare il presente al suo giusto valore senza spregiare il passato si può perdonare se ritiene che a Portsmouth il solitario vecchio scafo di Nelson, il Vittoria, vi galleggi non soltanto come il monumento in.disgregazione di una fama incorruttibile, ma anche come un rimprovero poetico, attenuato dal suo carattere pittoresco, ai vari Monitor e agli scafi ancora più potenti delle corazzate europee. E questo non soltanto perché tali navi sono sgraziate a vedersi, irrimediabilmente prive della simmetria e delle nobili linee dei vecchi vascelli da guerra, ma anche per altre ragioni.

Ci sono forse alcuni che, pur non del tutto insensibili a quel rimprovero poetico cui si è appena alluso, sono disposti in nome dell'ordine nuovo a schivarlo fino ai limiti dell'iconoclastia, se necessario. Può accadere, ad esempio, che, pungolati dalla vista della stella infissa sul cassero a indicare il punto dove cadde il Grande Marinaio, questi marziali utilitaristi insinuino come Nelson, esibendosi in battaglia di persona, ornato di tutti i suoi galloni, non soltanto abbia compiuto un gesto superfluo, ma anche militarmente inopportuno, un gesto anzi dal sapore temerario e vanitoso. Possono arrivare a dire per giunta che a Trafalgar in realtà si trattò addirittura di una sfida alla morte; e la morte giunse; e che se non fosse stato per le sue bravate, l'ammiraglio vittorioso sarebbe forse sopravvissuto alla battaglia con la conseguenza che i suoi avveduti ordini non sarebbero stati revocati dall'immediato successore, ma egli stesso, ormai deciso l'esito dello scontro, avrebbe potuto portare all'ancora la flotta sbandata, evitando le deplorevoli perdite di vite umane nel naufragio causato dallo scatenarsi degli elementi naturali, dopo che si erano scatenati quelli marziali.

Se accantonassimo la questione, oltremodo opinabile, se per varie ragioni sarebbe stato possibile condurre all'ancora la flotta, allora, abbastanza plausibilmente, i benthamiti della guerra potrebbero sostenere il punto di vista esposto. Ma i se e i chissà sono un terreno insidioso per poterci costruire sopra. È un fatto che nel prevedere le possibili conseguenze di uno scontro e nei febbrili preparativi - segnando con boe la rotta pericolosa e dando il tracciato come a Copenhagen - pochi comandanti sono stati coscienziosamente cauti come questo incauto che non esitava a esporsi in battaglia.

La prudenza personale, perfino quando è dettata da considerazioni tutt'altro che egoistiche, non è certamente una preclara virtù in un soldato, mentre è la prima virtù la sfrenata ambizione, che accende quello slancio meno travolgente che è l'onesto senso del dovere. Se il nome Wellington non ha la risonanza trionfale del più semplice Nelson, forse se ne può trovare la ragione in quanto detto prima. Nell'ode funebre al vincitore di Waterloo, Alfred non si spinge fino a chiamarlo il più grande soldato di tutti i tempi, mentre nella stessa ode invoca Nelson come «il più grande marinaio dall'inizio del mondo».

A Trafalgar, nell'imminenza della battaglia, Nelson si sedette e scrisse le sue ultime brevi volontà e il testamento. Se, presentendo che la sua vittoria più fulgida sarebbe stata coronata dalla sua stessa gloriosa morte, si sia indotto per un qualche motivo rituale a indossare i paramenti scintillanti delle sue luminose gesta; se l'essersi adornato per l'altare e il sacrificio sia stato davvero vanità, allora affettati e ampollosi sono i versi eroici dei grandi poemi epici e dei drammi, poiché in tali versi il poeta si limita a dare forma a quello slancio del sentimento che uno spirito come Nelson, quando ne abbia l'occasione, traduce in gesto.

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V

Sì, la rivolta del Nore fu sedata. Ma non a tutti i torti si pose rimedio. Se gli appaltatori, per esempio, non ebbero più la possibilità di darsi da fare con certe pratiche tipiche della loro gentaglia a ogni latitudine - quella di fornire vestiario scadente, razioni non buone o scarse nel peso - nondimeno l'arruolamento coatto, per dirne una, continuò. Sanzionato dalla consuetudine e sancito legalmente da un Lord cancelliere recente come Mansfleld, tale sistema di equipaggiare la flotta - sistema ora in pratica caduto in disuso, ma formalmente non abolito - in quegli anni non era eliminabile. La sua abrogazione avrebbe messo in ginocchio l'indispensabile flotta, tutta a vela, senza vapore, con le sue innumerevoli vele e migliaia di cannoni, tutto insomma azionato a forza di braccia, una flotta sempre più insaziabile nel suo bisogno di uomini, perché allora moltiplicava il numero delle sue navi, navi di ogni tipo, a fronte delle congiunture presenti e future del convulso Continente.

Lo scontento, che aveva annunciato i due ammutinamenti, sopravviveva covando sotto le ceneri. Non era perciò irragionevole temere che si riaccendessero i disordini, in modo sporadico o generalizzato. Ecco un esempio di tali timori. Nello stesso anno in cui ebbe luogo questa storia, Nelson, allora il contrammiraglio Sir Horatio, mentre con la sua flotta si trovava al largo della costa spagnola, ricevette dall'ammiraglio l'ordine di trasferire le insegne dalla Capitano alla Teseo per questa ragione: si temevano pericoli a causa dell'umore degli uomini su quest'ultima nave, allora appena giunta dalla patria, dove aveva preso parte al grande ammutinamento, e si riteneva che un ufficiale come Nelson fosse adatto non già a soggiogarli con il terrore, ma a conquistarli con la semplice presenza e l'eroica personalità, a una lealtà se non entusiastica come la sua, almeno altrettanto sincera. Accadeva così che su molti ponti di comando serpeggiasse l'ansia. In mare si intensificarono la vigilanza e le precauzioni contro la ripresa delle sommosse. Da un istante all'altro poteva esplodere uno scontro. Quando succedeva, gli ufficiali assegnati alle batterie erano costretti, in certi casi, a stare con le spade sguainate dietro agli uomini addetti ai cannoni.

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VI

Ma a bordo della settantaquattro dove ora Billy aveva appeso la sua amaca, ben poco nei modi degli uomini, e nulla nel comportamento esteriore degli ufficiali, avrebbe indicato al profano che il grande ammutinamento era un fatto recente. Su una grossa nave da guerra gli ufficiali modellano, in generale, la loro condotta e i loro atteggiamenti sul comandante, sempre che questi abbia l'ascendente che dovrebbe avere.

Il capitano - l'onorevole Edward Fairfax Vere per chiamarlo con l'intero titolo - era uno scapolo sui quarant'anni, un marinaio che si distingueva perfino in tempi prolifici di famosi uomini di mare. Sebbene imparentato con l'alta nobiltà, la sua carriera non dipendeva del tutto da pressioni legate a tale circostanza. Aveva molti anni di servizio, si era impegnato in molte battaglie, dimostrandosi sempre un ufficiale attento al benessere dei suoi uomini, senza però tollerare nessuna infrazione alla disciplina; molto preparato nella scienza della sua professione, intrepido fino al limite della temerarietà, ma non avventato. Per l'audacia dimostrata nei mari delle Indie Occidentali quale aiutante di bandiera di Rodney nella gloriosa vittoria riportata da questi su De Grasse, era stato nominato capitano.

A terra, in panni civili, quasi nessuno lo avrebbe preso per un uomo di mare, tanto più che non adornava mai di termini nautici i suoi discorsi non professionali, e, di modi gravi, dimostrava scarso apprezzamento per l'umorismo in sé.

Non era in contrasto con questi tratti del suo carattere il fatto che nelle traversate dove non erano necessari interventi clamorosi si dimostrasse il più schivo degli uomini. Osservando quel signore di statura non imponente e privo di appariscenti insegue, che dalla cabina saliva sul ponte, e notando gli ufficiali che, in silenzio deferente, si ritiravano sottovento, l'uomo della strada lo avrebbe preso per un ospite del Re, un civile a bordo della nave del Re, un inviato discreto ma di grande prestigio in procinto di assumere una carica importante. Quei modi schivi derivavano forse da una certa autentica modestia virile, compagna a volte delle nature risolute, una modestia che trapelava non appena non si imponessero azioni decise e che, in qualunque momento della vita si riveli, indica sempre una virtù di tipo aristocratico.

Al pari di altri, impegnati nei vari campi delle più eroiche attività del mondo, capitan Vere, pur essendo abbastanza positivo all'occorrenza, a volte tradiva un certo umore sognante. Ritto da solo sul cassero, sopravvento, con una mano stretta intorno alle sartie, fissava con sguardo assente la distesa uniforme del mare. Se in quel momento gli si sottoponeva una questione futile, che veniva a interrompere il filo dei suoi pensieri, reagiva con maggiore o minore irascibilità che, tuttavia, subito controllava.

In marina era conosciuto da tutti con l'appellativo di «stellato Vere». Ecco come tale epiteto venne assegnato a un uomo che, pur possedendo qualità autentiche, non ne aveva di brillanti: Lord Denton, un suo parente prediletto, uomo di gran cuore, era stato il primo ad andargli incontro per congratularsi con lui al suo ritorno in Inghilterra dalla crociera nelle Indie Occidentali, e proprio il giorno prima, sfogliando una copia delle poesie di Andrew Marvell, si era imbattuto, e non per la prima volta, nei versi intitolati Appleton House, nome di una delle residenze di un comune antenato, eroe delle guerre germaniche del Seicento, e precisamente nella strofa:

Ecco cosa vuol dire nascere e crescere

in un domestico paradiso,

sotto la severa disciplina di Fairfax

e dello stellato Vere.

Così abbracciando il cugino reduce dalla grande vittoria di Rodney dove si era comportato con tanto coraggio, traboccando di legittimo orgoglio per il marinaio della famiglia, aveva esclamato con trasporto: «Evviva a te, Ed; evviva a te, mio stellato Vere!». L'espressione girò di bocca in bocca e rimase permanentemente attaccata al suo cognome, tanto più che serviva a distinguere il capitano della Bellipotent da un altro Vere, più vecchio di lui, lontano parente, ufficiale di pari grado in marina.

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VII

In vista della parte che il comandante della Bellipotent avrà nella storia che segue, forse è opportuno completare il ritratto abbozzato nel capitolo precedente.

A parte le sue qualità di ufficiale di marina, il capitano Vere era un uomo eccezionale. A differenza di non pochi famosi marinai inglesi, il lungo e arduo servizio reso con esemplare abnegazione non aveva finito per assorbirlo e salarlo del tutto. Aveva una particolare inclinazione verso ciò che è intellettuale. Amava i libri e non si metteva mai in mare senza aver rinnovato la biblioteca, contenuta ma sceltissima Gli intervalli di ozio e isolamento, talvolta così uggiosi, che di tanto in tanto si abbattono sui comandanti perfino durante le imprese di guerra, non furono mai tediosi per capitan Vere. Privo di quel gusto letterario che si cura meno della sostanza che della forma, prediligeva i libri verso i quali per natura si volgono gli animi seri e superiori, che nel mondo occupano posti attivi e di autorità: libri che trattano di uomini ed eventi reali, non importa di quale epoca - storia, biografie, autori non convenzionali come Montaigne, che, scevri da ipocrisia e conformismo, in modo onesto e con buon senso, riflettono sulla realtà.

Attenendosi a questo tipo di letture, trovava conferma ai suoi intimi pensieri - conferma che invano aveva cercato nelle conversazioni sociali, al punto che, su alcuni temi fondamentali, si erano radicate in lui certe salde convinzioni che presentiva non sarebbero mutate, finché fossero rimaste integre le sue facoltà intellettive. Considerando in quali tempi travagliati si trovasse a vivere, questo fu per lui un vantaggio. Le sue ferme convinzioni fungevano da argine contro le acque travolgenti delle nuove idee sociali, politiche e di altro tipo, che in quei giorni devastavano come un torrente non.pochi animi, alcuni per natura non inferiori al suo. Mentre altri membri dell'aristocrazia, alla quale apparteneva per nascita, erano fieramente avversi agli innovatori, soprattutto perché le loro teorie erano ostili alle classi privilegiate, capitan Vere vi si opponeva in modo disinteressato, non soltanto perché gli sembravano incapaci di dare vita a istituzioni durature, ma anche perché erano incompatibili con la pace del mondo e l'autentico benessere dell'umanità.

Meno informati di lui e meno seri, certi ufficiali del suo grado, che a volte era costretto a frequentare, lo trovavano poco socievole, un signore, a loro avviso, arido e libresco. E quando per caso lasciava la loro compagnia, non mancava mai qualcuno che dicesse: «Vere è un animo nobile. Lo stellato Vere. Malgrado quello che dicono le cronache, Sir Horatio» (significando colui che divenne Lord Nelson) «non è in fondo un combattente migliore o un miglior uomo di mare. Ma, detto fra noi in questo momento, non vi pare che ci sia in lui una vena bizzarra di pedanteria? Sì, come la filigrana del Re in un rotolo di gomene?».

C'erano, in apparenza, motivi per questo tipo di critiche confidenziali, perché non soltanto i discorsi del capitano non scendevano mai verso toni scherzosi e familiari, ma nell'illustrare un qualsiasi punto che non toccasse i protagonisti e i grandi eventi dell'epoca, era capace di citare personaggi ed episodi dell'antichità proprio come citava i moderni. Pareva incurante del fatto che ai suoi cordiali compagni - uomini le cui letture si limitavano per lo più ai diari di bordo - quelle remote allusioni, per quanto appropriate, fossero del tutto estranee. Ma una sensibilità di questo tipo non riesce naturale a caratteri come capitan Vere. L'onestà impone loro la franchezza, talvolta ad ampio raggio, simile a quella di un uccello migratore che in volo non si cura di quando attraversa una frontiera.

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VIII

Non è necessario descrivere qui nei particolari i tenenti e gli altri ufficiali intorno a capitan Vere, né occorre accennare a nessuno dei capocarichi. Ma fra i sottufficiali ce n'era uno che, avendo molto a che fare con questa storia, è bene sia presentato subito. Mi cimenterò a farne il ritratto, ma non riuscirò mai a coglierlo in pieno. Era costui John Claggart, maestro d'armi. Tale titolo marinaro forse sembrerà ambiguo a gente di terra. In origine, non c'è dubbio, la funzione di quel sottufficiale era di istruire gli uomini nell'uso delle armi, la spada e la sciabola. Ma molto tempo prima, a seguito dei perfezionamenti delle armi da fuoco che resero meno frequenti gli scontri a corpo a corpo e diedero al nitrato e allo zolfo preminenza sull'acciaio, tale funzione ebbe a cessare, e il maestro d'armi di una grande nave da guerra era diventato una specie di capo di polizia con l'obbligo, fra le altre mansioni, di mantenere l'ordine negli affollati ponti inferiori.

Claggart era un uomo di circa trentacinque anni, piuttosto scarno e alto, ma di figura non brutta nel complesso. Le mani erano troppo piccole e aggraziate per aver conosciuto il lavoro duro. Il volto era notevole, con un profilo nitido come nei medaglioni greci, tranne il mento sbarbato come quello di Tecumseh, dalla linea stranamente larga e protuberante, che rammentava le stampe del reverendo dottor Titus Oates, lo storico testimone, dalla parlata pretesca e strascicata, dei tempi di Carlo II e del presunto complotto papista. Era utile a Claggart nel servizio poter volgere intorno uno sguardo autoritario. La sua fronte dal punto di vista frenologico era del tipo che viene associato a un'intelligenza superiore alla media; raccolti sopra di essa, neri riccioli lucidi e serici risaltavano contro il pallore sottostante, un pallore che aveva una lieve sfumatura ambrata, affine alla tonalità che con il tempo acquistano gli antichi marmi. Questa carnagione, in singolare contrasto con i volti rossi o color bronzo intenso dei marinai e in parte il risultato di una vita che per lavoro si svolgeva al riparo dal sole, sebbene non proprio sgradevole, sembrava il sintomo di una qualche carenza o anomalia nella composizione del sangue. Ma in generale il suo aspetto e i suoi modi indicavano un'educazione e una carriera così incongrue con le sue funzioni, che, quando non vi era attivamente impegnato, lo si sarebbe detto un uomo di elevate qualità sociali e morali, il quale, per ragioni sue, mantenesse l'incognito. Nulla si sapeva della sua vita precedente. Forse era inglese, eppure indugiava nel suo modo di parlare un leggero accento che suggeriva come non fosse inglese di nascita, ma fosse stato naturalizzato tale nella prima infanzia. Fra i parrucconi dei ponti di batteria e del cassero di prua circolava la voce che fosse un chevalier arruolatosi volontario nella marina reale per espiare una misteriosa frode, per la quale era stato chiamato in giudizio davanti alla Corte Regia. Il fatto che nessuno potesse corroborare questa voce non impediva naturalmente che circolasse in sordina. Una diceria di tale tipo sul conto di questo o quel sottufficiale, una volta diffusasi dai ponti di batteria, non sarebbe sembrata, all'epoca della nostra storia, carente in credibilità alla ciurma di sapientoni incatramati di una nave da guerra. E invero un uomo con le qualità di Claggart che, senza precedente esperienza navale, entra in marina a un'età matura - come aveva fatto lui - e, necessariamente, viene assegnato all'inizio al grado più basso della gerarchia, un uomo inoltre che non faceva mai la minima allusione alla precedente vita sulla terraferma: ecco le circostanze che, in mancanza di informazioni precise sui suoi veri antecedenti, spalancavano ai malevoli un campo illimitato di congetture ostili.

Ma le dicerie che su di lui bisbigliavano i marinai durante i turni di guardia derivavano una vaga plausibilità dal fatto che da un po' di tempo a quella parte la marina britannica, non potendo permettersi di essere schizzinosa nel rifornire i ruoli, disponeva notoriamente a bordo e a terra di squadre per l'arruolamento forzato. Non basta; non era più un segreto ben custodito neppure un'altra faccenda: la polizia di Londra, cioè, aveva piena facoltà di catturare gli individui sospetti di tempra robusta, i personaggi vagamente equivoci, e di spedirli con procedura sommaria nei cantieri o nella flotta. Senza contare che perfino fra i volontari ce n'erano di quelli che non lo avevano fatto per impulso patriottico o per il vago desiderio di sperimentare la vita di mare e l'avventura marziale. Debitori insolventi di piccolo cabotaggio, insieme a mele marce di tutte le specie, trovavano nella marina un rifugio conveniente e sicuro, sicuro.perché, una volta arruolati a bordo di una nave di Sua Maestà, si trovavano in un santuario al pari del malfattore che nel Medioevo si rifugiava all'ombra dell'altare. Tali irregolarità sancite, che per ovvie ragioni il governo allora si guardava bene dal proclamare e che di conseguenza, riguardando la classe meno influente dell'umanità, sono quasi cadute in oblio, corroborano qualcosa della cui veridicità non mi faccio garante e che quindi ho qualche scrupolo nel riferire; qualcosa che ricordo di aver visto stampato, sebbene il libro non me lo ricordi, ma la stessa cosa mi venne personalmente raccontata più di quarant'anni fa da un vecchio pensionato in cappello a tricorno, un negro di Baltimora, un uomo che era stato a Trafalgar, con il quale ebbi un'interessantissima chiacchierata sulla terrazza di Greenwich. Ecco il senso: se una nave da guerra, costretta a prendere il mare d'urgenza, fosse stata a corto di uomini, la quota di braccia mancante, se non si fosse trovato altro mezzo migliore, si sarebbe ottenuta mediante precettazione direttamente dalle carceri. Per le ragioni già accennate non sarebbe forse facile oggi provare o confutare in modo diretto tale dichiarazione. Ma se le diamo credito di verità, spiegherebbe - e bene - le difficoltà dell'Inghilterra allora di fronte alla minaccia di quelle guerre che, come uno stormo di arpie, si levarono stridule dalla polvere e dal fragore della Bastiglia caduta. È un'epoca che a quanti, come noi, guardano indietro e si limitano a leggerne sembra relativamente chiara. Ma ai nonni di quelli di noi che hanno la barba grigia, ai più riflessivi fra loro, il genio dei tempi aveva un aspetto simile allo Spirito del Capo di Camöens, una minaccia oscura, misteriosa e prodigiosa. Né andava immune dalle apprensioni l'America. All'apice delle ineguagliate conquiste di Napoleone, ci furono americani che, avendo combattuto a Bunker Hill, auspicavano che l'Atlantico non si dimostrasse una barriera invalicabile alle estreme mire di quel portentoso francese scaturito dal caos rivoluzionario e apparentemente in grado di adempiere il giudizio annunciato nell'Apocalisse.

Ma meno credito si doveva dare alle chiacchiere su Claggart, sapendo che nessuno con quelle mansioni su una nave da guerra può sperare di essere popolare tra l'equipaggio. Per di più nel denigrare quanti sono loro invisi o non vanno loro a genio per questa o quella o nessuna ragione, i marinai si comportano in modo assai simile agli uomini di terra: sono inclini a esagerare o a romanzare.

Della carriera del maestro d'armi antecedente a quel servizio gli uomini della Bellipotent ne sapevano quanto ne sa un astronomo dell'itinerario di una cometa, prima di osservarla per la prima volta in cielo. Si è citato il verdetto di quegli impiccioni di mare soltanto per mostrare quale impressione morale facesse l'uomo su animi rudi e rozzi, che della malvagità umana avevano necessariamente una concezione delle più anguste, limitata alla volgare furfanteria: un ladro fra le amache durante la guardia notturna, oppure i ruffiani e i pescecani nei porti.

Non era tuttavia un pettegolezzo, ma un fatto che, entrando in marina, Claggart, pur assegnato in quanto recluta alla sezione meno nobile della ciurma di una nave da guerra e adibito ai lavori più umili, non vi fosse rimasto a lungo. Le superiori capacità subito dimostrate, l'innata sobrietà, una deferenza ingraziante verso i superiori, oltre a un particolare istinto da furetto manifestato in una particolare occasione, tutto questo, coronato da un certo austero patriottismo, lo portò bruscamente al posto di maestro d'armi.

Agli ordini di questo capo di polizia marittimo c'erano i cosiddetti caporali di bordo: subordinati diretti e ossequiosi in una misura che, come si può notare in alcune imprese commerciali a terra, è quasi incompatibile con la globalità dell'autodeterminazione morale. La sua posizione gli consentiva di convogliare sotto il proprio controllo varie correnti di influssi sotterranei, in grado, se astutamente incanalate tramite i subalterni, di insinuare un misterioso malessere, se non peggio, in una qualsiasi comunità marinara.

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IX

La vita sulla coffa di trinchetto ben si addiceva a Billy Budd. Lì, quando non attivamente impegnati sui pennoni ancora più in alto, i gabbieri - scelti in quanto tali fra i più giovani e i più attivi - formavano una comunità aerea, e, standosene tranquillamente in ozio appoggiati contro i coltellacci arrotolati in cuscini, dipanavano storie come pigri dei, divertendosi spesso a quanto accadeva nel brulicante mondo dei ponti sottostanti. Non sorprende quindi che un giovane con il carattere di Billy fosse ben contento in tale compagnia. Senza mai offendere nessuno, era sempre pronto a ogni chiamata. Così aveva fatto sui mercantili. Ma ora mostrava nel compiere i suoi doveri un tale zelo che i compagni di coffa a volte ridevano bonariamente di lui. Tale acuita puntigliosità aveva il suo motivo: l'impressione, cioè, suscitata dalla prima punizione formale cui avesse mai assistito, inflitta sul barcarizzo il giorno dopo il suo arruolamento forzato. Vi era incorsa una recluta della guardia di poppa, un giovane piccoletto, che non si era trovato al suo posto nel momento in cui la nave cambiava rotta, una negligenza che aveva creato un serio intoppo nella manovra che richiedeva prontezza istantanea nel mollare e legare le vele. Nel vedere la schiena nuda del colpevole sotto la frusta, solcata da rosse piaghe e, peggio, nel cogliere l'orrenda espressione sul volto dell'uomo lasciato libero, che con la camicia di lana buttatagli addosso dall'aguzzino correva via dal luogo del supplizio per seppellirsi fra la folla, Billy era rimasto inorridito. Aveva deciso che non si sarebbe mai esposto per sua negligenza a una tale punizione e non avrebbe fatto o trascurato nulla che potesse meritargli financo un rimprovero verbale. Quali furono allora il suo stupore e sgomento, quando si avvide che negli ultimi tempi si cacciava di tanto in tanto in piccoli guai per faccende come lo stivaggio della sacca o per qualcosa che mancava nella sua amaca, questioni che, sottoposte al controllo di polizia dei caporali di bordo dei ponti inferiori, attirarono su di lui una vaga minaccia da parte di uno di loro.

Vigile com'era in ogni cosa, come era potuto accadere? Non riusciva a capirlo, e ciò tanto più lo turbava. Quando ne parlava con gli altri giovani gabbieri, questi o si mostravano leggermente increduli, oppure trovavano un lato.comico nella sua malcelata ansia. «È la tua sacca, Billy?», chiese uno. «Beh, cuciti dentro; piantagrane, cosi saprai se qualcuno va a rovistarci».

Ora c'era a bordo un veterano che, cominciando a essere inadatto per l'età a un servizio più attivo, era stato assegnato di recente alla guardia dell'albero di maestra, a badare al meccanismo assicurato alla griglia intorno a quel grande elemento di alberatura vicino al ponte. Nei momenti liberi il gabbiere aveva fatto un po' di amicizia con lui, e ora nel suo guaio gli venne in mente che forse sarebbe stata la persona giusta a dargli un saggio consiglio. Era un vecchio danese, da lungo tempo anglicizzato nel servizio, un uomo di poche parole, molte rughe e alcune onorevoli cicatrici. Il volto grinzoso, tinto dal tempo e macchiato dalle intemperie fino a farlo assomigliare a un'antica pergamena, era qua e là chiazzato di blu a causa dello scoppio fortuito di una cartuccia in combattimento.

Era uno dell'Agamennone che, circa due anni prima di questa storia, aveva prestato servizio sotto Nelson, al tempo ancora capitano di quella nave immortale nella memoria marinara che, smantellata e in parte ridotta alle nude coste, sembra un gigantesco scheletro nell'acquaforte di Haden. Era stato fra gli uomini dell'Agamennone mandati all'arrembaggio e aveva ricevuto un taglio obliquo, che, solcandogli una tempia e una guancia, lasciava una cicatrice simile a una striscia di luce mattutina attraverso il volto scuro. Per via di quella cicatrice, per l'impresa nella quale si sapeva che l'aveva ricevuta, e per il suo colorito bluastro, il danese era conosciuto fra la ciurma della Bellipotent con il soprannome di Abborda-nel-fumo.

Ora la prima volta che i suoi occhietti di donnola per caso si posarono su Billy Budd, una certa cupa allegria interiore fece guizzare tutte le antiche rughe in un gioco grottesco. Era così forse perché la sua annosa saggezza eccentrica e disincantata, primordiale nel suo genere, scorgeva o pensava di scorgere nel Bel Marinaio qualcosa che, in contrasto con l'ambiente della nave da guerra, era bizzarramente incongruo? Ma, dopo averlo studiato di soppiatto più volte, l'ambigua gaiezza del vecchio Merlino mutò, perché quando i due ora si incontravano, balenava sul suo volto un'espressione canzonatoria, fuggevole, a volte sostituita da un'aria di pensosa perplessità su quanto sarebbe potuto capitare alla fine a una natura come quella, cascata in un mondo non privo di tranelli, e contro le cui astute sottigliezze è di scarsa utilità il semplice coraggio privo di esperienza e di destrezza, un mondo dove, nel momento della tentazione, tutta la possibile innocenza non sempre aguzza l'intelletto e illumina la volontà.

Comunque fosse, il danese, alla sua maniera ascetica, prese a benvolere Billy. Non era questo soltanto un interesse filosofico per un personaggio del genere. C'era un altro motivo. Mentre i modi eccentrici del vecchio, che a volte rasentavano la scontrosità, respingevano i giovani, Billy impavido si faceva avanti con la riverenza dovuta a un eroe del mare, non trascurando mai, nel passare accanto al vecchio dell'Agamennone, di fargli un saluto con quel rispetto che di rado cade nel nulla con le persone anziane, per quanto bisbetiche, non importa quale sia il loro posto nella vita.

C'era una vena di secco umorismo, o chissà che altro, nell'uomo dell'albero maestro; e forse per un vezzo di ironia patriarcale nei confronti della giovinezza di Billy e del suo corpo atletico, forse per qualche altro motivo più recondito, fin dall'inizio nel rivolgerglisi, sostituì Billy con Baby: fu proprio il danese, infatti, a dare origine al soprannome con il quale il gabbiere finì per essere conosciuto a bordo.

E così con quel suo piccolo cruccio misterioso Billy andò in cerca del vecchio tutto rughe e lo trovò che, finito il turno di guardia, se ne stava a ruminare fra sé, seduto su una cassa di munizioni sul ponte superiore, lanciando di tanto in tanto occhiate ciniche ad alcuni spacconi che passeggiavano lì. Billy espose il suo guaio, ancora una volta stupito di come fosse potuto accadere. Il profetico lupo di mare ascoltò con attenzione, accompagnando il racconto del gabbiere con bizzarre contrazioni delle rughe e problematici ammiccamenti degli occhi da furetto. Finendo la sua storia, il gabbiere chiese: «E ora, danese, dimmi quello che ne pensi».

Il vecchio, tirando su la visiera del berretto impermeabile e con gesto deliberato sfregandosi la lunga cicatrice obliqua nel punto in cui affondava nei capelli sottili, disse in tono laconico: «Baby Budd, Piè-di-porco» (riferendosi al maestro d'armi), «ti sta addosso».

«Piè-di-porco!», esclamò Billy, sgranando gli occhi color cielo. «Perché? Ma se mi chiama, così mi dicono, "il simpatico, dolce giovanotto"?».

«Davvero?», ghignò il vecchio canuto. «Eh, Baby, ragazzo mio, voce dolce ha Piè-di-porco».

«No, non sempre. Ma con me sì. Raramente gli passo vicino senza che mi rivolga una parola gentile».

«Proprio perché ti sta addosso, Baby Budd».

Quelle parole ribadite e il loro tono, incomprensibili a un pivello, turbarono Billy quasi quanto il mistero che aveva cercato di farsi spiegare. Qualcosa di meno sgradevolmente oracolare tentò di estorcergli, ma il vecchio Chirone marino, pensando forse di avere per il momento istruito abbastanza il suo giovane Achille, serrando le labbra e raggrinzando tutte le rughe, non si lasciò andare ad altre ammissioni.

Gli anni e quelle esperienze che toccano a certi uomini accorti, per tutta la vita soggetti al volere altrui, avevano sviluppato nel danese la quintessenza di quel cinismo guardingo che era la sua caratteristica principale.

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X

Il giorno successivo un incidente contribuì a confermare in Billy Budd l'incredulità per lo strano oracolo del danese sul caso sottopostogli. A mezzogiorno la nave, col vento in poppa, rollava sulla sua rotta; impegnato a chiacchierare scherzosamente con i vicini di tavolata, per un improvviso rollio, Billy finì con il rovesciare l'intero.contenuto della gavetta sul ponte appena pulito. Proprio in quel momento Claggart, il maestro d'armi, con in mano il frustino del suo rango, percorreva la batteria nella nicchia dove si trovava la mensa e il rivolo grasso gli attraversò la strada. Scavalcandolo con un passo, stava per procedere senza commenti, visto che non si trattava di cosa degna di rilievo in quelle circostanze, quando gli capitò di notare chi era stato a rovesciarlo. La sua espressione mutò. Fermandosi, fu lì lì per urlare qualche parola irata al marinaio, ma si controllò e, indicando la minestra versata, gli diede con il frustino un colpetto scherzoso sulla spalla, dicendo con una voce bassa e musicale che a tratti gli era tipica: «Questa sì che è bella, ragazzo mio! I belli ne fanno di belle!». E con queste parole passò oltre. Non notato da Billy, in quanto fuori del suo campo visivo, fu il sorriso involontario, anzi la smorfia, che accompagnò le ambigue parole di Claggart. Aridamente gli piegò in basso gli angoli sottili della bella bocca. Ma cogliendo un intento scherzoso nell'osservazione che, detta da un superiore, doveva far ridere «con finta allegria», tutti si comportarono di conseguenza, e Billy, stuzzicato forse dall'allusione di essere lui il Bel Marinaio, si unì al buon umore. Quindi rivolto ai compagni di mensa, esclamò: «Allora, chi dice che Piè-di-porco mi sta addosso?». «E chi te l'ha detto, bellezza?», chiese un certo Donald un po' sorpreso. Al che il gabbiere, con aria lievemente sciocca, ricordò che soltanto una persona, Abborda-nel-fumo, gli aveva insinuato la fumosa idea che il maestro d'armi gli fosse a modo suo ostile. E probabile che nel frattempo l'ufficiale, ripreso il cammino, per qualche istante abbia avuto un'espressione meno guardinga di quel sorriso amaro che sottrae il volto al dominio del cuore - un'espressione distorta forse, perché un tamburino che, saltellando in modo sbadato, veniva dalla direzione opposta e finì per dargli un lieve urto, rimise stranamente turbato dal suo aspetto. E la sua impressione non si attenuò, quando l'ufficiale, dandogli d'impeto una violenta sferzata con il frustino, proruppe con veemenza: «Guarda dove vai!».

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XI

Che cosa aveva il maestro d'armi? E qualunque cosa fosse, come poteva avere un rapporto diretto con Billy Budd, con il quale, prima dell'incidente della minestra versata, non aveva mai avuto particolari contatti né ufficiali né di altro tipo? Che cosa poteva aver a che fare quel turbamento con un uomo così poco incline a offendere come il «paciere» del mercantile, colui che, per usare le parole di Claggart, era «un simpatico, dolce giovanotto»? Sì, perché Piè-di-porco, per dirla con il danese, doveva stargli addosso? Ma in fondo al cuore e non per nulla, come può indicare a chi è perspicace il recente incontro, addosso segretamente gli stava davvero.

Ora inventare qualcosa sulla vita privata di Claggart, qualcosa che coinvolga Billy Budd, e di cui questi sia all'oscuro, un episodio romantico che mostri come Claggart conoscesse il giovane marinaio prima di incontrarlo sulla settantaquattro - tutto questo, nient'affatto difficile da fare, potrebbe servire in modo più o meno interessante a rendere ragione dell'enigma celato in questo caso. Ma in realtà non c'era nulla del genere. Eppure la causa - l'unica plausibile alla quale ricorrere - è nel suo realismo tanto pregna di mistero - elemento essenziale nella narrativa di Ann Radcliffe - quanto lo è l'invenzione più ingegnosa escogitata dall'autrice dei Misteri di Udolfo. Che cosa infatti è più misterioso dell'avversione spontanea e profonda suscitata in certi mortali eccezionali dal mero aspetto di un altro mortale, magari inoffensivo, se addirittura non è provocata da questa stessa inoffensività?

Ora non esiste attrito di personalità difformi più stridente di quello che può nascere a bordo di una grande nave da guerra, con l'equipaggio al completo, in alto mare. Qui ogni giorno, praticamente tutti, a tutti i ranghi, vengono in contatto fra loro. Chi volesse evitare perfino la vista di un oggetto ripugnante dovrebbe fargli fate il salto di Giona o buttarsi in mare. Immaginate quale influenza finisca per avere tutto questo su qualche strano essere umano che non sia un santo!

Ma per far comprendere adeguatamente Claggart a una natura normale non bastano questi accenni. Per passare da una natura normale a lui è necessario attraversare «lo spazio mortale che li divide». E questo si può fare meglio per via indiretta.

Molto tempo fa un onesto studioso, più vecchio di me, riferendosi a un uomo che, come lui, non è più di questo mondo, un uomo così inappuntabilmente rispettabile che mai nulla gli era stato rimproverato in modo aperto, sebbene fra i pochi corressero certi mormorii, mi disse: «Sì, X non è una noce che si possa rompere con un colpetto di ventaglio. Voi sapete che non appartengo a nessuna religione costituita, e ancora meno a una filosofia eretta a sistema. Beh, nonostante ciò, a mio avviso, cercare di arrivare a X, entrare nel suo labirinto e uscirne con l'unico filo conduttore fornito dalla "conoscenza del mondo", sarebbe quasi impossibile, almeno per me».

«Ma», dissi io, «pur essendo per alcuni un singolare oggetto di studio, X è tuttavia umano, e certamente la conoscenza del mondo comporta la conoscenza della natura umana in quasi tutte le sue varietà».

«Sì, una conoscenza superficiale, utile ai fini normali. Ma per penetrare in profondità non sono sicuro che la conoscenza del mondo e la conoscenza della natura umana non siano due branche diverse del sapere, che, pur potendo convivere nel cuore di qualcuno, possano esistere l'una indipendentemente, o quasi, dall'altra. Sì, in un uomo normale, il continuo logorio con il mondo ottunde quel sottile intuito spirituale indispensabile alla comprensione dell'essenza di certi caratteri eccezionali, nel bene e nel male. In una questione di una certa importanza ho visto una ragazzina raggirarsi intorno al dito mignolo un vecchio avvocato. E non si trattava del rimbambimento di un'infatuazione senile. Niente del genere. Ma conosceva le leggi meglio di quanto non conoscesse il cuore di quella ragazzina. Coke e Blackstone non hanno gettato luce negli oscuri recessi dello spirito più dei profeti ebrei. E chi erano? Quasi tutti eremiti».

A quel tempo la mia inesperienza era tale da non farmi capire il senso di quel discorso. Forse lo capisco oggi. E invero se il lessico che si basa sulla Sacra Scrittura fosse ancora largamente noto, forse con minore difficoltà sarebbe possibile definire e denominare certi uomini fenomenali. Cosi come stanno le cose, è necessario invocare una qualche autorità immune dall'accusa di essere intrisa di elementi biblici.

In un elenco di definizioni, compreso nella traduzione autentica di Platone, un elenco attribuito a lui, se ne legge una: «Depravazione naturale: una depravazione secondo natura», definizione questa che, pur avendo il sapore del calvinismo, non dilata il dogma di Calvino fino a comprendere tutta l'umanità. Nelle intenzioni è evidentemente applicabile soltanto agli individui. Non molti sono gli esempi di questa depravazione forniti dalla forca e dal carcere. Per trovare esempi notevoli che non siano fatti della volgare pasta del bruto, ma invariabilmente dominati dall'intellettualità, è sempre necessario cercare altrove. La civiltà, soprattutto se austera, è propizia a questa depravazione, che si ammanta di rispettabilità. Possiede certe virtù negative che fanno da silente ausilio. Non permette al vino di incrinare la vigilanza. Non si esagera dicendo che è senza vizi e peccati veniali. Li vieta il fenomenale orgoglio di questi individui. Non è mai una depravazione mercenaria o avara; in breve non ha nulla di sordido o di sensuale. È seria, ma senza acredine. Pur non lusingando l'umanità, non ne parla mai male.

Ma ecco quello che negli esempi eminenti indica una natura eccezionale: sebbene l'umore sereno e il portamento discreto stiano a indicare una mente soggetta in modo particolare alla legge della ragione, nel cuore nondimeno un uomo siffatto sembra insorgere contro questa legge, sottrarsene del tutto, aver ben poco a che fare con essa, se non per usarla come uno strumento ambivalente per realizzare l'irrazionale. Vale a dire: al conseguimento di uno scopo che nella sua sfrenata atrocità sconfina nella follia, egli si accinge con fredda lucidità e solida sagacia.

Sono uomini pazzi, del tipo più pericoloso, perché la loro follia non è costante, ma saltuaria, evocata da qualche oggetto speciale; è protettivamente segreta, il che vuol dire che è tenuta sotto controllo, sicché, per giunta, quando è più attiva, non è per la mente comune distinguibile dalla sanità, viste le ragioni indicate sopra: qualunque sia lo scopo - e lo scopo non è mai dichiarato - il metodo e il procedimento esteriore sono sempre perfettamente razionali.

Ora qualcosa del genere era Claggart: in lui covava l'ossessione di una natura malvagia, non generata da una educazione pervertita da libri corruttori, da una vita licenziosa, ma insita e innata in lui, insomma «una depravazione secondo natura».

Oscure parole sono queste, dirà qualcuno. Ma perché? Forse perché questi individui in qualche modo rammentano vagamente «il mistero dell'iniquità», secondo la frase della Sacra Scrittura? Se è così; è una reminiscenza lungi dall'essere voluta, perché ben poco raccomanderà queste pagine a molti lettori di oggi.

Ha imposto questo capitolo il senso di una storia che gravita sulla natura segreta del maestro d'armi. Con l'aggiunta di uno o due accenni a proposito dell'incidente della mensa, la narrazione che verrà ripresa dovrà rivendicare da sé, come può, la propria credibilità

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  XII

Che la figura di Claggart non fosse imperfetta e che il volto, ad eccezione del mento, fosse ben modellato, è già stato detto. Di queste doti non sembrava inconsapevole, perché non solo era vestito con proprietà, ma anche con accuratezza. L'aspetto di Billy Budd, però, era eroico, e se il suo volto non aveva l'aria intellettuale del pallido Claggart, era tuttavia illuminato, al pari di quello, da una luce interiore, che però scaturiva da una diversa fonte. Il fuoco del cuore rendeva luminoso l'incarnato bronzeo delle guance.

Visto il netto contrasto tra i due, è assai probabile che, quando il maestro d'armi nell'ultima scena narrata applicò al marinaio il proverbio «I belli ne fanno di belle», si sia lasciato scappare un accenno ironico, non colto dai giovani marinai che l'avevano sentito, sul motivo che fin dall'inizio lo aveva spinto contro Billy, cioè la sua notevole bellezza fisica.

Ora invidia e avversione, passioni irriconciliabili secondo ragione, possono tuttavia scaturire congiunte come Chang ed Eng in un'unica nascita. L'invidia è dunque un tale mostro? Sebbene molti uomini sotto accusa si siano dichiarati colpevoli di orribili azioni nella speranza di vedersi mitigare la pena, è mai accaduto che qualcuno confessasse seriamente di essere invidioso? Vi è in essa qualcosa che, a giudizio universale, viene percepito come più vergognoso perfino di un crimine efferato. E non soltanto tutti la sconfessano, ma le persone migliori sono inclini all'incredulità, quando viene imputata sul serio a un uomo intelligente. Ma siccome l'invidia alberga nel cuore, non nel cervello, nessun grado di intelligenza offre garanzia contro di essa. Ma l'invidia di Claggart non era una forma volgare di tale passione. E neppure, investendo Billy Budd, aveva quella vena di gelosia apprensiva che sconvolgeva il volto di Saul intento a rimuginare turbato sul bel giovane David. L'invidia di Claggart colpiva più a fondo. Se con occhio torvo guardava il bell'aspetto, la gioiosa salute, la schietta esuberanza della giovinezza di Billy Budd, era perché tali qualità si accompagnavano a una natura che, come percepiva magneticamente Claggart, nella sua semplicità non aveva mai voluto il male, né sperimentato il morso reattivo di quel serpente. Per lui era lo spirito che albergava in Billy e faceva capolino dagli occhi color cielo come da finestre, era la sua ineffabilità a creare la fossetta nella guancia colorita, a rendere flessibili le giunture, a danzare nei riccioli d'oro facendone il Bel Marinaio per eccellenza. A eccezione soltanto di un'altra persona, il maestro d'armi era forse l'unico uomo a bordo intellettualmente capace di apprezzare in modo adeguato il fenomeno morale rappresentato da Billy Budd. E questa intuizione soltanto intensificava la sua passione che, assumendo multiformi aspetti dentro di lui, a volte prendeva quello del cinico disprezzo, il disprezzo per.l'innocenza - non essere altro che innocente! Eppure da un punto di vista estetico ne vedeva il fascino, il temperamento coraggioso, libero e spontaneo, e volentieri l'avrebbe condiviso, ma ne disperava.

Impotente ad annullare dentro di sé la forza primordiale del male, ma abile a nasconderla con prontezza, consapevole del bene ma incapace di attingervi, una natura come quella di Claggart, sovraccarica di energia come quasi sempre sono tali nature, che cosa poteva fare se non ripiegarsi su se stessa e, come lo scorpione del quale soltanto il Creatore è responsabile, porre fino in fondo la parte che gli era stata assegnata?

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XIII

La passione, la passione anche più profonda, non ha bisogno di un palcoscenico grandioso per interpretare la sua parte. La si rappresenta in basso fra gli spettatori delle ultime file, fra i mendicanti e i pezzenti. E le circostanze che la scatenano, per quanto squallide e banali, non danno la misura del suo potere. In questo caso il palcoscenico è un ponte di batteria appena ripulito, e la causa esterna scatenante è la zuppa rovesciata da un marinaio su una nave da guerra.

Ora quando il maestro d'armi si accorse da dove veniva quel rivolo grasso che gli scorreva davanti ai piedi, senz'altro lo prese - forse con intenzione, in certa misura - non per il semplice incidente che fuor di dubbio era, ma come lo sfogo perfido di un sentimento spontaneo in Billy, che più o meno contraccambiava la sua ostilità. Una sciocca manifestazione, avrà pensato, e assai innocua, simile al vano calcio di una giovenca, che non sarebbe però così innocuo, se la giovenca fosse uno stallone ferrato. E così accadde che nel fiele dell'invidia Claggart instillasse il vetriolo del disprezzo. Ma l'episodio gli confermò certe dicerie riportate al suo orecchio da Squittio, uno dei caporali più scaltri, un ometto brizzolato, così soprannominato dai marinai per la voce squittente e il viso aguzzo che frugava negli angoli bui dei ponti inferiori a caccia di intrusi, e che alla loro vena satirica suggeriva l'idea di un grosso topo in cantina.

Poiché il capo lo utilizzava alla stregua di un docile strumento per disporre piccole trappole tese a turbare il gabbiere - era infatti dal maestro d'armi che venivano quelle piccole persecuzioni cui si è accennato - il caporale, avendo concluso abbastanza naturalmente che il suo padrone non poteva avere simpatia per il marinaio, si adoperò, fedele leccapiedi qual era, per rintuzzare il sangue cattivo presentando al suo capo, in cattiva luce, certe innocenti battute del gioviale gabbiere, oltre a inventare vari epiteti ingiuriosi che - dichiarava - quello si era lasciato sfuggire. Il maestro d'armi non dubitò mai della veridicità delle cose riferitegli, soprattutto riguardo agli epiteti, perché sapeva quanto potesse essere segretamente impopolare un maestro d'armi zelante nel dovere, almeno un maestro d'armi a quei tempi, e come in privato i marinai gli si scagliassero addosso con invettive e schemi; il soprannome stesso, che circolava fra gli uomini - Piè-di-porco - indica in forma scherzosa la beffarda irriverenza e l'ostilità.

Ma l'odio, avido di nutrire se stesso, non aveva bisogno di essere alimentato per scatenare la passione di Claggart. Nell'insidiosa depravazione che ha tutto da nascondere è consueta una prudenza non comune. E nel caso di un'offesa anche soltanto sospettata, la segretezza volontariamente esclude ogni possibilità di chiarimento o disinganno, e, pur con qualche riluttanza, si agisce spinti dal sospetto quasi fosse una certezza. E accade che la ritorsione sia in sproporzione mostruosa con la presunta offesa: quando infatti la vendetta non si è dimostrata nella sua avidità simile a uno sfrenato usuraio? E la coscienza di Claggart? Le coscienze sono, sì, diverse fra loro come le fronti, eppure tutti, non esclusi i diavoli delle Scritture, che «credono e tremano», ne hanno una. Ma la coscienza di Claggart, semplice avvocato della sua volontà, trasformava inezie in orchi, probabilmente ragionando che il motivo attribuito a Billy nel rovesciare la minestra proprio in quel momento, insieme ai presunti epiteti, tutto questo, in mancanza d'altro, costituiva una grave accusa a suo carico, anzi giustificava l'animosità, facendone una specie di giustizia retributiva. Il fariseo è il Guy Fawkes che si aggira in cerca di preda negli oscuri meandri che sottendono nature come Claggart. Sono uomini che non riescono a concepire una malvagità non reciproca. Probabilmente la persecuzione clandestina di Billy da parte del maestro d'armi aveva avuto inizio per metterne alla prova l'indole, ma senza riuscire a sviluppare in lui alcuna reazione che l'avversione potesse usare in forma ufficiale o pervertire in una plausibile autogiustificazione. Sicché l'incidente della mensa, per quanto insignificante, fu benvenuto a quella particolare coscienza destinata a essere il privato mentore di Claggart; quanto al resto, non è improbabile che l'abbia indotto a fare nuovi esperimenti.

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XIV

Non molti giorni dopo l'ultimo incidente narrato accadde a Billy Budd qualcosa che lo mise a disagio come non era mai avvenuto prima.

Era una notte tiepida per quella latitudine; il gabbiere che, a dire il vero, in quel momento avrebbe dovuto essere di guardia sottocoperta, sonnecchiava sul ponte superiore dove era salito lasciando l'amaca caldissima, una delle varie centinaia sospese in un ponte inferiore di batteria così vicine e incastrate insieme clic di spazio perché dondolassero ce n'era poco o niente. Se ne stava disteso quasi fosse all'ombra di una collina, allungato al riparo dei boma, un crinale di alberature di ricambio a mezza nave fra l'albero di trinchetto e l'albero di maestra, dove era stivata la lancia, la più grande scialuppa della nave. Insieme a tre altri venuti da sotto per dormire, Billy giaceva presso quell'estremità del boma, che è prossima all'albero di trinchetto. Quando era di servizio come gabbiere, stava proprio.sopra il ponte di coperta degli uomini di prua; aveva quindi il diritto, secondo la consuetudine, di sentirsi più o meno a casa sua in quei paraggi.

All'improvviso fu tratto dal torpore da qualcuno che gli toccava la spalla, probabilmente dopo essersi accertato che gli altri dormissero. Quando il gabbiere alzò la testa, costui gli sussurrò nell'orecchio in un rapido bisbiglio: «Vattene alla svelta alle catene di prua sottovento, Billy; c'è qualcosa nell'aria. Non parlare. Presto. Arrivederci là», e scomparve.

Ora Billy, come molti uomini essenzialmente buoni, aveva alcune debolezze inseparabili da un'indole essenzialmente buona, e fra queste c'era una riluttanza, quasi un'incapacità, a dire un chiaro e netto no a una proposta improvvisa, non palesemente assurda all'apparenza, né palesemente ostile o iniqua. Ed essendo di sangue caldo, non aveva la flemma di rifiutarla restandosene inerte. La sua percezione del disonesto e innaturale raramente era, al pari del suo senso della paura, una reazione pronta. In quella particolare occasione, inoltre, lo avvolgeva ancora il torpore del sonno.

Comunque fosse, alzatosi meccanicamente, chiedendosi assonnato che cosa ci fosse nell'aria, si recò nel luogo stabilito, una stretta piattaforma, una delle sei, all'esterno delle grandi murate, nascosta dalle grandi bigotte e dalle molteplici cime incolonnate delle vele e delle sartie, commisurate all'ampiezza dello scafo in una grande nave da guerra di quei tempi; in breve, un balcone incatramato sospeso sull'acqua e così appartato che un marinaio della Bellipotent, un vecchio di indole grave e di fede Nonconformista, ne faceva perfino di giorno il proprio oratorio privato.

In questo angolino discreto lo sconosciuto ben presto raggiunse Billy Budd. Non c'era ancora la luna; la foschia oscurava la luce delle stelle. Non riusciva a distinguere con chiarezza il volto dello sconosciuto. Tuttavia per qualcosa nei suoi tratti e nel suo portamento, Billy lo prese, e a ragione, per uno del ponte di poppa.

«Ssst, Billy», disse l'uomo con lo stesso bisbiglio rapido e cauto di prima. «Sei stato arruolato a forza, vero? Beh, anch'io», e tacque quasi a sottolineare l'effetto. Ma Billy, non sapendo con precisione che pensare, rimase in silenzio. E l'altro: «Non siamo i soli a essere stati arruolati a forza, Billy. Ce n'è una banda di noi. Non potresti... aiutarci... in caso di bisogno?».

«Che vuoi dire?», chiese Billy scuotendosi infine dalla sonnolenza.

«Ssst, ssst!», il rapido sussurro si fece roco. «Guarda qui», e l'uomo tirò su due piccoli oggetti che avevano un fioco bagliore nella luce notturna, «guarda, sono tuoi, Billy, se soltanto tu...».

Ma Billy lo interruppe e nella furia indignata di sfogarsi si intromise in qualche modo il suo difetto vocale. «D...d...dannazione, non so che cosa hai in m...m...mente o cosa vuoi, ma t...t...tornatene al tuo posto, è meglio!». Per un attimo l'uomo, confuso, non si mosse, e Billy, saltando in piedi, disse: «Se non te ne v...v...vai, ti b...b...butto oltre il parapetto!». Non c'era da sbagliarsi, e il misterioso emissario sloggiò sparendo in direzione dell'albero maestro all'ombra dei boma.

«Ehi! Che succede?», venne il grugnito di un gabbiere sul ponte, svegliato nel sonno dalla voce vibrante di Billy. E quando quest'ultimo comparendo venne riconosciuto: «Ah, bellezza, sei tu? Beh, deve essere successo qualcosa perché tu bal...bal...balbettavi».

«Oh», rispose Billy dominando ormai il difetto, «ho trovato nella nostra parte della nave uno della guardia di poppa e gli ho detto di tornarsene al suo posto».

«Tutto qui quello che hai fatto, gabbiere?», chiese burbero un altro, un vecchio irascibile dal volto e dalla chioma color mattone, conosciuto ai compagni gabbieri del castello di prua come Pepe Rosso. «Quei serpenti vorrei vederli sposati con la figlia del cannoniere!», intendendo con tale espressione il desiderio di vederlo sottoposto alla punizione disciplinare sopra un cannone.

La spiegazione di Billy, tuttavia, rispondeva in modo plausibile a quei curiosi dando ragione del breve scompiglio, perché di tutti i settori di una nave i gabbieri di prua, veterani per la maggior parte e bigotti nei loro pregiudizi di mare, sono i più suscettibili a risentirsi di sconfinamenti territoriali, soprattutto da parte di quelli della guardia di poppa, dei quali hanno una pessima opinione - gente di terra in gran parte, che non sale mai in coffa se non per terzarolare o ammainare la vela di maestra, e - dicono - del tutto incapaci di maneggiare un punteruolo per funi o girare una bigotta.

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XV

L'incidente lasciò Billy dolorosamente perplesso. Era un'esperienza del tutto nuova, la prima volta nella vita che gli capitava di essere avvicinato di persona in una forma torbida e furtiva. Prima di questo incontro non sapeva nulla del marinaio della guardia di poppa, in quanto i due uomini stavano in posti lontani fra loro, uno a prora e in coffa, l'altro a poppa e sul ponte.

Che cosa significava? E potevano davvero essere ghinee i due oggetti luccicanti che l'intruso gli aveva messo sotto gli occhi? Dove poteva trovarle le ghinee quel tipo? Diamine, nemmeno di bottoni di ricambio c'è abbondanza in navigazione. Più ci rimuginava, più era perplesso, turbato, sgomento. Nel ritrarsi disgustato davanti a una proposta di oscuro significato, ma che d'istinto percepiva malvagia, Billy Budd era come un cavallo giovane che, fresco di pascolo, respiri l'orribile zaffata di una fabbrica chimica e con sbuffi ripetuti cerchi di ricacciarla dalle narici e dai polmoni. Questo stato d'animo sbarrava la strada a ogni desiderio di altri incontri con quel tipo, nemmeno per avere lumi sul.perché lo avesse avvicinato. Eppure aveva la curiosità naturale di vedere che aspetto avesse in pieno giorno l'uomo che lo aveva accostato nelle tenebre.

Lo scorse il pomeriggio successivo, nel primo quarto di guardia, uno degli uomini intenti a fumare su quella parte avanzata del ponte superiore di batteria dove è permessa la pipa. Lo riconobbe per la sagoma e la corporatura più che per la faccia tonda e lentigginosa, gli occhi vitrei di un azzurro chiaro, velati da ciglia quasi bianche. Eppure Billy non era del tutto certo che fosse lui: un tipo della sua età circa, che chiacchierava e rideva spensierato, appoggiato al cannone; un ragazzo abbastanza simpatico a guardarlo, e un po' scervellato all'aspetto. Troppo paffuto per un marinaio, sia pure della guardia di poppa. In breve l'ultimo uomo al mondo, si sarebbe detto, a essere oppresso da pensieri, soprattutto da quei pensieri pericolosi, che di necessità appartengono ai cospiratori in ogni impresa seria e perfino ai tirapiedi di tali cospiratori.

Sebbene Billy non ne fosse consapevole, l'uomo, con una rapida occhiata in tralice, lo aveva scorto per primo e, notando che Billy lo guardava, gli fece un cenno amichevole di riconoscimento come a una vecchia conoscenza, senza interrompere quello che stava dicendo con il gruppo dei fumatori. Uno o due giorni dopo, capitandogli di passare accanto a Billy durante la passeggiata serale sul ponte di batteria, gli lanciò al volo una parola amichevole, per così dire, che, inaspettata e ambigua in quelle circostanze, imbarazzò Billy a tal punto che, non sapendo come reagire, la lasciò cadere.

Billy era adesso più smarrito che mai. L'inutile rimuginio cui era stato trascinato gli era così sgradevolmente estraneo che fece del suo meglio per soffocarlo. Non gli passò mai per la mente che si trattasse di una faccenda molto ambigua, e che da leale marinaio gli incombesse il dovere di riportarla nella giusta sede. E, con ogni probabilità, se mai gli fosse stato suggerito di farlo, ne sarebbe stato trattenuto dal pensiero, tipico della magnanimità della recluta, che quel passo avrebbe avuto troppo il sentore di uno sporco lavoro da spia. Tenne la cosa per sé. Una volta, tuttavia, cedendo forse all'influsso di una notte densa di profumi, mentre la nave si cullava nella bonaccia, non poté trattenersi dallo sgravarsi un po' l'animo parlandone al vecchio danese. I due, in silenzio per lo più, se ne stavano seduti sul ponte, con la testa appoggiata alle murate. Ma il racconto di Billy fu frammentario e anonimo, riluttante a rivelare ogni cosa per gli scrupoli riportati sopra. Nel sentire la versione di Billy, il saggio danese parve indovinare più di quanto gli veniva detto, e dopo una breve riflessione, durante la quale le sue rughe sembrarono raggrinzirsi tutte in un solo punto, cancellando per un attimo quell'espressione canzonatoria che a volte aveva il suo volto, disse: «Non te l'avevo detto, Baby Budd?»

«Detto cosa?», chiese Billy.

«Caspita, che Piè-di-porco ti sta addosso».

«Che c'entra Piè-di-porco con quello strambo della guardia di poppa?», replicò Billy stupito.

«Ah, uno della guardia di poppa! Un burattino, un burattino!». E con tale esclamazione - chissà se dettata dalla lieve folata che proprio in quel momento si levò dal mare calmo, o da un più sottile rapporto con l'uomo della guardia di poppa - il vecchio Merlino con i denti anneriti torse e strappò un pezzo di tabacco, senza elargire una risposta all'impetuosa domanda di Billy, sebbene gli venisse ripetuta, perché era sua abitudine ricadere in un cupo silenzio quando veniva interrogato in tono scettico in merito a uno dei suoi sentenziosi oracoli, non sempre chiari, anzi partecipi di quella oscurità che avvolge quasi tutti i responsi delfici, non importa da quale oracolo vengano.

La lunga esperienza aveva molto probabilmente portato quel vecchio a un'amara prudenza, che non interferisce mai in nulla e mai dà consiglio.

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XVI

Sì, malgrado la succinta insistenza del vecchio danese, convinto che in fondo a quelle strane esperienze di Billy a bordo della Bellipotent ci fosse il maestro d'armi, il giovane marinaio era pronto ad attribuirle a tutti tranne all'uomo che, per dirla con le sue parole, «aveva sempre una parola gentile» per lui. C'è di che rimanere stupiti. Eppure neanche tanto. Ci sono marinai che perfino in età matura rimangono ingenui in certe faccende. Ma un giovane navigatore con l'indole del nostro atletico gabbiere è un bambino sotto molti punti di vista. Ma l'assoluta innocenza del bambino non è altro che totale ignoranza, e l'innocenza più o meno si affievolisce a mano a mano che si sviluppa l'intelligenza. In Billy, invece, l'intelligenza, così com'era, era cresciuta, mentre era rimasta per lo più inalterata la semplicità d'animo. L'esperienza è davvero maestra, ma gli anni di Billy la limitavano. Non possedeva inoltre neanche un granello di quella conoscenza intuitiva del male che nelle nature non buone, o non del tutto tali, anticipa l'esperienza, e pertanto appartiene, come in taluni casi vi appartiene fin troppo chiaramente, anche alla giovinezza.

Che poteva sapere Billy dell'uomo, se non dell'uomo come marinaio? E il marinaio di vecchio stampo, l'autentico lupo di mare, il marinaio che ha cominciato da ragazzo, sebbene della stessa specie dell'uomo di terra, per molti versi vi si discosta. L'uomo di mare è schietto, l'uomo di terra è sottile. Per il marinaio la vita non è un gioco che richiede acutezza, no