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Indice:

 

"La Bella e la Bestia", di Jeanne Marie Leprince de Beaumont

 

"Hänsel e Gretel", di Jacob e Wilhelm Grimm

 

"Rikki-tikki-tawi", di Rudyard Kipling

 

"La Metamorfosi", di Franz Kafka

 

"La Sentinella", di Fredric Brown

 

"Il Colombre", di Dino Buzzati

 

 

La Bella e la Bestia

di Jeanne Marie Leprince de Beaumont

(1711-1780)

 

C’era una volta un mercante che era ricco sfondato. Aveva sei figliuoli, tre maschi e tre femmine; e siccome era un uomo che sapeva il vivere del mondo, non risparmiò nulla per educarli e diede loro ogni sorta di maestri. Le sue figlie erano bellissime: la minore soprattutto era una meraviglia, e da piccola la chiamavano la bella bambina, e di qui le rimase il soprannome di Bella, che fu poi cagione di gran gelosia per le sue sorelle.

Questa figlia minore, oltre a essere la più bella, era anche la più buona delle altre.

Le due maggiori, essendo ricche, erano molto superbe; si davano l’aria di grandi signore, e non gradivano la compagnia delle figlie degli altri negozianti, ma se la dicevano soltanto col nobilume. Andavano dappertutto: ai balli, alle commedie, alle passeggiate; e prendevano in giro la sorella minore, perché spendeva una gran parte del suo tempo nella lettura dei buoni libri.

E poiché si sapeva che erano molto ricche, parecchi negozianti, di quelli grossi davvero, le chiesero in mogli; ma la maggiore e la seconda dissero chiaro e tondo che non si sarebbero mai maritate, se non fosse capitato loro un Duca o a dir poco un Conte.

La Bella (oramai vi ho detto che questo era il suo nome), la Bella, dunque, ringraziò con molta buona maniera coloro che volevano sposarla: e disse che era troppo giovane e che voleva tener compagnia ancora per qualche anno al suo genitore. Ma ecco che tutto a un tratto il mercante fece un gran fallimento e non gli rimase altro che una piccola casa assai lontana dalla città. Disse allora ai suoi figli, colle lacrime agli occhi, che bisognava rassegnarsi e andare ad abitare in quella casetta, dove, mettendosi tutti a fare i contadini, avrebbero potuto campare e tirare avanti. Le due ragazze più anziane, però, risposero che non volevano saperne nulla di lasciare la città, dove avevano molti corteggiatori, ai quali non sarebbe parso vero di poterle sposare anche senza un soldo di dote.

Ma le povere figliuole s’ingannavano di grosso, perché invece, quando furono povere, tutti i loro innamorati girarono a largo. E siccome, a causa della loro superbia, non erano ben viste, cosi dicevano tutti: “Non meritano compassione: è giusto che abbiano dovuto ripiegare le corna; che vadano, ora, a far le gran signore dietro le pecore e i montoni!” Ma al tempo stesso tutti dicevano: “Quanto alla Bella, ci rincresce proprio della sua disgrazia: è una gran buona figliuola! è così alla mano coi poveri, e tanto amorosa e gentile!”

Ci furono parecchi gentiluomini che la volevano sposare, sebbene non avesse più un soldo di dote: ma ella disse che non sapeva risolversi a lasciare il suo povero padre nella disgrazia, e che sarebbe andata con lui fra i campi, per consolarlo e dargli una mano nelle fatiche.

La povera Bella, da principio, era rimasta molto male dell’aver perduto ogni ben di fortuna; ma poi si consolò col dire fra sé e sé: “Quand’anche mi struggessi dal pianto, non varrebbe a farmi riscattare quel che ho perso: dunque è meglio cercare di essere felici, anche senza un centesimo in tasca.”

Appena arrivati alla casa di campagna, il mercante e le sue tre figlie si dettero subito a lavorare i campi. La Bella si alzava la mattina alle quattro, avanti giorno, e si dava il pensiero di ripulir la casa e di preparare la colazione e il desinare per la famiglia. Sulle prime ci pativa un poco, perché non era avvezza a strapazzarsi come una serva: ma in capo a due mesi si fece più robusta e, faticando tutto il giorno, acquistò una salute di ferro. Quando aveva finite le sue faccende, si metteva a leggere o a suonare la spinetta: o anche canterellava e filava.

Le sue sorelle, invece, s’annoiavano da non averne idea: si levavano alle dieci della mattina, girellavano tutto il giorno e trovavano una specie di svago a rimpiangere i bei vestiti e la bella società di una volta. “Guarda un po’,” dicevano fra loro, “come è stupida la nostra sorella minore: e che caratteraccio volgare! È contenta come una pasqua di trovarsi nella sua disgraziata condizione!...”

Ma il buon mercante non la pensava così. Egli sapeva che Bella aveva molto più garbo delle sue sorelle a fare spicco in società: e ammirava la virtù di questa giovinetta e specialmente la sua forza d’animo; perché bisogna sapere che le sue sorelle, non contente di buttare addosso a lei tutte le faccende di casa, la punzecchiavano continuamente con mille parole insolenti.

Era trascorso un anno dacché questa famiglia viveva lontana dalla città, quando il mercante ebbe una lettera nella quale gli si diceva che un bastimento, carico di mercanzie di sua proprietà, era arrivato felicemente! Ci mancò poco che questa notizia non facesse dar di volta al cervello alle due ragazze maggiori, le quali speravano così di poter lasciare la campagna, dove morivano dalla noia: e quando videro il padre sul punto di partire, lo pregarono che portasse loro dei vestiti, delle mantelline, dei cappellini e altri gingilli di moda. Mentre la Bella non gli chiese nulla, perché aveva già capito che tutto il guadagno delle merci arrivate non sarebbe bastato a contentare i capricci delle sue sorelle.

“E tu non vuoi che ti compri nulla?” le disse suo padre.

“Poiché siete tanto buono da pensare a me,” ella rispose, “fatemi il piacere di portarmi una rosa.”

Ciò non vuol dire che alla Bella premesse la rosa: ma lo fece, per non criticare col suo esempio la condotta delle sorelle; le quali avrebbero detto che non chiedeva nulla, per farsi distinguere e dar nell’occhio.

Il buon uomo partì, ma appena giunto, ebbe a sostenere un processo a causa delle sue mercanzie: e, dopo mille seccature, se ne tornò indietro più povero di prima.

Gli restavano da fare non più di trenta miglia per arrivare a casa, e già si consolava al pensiero di rivedere la sua famigliola; ma dovendo traversare un gran bosco, si smarrì e perdé la strada. La neve fioccava da far paura, e soffiava un vento così strapazzone, che lo gettò per due volte giù da cavallo. Venuta la notte, egli cominciò a credere di dover morire o di fame e di freddo, o divorato dai lupi, che si sentivano urlare a poca distanza. Quando a un tratto, nel voltar l’occhio verso il fondo di una lunga sfilata d’alberi, vide una gran fiamma che pareva lontana lontana. S’avviò da quella parte, e poté distinguere che quella luce usciva da un gran palazzo, che era tutto illuminato. Il mercante ringraziò il cielo del soccorso mandatogli e si affrettò per giungere a questo castello; ma rimase grandemente stupito di non trovarci anima viva.

Il suo cavallo, che gli andava dietro, avendo visto una bella scuderia aperta, entrò dentro; e trovatovi fieno e biada, il povero animale, che moriva di fame, vi si buttò sopra con grandissima avidità. Il mercante lo legò alla greppia: e s’avviò verso la casa, dove non trovò nessuno. Ma, entrato che fu in una gran sala, vi trovò un bel fuoco acceso, una tavola apparecchiata e molte pietanze: ma c’era una posata sola.

Essendo bagnato fino al midollo dell’ossa, per la neve e la molt’acqua che aveva preso, si avvicinò al fuoco per asciugarsi, dicendo fra sé: “Il padrone di casa e i suoi domestici mi scuseranno per la libertà che mi prendo! Sono sicuro che staranno poco ad arrivare.”

Aspetta, aspetta e nessuno veniva: finché suonarono le undici e ancora non s’era visto alcuno. Allora, non potendo più resistere, dalla gran fame prese un pollastro e, tremando dalla paura, lo mangiò in due bocconi. Poi bevve anche qualche sorso di vino e, messo sù un po’ di coraggio, uscì dalla sala e attraversò molti appartamenti splendidamente tappezzati e ammobiliati. Alla fine trovò una camera dove c’era un buon letto: e poiché era mezzanotte suonata e si sentiva stanco morto, prese la decisione di chiuder l’uscio e di coricarsi.

La mattina dopo si svegliò verso le dieci: e figuratevi come rimase, quando trovò un vestito molto decente nel posto dove aveva lasciato il suo, che era tutto logoro e cascava a pezzi.

“Si vede bene,” egli disse, “che in questo palazzo ci sta di casa qualche buona fata, che si è mossa a compassione di me.”

Si affacciò alla finestra e non vide più un filo di neve, ma pergolati di bellissimi fiori, che innamoravano soltanto a guardarli. Ritornò nella gran sala, dove la sera avanti aveva cenato, e vide una piccola tavola, con sopra una chicchera e un vaso di cioccolata.

“Grazie tante,” diss’egli a voce alta, “grazie tante, signora fata, della gentilezza d’aver pensato alla mia colazione.”

Il buon uomo, quand’ebbe preso la cioccolata, uscì per andare dal suo cavallo; e passando sotto un pergolato di rose, si ricordò che la Bella gliene aveva chiesta una, e staccò un tralcio dove ce n’erano parecchie bell’e sbocciate. Ma in quel punto stesso sentì un gran rumore e vide venirsi incontro una bestia così spaventosa, che ci mancò poco che non cascasse svenuto:

“Voi siete molto ingrato,” disse la Bestia, con una voce da far rabbrividire, “vi ho salvato la vita accogliendovi nel mio castello, e in cambio voi mi rubate le mie rose, che è per l’appunto la cosa che io amo soprattutto in questo mondo. Per riparare al mal fatto non vi resta altro che morire: vi do tempo un quarto d’ora per chiedere perdono a Dio.”

Il mercante si gettò in ginocchio e a mani giunte prese a dire alla Bestia:

“Monsignore, perdonatemi: non credevo davvero di offendervi cogliendo una rosa per una delle mie figlie, che me l’aveva domandata.”

“Non mi chiamo Monsignore,” rispose il mostro, “ma Bestia. I complimenti non fanno per me; io voglio che ognuno parli come la pensa: per cui non vi mettete in capo d’intenerirmi colle vostre moine. Mi avete detto che avete delle figliuole: ebbene, io potrò perdonarvi a patto che una di codeste figliuole venga qui a morire volontariamente al posto vostro. Non una parola di più; partite, e nel caso che le vostre figlie ricusassero di morire per voi, giurate che entro tre mesi ritornerete.”

Quel pover’uomo non aveva punta intenzione di sacrificare alcuna delle sue figlie al brutto mostro, ma pensò dentro di sé: “Non foss’altro, avrò almeno la consolazione di poterle abbracciare un’altra volta.”

Giurò di tornare, e la Bestia gli disse che poteva partire a piacer suo. “Ma non voglio,” soggiunse, “che tu debba andartene con le mani vuote. Ritorna nella camera dove hai dormito; ci troverai un gran baule vuoto; ché io penserò a fartelo portare fino a casa.”

Detto questo, la Bestia se ne andò, e il buon uomo disse fra sé e sé: “Almeno, se ho da morire, potrò lasciare un boccon di pane a’ miei poveri ragazzi.”

E tornò nella camera dove aveva dormito, e avendovi trovato delle monete d’oro in gran quantità, ne empì il baule, di cui gli aveva parlato la Bestia: quindi lo chiuse e, ripreso il cavallo lasciato nella scuderia, uscì dal palazzo con tanto malessere addosso, quanta era la gioia con la quale vi era entrato. Il cavallo prese da sé uno dei viottoli della foresta, e in poche ore il buon uomo arrivò alla sua casetta. I suoi figli gli furono tutti d’intorno: ma invece di mostrarsi lieto alle loro carezze, il mercante li guardava e gli cascavano i lacrimoni dagli occhi. Egli aveva in mano il tralcio di rose, che portava a Bella: e nel darglielo, disse: “Bella, pigliate queste rose: ma costeranno molto care al vostro povero padre!” E così raccontò alla famiglia il brutto caso che gli era capitato.

A quella storia le due sorelle maggiori si misero a berciare e dissero mille cosacce a Bella, la quale non piangeva né punto né poco.

“Ecco le conseguenze,” esse dicevano, “dell’orgoglio di questa monella: perché anche lei non fece come noi e non chiese dei vestiti? Nient’affatto! la signorina voleva distinguersi. E ora è lei la cagione della morte di suo padre e non se ne fa né in qua né in là!”

“Sarebbe inutile,” soggiunse Bella; “perché dovrei piangere la morte di mio padre? Egli non morirà, perché il mostro si contenta di accettare in cambio una delle sue figlie; io voglio mettermi in balìa del suo furore: e sono molto felice, perché così potrò avere la contentezza di salvare il padre mio e di provargli il gran bene che gli ho sempre voluto.”

“No, sorella mia,” le dissero i suoi tre fratelli, “tu non morirai: noi andremo a trovare il mostro, e periremo sotto i suoi colpi, se non saremo buoni ad ucciderlo.”

“Non lo sperate, ragazzi miei,” disse loro il mercante, “la potenza di questa Bestia è così sterminata, che non c’è caso di poterla uccidere. Mi fa una vera consolazione il buon cuore di Bella: ma non voglio mandarla a morire. Io son vecchio; non mi resta che poco tempo da vivere; così, male che vada, posso scorciarmi di qualche anno la vita; cosa che non rimpiango punto, perché lo faccio per amor vostro, miei cari figliuoli.”

“Vi do la mia parola, padre mio,” disse Bella, “che voi non andrete a quel palazzo, senza di me: voi non mi potete impedire di seguirvi. Sebbene giovane, io non sono molto attaccata alla vita, e preferisco esser divorata da quel mostro, che morire dalla pena che mi farebbe la vostra perdita.”

Ebbero un bel dire, ma la Bella volle a ogni costo partire anche lei per il palazzo del mostro; e alle sorelle non parve vero, perché si rodevano di gelosia per le belle doti della sorella minore.

Il mercante era così stonato dal dolore di dover perdere la figlia, che non gli passò per il capo neppure il baule che egli aveva riempito di monete d’oro. Ma appena fu in camera, restò grandemente stupito di trovarlo al piè del letto. Risolvette di non dir nulla in casa di essere diventato ricco, per paura che le figlie si mettessero in testa di voler tornare in città, mentre egli aveva fatto conto di voler morire in quella campagna. Peraltro confidò il segreto a Bella, la quale gli raccontò che nel tempo che era stato lontano, alcuni gentiluomini erano venuti per casa; e che, fra questi, ve n’erano due che amoreggiavano con le sue sorelle. Si raccomandò al padre che le maritasse; perché ella era tanto buona di cuore, che le amava tutte e due, e perdonava loro tutto il male che le avevano fatto.

Quelle due cattive si strofinarono gli occhi colla cipolla per farsi venire i lucciconi, quando Bella partì con suo padre; ma i fratelli piangevano davvero: e anche il mercante. La sola che non piangesse era Bella, la quale non voleva inciprignire il dolore di tutti gli altri.

Il cavallo prese la via del palazzo, e sul far della sera cominciarono di lontano a vederlo illuminato, tale e quale come la prima volta. Il cavallo andò da sé solo nella scuderia: e il buon uomo entrò con sua figlia nella gran sala, dove trovarono una gran tavola magnificamente apparecchiata per due. Il mercante non sapeva da che verso rifarsi per mangiare; ma la Bella, sforzandosi di parer tranquilla, si mise a tavola e lo servì; poi diceva dentro di sé:

“Capisco bene che la Bestia vuole ingrassarmi prima di far di me un boccone! me n’accorgo dalla maniera in cui mi tratta.”

Quand’ebbero cenato, udirono un gran fracasso, e il mercante, con le lacrime agli occhi, disse addio alla sua povera figlia, perché sapeva che la Bestia era lì lì per arrivare.

La Bella, alla vista di quell’orribile figura, sentì fare un cavallone al sangue: ma s’ingegnò di non darlo a divedere: e quando il mostro le domandò s’era venuta da lui volentieri, rispose con voce tremante di sì.

“Davvero siete molto buona,” disse la Bestia, “e io vi sono riconoscentissimo. Buon uomo! domani partirete, e Dio vi guardi dal tornare in questo luogo. Addio, Bella.”

“Addio, Bestia,” ella rispose.

E il mostro sparì.

“Oh ! figlia mia,” disse il mercante abbracciandola e baciandola, “io son mezzo morto dalla paura. Fai a modo mio: lasciami morir qui.”

“No, padre mio,” rispose la Bella con fermezza, “voi partirete domani mattina, e mi abbandonerete all’aiuto del Cielo. Il Cielo forse avrà compassione di me!...”

Andarono a letto con l’idea che in tutta la notte non sarebbero stati buoni a chiudere un occhio, ma invece, appena si furono coricati nei loro letti, si addormentarono come ghiri. E la Bella vide in sogno una Regina, la quale le disse:

“O Bella, io son contenta del vostro buon cuore. La nobile azione che fate, dando la vita per quella di vostro padre, non rimarrà senza premio.”

Quando la Bella si svegliò, raccontò il sogno a suo padre; ma sebbene questa cosa lo rinfrancasse un poco, non bastò peraltro a trattenerlo dal dare in grandissimi pianti, quando gli fu forza staccarsi dalla sua figlia adorata.

Partito che fu, la Bella andò a sedersi nella gran sala, e anche lei cominciò a piangere; ma, essendo molto coraggiosa, si raccomandò a Dio e fece conto di non darsi tanto alla disperazione, per quel poco di tempo che le restava ancora da vivere: perché ella credeva fermamente che la Bestia sarebbe venuta a mangiarla nella serata.

Intanto, mentre aspettava, pensò bene di girare e di visitare il castello, del quale non poteva non ammirare le grandi bellezze. E figuratevi se rimase a bocca aperta, quando vide una porta sulla quale c’era scritto: “Appartamento della Bella”. Aprì in fretta e in furia questa porta e fu abbagliata dalle magnificenze che vi erano dentro; ma ciò che maggiormente la colpì, fu la vista di una gran biblioteca, di un clavicembalo e di molti quaderni di musica.

“Si vede proprio che non vogliono che io mi annoi,” disse fra sé e sé; quindi pensò: “Se io dovessi albergare qui un giorno solamente, non mi avrebbero ammannito tutte queste belle cose”.

Questo pensiero rianimò il suo coraggio. Ella aprì la biblioteca e vide un libro sul quale era scritto a lettere d’oro: “Desiderate e comandate; voi siete qui signora e padrona!...”.

“Meschina me!” diss’ella. “Io non ho altro desiderio che di vedere il mio povero padre e di sapere che cos’è di lui in questo momento!”

Queste parole le aveva dette dentro di sé, ma quale non fu il suo stupore quando, gettando gli occhi sopra uno specchio, vi mirò la sua casa, e per l’appunto in quel momento in cui vi giungeva suo padre con un viso da far pietà. Le sue sorelle gli andavano incontro; e malgrado le smorfie che facevano per parere afflitte, mostravano sul viso e a fior di pelle la contentezza provata per la perdita della loro sorella.

Dopo un minuto sparì ogni cosa, ma la Bella non poté far di meno di pensare che la Bestia era molto compiacente, e che non aveva nulla da temere da ella.

A mezzogiorno trovò la tavola bell’e apparecchiata: e durante il pranzo udì un’eccellente musica, senza che potesse vedere alcuno. Ma la sera, mentre stava per mettersi a tavola, sentì il fracasso che faceva la Bestia e fu presa da un tremito di paura:

“Bella,” le disse il mostro, “siete contenta che io stia a vedervi mentre cenate?”

“Non siete voi il padrone?” rispose la Bella, tremando.

“No,” replicò la Bestia, “qui non c’è altri padroni che voi; se vi sono importuno, non dovete far altro che dirmelo e me ne andrò subito. Ditemi una cosa: non è vero che io vi sembro molto brutto?”

“È vero, sì,” rispose Bella, “perché io non sono avvezza di dire una cosa per un’altra; peraltro vi credo buonissimo di cuore.”

“Avete ragione,” disse il mostro, “ma oltre all’essere brutto io non ho punto spirito, e so benissimo d’essere una Bestia.”

“Non è mai una Bestia,” rispose Bella, “colui che crede di non avere spirito. Gli imbecilli non arriveranno mai a capire questa cosa.”

“Sù, dunque, mangiate, Bella,” le disse il mostro, “e cercate tutti i mezzi per non annoiarvi, nella vostra casa: perché tutto quello che vedete qui, è roba vostra: e io sarei mortificato se non vi sapessi contenta.”

“Voi avete molta bontà per me,” disse la Bella, “e sono contentissima del vostro cuore: quando ci penso non mi sembrate nemmeno tanto brutto.”

“Oh! per questo,” rispose la Bestia, “il cuore è buono: ma io sono un mostro!”

“Conosco degli uomini che sono più mostri di voi,” disse Bella, “e quanto a me, mi piacete più voi, con codesta vostra figura, di tant’altri che, sotto l’aspetto d’uomo, nascondono un cuore falso, corrotto e sconoscente.”

“Se avessi un po’ di spirito,” disse la Bestia, “farei un complimento per ringraziarvi: ma io sono uno stupido; e tutto quel che posso dirvi è che vi sono obbligato.”

La Bella cenò di buon appetito. Ella non aveva quasi più paura del mostro; ma fu lì lì per morire di spavento, quando egli le disse: “Bella, volete esser mia moglie?”.

Ella stette un po’ di tempo senza rispondere: aveva paura di svegliare la collera del mostro con un rifiuto; a ogni modo disse con voce tremante:

“No, Bestia.”

A questa risposta il povero mostro volle mandar fuori un sospiro e gli venne fatto un sibilo così spaventoso, che ne rintronò tutto il palazzo. Ma la Bella fu presto rassicurata, perché la Bestia, dopo averle detto: “Addio, dunque, Bella,” uscì dalla camera voltandosi indietro tre o quattro volte per poter ancora vederla.

Quando la Bella fu sola cominciò a sentire una gran compassione per la povera Bestia, e diceva: “Che peccato che sia così brutta, mentre sarebbe tanto buona!”

La Bella, per tre mesi, menò in questo palazzo una vita abbastanza tranquilla. Tutte le sere la Bestia andava a farle visita, e durante la cena si tratteneva con lei, facendo mostra di molto buon senso, ma giammai di ciò che si chiama spirito fra le persone del bel mondo. Ogni giorno che passava, la Bella scopriva nuovi pregi nel mostro. A furia di vederlo, aveva fatto l’occhio alle sue bruttezze, e invece di temere il momento della sua visita, ella guardava spesso l’orologio per vedere quanto mancava alle nove, perché la Bestia a quell’ora era sempre precisa.

Una sola cosa metteva di mal umore la Bella; ed era che tutte le sere, prima di andare a letto, il mostro le domandava se voleva essere sua moglie, e rimaneva mortificatissimo quand’ella rispondeva di no.

Ella disse un giorno: “Voi mi fate una gran pena, Bestia; vorrei poter sposarvi, ma sono troppo sincera per darvi a sperare una cosa che non sarà mai. Io sarò sempre vostra buon’amica. Contentatevi di questo”.

“Per forza!” rispose la Bestia. “Io son giusto. Io so che sono orrendo; ma vi voglio un gran bene. A ogni modo, io mi chiamerò abbastanza fortunato se vi adatterete a restar qui: promettetemi che non mi lascerete mai.”

La Bella a queste parole fece il viso rosso. Ella aveva visto nello specchio che suo padre era malato dal dolore di averla perduta, e desiderava rivederlo. “Io potrei benissimo promettervi,” diss’ella alla Bestia, “di non lasciarvi più per sempre; ma mi struggo tanto di rivedere il padre mio, che morirei di crepacuore se mi rifiutaste questo piacere.”

“Vorrei piuttosto morire,” disse il mostro, “che darvi un dispiacere; io vi manderò da vostro padre: voi resterete con lui, e la vostra Bestia morirà di dolore.”

“No,” rispose la Bella, piangendo, “io vi voglio troppo bene per essere cagione della vostra morte. Vi prometto di ritornare fra otto giorni. Mi avete fatto vedere che le mie sorelle sono maritate e che i miei fratelli sono partiti per l’armata. Il mio povero padre è rimasto solo; lasciatemi almeno una settimana con lui.”

“Domattina ci sarete!” disse la Bestia “Ma ricordatevi delle vostre promesse... Quando vorrete tornare, non dovete far altro che posare il vostro anello sopra la tavola nell’andare a letto. Addio, Bella.”

La Bestia, mentre parlava così, sospirò secondo il suo uso solito, e la Bella andò a letto, tutta dispiacente di avergli dato questo dolore.

Quando si svegliò la mattina dopo, si trovò in casa di suo padre; e avendo suonato il campanello accanto al letto, vide venire la serva, la quale cacciò un grand’urlo di sorpresa. Il buon uomo di suo padre, a quell’urlo, corse subito: nel rivederla, ci mancò poco non morisse dalla contentezza: e stettero abbracciati per più di un quarto d’ora.

Sfogate le prime tenerezze, la Bella pensò che non aveva vestiti per potersi alzare, ma la serva le disse di aver trovato nella stanza accanto un gran baule pieno di vestiti, tutti d’oro e ornati di brillanti.

La Bella ringraziò la buona Bestia delle sue attenzioni: scelse fra quei vestiti il meno vistoso e ordinò alla serva di riporre gli altri, dei quali intendeva fare un regalo alle sorelle: ma appena ebbe pronunziate queste parole, il baule sparì. Peraltro, suo padre avendole detto che la Bestia voleva che ella serbasse per sé ogni cosa, il baule ritornò al suo posto.

La Bella si vestì, e in questo mentre furono avvertite le sue sorelle, le quali corsero subito insieme ai cari mariti. Tutte e due avevano combinato molto male! La maggiore aveva sposato un gentiluomo, bello come un amore, ma tanto innamorato di sé, che dalla mattina alla sera non faceva altro che guardarsi allo specchio, senza curarsi né punto né poco della bellezza della moglie. La seconda aveva sposato un uomo che aveva molto spirito, ma se ne serviva soltanto per essere la disperazione di tutte le donne, cominciando da sua moglie.

Le sorelle di Bella quando la videro vestita come una Regina e bella come un occhio di sole, se non creparono dalla rabbia, fu un miracolo. Ella ebbe un bell’accarezzarle: nulla poté ammansire la loro gelosia; la quale anzi si accrebbe a cento doppi, quando raccontò quanto era felice. Le due invidiose scesero in giardino per potersi sfogare a piangere, e dicevano:

“O perché quella ragazzuccia è più fortunata di noi? Non siamo forse più graziose e più belle di lei?”

“Cara sorella”, disse la maggiore, “mi viene un’idea: facciamo di tutto per trattenerla qui per più di otto giorni; la sua stupida Bestia andrà sulle furie per la parola non mantenuta e forse la divorerà per castigarla.”

“Dici bene, sorella,” rispose l’altra, “ma perché la cosa riesca, bisogna cercare di ammaliarla con molte moine.”

Preso questo partito, risalirono in casa tutt’e due e cominciarono a fare tante e poi tante gentilezze alla sorella, che questa ne pianse di consolazione. Passati che furono gli otto giorni, le due sorelle si strapparono i capelli e diedero tali segni di disperazione per la partenza di lei, che ella finì col promettere di trattenersi altri otto giorni.

Intanto la Bella rimproverava a se stessa il dolore che stava per dare alla sua povera Bestia, che ella amava davvero e che ora era dispiacente di non poter vederla. La decima notte che ella passò in casa del padre, sognò di trovarsi nel palazzo e di vedere la Bestia distesa sull’erba, vicina a morire, e che le rinfacciava la sua ingratitudine.

Bella si destò tutt’a un tratto e pianse: “Non son io molto cattiva,” ella diceva, “di dare questo dispiacere a una Bestia, che è stata tanto buona con me? È colpa sua se è così brutta e se ha poco spirito? Ella è buona; e questo val più d’ogni cosa. Perché non ho io voluto sposarlo? Io sarei più felice con lui che le mie sorelle coi loro mariti. Non è la bellezza né lo spirito di un marito che rendono felice una donna; ma la bontà del carattere, la virtù e le buone maniere: e la Bestia ha tutte queste belle cose. Io non sento amore per ella, ma la stimo, e ho per lei amicizia e riconoscenza. Ma non debbo renderla disgraziata: questa ingratitudine sarebbe per me un rimorso per tutta la vita.”

Dette queste parole, la Bella si leva, mette l’anello sulla tavola e ritorna a letto. Appena coricata si addormentò e, svegliandosi la mattina, vide con gioia di essere nel palazzo della Bestia.

Si mise i vestiti più belli per andarle a genio anche di più, e s’annoiò mortalmente nella smania di aspettare che arrivassero le nove ore di sera; ma l’orologio ebbe un bel suonare le nove: la Bestia non comparve.

La Bella allora temé di averle cagionato la morte: e disperata si dette a girare per tutto il palazzo, mandando altissimi pianti.

Dopo aver cercato dappertutto, si ricordò del sogno e corse in giardino, vicino al fiume, dove dormendo l’aveva veduta. E difatti fu lì che trovò la povera Bestia, distesa per terra priva di sensi: talché la credette morta. Senza provar ribrezzo di quella brutta figura, si gettò tutta sopra lei, e avendo sentito che il cuore batteva sempre, prese dal fiume un po’ d’acqua e le bagnò la testa.

La Bestia aprì gli occhi e disse alla Bella: “Voi avete dimenticata la vostra promessa; e il gran dolore di avervi perduta mi ha fatto decidere a lasciarmi morir di fame: ma ora muoio contenta, perché ho avuto la consolazione di potervi rivedere.”

“No, mia cara Bestia, voi non morirete,” le disse la Bella, “voi vivrete per diventare mio sposo: da questo momento io vi do la mia mano, e giuro che non sarò d’altri che di voi. Ohimè! io credevo di non aver per voi che dell’amicizia, ma il dolore che sento mi fa credere che non potrei più vivere senza vedervi.”

Appena la Bella ebbe pronunziato queste parole, ecco che tutto il castello appare risplendente di lumi: i fuochi d’artificio, la musica, ogni cosa annunziava una gran festa. Ma queste meraviglie non incantarono punto i suoi occhi: ella si voltò verso la sua cara Bestia, il cui pericolo la teneva in tanta agitazione. E quale fu il suo stupore! La Bestia era sparita, ed ella non vide ai suoi piedi che un Principe, bello come un amore, il quale la ringraziava per aver rotto il suo incantesimo. Sebbene questo Principe meritasse tutte le sue premure, ella non poté evitare di chiedergli dove fosse la Bestia.

“Eccola ai vostri piedi!” le disse il Principe. “Una fata maligna mi aveva condannato a restare sotto quell’aspetto finché una bella fanciulla non avesse acconsentito a sposarmi, e mi aveva per di più proibito di far mostra di spirito. Così in tutto il mondo non ci voleva che voi, per lasciarsi innamorare dalla bontà del mio carattere: ed offrendovi la mia corona, non posso sdebitarmi del gran bene che mi avete fatto.”

La Bella, piacevolmente sorpresa, porse la mano al bel Principe perché si rialzasse in piedi. E andarono insieme al castello, dov’ella ci mancò poco non si sentisse svenire dalla gioia, trovando nella gran sala il padre suo e tutta la sua famiglia, trasportata al castello da quella bella Signora che le era apparsa in sogno.

“Bella,” le disse questa Signora, che era una fata e di quelle coi fiocchi, “venite a ricevere la ricompensa della vostra buona scelta: voi avete preferito la virtù alla bellezza e allo spirito, e meritate per questo di trovare tutte quelle cose raccolte in una sola persona. Voi state per diventare una gran Regina; ma spero che il trono non vi farà scordare le vostre virtù... Quanto a voi, mie care signore,” disse la fata alle due sorelle della Bella, “conosco il vostro cuore e tutta la cattiveria che c’è dentro: diventerete due statue; ma nondimeno serberete il lume della ragione, sotto la vostra forma di pietra. Starete alla porta del palazzo di vostra sorella; e non vi impongo altra pena che quella di essere testimoni della sua felicità. Non potrete ritornare nello stato originario, se non quando riconoscerete i vostri errori; ma ho una gran paura che dobbiate restare statue per sempre. Si può correggere l’orgoglio, le bizze, la gola, la pigrizia; ma la conversione di un cuore invidioso e cattivo è una specie di miracolo.”

Nel dir così, diede un colpo di bacchetta, e tutti quelli che erano in quella sala, furono trasportati negli Stati del Principe. I suoi sudditi lo rividero con gioia, ed egli sposò la Bella, che visse con lui lungamente e in una felicità perfetta.

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Hänsel e Gretel

(da Jacob e Wilhelm Grimm, Fiabe scelte e presentate da Italo Calvino.

Traduzione di Clara Bovero.

Einaudi, 1951, 1970, Torino.)

 

Davanti a un gran bosco abitava un povero taglialegna con sua moglie e i suoi due bambini; il maschietto si chiamava Hänsel, e la bambina, Gretel. Egli aveva poco da metter sotto i denti, e quando ci fu nel paese una grande carestia, non poteva neanche più procurarsi il pane tutti i giorni. Una sera, che i pensieri non gli davano requie, ed egli si voltolava inquieto nel letto, disse sospirando alla moglie: “Che sarà di noi? Come potremo nutrire i nostri poveri bambini, che non abbiam più nulla neanche per noi?” “Senti, marito mio,” rispose la donna, “domattina all’alba li condurremo nel più folto della foresta: accendiamo loro un fuoco e diamo a ciascuno un pezzetto di pane; poi andiamo al lavoro e li lasciamo soli: i bambini non ritrovano più la strada per tornar a casa, e ne siamo sbarazzati.” “No, moglie mia,” disse l’uomo, “questo non lo faccio: come potrei aver cuore di lasciare i miei figli soli nel bosco! Le bestie feroci verrebbero subito a sbranarli.” “Pazzo che non sei altro,” diss’ella, “allora dobbiamo morir di fame tutti e quattro; non ti resta che piallare le assi per le bare.” E non lo lasciò in pace finché egli acconsentì. “Ma quei poveri bambini mi fan pietà!” disse l’uomo.

Per la fame, neppure i due bimbi potevan dormire, e avevano udito quel che la matrigna diceva al padre. Gretel piangeva amaramente, e disse a Hänsel: “Adesso per noi è finita.” “Zitta, Gretel,” disse Hänsel, “non affannarti, ci penserò io.” E quando i vecchi si furono addormentati, si alzò, si mise la giacchettina, aprì l’uscio da basso e sgattaiolò fuori. Splendeva chiara la luna, e i sassolini bianchi davanti alla casa rilucevano come monete nuove di zecca. Hänsel si chinò e ne ficcò nella taschina della giacca quanti poté farne entrare. Poi tornò dentro e disse a Gretel: “Sta’ di buon animo, cara sorellina, e dormi pure tranquilla: Dio non ci abbandonerà.” E si rimise a letto.

Allo spuntar del giorno, ancor prima che sorgesse il sole, la donna andò a svegliare i due bambini: “Alzatevi, poltroni, andiamo nel bosco a far legna!” Poi diede a ciascuno un pezzetto di pane e disse: “Eccovi qualcosa per mezzogiorno, ma non mangiatelo prima, non avrete nient’altro.” Gretel mise il pane sotto il grembiule, perché Hänsel aveva in tasca le pietre. Poi s’incamminarono tutti insieme verso il bosco. Quando ebbero fatto un pezzetto di strada, Hänsel si fermò e si volse a guardar la casa; così fece più e più volte. Il padre disse: “Hänsel, cosa stai a guardare, e perché rimani indietro? Sù, muoviti!” “Ah, babbo,” disse Hänsel, “guardo il mio gattino bianco, che è sul tetto e vuol dirmi addio.” La donna disse: “Sciocco, non è il tuo gatto; è il primo sole, che brilla sul comignolo.” Ma Hänsel non aveva guardato il gattino: aveva buttato ogni volta sulla strada uno dei sassolini lucidi che aveva in tasca.

Arrivati in mezzo al bosco, disse il padre: “Adesso raccogliete legna, bambini; voglio accendere un fuoco, perché non geliate.” Hänsel e Gretel raccolsero rami secchi e ne fecero un bel mucchietto. I rami furono accesi e quando si levò alta la fiamma, la donna disse: “Adesso mettetevi accanto al fuoco, bambini, e riposatevi, noi andiamo a spaccar legna nel bosco. Quando abbiamo finito, torniamo a prendervi.

Hänsel e Gretel rimasero accanto al fuoco e a mezzogiorno mangiarono il loro pezzetto di pane. E udendo colpi d’accetta credevano che il babbo fosse vicino. Ma non era l’accetta, era un ramo, che egli aveva legato a un albero secco e che il vento sbatteva di qua e di là. Eran là, seduti da un pezzo, e alla fine i loro occhi si chiusero per la stanchezza ed essi si addormentarono profondamente. Quando si svegliarono, era già notte fonda. Gretel si mise a piangere e disse: “Come faremo a uscire dal bosco!” Ma Hänsel la consolò: “Aspetta soltanto un poco, finché sorga la luna, poi troveremo bene la strada.” E quando sorse la luna piena, prese per mano la sua sorellina e seguirono le pietruzze, che brillavano come monete nuove di zecca e mostravan loro la via. Camminarono tutta la notte e allo spuntar del giorno arrivarono alla casa paterna. Bussarono alla porta, e quando la donna aprì e vide che erano Hänsel e Gretel, disse: “Cattivi, perché avete dormito tanto nel bosco? Credevamo che non voleste più tornare.” Ma il padre si rallegrò, tanto l’aveva accorato lasciarli così soli.

Non passò molto tempo e la miseria tornò ad invadere la casa; una notte i bambini udirono la matrigna dire al padre, mentre era a letto: “Si è di nuovo mangiato tutto, c’è ancora una mezza pagnotta, poi è finita. I bambini devono andarsene; li condurremo più addentro nel bosco, perché non ritrovino la strada: per noi non c’è altro scampo.” L’uomo si sentì stringere il cuore e pensò: «Sarebbe meglio che dividessi il tuo ultimo boccone coi tuoi bambini.» Ma, checché dicesse, la donna non gli dava retta, e lo sgridava e lo rimproverava. Chi dice A deve dire anche B, e perché aveva ceduto la prima volta, egli dovette cedere anche la seconda.

Ma i bambini erano ancora svegli e avevano udito quei discorsi. Quando i vecchi dormirono, Hänsel si alzò di nuovo, per andare, come l’altra volta, a raccogliere sassolini; ma la donna aveva chiuso la porta e Hänsel non poté uscire. Ma consolò la sua sorellina, dicendo: “Non piangere, Gretel, dormi pure tranquilla: il buon Dio ci aiuterà.”

Sul far del giorno, la donna fece alzare i bambini dal letto. Ebbero il loro pezzetto di pane, ma era ancora più piccolo dell’altra volta. Sulla strada del bosco, Hänsel lo sbriciolò in tasca, e spesso si fermava e buttava una briciola in terra. “Hänsel, perché ti fermi a guardarti attorno?” disse il padre, “cammina!” “Guardo il mio piccioncino che è sul tetto e vuol dirmi addio,” rispose Hänsel. “Sciocco,” disse la donna, “non è il tuo piccione, è il primo sole che brilla sul comignolo.” Ma Hänsel un po’ per volta gettò tutte le briciole per via.

La donna condusse i bambini ancor più addentro nel bosco, dove non eran mai stati in vita loro. Accesero di nuovo un gran fuoco e la madre disse: “Restate qui, bambini; se siete stanchi, potete dormire un po’: noi andiamo a tagliar legna nel bosco, e stasera, quando abbiamo finito, veniamo a prendervi.” A mezzogiorno Gretel divise il pane con Hänsel, che l’aveva sparso per via. Poi si addormentarono e passò la sera, ma nessuno venne dai poveri bambini. Si svegliarono solo a notte fonda, e Hänsel consolò la sorellina, dicendo: “Aspetta, Gretel, che sorga la luna: allora vedremo le briciole di pane che ho sparso; ci mostreranno la via di casa.” Quando sorse la luna, si alzarono, ma non trovarono più neanche una briciola: le avevano beccate i mille e mille uccellini, che volano per campi e boschi. Hänsel disse a Gretel: “Troveremo la strada lo stesso.” Ma non la trovarono. Camminarono tutta la notte e ancora un giorno, da mane a sera, ma non uscirono dal bosco, e avevano tanta fame, perché avevan solo un po’ di bacche trovate per terra. Eran così stanchi che le gambe non li reggevano più; si sdraiarono sotto un albero e si addormentarono.

Era già la terza mattina, da quando avevan lasciato la casa del padre. Ricominciarono a camminare, ma si addentravano sempre più nel bosco, e se non trovavano presto aiuto, sarebbero morti di fame. A mezzogiorno, videro su un ramo un bell’uccellino bianco come la neve; cantava così bene che si fermarono ad ascoltarlo. Quand’ebbe finito, aprì le ali e volò davanti a loro ed essi lo seguirono, finché giunsero ad una piccola casa e l’uccellino si posò sul tetto. Quando furono ben vicini, videro che la casina era fatta di pane e coperta di focaccia; ma le finestre erano di zucchero trasparente. “All’opera!” disse Hänsel, “faremo un ottimo pranzo. Io mangerò un pezzo di tetto e tu, Gretel, puoi mangiare un pezzettino di finestra: è dolce.” Hänsel si rizzò, stese la mano in alto, e staccò un pezzo di tetto, per sentire che gusto aveva; e Gretel s’accostò ai vetri e cominciò a spilluzzicarli. Allora una voce sottile gridò dall’interno:

“Rodi, rodi, morsicchia,

la casina chi rosicchia?”

I bambini risposero:

“Il vento, il venticello,

il celeste bambinello,”

e continuarono a mangiare, senza lasciarsi confondere. Hänsel, a cui il tetto piaceva molto, ne staccò un grosso pezzo, e Gretel tirò fuori tutto un vetro rotondo, sedette in terra e se lo succhiò beatamente. Ma d’un tratto la porta si aprì e venne fuori pian piano una vecchia decrepita, che si appoggiava a una gruccia.

Hänsel e Gretel si spaventarono tanto, che lasciarono cadere quel che avevano in mano. Ma la vecchia dondolò la testa e disse: “Ah, cari bambini, chi vi ha portato qui? Entrate e rimanete con me, non vi succederà niente di male.” Li prese entrambi per mano e li condusse nella sua casetta. Fu loro servita una buona cena, latte e frittelle, mele e noci; poi furono preparati due bei lettini bianchi, e Hänsel e Gretel si coricarono e credevano di essere in paradiso.

La vecchia fingeva di esser benigna, ma era una cattiva strega, che insidiava i bambini e aveva costruito la casetta di pane soltanto per attirarli. Quando un bambino cadeva nelle sue mani, l’uccideva, lo cucinava e lo mangiava; e per lei quello era giorno di festa. Le streghe hanno gli occhi rossi e la vista corta, ma hanno un fiuto finissimo, come gli animali, e sentono l’avvicinarsi di creature umane. E quando si avvicinarono Hänsel e Gretel, ella rise malignamente e disse beffarda: “Sono in mio potere, non mi scappano più.” Di buon mattino, prima che i bambini fossero svegli, si alzò, e quando li vide riposare così dolcemente, con le gote rosse e tonde, mormorò fra sé: “Diventerà un buon boccone.” Afferrò Hänsel con la mano risecchita, lo portò in una stia e lo rinchiuse dietro un’inferriata; e per quanto egli gridasse, non gli giovò. Poi essa andò da Gretel, la svegliò con uno scossone e gridò: “Alzati, poltrona, porta l’acqua e cucina qualcosa di buono per tuo fratello, che è là nella stia e deve ingrassare. Quando è grasso, voglio mangiarmelo.” Gretel si mise a piangere amaramente, ma fu tutto inutile, dovette fare quel che voleva la cattiva strega.

Ora al povero Hänsel cucinavano i cibi più squisiti, ma Gretel non riceveva che gusci di gambero. Ogni mattina la vecchia si trascinava fino alla stia e gridava: “Hänsel, sporgi le dita, ché senta se presto sarai grasso.” Ma egli le sporgeva un ossicino e la vecchia, che aveva gli occhi torbidi, non poteva vederlo, credeva fossero le dita di Hänsel e si stupiva che non volesse proprio ingrassare. Dopo quattro settimane, visto che Hänsel era sempre magro, perse la pazienza e non volle più aspettare: “Sù, Gretel,” gridò alla fanciulla,” porta l’acqua, svelta; grasso o magro che sia, domani ammazzerò Hänsel e lo cucinerò.” Ah, come pianse la povera sorellina, quando dovette portar l’acqua! E come le scorrevano le lacrime sulle guance! “Buon Dio, aiutaci!” implorava. “Ci avessero divorato le bestie feroci nel bosco! Almeno saremmo morti insieme. “Rispàrmiati il piagnisteo,” disse la vecchia, “non serve a nulla.”

Di buon mattino Gretel dovette uscire, appendere il paiolo con l’acqua e accendere il fuoco. “Prima di tutto bisogna cuocere il pane,” disse la vecchia: “ho già scaldato il forno e impastato.” Spinse fuori la povera Gretel, fin presso il forno, da cui già svampavano le fiamme. “Càcciati dentro,” disse la strega, “e guarda se è ben caldo, perché possiamo infornare il pane.” E mentre Gretel era dentro, avrebbe chiuso il forno per farla arrostire e mangiarsela anche lei. Ma Gretel capì la sua intenzione e disse: “Non so come fare: come faccio a entrarci?” “Stupida oca,” disse la vecchia, “l’apertura è abbastanza grande; guarda, potrei entrarci anch’io.” Arrancò fin là e sporse la testa nel forno. Allora Gretel, con un urtone, la spinse dentro, chiuse lo sportello di ferro e tirò il catenaccio. Uh!, che urla orribili gettò la strega! Ma Gretel corse via e la maledetta strega dovette miseramente bruciare.

Gretel corse difilato da Hänsel, aprì la stia e gridò: “Hänsel, siamo liberi, la vecchia strega è morta!” Allora Hänsel saltò fuori, come un uccello quando gli aprono la gabbia. Con che gioia si saltarono al collo, si baciarono e fecero capriole! E siccome non avevan più nulla da temere, entrarono nella casa della strega, e dappertutto c’erano forzieri pieni di perle e di pietre preziose. “Sono ancor meglio dei sassolini!” disse Hänsel, e mise in tasca tutto quel che poté entrarci; e Gretel disse: “Anch’io voglio portarne a casa un po’.” E si riempì il grembiulino. “Ma adesso andiamo via,” disse Hänsel, “dobbiamo uscire dal bosco della strega.” Dopo aver camminato un paio d’ore, giunsero a un gran fiume. “Non possiamo attraversarlo,” disse Hänsel, “non vedo né ponte né passerella.” “E non c’è neanche una barchetta,” rispose Gretel, “ma là nuota un’anitra bianca; se la prego, ci aiuterà a passare.” E gridò:

“Anatrino, corri!

Hänsel e Gretel qui soccorri.

Nessun ponte passa il fiume,

prendici dunque sulle bianche piume.”

E l’anatrino si avvicinò; Hänsel gli salì sul dorso e disse alla sorellina di sederglisi accanto. “No,” rispose Gretel, “sarebbe troppo pesante per l’anitra; ci trasporterà l’uno dopo l’altro.” Così fece la buona bestiola; e quando furono felicemente arrivati dall’altra parte, dopo un breve tratto di strada, il bosco divenne loro sempre più familiare e alla fine scorsero di lontano la casa del loro babbo. Allora si misero a correre, si precipitarono nella stanza e si appesero al collo del padre. L’uomo non aveva più avuto un’ora lieta da quando aveva lasciato i bambini nel bosco, ma la donna era morta. Gretel rovesciò il suo grembiulino, sicché le perle e le pietre preziose saltellarono per tutta la stanza, e Hänsel vi aggiunse a manciate il contenuto della sua tasca. Così finiron tutti i guai e i tre vissero insieme felici e contenti. La mia fiaba ti ho detto. Laggiù corre un sorcetto; prendigli il pelliccione e fatti un berrettone.

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Rikki-tikki-tavi

di Rudyard Kipling

 

(Si pronuncia Rikky-tikky-tar-vi. Le manguste sono intelligenti e ardimentose come ho cercato di descriverle, ed entrano spesso nelle case e perfino negli uffici, con gente che entra ed esce di continuo, e fanno amicizia con gli uomini che vi si trovano. Una mangusta selvatica era solita venire a sedersi sulla mia spalla in ufficio, in India, e scottarsi il nasino curioso alla punta del mio sigaro, proprio come fa Rikki nel racconto. [N.d.A.])

  (da Il primo libro della giungla)

Nella fossa in cui è penetrato

Occhi Rossi Occhialuto ha chiamato.

Ascolta quel che Occhi Rossi dirà:

“Vieni a danzare con la morte, Nag!”

Sguardo a sguardo, testa a testa

(Tieni il passo, Nag).

Sarà alla fine la tua o la mia festa

(È il tuo turno, Nag).

Botta per botta e fìnta per fìnta

(Corri a nasconderti, Nag).

Ah! La morte incappucciata è vinta!

(Vai all’inferno, Nag!)

(Nag si pronuncia Narg, ed è un nome indigeno del cobra. [N.d.A.])

 

Questa è la storia della grande guerra che Rikki-tikki-tavi combattè da solo, attraverso le stanze da bagno del grande bungalow nell’accantonamento di Segowlee. Lo aiutò Darzee, l’uccello tessitore, e Chuchundra, il topo muschiato che non si avventura mai in mezzo alla stanza, ma striscia lungo i muri, lo consigliò, ma fu Rikki-tikki a combattere veramente.

(Bungalow si pronuncia banghelou. È un tipo di abitazione adottata dagli Europei residenti in India e largamente diffusa anche negli altri paesi tropicali. In genere, è a un solo piano, con un’ampia veranda sul davanti per ripararsi dal sole e godere il fresco nelle ore più ventilate. Darzee, che si pronuncia Dar-zy, significa sarto. Chuchundra si pronuncia Chew-chun-der. [N.d.A.].)

Era una mangusta, simile a un gattino nel pelo e nella coda, ma donnola dalla testa ai piedi nel muso e nelle abitudini. Gli occhi e la punta del nasino irrequieto erano rosa; riusciva a grattarsi in qualsiasi punto volesse con una qualsiasi delle quattro zampe, davanti o dietro; gonfiava la coda fino a farla sembrare uno scopettino per pulire le bottiglie, e il suo grido di guerra, mentre sgattaiolava nell’erba alta era: “Rikk-tikk-tikki-tikki-chk!”

Un giorno una inondazione estiva lo spazzò via dalla tana nella quale viveva con la madre e il padre, e lo trascinò, scalciante e chiocciante, nel fossato di fianco a una strada. Trovò un ciuffetto d’erba che galleggiava accanto a lui, e vi si aggrappò fino a che perse i sensi. Quando rinvenne, giaceva sotto il sole caldo nel sentiero di un giardino, molto infangato in verità, e un bambino diceva: “C’è una mangusta morta. Facciamo un funerale”

“No,” disse la madre, “portiamola dentro e asciughiamola. Forse non è morta sul serio.”

La portarono in casa, e un uomo grosso la prese fra l’indice e il pollice e disse che non era morta, ma mezza soffocata; perciò la avvolsero nell’ovatta e la riscaldarono davanti al fuoco, e lei aprì gli occhi e starnutì.

“E adesso,” disse l’uomo grosso (era un inglese che si era appena trasferito nel bungalow), “non spaventatela, e vedremo che cosa farà.”

È la cosa più difficile che ci sia spaventare una mangusta, perché è divorata dal naso alla coda dalla curiosità. Il motto di tutta la famiglia delle manguste è: “Corri a esplorare” e Rikki-tikki era una autentica mangusta. Guardò l’ovatta, decise che non era buona da mangiare, corse intorno al tavolo, sedette a rassettarsi la pelliccia, si grattò, e saltò sulla spalla del bambino.

“Non aver paura, Teddy,” disse il padre. “È il suo modo di fare amicizia.”

“Uh! Mi fa il solletico sotto il mento!” disse Teddy.

Rikki-tikki guardò giù per il collo del bambino, gli annusò l’orecchio e scese sul pavimento, dove sedette a strofinarsi il naso. “Buon Dio!” disse la madre di Teddy. “E questa sarebbe una creatura selvatica!? Immagino che sia così domestica perché siamo stati buoni con lei.”

“Tutte le manguste sono così,” disse il marito. “Se Teddy non la prende per la coda, o non cerca di metterla in gabbia, correrà dentro e fuori tutto il giorno. Diamole qualcosa da mangiare.”

Gli diedero un pezzette di carne cruda. Rikki-tikki la gradì immensamente e, quando l’ebbe finita, uscì sulla veranda, sedette al sole e si gonfiò la pelliccia per farla asciugare fino alle radici. E si sentì meglio.

“Ci sono più cose da scoprire in questa casa,” si disse, “di quante tutta la mia famiglia potrebbe scoprire nella sua vita intera. È certo che resterò qui e le scoprirò.”

Passò tutto il giorno a vagabondare per casa. Rischiò di annegare nelle vasche da bagno; mise il naso nell’inchiostro sopra una scrivania e se lo scottò sulla punta del sigaro dell’uomo grosso, perché gli si era arrampicato in grembo per vedere come scriveva. Quando si fece buio corse nella nursery di Teddy per vedere come si accendevano le lampade a cherosene, e quando Teddy andò a letto, anche Rikki-tikki vi si arrampicò; ma era un compagno irrequieto, perché doveva alzarsi a occuparsi di ogni rumore, e scoprire che cosa lo avesse prodotto. La madre e il padre di Teddy entrarono a dare uno sguardo al figlio prima di ritirarsi, e Rikki-tikki stava sveglio sul cuscino. “Non mi piace,” disse la madre di Teddy. “Potrebbe mordere il bambino.”

“Non lo farà mai,” disse il padre. “Teddy è più sicuro con quel piccolo animale che se gli facesse la guardia un segugio. Se in questo momento entrasse un serpente nella nursery...”

Ma la madre di Teddy non voleva neppure pensare a un’eventualità così spaventosa.

Di buon mattino Rikki-tikki venne a fare colazione presto sulla spalla di Teddy, e gli diedero banana e uova sode; sedette in grembo a loro, uno dopo l’altro, perché ogni mangusta bene educata spera di diventare un giorno o l’altro una mangusta domestica e di avere stanze nelle quali correre; e la madre di Rikki-tikki (che aveva abitato in casa del generale a Segowlee) aveva insegnato a Rikki come comportarsi, se si fosse imbattuto in un uomo bianco.

Poi Rikki-tikki uscì in giardino per vedere che cosa c’era di interessante. Era un ampio giardino, coltivato solo in parte, con cespugli grandi come una casa estiva di rose del Maresciallo Niel; alberi di arancio e di cedro, boschetti di bambù, ed erba alta e folta. Rikki-tikki si leccò le labbra. “È una splendida riserva di caccia” disse, e la coda gli si gonfiò come uno scopettino per pulire le bottiglie a questo pensiero, e scorrazzò su e giù per il giardino, annusando qua e là finché non udì voci molto tristi in un cespuglio di biancospino. Erano Darzee, l’uccello tessitore, e sua moglie. Avevano costruito un bel nido mettendo vicine due grandi foglie e cucendone gli orli con fibre vegetali, e le avevano riempite di cotone e piume. Il nido oscillava avanti e indietro, mentre loro stavano seduti sul bordo e piangevano.

“Che cosa c’è?” domandò Rikki-tikki.

“Siamo molto infelici,” disse Darzee. “Uno dei nostri piccoli è caduto dal nido ieri e Nag lo ha mangiato.”

“Ehm!” disse Rikki-tikki. “È molto triste... ma io non sono di qui. Chi è Nag?”

Per tutta risposta Darzee e la moglie si rannicchiarono nel nido, perché dall’erba folta ai piedi del cespuglio era giunto un sibilo sommesso, un orribile suono raggelante che fece fare un salto indietro di due piedi buoni a Rikki-tikki. Quindi pollice a pollice si alzarono dall’erba la testa e il cappuccio spiegato di Nag, il grosso cobra nero, che era lungo cinque piedi dalla lingua alla coda. Quando ebbe sollevato da terra un terzo buono del suo corpo, rimase a dondolarsi avanti e indietro proprio come un ciuffo di denti di leone si dondola al vento, e guardò Rikki-tikki con i suoi occhi malvagi di serpente che non cambiano mai espressione, qualsiasi cosa possa pensare il serpente.

“Chi è Nag?” disse. “Io sono Nag. Il grande dio Brama ha impresso il proprio marchio su tutti noi, quando il primo cobra ha spiegato il suo cappuccio per riparare Brama dal sole mentre dormiva. Guarda, e trema!”

Spiegò più che mai il cappuccio, e Rikki-tikki vide il segno degli occhiali sul suo dorso, che sembra proprio l’occhiello di un’allacciatura ad alamari. Per un attimo ebbe paura; ma è impossibile per una mangusta restare spaventata a lungo, e sebbene Rikki-tikki non avesse mai visto un cobra vivo prima d’ora, la madre gli aveva dato da mangiare cobra morti, e sapeva che il compito di ogni mangusta adulta consiste nel combattere e uccidere i serpenti. Anche Nag lo sapeva, e in fondo al suo cuore freddo aveva paura.

“Be’,” disse Rikki-tikki, mentre la sua coda ricominciava a gonfiarsi, “marchio o non marchio, ti sembra giusto mangiare i piccoli caduti da un nido?”

Nag rifletteva, e osservava un impercettibile movimento nell’erba alle spalle di Rikki-tikki. Sapeva che una mangusta in giardino prima o dopo significava morte per lui e per la sua famiglia; ma voleva cogliere Rikki-tikki di sorpresa. Perciò abbassò un po’ la testa, e la inclinò da una parte.

“Parliamone,” disse. “Tu mangi le uova. Perché io non dovrei mangiare gli uccelli?”

“Dietro a te! Guarda dietro a te!” cantò Darzee.

Rikki-tikki la sapeva troppo lunga per perdere tempo a guardare. Saltò più in alto che poté, mentre proprio sotto di lui sfrecciava la testa di Nagaina, la perfida moglie di Nag. Gli era strisciata alle spalle mentre parlava, per farla finita con lui; e lui sentì il suo sibilo selvaggio quando mancò il colpo. Ricadde quasi sulla sua schiena, e se fosse stata una vecchia mangusta avrebbe saputo che quello era il momento di spezzarle la schiena con un morso; ma aveva paura della terribile frustata del cobra che contrattacca. Morse, in verità, ma non morse abbastanza a lungo, e balzò lontano dalla coda sibilante, lasciando Nagaina arrabbiata e ferita.

“Perfido, perfido Darzee!” disse Nag, colpendo più alto che poteva verso il nido nel cespuglio di biancospino; ma Darzee lo aveva costruito lontano dalla portata dei serpenti, e si limitò a ondeggiare avanti e indietro.

Rikki-tikki si sentì diventare gli occhi rossi e caldi (quando gli occhi di una mangusta diventano rossi, è arrabbiata), e sedette sulla coda e sulle zampe posteriori come un piccolo canguro, e si guardò attorno, e chiacchierò per la rabbia. Ma Nag e Nagaina erano scomparsi nell’erba. Quando manca un colpo il serpente non dice mai nulla né lascia capire che cosa intenda fare in seguito. Rikki-tikki preferiva non seguirli, perché non era sicuro di riuscire a tener testa a due serpenti alla volta. Perciò trotterellò sul sentiero di ghiaia vicino a casa, e sedette a pensare. Era un problema serio per lui. Se leggete i vecchi libri di storia naturale, scoprirete che quando una mangusta combatte un serpente e viene morsa, corre a mangiare un’erba che le serve da antidoto. Non è vero. La vittoria è solo questione di rapidità di sguardo e di piede, il colpo del serpente contro il salto della mangusta, e poiché nessun occhio riesce a seguire il movimento della testa di un serpente quando colpisce, questo rende la cosa di gran lunga più meravigliosa di qualsiasi erba magica. Rikki-tikki sapeva di essere una giovane mangusta, e gli faceva ancor più piacere pensare di avere schivato un colpo alle spalle. Gli dava fiducia in se stesso, e quando Teddy venne di corsa sul sentiero, Rikkitikki era pronto a farsi coccolare. Ma proprio mentre Teddy si chinava, qualcosa si contorse un poco nella polvere, e una voce esile disse: “Attenti a voi. Io sono la morte!” Era Karait, il serpentello che giace per sua scelta sulla terra polverosa, e il cui morso è pericoloso quanto quello del cobra. Ma è tanto piccolo che nessuno ci bada e così può nuocere ancora di più alla gente.

(Karait si pronuncia Car-ait, con l’accento su ait. [N.d.A.])

Gli occhi di Rikki-tikki si fecero di nuovo rossi, e si avvicinò danzando a Karait con lo strano movimento ondeggiante, dondolante, che aveva ereditato dalla propria famiglia. Sembra molto buffo, ma è un portamento così perfettamente equilibrato, che si può scattare in qualunque dirczione in qualsiasi momento si voglia; e quando si ha a che fare con i serpenti, questo è un vantaggio. Se soltanto lo avesse saputo, Rikki-tikki si accingeva a fare una cosa di gran lunga più pericolosa che combattere con Nag, perché Karait è così piccolo, e può voltarsi così in fretta, che se Rikki-tikki non lo avesse morso proprio dietro la testa, avrebbe ricevuto il contraccolpo sugli occhi o sulle labbra. Ma Rikki non lo sapeva: aveva gli occhi tutti rossi, e si dondolava avanti e indietro cercando una buona presa. Karait colpì. Rikki saltò di fianco e cercò di sfuggirgli, ma la piccola perfida testa polverosa sfrecciò a un pelo dalla sua spalla, e dovette saltare sopra il corpo, e la testa gli stava alle calcagna.

Teddy gridò a quelli di casa: “Oh, guardate! La nostra mangusta uccide un serpente!” e Rikki-tikki sentì strillare la madre di Teddy. Il padre corse fuori con un bastone, ma quando arrivò, Karait aveva colpito per una volta troppo lontano, e Rikki-tikki era scattato balzando sulla schiena del serpente, abbassando la testa fra le zampe anteriori, e mordendo più in sù che poteva, per poi rotolare via. Il morso aveva paralizzato Karait, e Rikki-tikki si accingeva a mangiarselo dalla coda, secondo la consuetudine della sua famiglia, quando si ricordò che un pasto abbondante rende lente le manguste e, se voleva poter contare su tutta la sua forza e agilità, doveva tenersi leggero. Se ne andò a fare un bagno di polvere sotto i cespugli del ricino, mentre il padre di Teddy batteva Karait già morto. “A che serve?” pensò Rikki-tikki. “Ho sistemato tutto io!”; e la madre di Teddy lo prese in braccio e lo strinse forte, dicendo fra le lacrime che aveva salvato la vita a Teddy, e il padre di Teddy disse che era una provvidenza, e Teddy osservava con grandi occhi spaventati. Tutte quelle moine divertivano Rikki-tikki, che, naturalmente, non le capiva. La madre di Teddy avrebbe potuto allo stesso modo coccolare Teddy per avere giocato nella polvere. Rikki se la godeva immensamente.

Quella sera a cena, mentre passeggiava avanti e indietro sul tavolo in mezzo ai bicchieri, avrebbe potuto ingozzarsi tre volte tanto di cose buone; ma si ricordò di Nag e di Nagaina, e sebbene fosse molto piacevole essere coccolato e accarezzato dalla madre di Teddy, e sedersi sulla spalla di Teddy, di tanto in tanto gli si arrossavano gli occhi, e se ne usciva nel lungo grido di guerra “Rikk-tikk-tikki-tikki-chk!”

Teddy lo portò a letto, e insistette perché Rikki-tikki gli dormisse sotto il mento. Rikki-tikki era troppo bene educato per mordere o graffiare, ma, non appena Teddy si addormentò, se ne andò a fare il suo giro di ispezione notturno e nel buio si scontrò con Chuchundra, il topo muschiato, che strisciava lungo il muro. Chuchundra è un animaletto pauroso. Piagnucola e pigola tutta la notte, cercando di decidersi a correre in mezzo alla stanza; ma non ci riesce mai.

“Non uccidermi!” disse Chuchundra quasi piangendo. “Non uccidermi, Rikki-tikki!”

“Credi che un uccisore di serpenti ucciderebbe un topo muschiato?” disse sprezzantemente Rikki-tikki.

“Chi uccide i serpenti, viene ucciso dai serpenti...” disse Chuchundra più triste che mai. “E come posso essere sicuro che Nag non mi prenda per te in una notte buia?”

“Non c’è il minimo pericolo,” disse Rikki-tikki, “ma Nag sta in giardino, e so che tu non vai mai in giardino.”

“Mio cugino Chua, il topo, mi ha detto...” disse Chuchundra, e si interruppe.

(Chua si pronuncia Ciua. [N.d.A.])

“Che cosa ti ha detto?”

“Sss! Nag è dappertutto, Rikki-tikki. Avresti dovuto parlare con Chua in giardino.”

“Non l’ho fatto, perciò devi dirmelo tu. Presto, Chuchundra, o ti morderò!”

Chuchundra si sedette a piangere fino a che le lacrime gli scivolarono giù dai baffi. “Sono un poveraccio” singhiozzò. “Non ho mai avuto il coraggio di correre in mezzo alla stanza. Sss! Non c’è bisogno che ti dica nulla. Non senti, Rikki-tikki?”

Rikki-tikki tese l’orecchio. La casa era silenziosa quanto più non avrebbe potuto esserlo, ma gli parve di avvertire un impercettibilissimo gratta-gratta: un rumore fievole come quello di una vespa che cammini sul vetro di una finestra; il rumore secco delle scaglie di un serpente sui mattoni.

“Questo è Nag, o Nagaina,” si disse, “e sale dallo scarico del bagno. Hai ragione, Chuchundra; avrei dovuto parlare con Chua.”

Penetrò nella stanza da bagno di Teddy, ma lì non c’era nessuno, e poi nella stanza da bagno della madre di Teddy. Ai piedi del liscio muro di stucco un mattone era stato tolto per consentire lo scarico all’acqua del bagno, e mentre si infilava nella nicchia di mattoni dove stava il bagno, Rikki-tikki sentì Nag e Nagaina sussurrare fuori al chiaro di luna.

“Quando non ci sarà più nessuno in casa,” diceva Nagaina al marito, “lui dovrà andarsene, e il giardino sarà di nuovo nostro. Entra senza far rumore, e ricordati che l’uomo grosso che ha ucciso Karait è il primo da mordere. Poi vieni a dirmelo, e daremo insieme la caccia a Rikki-tikki.”

“Ma sei sicura che ci sia qualcosa da guadagnare a uccidere gli esseri umani?” disse Nag.

“Tutto. Quando il bungalow era disabitato, c’erano forse manguste in giardino? Finché il bungalow resterà vuoto, saremo il re e la regina del giardino; e ricordati che non appena si schiuderanno le nostre uova nell’aiuola di meloni (il che potrebbe accadere anche domani), i nostri figli avranno bisogno di spazio e di tranquillità.”

“Non ci avevo pensato...” disse Nag. “Andrò, ma non c’è bisogno che diamo la caccia a Rikki-tikki dopo. Ucciderò l’uomo grosso e la moglie, e il figlio se ci riesco, e uscirò silenziosamente. Allora il bungalow sarà disabitato e Rikki-tikki se ne andrà.”

Rikki-tikki fremette dalla testa ai piedi per la rabbia e l’odio a sentire questo, poi la testa di Nag apparve attraverso lo scarico, seguita dai suoi cinque piedi di corpo. Per quanto fosse arrabbiato, Rikki-tikki si spaventò molto alla vista delle dimensioni del grosso cobra. Nag si avvolse in spire, alzò la testa e guardò nella stanza da bagno buia, e Rikki gli vide scintillare gli occhi.

“Se lo uccido qui, Nagaina lo saprà; e se lo attacco in campo aperto sul pavimento, le possibilità di vincere sono a suo favore. Che cosa devo fare?” disse Rikki-tikki-tavi.

Nag si dondolava avanti e indietro, poi Rikki-tikki lo sentì bere nella grande brocca d’acqua che veniva usata per riempire il bagno. “È buona,” disse il serpente. “Vediamo: quando Karait è stato ucciso, l’uomo grosso aveva un bastone. Può darsi che lo abbia ancora, ma non lo porterà con sé quando verrà a fare il bagno domattina. Aspetterò che venga. Nagaina, mi senti? Aspetterò qui al fresco fino a quando si farà giorno.”

Da fuori non giunse alcuna risposta, così Rikki-tikki comprese che Nagaina se n’era andata. Nag si avvolse, spira dopo spira, intorno alla convessità in fondo alla grande brocca, mentre Rikki-tikki stava fermo come la morte. Dopo un’ora incominciò a muoversi, un muscolo dopo l’altro, verso la brocca. Nag dormiva, e Rikki-tikki guardava la sua grossa schiena, chiedendosi quale sarebbe stato il punto migliore per una buona presa. “Se non gli spezzo la schiena al primo balzo,” disse Rikki-tikki, “sarà ancora in grado di combattere; e se si batte, addio Rikki!” Osservò lo spessore del collo sotto il cappuccio, ma sarebbe stato troppo per lui; e un morso vicino alla coda sarebbe servito solo a farlo inferocire.

“Dovrà essere la testa,” disse alla fine, “la testa sopra il cappuccio; e quando ci sarò arrivato non dovrò mollare.”