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Illustrazione di Lisa Kopper, tratta dalla copertina dall’edizione inglese del 1978 della Souvenir Press

Come andrà a finire?

Leggi i primi nove capitoli e scrivici, cliccando sul link qui sotto, che cosa accadrà in seguito secondo te!...

Secondo me...

Thomas Williams

 

I Bambini di Tsuga

 

(1977)

 

Ad Ann e Peter

 

traduzione di Luigi Scialanca

 

Indice

Illustrazione di Lisa Kopper, tratta dalla copertina dall’edizione inglese del 1978 della Souvenir Press

Come andrà a finire?

Leggi i primi nove capitoli e scrivici, cliccando sul link qui sotto, che cosa accadrà in seguito secondo te!...

Secondo me...

Capitolo Primo: Una Casetta in un Paese Selvaggio

Capitolo Secondo: Tsuga e la Porta Nera

Capitolo Terzo: Il Mese di Ghiaccio di Ferro

Capitolo Quarto: La Montagna e la Cascata

Capitolo Quinto: Il Paese Nascosto

Capitolo Sesto: Verso la Prateria

Capitolo Settimo: Fuoco e Cibo

Capitolo Ottavo: Il Grande Sempreverde

Capitolo Nono: Il Sacrificio

Capitolo Decimo: Il Vecchio Zannastorta

Voi che sapete l'inglese davvero, spiegateci, per favore, le parole che non siamo riusciti a tradurre:

strapping, corals, roseroot, kinnikinic, saplings, abete cured, chickadee, choil,

 

Capitolo Primo

Una Casetta in un Paese Selvaggio

C’era una volta, in tempi ormai lontani, una famiglia di nome Hemlock, che abitava ai piedi di un’alta e bella montagna di latifoglie, ombrosi sempreverdi e nudi spuntoni di granito: il Monte Cascom. Non vi erano altre case che la loro per un centinaio di miglia di boschi e praterie e acquitrini, e laghi e fiumi azzurri senza nome, dove gli animali che corrono vivevano a modo loro, correndo e volando, e gli animali che vanno piano socchiudevano gli occhi con noncuranza sui lunghi anni che avevano da vivere.

Tim Hemlock era un cacciatore, un artigiano e un agricoltore; insieme a sua moglie, Eugenia, aveva diboscato un orto e due campicelli e li conservava lottando contro la buia foresta che tentava continuamente di insinuarvisi di nuovo, di infilare le sue propaggini in ogni radura e di ricoprire ogni cosa con le sue foglie. Era un uomo silenzioso, riflessivo, affabile con i suoi e con gli animali, ma di quando in quando aveva l’aria di chi ha in mente o nel cuore qualcosa che lo rende triste, quasi arcigno. Osservava e ascoltava un sacco, com’è bene fare in una terra selvaggia, ma negli sguardi e nei silenzi suoi c’era molto più di quel che diceva. Lavorava sodo e si prendeva cura della moglie e dei figli, ed essi lo sapevano, ma non avrebbe mai rivelato loro che cosa gli sembrava o sperava di scorgere nelle tempestose nubi sopra il Monte Cascom, o di udire nelle voci del vento.

Quel giorno, nella casetta di tronchi degli Hemlock, Jen, di sette anni, stava aiutando la mamma con la grossa zangola di legno per il burro, dandole il cambio finché la panna era fresca e la manovella facile da girare. Arn, di quasi dieci, era fuori, nella grotta che fungeva da magazzino e da frigorifero scavata nella collina dietro la casa, e aiutava il babbo a tagliare le tremule carni di un cervo in lunghe strisce da mettere a seccare all’effimero sole d’ottobre. Era autunno, infatti, il tempo che precede le gelide tempeste che vengono giù dalle montagne con il bianco sibilo della neve, e tutta la famiglia si stava preparando alla lunga stagione buia, quando le giornate sarebbero diventate sempre più brevi, il vento tagliente come un coltello, e la loro vacca Oky, il bue Brin, le due capre e il maiale sarebbero a malapena riusciti a scaldare con i loro corpi la piccola stalla. Che sembrava vuota, ora, dopo che il toroche poi era il fratello di Brin ― in primavera si era smarrito lontano dal pascolo e non aveva più fatto ritorno. E dopo che il vitellino di Oky era morto nascendo. Ma nella casetta di tronchi degli Hemlock il focolare avrebbe pur sempre fiammeggiato di giorno e rosseggiato di notte, divorando il prezioso midollo delle latifoglie accatastato sotto la lunga grondaia da Arn e dal babbo dopo che Brin l’aveva trainato fin là dai boschi sulla slitta calzata di ferro.

In cucina Eugenia cantava, gli azzurri occhi limpidi come il cielo d’ottobre, i lunghi capelli castani raccolti nelle trecce intessute da Jen. Cantava la canzone del burro, e la figlia l’accompagnava, ogni tanto, ma per la maggior parte del tempo ascoltava la dolce voce della mamma:

Dalla notte viene il giorno,

Dal sottile viene il grosso.

Oky sa come cresce il burro,

mentre le pale girano svelte.

Nella grotta, intanto, sulla spessa tavola d’acero accanto all’uscio, il coltello di Arn tagliava la rossa carne del cervo in lunghe e sottili fettucce. Il babbo era più rapido, e le sue strisce più lunghe e sottili, ma al figlio diceva che stava facendo un buon lavoro.

“Devi essere svelto e preciso quando hai a che fare col dono del cervo...” spiegò. “Ricorda che noi, per lui, non facciamo quello che facciamo per Oky, per Brin, per le capre e il maiale. I cervi provvedono da soli a sé stessi e ogni inverno son lì lì per morire di fame, e noi non li aiutiamo in alcun modo. Perciò la loro carne è un dono, per noi.”

“Come il salmone nel fiume,” disse Arn.

“Sì,” rispose il babbo.

Gli Hemlock erano in attesa del Mercante, che una volta all’anno arrivava su una lunga canoa. Ogni tanto Arn e Jen interrompevano quel che stavano facendo e guardavano giù nella valle alla volta del fiume, domandandosi con eccitazione se sarebbero riusciti a vedere la canoa fin dal primo momento, quando avrebbe fatto rotta oltre le rapide verso l’ultimo approdo della stagione. Ogni ottobre il Mercante portava lingotti di piombo per farne palle da fucile, un barilotto di polvere nera da venti libbre, pietre focaie, aghi, sale, olio da lampada, lana d’acciaio, ramponi e strapping. Se Tim Hemlock aveva avuto una buona stagione di caccia e un buon inverno nella fucina accanto alla stalla (dove Arn pompava il mantice per lui) e se anche Jen e Eugenia avevano avuto un buon inverno a fare mocassini di pelle di cervo decorati con gli aculei di porcospino che tagliavano in perline, candeggiavano, tingevano e infilavano su cordicelle, allora gli Hemlock avrebbero potuto scambiare pelli e pellicce, coltelli d’acciaio e di corno di cervo di Tim e bei mocassini. Il Mercante sarebbe tornato alla canoa e avrebbe portato loro anche della liquirizia, del cioccolato in polvere, del tè, e altre cose che essi avrebbero gradito molto, ma di cui non avevano davvero bisogno.

Accadde dunque che Jen, avendo fatto il suo turno alla zangola, andò alla porta sperando d’essere la prima a scorgere la canoa del Mercante sull’azzurro fiume. Ma quando aprì la porta balzò indietro con un grido, perché lì, impettita sulla soglia e perfettamente immobile, c’era qualcuno: una personcina tutta in marrone, infagottata in un vestito marrone di pelle di cervo che le arrivava fino ai piedi.

Era una donna vecchissima, dai capelli bianchi e sottili, la vecchia faccia non meno bruna degli abiti di pelle di cervo. E non parlava, non cambiava espressione, se ne stava lì e basta, gli antichi occhi color del bronzo splendenti su Jen. Il suo viso era coperto da profonde rughe che s’intersecavano come le screpolature nel fango di uno stagno prosciugato, ma fra una ruga e l’altra la pelle era liscia e lucida come la cera scura. E tra le mani teneva un cesto di giunchi intrecciati.

La madre di Jen udì il grido della figlia e corse alla porta. E anche lei si spaventò, poiché da molti anni gli Hemlock non avevano altri visitatori che il Mercante.

“Chi siete?” domandò Eugenia; ma la donna non si mosse né disse una parola. Solo i suoi vecchi occhi scintillanti, come se cercassero qualcuno, si spostarono dalla figlia alla madre e da loro verso l’interno della casetta.

“Va’ a chiamare tuo padre,” disse Eugenia, e Jen fece un largo giro attorno alla vecchia e corse alla grotta, dove Arn e il babbo stavano lavorando.

“C’è una vecchietta tutta marrone!” disse Jen. Sentiva che stava per mettersi a piangere, era sconvolta. “È sulla porta! Mi ha fatto paura!”

Di corsa tornarono alla casetta, e i bambini, che subito guardarono il padre, scorsero sul suo viso una strana espressione quando egli si rivolse alla vecchietta.

“Chi siete?” le domandò, ma aveva un’aria incerta, come se pensasse che non avrebbe dovuto chiederglielo. Sembrava che stesse cercando di ricordare qualcosa.

Quando lo vide, la vecchietta si mosse per la prima volta, facendo dei cenni col capo, e gli porse il cesto. Egli lo prese, ancora dubbioso, e annuì anche lui per tre volte. La vecchietta, il volto immobile come se fosse di legno, annuì tre volte a mo’ di risposta. E da quel momento Tim Hemlock non tentò più di dirle una sola parola.

Passò il cesto di giunchi a Eugenia, indicò la casetta, mise le mani a forma di tetto, indicò il proprio cuore, poi la vecchietta, e infine compì con una mano un lento e ampio gesto verso la porta, offrendole di entrare. Ella lo fece, camminando così scorrevolmente che sembrò che non lo facesse coi piedi, ma scivolando sul terreno. Andò dritta verso la panca vicino al focolare e vi si accomodò, con la consunta e cenciosa sottana di pelle di cervo che le copriva i piedi. Le sue mani erano nodose; le dita brune, dalle giunture gonfie e visibilmente doloranti, davano l’impressione di piegarsi nei punti sbagliati. Ma con quei suoi movimenti armoniosi ella sembrava in grado di parlare per mezzo di esse come se niente fosse. Piegò entrambe le mani a coppa, indicò il cesto tenuto da Eugenia, poi mise una mano al di sopra di esso a mo’ di coperchio e la sollevò annuendo col capo. E tutti compresero che Eugenia doveva aprire il cesto.

I bambini si fecero più vicini per guardare. Il cesto conteneva svariati piccoli oggetti, ognuno avvolto con cura in una foglia di tiglio. Per primi c’erano dei funghi, messi in cima perché fragili; poi dei corals rosa, bianchi e celesti; delle spugnole, che in effetti sembravano proprio delle spugne marroni; delle vesce d’un bianco purissimo, che affettate e fritte avrebbero avuto un sapore di carne; dei funghi-bistecca, che avevano esattamente l’aspetto che il loro nome dichiarava, e dei funghi-ostriche che sembravano proprio tali. E poi ce n’erano di arancioni e gialli che gli Hemlock non avevano mai veduto prima, e che non avrebbero osato assaggiare se li avessero visti.

Sotto i funghi c’erano delle perfette scatoline di corteccia di betulla disposte l’una accanto all’altra. Eugenia le prese a una a una e le mise sulla grande tavola di quercia. Sul coperchio di ogni scatola c’era l’immagine di una pianta intagliata nella corteccia, e all’interno di ciascuna vi era una polvere di diverso colore, impalpabile come la farina. Arn, a cui piaceva raccogliere cibi selvatici, credette di riconoscere alcune delle piante: un piè-d’oca, una punta-di-freccia, una roseroot, un kinnikinic, una salicornia, una portulaca, un’acetosella... Ma qualche pianta non riuscì a riconoscerla.

C’era poi un’altra scatoletta, piena di una finissima polvere marrone, che sul coperchio recava l’immagine di una graziosa manina pendente verso il basso.

“Dice che sono un regalo per noi,” annunciò Tim Hemlock.

“Ma che cosa sono tutte quelle polveri?” disse Eugenia.

“Non lo so. Ma sono un regalo, quindi le metteremo sulla mensola,” rispose Tim Hemlock, e così fecero. Misero le scatoline sul ripiano sopra il camino, dove sarebbero state all’asciutto. E la vecchietta non si mosse né parlò, ma i suoi occhi brillarono.

Nei giorni che seguirono gli Hemlock mangiarono i funghi che sapevano buoni, ma lasciarono quelli arancioni e gialli sulla mensola, dentro le foglie.

Passarono i giorni, e la vecchietta sedeva sulla panca vicino al fuoco. Se ne stava lì tranquilla per tutta la giornata, muovendosi appena. Usciva nelle prime ore del mattino, da poco prima dell’alba a poco dopo, ma poi tornava a scivolare dolcemente al suo posto sulla panca di legno. Mangiava pochissimo e non creava alcun problema, ma dopo una settimana o poco più Eugenia cominciò a sentirsi un po’ inquieta.

Lei e Jen erano fuori, quel giorno, vicino all’abbeveratoio dove Tim Hemlock e Arn stavano lavorando, ed ella domandò a Tim Hemlock quanto a lungo la vecchietta intendesse restare.

“Non che mi dia fastidio,” disse Eugenia, “ma se ne sta lì a guardarmi tutto il tempo, e questo mi rende nervosa.”

“E poi ha uno strano odore,” soggiunse Jen. “Un odore come quando passeggi nei boschi e arriva una specie di ventata animalesca, calda, e non sai da dove viene.”

“Se almeno potessi chiacchierare con lei,” disse Eugenia. “Chi è? Che cosa ci fa, qui?”

Eugenia glielo chiedeva perché talvolta Tim Hemlock e la vecchietta conversavano con le mani e nessuno riusciva a decifrare i loro gesti; tranne i più semplici, come “Gradireste ancora un po’ di zuppa?” che in effetti era abbastanza facile da capire.

“Non so con certezza chi sia,” disse lentamente Tim Hemlock, la perplessità dipinta sul viso. “Ma so che dobbiamo permetterle di rimanere.”

Più tardi, mentre lui e Arn e Jen stavano dando da mangiare agli animali nella stalla, Arn disse: “Com’è che sai parlare con lei, papà?”

“Non lo so,” rispose il babbo. “Mio nonno, Shem Hemlock ― cioè il tuo bisnonno ― sapeva parlare in quel modo. Una volta, quand’ero ragazzo ― quando avevo all’incirca la tua età, Arn, e uno dell’Antica Gente venne a casa di mio padre ― mio padre mi disse che il nonno lo sapeva fare. Ma lui non era in grado di farlo. Non so proprio come mai lo sappia fare io.”

“La vecchia signora è una dell’Antica Gente?” domandò Jen. Stava grattando il largo muso di Oky, la vacca.

“Dev’essere l’ultima, se lo è,” rispose Tim Hemlock.

“Si chiamavano l’Antica Gente perché erano tutti vecchi come lei?” domandò Arn.

“No, è che loro erano qui prima di noi.”

“E se ne sono andati tutti?”

“Lo si è creduto per molti anni,” disse Tim Hemlock; e i bambini, vedendo che il babbo si faceva meditabondo e silenzioso, non dissero altro.

Più tardi parlarono del nonno, della sua fattoria lontana molte miglia e molte colline e valli, e di come era stata distrutta da un grande incendio della foresta quando il babbo era giovane. Il nonno, allora, era tornato nei luoghi in cui la gente vive tutta insieme, ma il babbo, invece, aveva lasciato la fattoria annerita e si era spinto ancor più in profondità in quelle regioni selvagge. “Andai più in là,” disse Tim Hemlock. “Qualcosa mi indusse ad andare ancora più in là, verso la montagna.”

La montagna ― il Monte Cascomera sempre stata un luogo proibito. Nessuno ci andava. Circolavano vecchie leggende sugli Dei che l’Antica Gente vi aveva lasciato estinguendosi, e sul fatto che quegli Dei, essendo immortali, vivessero ancora sulla montagna amareggiati e soli.

Una sera, una fredda sera della fine di Novembre, quando l’inverno si era ormai chiuso su di loro come una morsa e le finestre della piccola casetta erano impellicciate di brina, Tim Hemlock disse: “Il Mercante non viene più, quest’anno. È troppo tardi. Il fiume ha cominciato a gelare.”

L’avevano pensato tutti, ma era qualcosa di troppo grave per parlarne. E ora sedevano in silenzio, poiché senza la polvere e le pallottole, senza l’olio da lampada, il sale, l’acciaio e la pietra focaia, l’inverno sarebbe stato lungo e duro nella migliore delle ipotesi, ma nella peggiore sarebbero morti di fame. Jen scorse la paura negli azzurri occhi della mamma e andò da lei, si mise fra le ginocchia di sua madre e guardò in sù, nei suoi occhi che si erano fatti cupi come quel blu che in una nube di tempesta si scambia per quello del cielo finché non ci si accorge che in realtà è anch’esso parte del buio della nuvola. Jen appoggiò la testa al corpo della mamma per sentirne il calore.

Anche Arn taceva, poiché sapeva quanto fossero poche la polvere e le pallottole che al babbo erano rimaste. Ogni anno il Mercante poteva portare loro solo una certa quantità di ogni cosa, per via del lungo e difficile viaggio sù per il fiume, e in autunno erano sempre a corto di provviste. Arn guardò il lungo fucile a pietra focaia appeso ai sostegni di zoccolo di cervo sulla parete di tronchi, la sua grossa impugnatura d’acero, le guarnizioni d’ottone incise con immagini di animali e di piante. Dal suo gancio pendeva la sacca di cuoio ornata di perline in cui il babbo ne custodiva gli accessori, il piccolo corno degli inneschi e il corno grosso della polvere nera, pieno ora solo per metà.

La vecchietta sedeva ancor più silenziosa degli altri, ma a un tratto i suoi occhi luminosi si volsero verso Tim Hemlock ed ella cominciò a parlare con lui con le mani. Egli replicò, e ben presto le loro mani presero a muoversi sempre più velocemente, come se danzassero nell’aria, le grandi e callose mani da lavoratore di Tim Hemlock e le contorte manine brune della vecchia signora splendenti nel riverbero del focolare.

Dopo che li ebbe osservati per un po’, Eugenia si mise a urlare: “Che cosa state dicendo? Si può sapere cosa state dicendo?!” Era vicina alle lacrime.

Tim Hemlock e la vecchietta smisero di muovere le mani, ed egli si volse verso Eugenia: “Ha detto che il mese di ghiaccio di ferro sarà il peggiore,” le spiegò, “ma che cosa intenda dire non lo so proprio...”

“Non è giusto!” gridò Eugenia. “Perché non può parlare?”

“Perché non sa la nostra lingua.”

Egli vedeva quanto Eugenia era triste, perciò andò da lei e la abbracciò. Ma non c’era nulla che potesse dirle per rassicurarla, a parte una bugia, e dunque non disse nulla.

I bambini guardavano la vecchietta, che sedeva immobile come se fosse di legno riflettendo con la faccia scura i bagliori arancioni del fuoco.

Fu Jen la prima che credette di scorgere nei suoi occhi infossati qualcosa di ancor più misterioso e intenso che nessuno di loro aveva notato. Ma non ne parlò, poiché, sebbene non credesse che la donna capisse la loro lingua, non avrebbe mai potuto parlare di lei in sua presenza come se ella non fosse lì.

Più tardi, però, quella stessa notte, dopo che tutti si furono addormentati, Jen si destò con una strana domanda in mente, come se qualcosa l’avesse indotta a svegliarsi.

I bambini dormivano nel solaio, dove c’era più calore. Ma Jen, quando si alzò, si mise il piumino intorno alle spalle, perché il fuoco aveva cominciato ad affievolirsi e perfino nel solaio faceva un freddo pungente. Girò intorno al tramezzo di legno che divideva il suo letto da quello di Arn. Era buio; dal camino non arrivava che qualche bagliore ogni tanto, che prima di spegnersi di nuovo non riusciva che a riflettersi debolmente sulle travi del tetto.

“Arn,” mormorò. Dovette cercarlo a tastoni per trovare la cima della sua testa, la sola parte di lui che non era completamente avvolta nei piumini e nelle coperte. “Arn!” ripeté. “Svegliati!” Gli diede un colpetto sul cocuzzolo.

“Uff... Grunt...” borbottò lui.

“Svegliati!” bisbigliò lei.

Cha?”

“Shhh!”

Cha fattuh?”

“Svegliati!”

Alla fine egli si svegliò del tutto. “Che succede?” sussurrò. “Dev’essere mezzanotte...”

“Sì. Ma c’è qualcosa di molto strano che dobbiamo scoprire.”

“A mezzanotte?”

“Sì, perché lei è addormentata.”

Chi è addormentata?”

“La vecchia signora. Dorme profondamente. L’ho osservata. Se ne sta lì seduta come al solito, ma dorme profondamente. E c’è qualcosa che noi dobbiamo riuscire a scoprire. Non so perché. Ma sono i suoi occhi. C’è qualcosa di strano nei suoi occhi.”

“Lo so già,” bisbigliò Arn di rimando.

“Ma questo è davvero strano. Ho paura di andar giù a guardare da sola, quindi devi venire con me.”

“L’idea non mi piace.”

“Neanche a me, se vuoi saperlo, ma è qualcosa che dobbiamo fare.”

“Vuoi andare a guardare i suoi occhi? Ma come puoi farlo, se dorme? E se si sveglia?”

“È un’occasione che dobbiamo cogliere. Dobbiamo, Arn. Non lo so perché, ma so che dobbiamo.”

Arn avrebbe potuto dirlo fin da prima, che lei la pensava così. La sua sorellina non aveva che sette anni, ma quando decideva qualcosa... be’, la decideva. E poi lui era curioso, benché spaventato. Così brancolarono un po’ per il solaio, cercando i vestiti e mettendoseli, e poi Jen seguì Arn giù per la scala a pioli.

Nei bagliori morenti del fuoco poterono scorgere, sulla sua panca dall’altra parte della stanza, la figura impettita della vecchietta che se ne stava seduta così diritta da sembrare sveglia. Ma nello stesso tempo udirono il respiro prolungato e uniforme del suo sonno. Piano piano, più silenziosamente che poterono, attraversarono la stanza. Il respiro tranquillo continuò. Tremavano entrambi dalla paura, eppure dovevano seguitare a muoversi verso l’indistinta figura della vecchietta che sedeva così inflessibilmente eretta benché dormisse. Che cosa stavano combinando? Lo pensarono tutti e due, ma era come se qualcosa li spingesse ugualmente ad andare avanti in silenzio, a piedi nudi, verso quella presenza che metteva loro paura.

“Ci servirebbe una candela,” sussurrò Jen in un orecchio di Arn. “Dobbiamo guardarla in faccia.” Benché questo sembrasse ancor più pericoloso, Arn prese una candela dalla tavola e l’accese senza far rumore da una fiammella nel camino.

Ora che erano più vicini, l’odore della vecchietta era diventato più forte. Per Arn era come il primo sbuffo d’aria che usciva dalla pancia di un cervo quando il lungo coltello del babbo lo apriva per estrarne gli intestini, o il modo in cui le foglie trattengono e conservano traccia del passaggio di un orso bruno attraverso di esse, al punto che i capelli ti si rizzano sulla nuca prima che tu possa renderti conto di che cosa quell’odore significhi, e quando poi lo capisci, e ti guardi intorno con ansia cercando tuo padre, sembra che siano stati i tuoi capelli ritti a dirtelo, anziché il tuo naso. Per Jen, invece, era l’odore degli animaletti appena nati, una volpe che lecca i suoi piccoli ancora bagnati nelle profondità di un’umida caverna. Un odore che le avevano talvolta portato le tiepide folate dell’inizio della primavera.

Si avvicinarono ancora di più, ancora di più ― la vecchietta sempre immobile ― udendo solo i suoi respiri regolari, uniformi. Avevano creduto di essersi ormai abituati alla presenza della vecchia signora nella casetta, ma adesso, in piena notte, mentre tutto il mondo dormiva ed erano impegnati in una strana ricerca che non potevano non sentire colpevole per la sua stessa clandestinità, ella sembrava incombere su di loro.

Arn tenne la candela davanti all’antica faccia dormiente. Se quegli occhi si fossero aperti, Arn era sicuro che sarebbe morto per lo spavento. Ma gli occhi non si aprirono. La faccia rugosa luccicò, bruna come il legno lucidato, quadrati e rombi e triangoli intagliati da crepe profonde. La bocca della vecchietta era chiusa, le labbra strette, piegate agli angoli. Grigi peli arricciati pendevano da un neo nero sul mento infossato.

Poi, come in sogno, Jen vide il proprio braccio tendersi con diffidenza verso quella faccia e avvicinarsi sempre di più, di più, fino a sentir sulla mano il tiepido alito della vecchietta, fino a toccarle una bruna palpebra rugosa e a sollevarla dall’occhio incavato.

Ma ciò che videro fu così strano che per lo stupore si dimenticarono quasi di aver paura. Poiché sotto la palpebra non c’era pupilla né iride, ma una piccola sfera trasparente e luminosa che sembrava di vetro, nella quale intravidero come in una limpida giornata d’inverno verdi abeti e una cascata cristallina, e alle spalle dell’impeto selvaggio dell’acqua una cupa montagna. Sopra le cui tetre rocce, nere nuvole rotolavano le une sulle altre e si sollevavano contro un cielo oscuro.

Dopo che ebbero osservato la cascata, la montagna e le nuvole per un tempo sufficiente a non dimenticarle mai più, Jen lasciò che la vecchia pelle di quella palpebra tornasse a posto. Poi si scambiarono una lunga occhiata e senza dire una parola si ritrassero dalla vecchietta, spensero la candela e si arrampicarono di nuovo sul soppalco, dove caddero entrambi in un sonno pieno di sogni in cui campeggiavano la sinistra bellezza di una montagna, nuvole che si levavano e acqua che cadeva.

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Capitolo Secondo

Tsuga e la Porta Nera

La mattina dopo, Jen e Arn si svegliarono mentre Eugenia metteva dell’altra legna sul fuoco sotto il bollitore sibilante. Faceva freddo, c’era un freddo pungente persino nel solaio, e i bambini rimasero avvolti nelle coperte fino al naso per non passare di colpo dal tepore del letto ai vestiti gelati.

A un tratto, però, rammentando ciò che avevano visto nel bel mezzo della notte, entrambi provarono un senso di stupore e di apprensione per quel che avevano fatto.

“Jen,” bisbigliò Arn attraverso il tramezzo fra i due giacigli, “Jen, ti ricordi anche tu quello che mi ricordo io?”

“Sì...” bisbigliò Jen di rimando. “Dev’essere accaduto davvero.”

“Mi sa che è meglio non parlarne,” disse Arn. “Tu che ne pensi?”

“Non son sicura del perché, ma lo credo anch’io.”

“Sù, bambini,” li chiamò Eugenia. “Mi sono accorta che siete svegli. C’è del porridge caldo, pan di granturco e miele per colazione!”

Con l’acquolina in bocca, si fecero coraggio e in un attimo furono ai piedi della scaletta, davanti al fuoco che scoppiettava nel camino, a riscaldarsi da un lato e dall’altro. La vecchietta non era ancora tornata dal luogo misterioso ― qualunque fosse ― in cui si recava prima dell’alba, ma sia Jen che Arn guardarono con aria colpevole verso il suo solito posto sulla panca di legno vicino al fuoco.

Di lì a poco Tim Hemlock rientrò dalla stalla, fermandosi sulla soglia a scrollarsi la neve dai mocassini in modo che si potesse spazzarla fuori con un sol colpo della scopa di vimini. Aveva munto Oky e la capra, e aveva pulito e dato da mangiare a Oky, a Brin, al maiale e al caprone. Mise i due secchi di latte sul ripiano refrigerante della dispensa, il punto dove sarebbero stati più al fresco (ma non sarebbero gelati) e prima che potesse togliersi il giaccone di pelle, la porta si aprì di nuovo e la vecchia signora, tutta marrone nella sua pelliccia di daino, scivolò dentro non meno scorrevolmente che se fosse stata senza gambe. E come al solitocon la vecchia faccia bruna e raggrinzita priva di espressione, tranne che per quell’aria decrepita che sembrava dire: “Com’è pesante il cielo, da sorreggere!” andò difilato al suo posto sulla panca e si sedette.

Si sarebbe detto che non sapesse che i bambini, qualche ora prima, avevano dato una sbirciatina nel profondo del suo occhio.

Le giornate divennero più fredde e più brevi a mano a mano che l’inverno calava su di loro dalla cima della tenebrosa mole del Monte Cascom. Il freddo gemeva nelle travi della casetta, nei telai delle finestre, nei cardini della porta bianchi di brina. Ed era così terribile, quel freddo, che per cento miglia all’intorno il verde delle conifere ne diventava quasi grigio, e gli alberi che in inverno perdono le foglie facevano scricchiolare i nudi rami contro il cielo gelido.

Venne la neve, e poi di nuovo, finché i sentieri per la stalla e i suoi annessi e per la grotta nella collina somigliarono a delle gallerie. Tim Hemlock ― quando andava a caccia per procurarsi un po’ di carne, di cui cominciavano ad aver bisogno più disperatamente che in qualsiasi altro inverno che avessero mai visto ― s’incamminava sulla neve alta calzando le racchette da neve più ampie e lunghe che possedeva. Tornava nel tardo pomeriggio, poco prima che calasse la notte, spossatole sopracciglia bianche di brina che a poco a poco si liquefaceva nel tepore della casettaattaccava al piolo il fucile che non aveva usato e si toglieva il giaccone di pelle e i gambali di cuoio induriti dal gelo per appenderli alla porta. I bambini si rendevano conto di quanto l’avevano sfinito il freddo, la neve profonda e l’interminabile marcia che aveva sopportato. Il suo volto appariva smagrito, emaciato, e un punto su una guancia, che una volta gli si era congelato, diventava di un rosso brillante non appena egli si accasciava su una sedia davanti al fuoco. Spaventava i bambini vedere il padre così stanco, benché egli si sforzasse, quando si sedevano tutti insieme per la cena, di mostrarsi di buon umore anche se le porzioni si facevano ogni giorno più piccole.

Un giorno, con il cielo quasi nero già nel primo pomeriggio e una tormenta che si librava sul Monte Cascom in attesa di piombare giù ululando, il babbo rientrò esausto dopo aver zoppicato fino a casa dal luogo in cui era caduto sbattendo il ginocchio sulla racchetta da neve. Eugenia gli portò una scodella di minestra di patate ben calda ed egli vi soffiò stancamente, accogliendone il tepore fra le dita intirizzite. Sembrava troppo stanco perfino per parlare, ma poi: “Non ci resta che macellare il maiale,” disse a Eugenia.

Era una prospettiva terribile, per gli Hemlock. Avevano dato al Mercante molti mocassini e alcuni coltelli in cambio del porcellino che gli aveva portato l’anno prima, nella speranza che per l’autunno si sarebbe ingrassato a forza di ghiande e di granone. Ma quello mangiava e mangiava e non diventava né grande né grosso. Era un maiale vagabondo, dal muso allungato, più selvatico che domestico.

“Potrebbe non esserci abbastanza cibo per Oky e Brin, e senza di loro non possiamo sopravvivere. Proprio non ci possiamo permettere di continuare a nutrire il maiale,” disse Tim Hemlock. “Non credo che la tormenta si scatenerà prima di domani notte, quindi dobbiamo farlo domattina come prima cosa.”

“Non ci sarà un granché di grasso o di carne, in quel maiale,” commentò Eugenia.

La vecchia signora guardava dall’uno all’altro, mentre parlavano, e solo i suoi occhi si muovevano, nelle buie e decrepite orbite.

Il mattino dopo, così, poco prima dell’alba, ci fu del sangue sulla neve, di un rosso vivo che a mano a mano sfumava colando fra i cristalli di ghiaccio. Il maiale morì alla svelta, senza accorgersene, tramortito con una mazza da fabbro e dissanguato mentre era appeso per le zampe a un cavalletto di saplings. Arn aiutò a scuoiarlo e a tagliarne le magre carni. Eugenia e Jen ne misero da parte le viscere e tutto il sangue che poterono. Serbarono quasi tutto ― perfino i quattro puntuti zoccoli fessi ― in modo che tutto ciò che non si sarebbe potuto salare e seccare fosse mangiato fresco, e tutto ciò che non si poteva mangiare fresco fosse sistemato nel punto più alto del tetto, in un nascondiglio a prova di lupo e di orso, affinché lo congelasse l’inverno. Ma nel pomeriggio, quando tutto fu fatto e si cominciarono a sentire i primi morsi della tormenta, era ben poca la carne che gli Hemlock avevano ricavato, e ancora meno era il prezioso grasso che avrebbe dovuto dargli forza contro il freddo.

Arn e Jen pensavano al maiale. Non avevano avuto il tempo di conoscerlo a fondo come Oky e Brin ― specialmente Oky, la prediletta di Jen. E adesso non c’era più, si era trasformato in braciole e magre bistecche, in fette di pancetta non salate, in costolette, nell’occorrente per la soppressata, in budelli per salsicce, in una pelle da conciare, in qualche ossobuco. Jen si domandava se gli altri animali fossero consapevoli dell’accaduto, e se sentissero la mancanza della sua compagnia, in quella stalla fredda e buia. Se lo domandava specialmente delle capre, i cui vividi occhi dalle misteriose iridi oblunghe sembravano saperne più di quel che dicevano. Il recinto del maiale era vuoto: non potevano non essersene accorti, tutti quanti.

L’inverno non finiva mai. Agli Hemlock sembrava che durasse da anni. La carne di cervo essiccata, affumicata e conservata in salamoia, il salmone affumicato proveniente dal fiume e il maiale congelato se n’erano andati alla svelta. Tutto il midollo era stato estratto da tutti gli ossibuchi. Avevano della farina di granturco, un po’ di farina di grano, della verdura secca e qualche patata che aveva germogliato ed era ormai raggrinzita e ammuffita. Il latte di Oky e della capra era adesso terribilmente importante, per loro. Tim Hemlock doveva trascorrere la maggior parte della giornata fuori, in cerca di selvaggina, perché non poteva neanche pensare di macellare Oky, o Brin, o le capre. Ma tutti loro sapevano che l’avrebbe fatto, però, se avesse dovuto.

“Non capisco dove siano andati a finire i cervi,” disse una notte a Eugenia mentre i bambini dormivano. “Quest’anno non hanno svernato in nessuno dei soliti posti. Se ne sono andati e basta. Sembra che non ci sia nessuno, in giro, quest’inverno ― non un’alce, una volpe, una lepre, uno scoiattolo rosso, un topo zampe-bianche, una pernice. Si direbbe che gli animali abbiano abbandonato in massa la foresta.”

Parlava, e lo sguardo della vecchia signora non si staccava dalla sua faccia stanca. Era ormai da molto tempo che Tim Hemlock non provava a discorrere con lei a gesti, e anche questa volta si limitò a crollare le spalle sconsolatamente, come se non avesse più parole. Ed Eugenia vide quanto era esausto.

La riserva di legna da ardere accatastata sotto il cornicione si stava assottigliando, oltre tutto, tanto che gli Hemlock vi attingevano con parsimonia, e la casetta non era allegra e calda come gli altri inverni. Nella fornace vicino alla stalla il fuoco non era mai acceso. Sembrava che la foresta che essi conoscevano così bene li avesse abbandonati. Era la loro casa e con loro era sempre stata generosa, benché severa, ma adesso era diventata avara, nient’altro che fredda neve e muti alberi congelati.

A dicembre il sentiero fra la stalla e la grotta divenne una galleria, illuminata a mala pena dalla fredda luce azzurrognola che filtrava dal soffitto di neve. Sebbene ciò riparasse il sentiero dal vento gelido, all’interno c’era un freddo da mozzare il fiato, come dentro un blocco di ghiaccio.

Non fu tra i più felici, il Natale di quell’anno, benché tutti facessero del proprio meglio. Tim Hemlock tagliò la cima di un abete del balsamo che spuntava appena dalla neve e la portò nella casetta, ma non poterono decorarla con le candele perché non avevano più sego. Jen e Arn presero nel solaio i personaggi del presepe ― il bambino e i genitori scolpiti nel legno, e con loro il bue e l’asinello ― e li sistemarono a sinistra dell’albero. I pupazzetti sembravano a loro agio e al calduccio, intorno alla mangiatoia colma di fieno. A destra dell’albero ― in un piccolo cerchio intorno al cervo e all’alberello, che era un ramo dell’abete del balsamo ― misero invece gli animali selvatici. Ma non avevano sella di cervo, che era il loro pranzo di Natale tradizionale, e tutto ciò che riuscirono a mettere in tavola, oltre a qualche focaccia d’avena, fu una zuppa di patate e d’avena con dentro un po’ d’erba cipollina essiccata.

Dopo mangiato, mentre cantavano Silent Night, Holy Night, Eugenia non poté trattenere le lacrime. Tim Hemlock, come faceva sempre la Vigilia di Natale, andò nella stanza da letto sul retro, si mise la mantella di pelle di cervo e la maschera da cervo con le corna e tornò camminando lentamente, con la flemmatica solennità dei cervi. Si guardò intorno silenziosamente, poi si sedette a tavola. Eugenia prese il pupazzetto di zucchero d’acero che aveva fatto quella mattina e tenendolo con attenzione sul piatto del coltello lo porse al cervo, che lo assaggiò, si tolse il costume e divise il pupazzetto di zucchero fra tutti i presenti. La vecchia signora osservò tutto questo con i suoi vecchi occhi raggianti, e accettò la sua porzione di dolce con un cenno del capo.

Poi, quando si riunirono intorno al fuoco e venne il momento di una buona storia, Tim Hemlock raccontò quella che aveva udito da suo nonno su Tsuga, un grande cacciatore dell’Antica Gente conosciuto anche come Va-troppo-lontano. Jen e Arn la sapevano a memoria, ma erano sempre felici di ascoltarla di nuovo, perché il padre, raccontandola, cambiava: i suoi occhi diventavano più luminosi, e la voce e i gesti si riempivano di un’eccitazione che lo rendeva più simile a loro.

“Si dice,” cominciò Tim Hemlock, “che l’Antica Gente non vide mai i suoi Dei, poté solo udirne le voci nell’acqua, nel vento, nel tuono...” E andò avanti con la vecchia storia narrando loro di quando Tsuga, mentre cacciava in terre remote e selvagge, capitò su una montagna sconosciuta e ne risalì le anguste valli finché non giunse dinanzi a una porta di pietra nera. Le impronte del cervo che stava inseguendo terminavano lì, davanti a quella pietra. Qualche versione della storia che il nonno di Tim Hemlock gli aveva raccontato diceva che la pietra era sostenuta da enormi cardini, altre sostenevano che si trattava invece di una pietra in bilico, che oscillava sul suo fulcro. Tsuga allungò una mano per toccarla, ma in quel momento udì la voce del tuono e la ritirò spaventato, perché il tuono era ovunque, intorno a lui, benché il cielo fosse azzurro.

A dispetto della paura Tsuga era comunque curioso, da uomo che non si era mai trattenuto dall’andare a vedere che cosa ci fosse dall’altra parte di una collina, aveva sempre guadato anche i fiumi più larghi e aveva braccato tutte le prede finché non le aveva raggiunte. Rimase lì a tremare dinanzi alla pietra, poi allungò di nuovo una mano per toccarla. Attonito, la vide ruotare lentamente aprendosi a poco a poco su una fitta tenebra, dalla quale scaturì una voce profonda: “Dove sono i tuoi bambini?” domandò la voce, triste come il vento. “Dove sono i tuoi bambini?”

“Sono al sicuro a casa,” riuscì a dire Tsuga, benché la sua voce tremasse.

“Nessun posto è sicuro,” rispose quella voce che sembrava fatta di vento.

“Perché non posso vederti?” domandò Tsuga, la cui curiosità era più forte della paura.

“I tuoi occhi non vedono altro che ciò che devi uccidere. Dove sono i tuoi bambini?”

Era più vento che voce, adesso, e si dissolse, mentre la roccia nera lentamente si richiudeva, nel suono che in autunno fa il vento tra gli alberi.

Tsuga ritornò a casa, viaggiando per parecchi giorni dall’alba al tramonto e dal tramonto all’alba. Era il sole a indicargli la strada, e di notte le stelle, e non si fermava che per mangiare un po’ di carne fredda o di focaccia d’avena quando cominciava a sentirsi debole per la fame. Orsi, cervi, lupi e ogni altro animale di quelle terre selvagge gli si mostravano senza timore, comprendendo che non avrebbe interrotto la corsa per dar loro la caccia. Non tese mai l’arco né sguainò il coltello, durante quel lungo viaggio, e quando infine arrivò a casa scoprì che tutte le sue provviste erano bruciate e la sua famiglia era sul punto di morire di fame. Allora, benché fosse così debole che a malapena poteva tendere l’arco, vide che doveva al più presto procurare loro del cibo. E mentre si voltava sulla soglia della casetta, un vento riarso venne a lui attraverso gli alberi con un lungo sospiro, e un leggiadro cerbiatto dalla coda bianca, una femmina, uscì dalla foresta guardandolo tristemente, in attesa della sua freccia.

“Per tutta la vita,” disse Tim Hemlock, “Tsuga cercò di ritrovare la Porta Nera, perché era l’unica soglia che non aveva varcato, ma non la trovò mai. Quando i figli dei suoi figli furono adulti, ed egli era ormai un vecchio dai capelli bianchi e dalla pelle rugosa, partì per una lunga stagione di caccia dalla quale non fece ritorno. E la gente disse che alla fine doveva averla ritrovata, la Porta Nera.”

Il vento gemette contro le finestrelle della casupola, e uno sbuffo sceso giù per il camino dissuase per un istante il fuoco dall’alzarvisi. Tim Hemlock taceva, ora, e i suoi occhi fissavano pensierosi qualcosa che non era in quella tiepida stanza. Arn si domandò dove fossero finiti, i pensieri del babbo, e per un attimo si sentì solo.

Quando furono a letto, dove andavano tutti presto (tranne la vecchia signora) per non consumare troppa legna e stare al caldo, Eugenia disse a Tim Hemlock: “Ma perché è ancora qui, quella vecchia? Non fa che star lì seduta senza dire una parola, e si mangia quel po’ di cibo che ci è rimasto. Perché è dovuta venire proprio quest’inverno?”

“Mangia pochissimo,” disse Tim Hemlock. “Non possiamo mica buttarla fuori al freddo a morire.”

“Certo che no. Non volevo dir questo! Ma se soltanto se ne fosse andata in autunno! Perché mai è dovuta arrivare proprio in questo terribile inverno?”

“Non lo so. Non ha voluto rispondermi, quando ho provato a domandarle chi sia e da dove venga. Si direbbe che le domande non le capisca. Eppure si trattava di semplici domande in quella sua lingua. Forse è solo una vecchia vagabonda che è sopravvissuta a tutta la sua famiglia. Se supera l’inverno, se ne andrà da qualche altra parte. Lo sai, lei crede d’aver pagato il suo sostentamento con quelle scatoline e quei funghi.”

Eugenia sospirò. “Sì, lo so... Ma a che cosa serviranno tutte quelle polveri?”

“A caval donato...” disse Tim Hemlock. “Verdure selvatiche, funghi, tuberi, erbe... Sono tante le cose che non sappiamo...”

“Ma di che cosa parlate con le mani? Non potresti chiederglielo?”

“Parla per enigmi. Non vuol rispondere alle mie domande. Dovrò scoprire le risposte in qualche altro modo.”

“Quali risposte?”

“So a malapena le domande, e tu vorresti già conoscere le risposte,” disse Tim Hemlock. E sembrava così affaticato e triste, che Eugenia cercò di non lasciargli intravedere quanto la sua risposta l’avesse ferita.

Ma i bambini, dal soppalco, udirono il padre e la madre discutere, e anche se non compresero quel che dicevano, percepirono tuttavia il senso d’infelicità e di pericolo che trapelava dalle loro voci. Il babbo e la mamma erano tristi, e non solo perché il Mercante non era venuto e perché l’inverno sarebbe stato lungo e terribile. Tutti e due i bambini si erano più volte domandati come mai non avessero raccontato ai genitori ciò che avevano visto nell’occhio della vecchia signora. Ma la ragione, lo sapevano entrambi, era che non volevano turbare il padre e la madre in alcun modo.

“Arn,” sussurrò Jen, “sei sveglio?”

“Sì,” sussurrò Arn di rimando.

“Non è stato un Natale molto allegro, vero?”

“No.”

“Chissà com’erano, i bambini di Tsuga...” disse Jen.

Arn ci penso sù un momento. “Come noi, forse... Ma non credo. Perché erano dell’Antica Gente, loro... E forse la storia è inventata, comunque.”

“Forse, anche la vecchia signora è dell’Antica Gente,” disse Jen.

“Hai mai visto le sue impronte nella neve?” disse Arn. “Sono strane, a vedersi. Sono impronte di mocassini, ma sono rivolte in dentro, in un certo modo, e sembrano storte.”

Jen non disse nulla per un po’, e poi: “Noi siamo i soli bambini che abbiamo mai conosciuto,” osservò. “Magari gli altri bambini non sono come noi.”

“Ma quando tu eri piccola ci fu uno straniero che passò di qui. Avevo cinque anni, e me lo ricordo. Disse che aveva un ragazzino proprio come me.”

“Non me lo ricordo,” disse Jen.

“Era tutto marrone, vestito di pelle di cervo da capo a piedi, aveva i capelli castani ed era marrone dappertutto, e questo è tutto ciò che posso ricordare oltre a quello che disse di me.”

“E di me non disse niente?”

“Non che io ricordi. E tu eri solo una pupetta, comunque.”

“Non riesco a immaginare che aspetto abbia un bambino appena nato. Tranne Gesù bambino, forse, ma lui è solo un pupazzetto di legno.”

Tacquero entrambi per un po’.

“Mi domando se Tsuga avesse una bambina della mia età,” disse Jen.

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Capitolo Terzo

Il Mese di Ghiaccio di Ferro

Il primo di febbraio, il mese più gelido, la catastrofe si abbatté sugli Hemlock, e per due volte nello stesso, amaro giorno. Il latte di Oky cominciò a esaurirsi. Ne diede meno di un quarto di litro, quella mattina. E dopo la mungitura Tim Hemlock fu colpito da una malattia debilitante, con febbre alta. A un tratto si sentì così stremato da poter a malapena ripercorrere barcollando la galleria dalla stalla fino a casa e accasciarsi sudando e tremando davanti al focherello che ardeva nel camino.

“C’è qualcosa di strano, nell’aria,” disse. “È in arrivo un cambiamento.”

“Che genere di cambiamento?” domandò Arn.

“Non lo so. Sembra tutto più pesante...” disse il babbo.

Ma Eugenia, Jen e Arn non percepivano nulla di strano, e si preoccuparono per lui ancora di più pensando che quella sensazione fosse dovuta alla malattia. Lo avvolsero in una grande pelliccia d’orso, scaldarono dell’acqua perché potesse metterci i piedi ogni volta che rabbrividiva, gli misero delle pezzuole fresche e umide sulla fronte quando la febbre saliva. Nessuno prestò attenzione alla vecchietta, che ancora sedeva al suo posto come una scultura in legno e continuava ad osservare ogni cosa.

Più tardi, però, verso mezzogiorno, anch’essi cominciarono a notare qualcosa di strano. Dapprima fu un flebile rumore che sembrava venire da ogni direzione, quel tipo di suono quasi impercettibile che si ha l’impressione di avere nella testa, e che poi s’insinua a poco a poco nelle orecchie mentre non ci si pensa e a un tratto si impone di nuovo all’attenzione. A mano a mano che diventava più forte, ognuno iniziava a domandarsi se anche gli altri lo udissero... una sorta di lievissimo rumore d’acqua, una specie di sgocciolio come non l’avevano più udito da quando la morsa del gelo si era chiusa su di loro alla fine dell’autunno. Diventava sempre più forte, sempre più forte, e all’improvviso si ritrovarono a domandarsi l’un l’altro: “Che cos’è? Che cos’è questo rumore?” Sembrava venire da ogni parte.

Arn andò alla porta e l’aprì. Fu accolto da un’ondata di tepore. Tiepida aria balsamica entrò nella casetta intrufolandosi al di sopra di lui nel vano della porta aperta, tiepida come in un caldo giorno d’estate. La volta della galleria di neve era crollata, e il cielo azzurro, luminoso, e lo scintillio del sole sulla neve ― una luce intensa, quale egli non vedeva da settimane ― ferirono i suoi occhi e lo abbagliarono. E i ruscelli d’acqua della neve che si scioglieva facevano quasi un ruggito, scrosciando come piccole cascate dalle grondaie della casetta e dai tetti della fornace e della stalla.

“Sembra estate!” esclamò. L’aria calda, entrando a fiotti nella casupola, copriva il tavolo e le sedie di un velo sottile quando ne toccava le superfici più fredde.

“È la falsa primavera!” disse Eugenia. Ma non si era mai vista una falsa primavera così calda. Avevano già cominciato a sudare, nei loro pesanti abiti invernali.

“Non durerà a lungo,” disse Tim Hemlock. Ad Arn parve di sentire del timore, nella fioca, lenta voce del babbo privo di forze, e per un attimo rabbrividì nonostante il caldo.

Ma l’inatteso tepore estivo fu meraviglioso per i bambini, che per tutto quel tempo avevano avuto sempre più freddo a mano a mano che la fame cresceva in loro. Per alcuni giorni Jen non era andata a trovare Oky nella stalla, così si mise i suoi stivaletti impermeabili ― quelli con le cuciture spalmate di resina d’abete ― avanzò faticosamente tra le muraglie di neve nella melmosa fanghiglia del sentiero e andò ad aprire la porta all’aria fredda della stalla, contenta di star portando il caldo agli animali.

“Oky?” chiamò, mentre i suoi occhi cominciavano ad abituarsi alla penombra odorosa di fieno. Si fece avanti, tenendosi alla ringhiera di legno, finché non ci vide di nuovo: “Oky?”

Arrivò al recinto di Oky e Brin. Udì i lenti movimenti dei grossi animali. L’impiantito scricchiolò e tiepidi olezzi la avvolsero, più intensi dell’atmosfera estiva che si era riversata nella stalla. Vide l’ampio e umido naso di Oky, la sua larga faccia da mucca, le orecchie piegate in cima, i bruni occhi dall’aria così gentile. E Oky diede in un profondo sospiro, accompagnato da un suono di gola basso e mormorante, per far sapere a Jen che era la benvenuta nella fumante e polverosa dimora invernale degli animali. Mentre Brin, più calmo e riflessivo di Oky, emise un placido muggito, per metà suono e per metà respiro, e rimase indietro, nel recinto quadrato, a giacere sul fieno con le grosse zampe anteriori piegate davanti all’ampio petto spazioso.

Talvolta Jen era assolutamente certa di parlare con Oky, ma in altri momenti arrivava a domandarsi se fosse proprio vero che loro due si capivano a vicenda. Forse era lei che nella sua mente s’inventava le parole di Oky, e Oky in realtà non le aveva affatto pronunciate. Quanto a Brin, non aveva mai l’aria di dire un granché. Né Jen udiva mai quel che pensavano le capre. Sembravano così sveglie, abili, astute, ma non era mai riuscita a capirle.

Oky invece le diceva molte cose, e rispondeva alle sue domande in modi che sembravano davvero troppo singolari per credere che Jen se li fosse immaginati da sé. Erano pensieri da mucca, lente risposte profonde da ruminante, e non meno ponderate di quanto erano pesanti il gran corpo e le ossa di Oky. “Oky sa come cresce il burro”, faceva la canzone, e si sarebbe detto che fossero parole di Oky anche quelle.

“Il babbo sta male, Oky,” disse Jen. “E tu non ci hai dato molto latte, stamattina. Sei malata anche tu? Spero di no.”

Oky mosse la testa lentamente, sospirando, le grandi fauci che biascicavano piano da una parte all’altra, e a Jen parve di udire gravi ed echeggianti parole. Parole che raccontavano di un vitellino, un vitellino bianco e marrone dalle lunghe zampe ancora insicure e la bella testolina ossuta, e di quanto il latte di Oky fosse ricco di panna, al tempo in cui ella poteva ancora trasformare l’aria tiepida e la dolce erba di trifoglio in abbondanza e nutrimento, donatori di vita. Mentre adesso Oky era triste, triste e depressa fin nel più profondo dei concavi abissi quadripartiti del suo essere mucca, schiacciata dal peso della nostalgia per un luogo ove era stata una volta tanto tempo prima, per una vasta prateria e un esile vitellino, una dolce acqua e il verde tepore dell’erba.

Jen fu presa dalla malinconia nel percepire l’intenso struggimento dell’amica. Le era sempre stata così riconoscente per il latte e il burro e il formaggio che dava loro! Era Oky che donava loro la vita, e la sua pena ― per la perdita di quella bella e ricca prateria e del vitellino dalle lunghe zampe ossute ― non poteva non addolorare anche la bambina come se anche lei fosse stata felice e serena in quel luogo tanto tempo prima.

Ancor prima che Jen tornasse a casa dalla stalla, un nuovo mutamento di clima calò inesorabilmente su di loro dal Monte Cascom. L’aria calda fluì attraverso le piccole radure della fattoria, corse umida fra la casupola e le sue dépendances e fu seguita da un freddo così intenso che più che un vento fu qualcosa di tangibile, come una muraglia in movimento. Mentre Jen camminava verso casa, le suole degli stivaletti minacciarono di congelarsi saldandosi alla fanghiglia, che si stava trasformando in ghiaccio trasparente. Per poco non dovette abbandonarne uno sulla soglia. Fu sul punto di restare lì, come un albero dalle radici ben confitte in quel ghiaccio repentino.

Nella casupola, anche gli altri se n’erano accorti. Il tetto scricchiolava come sotto un pugno gigantesco mentre la neve umida si tramutava in ghiaccio. Tim Hemlock, rabbrividendo davanti al fuoco nella pelliccia d’orso, commentò: “Adesso ogni cosa diventerà di ghiaccio massiccio. Ogni cosa diventerà dura come il ferro.”

“Ferro...” ripeté Arn. Ricordava vagamente qualcosa, riguardo al ferro e al ghiaccio duro come il ferro.

“Dovremo staccare la legna dalla catasta con le scuri,” mormorò Tim Hemlock. “E anche le porte. Tutte le porte saranno serrate dal gelo.”

Ghiaccio di ferro, pensava Arn. Quand’era che l’aveva già sentito?

Il freddo non diminuì col passare dei giorni. Andava in cerca di ogni fessura, di ogni interstizio della casupola, e vi si insinuava come un brivido. E ogni giorno Tim Hemlock stava un po’ peggio, come se il freddo avesse trovato il modo di penetrare in lui e lo stesse congelando giù per la gola e nel petto. Poteva appena bere quel po’ di minestra calda che Eugenia gli preparava, e finì col giacere su un pagliericcio davanti al fuoco tremando e boccheggiando. Arn, coprendosi con tutti gli abiti che poteva mettersi addosso senza che gli impedissero di muoversi, aveva scalpellato meglio che poteva le porte della casetta e della stalla, e con l’aiuto di Eugenia e di Jen si prendeva cura degli animali e faceva a pezzi i ciocchi che distaccava dalla catasta congelata per trascinarli sul ghiaccio livido. Dovevano portare dei ramponi di ferro fissati agli stivali, ma i chiodi facevano ben poca presa su quel ghiaccio, più duro di qualsiasi altro mai visto prima.

Oky dava loro ogni giorno meno latte. La capra ne dava la solita modesta quantità, ma naturalmente le sue mammelle erano più piccole di quelle di Oky. Le capre non parevano badare granché al freddo e al ghiaccio, come se dicessero: “Noi possiamo arrampicarci ovunque, e vivere di qualsiasi cosa.” Jen, che passava ore e ore nella stalla con Oky, aveva l’impressione di udire affermazioni del genere, dalle capre, ma le sembrava anche che i loro pensieri fossero freddi, altezzosi, e non la riguardassero affatto.

Finché ― un giorno che non avevano da mangiare che un pezzo di pane, delle bacche secche e un po’ di latte annacquato ― Tim Hemlock non poté più udirli né rispondere loro e giacque immobile con gli occhi chiusi, traendo brevi ansiti precipitosi come i respiri di un topolino. La sua pelle era sempre più fredda e secca. Eugenia tentò di trasmettergli un po’ di calore per dare a sé stessa un po’ di speranza, ma in cuor suo era alla disperazione. Non avrebbe potuto sopportare di continuare a vivere, se Tim Hemlock se ne fosse andato. E che cosa ne sarebbe stato dei suoi poveri figlioli tanto amati? Quel gelo spietato si sarebbe insinuato nella casetta e nei loro corpi e li avrebbe consegnati per l’eternità al mondo remoto dei morti.

Arn e Jen capivano quanto fosse grave la malattia del babbo, anche se Eugenia tentava di nasconderglielo. E tuttavia non potevano credere che Tim Hemlock, che era sempre stato così forte, li aveva sempre protetti e sempre aveva provveduto loro, potesse ora essere così debole e malato. Gli sembrava impossibile. Se ne sarebbero resi conto all’improvviso e come ridestandosi da un sogno, che quell’uomo forte e silenzioso non avrebbe più parlato con loro, né udito le loro voci, né veduto le loro lacrime.

Quella sera, a cena, Arn non poté mangiare. La sua crosta di pane non si ammorbidiva nella sua bocca. Restava dura come il ferro... Ferro, pensò. E fu allora che ricordò. Era stata la vecchia signora. Erano tutti così preoccupati e spaventati per il babbo, che non avevano più pensato alla vecchia signora. Come se fosse un pezzo di legno posato lì sulla panca per tutto il giorno. Ma una volta, parlando con le mani, ella aveva detto a Tim Hemlock: “Il mese di ghiaccio di ferro sarà il peggiore.” E adesso erano proprio nel mese del ghiaccio di ferro. Febbraio. E con questi pensieri egli fu di nuovo consapevole del mistero della vecchia signora, che ella aveva portato con sé come un dono quando per la prima volta era apparsa sulla soglia della casetta. E sì, erano ancora là, sullo scaffale, tutte le sue scatoline di corteccia di betulla piene di polverine, ciascuna con la sua piccola figura intagliata sul coperchio. Ne rammentava qualcuno, di quei disegni di piante: pie’ d’oca, sagittaria, radice di rosa, kinnikinic, salicornia, portulaca, acetosella. Le altre non le aveva riconosciute... A un tratto sentì che era giunto il momento di aprirle, quelle scatole. Se non altro perché tutte le piante che aveva identificato erano buone da mangiare, e loro erano affamati. Cosicché prese uno sgabello e vi salì per arrivare allo scaffale.

“Che cosa stai facendo?” domandò Eugenia.

“Abbiamo trovato da mangiare,” rispose Arn. “Tieni, Jen, prendile a mano a mano che te le passo.”

“Ma non sappiamo che cosa c’è dentro!” esclamò Eugenia.

“Lo so io. Di qualcuna, almeno.” Chissà come, sapeva di aver ragione e che non era ancora troppo tardi, anche se ci mancava poco. E allora gli accadde di cogliere un movimento con la coda dell’occhio, qualcosa di bruno che si spostava. Guardò, e con grande stupore scoprì che la vecchia signora lo stava fissando con occhi sgranati.

Stava parlando con lui! Aveva proteso un braccio, la mano mollemente ciondolante dal polso. E quella mano gli rammentava qualcosa... Forse il disegno di una mano? Ma certo! Ricordava, infatti, che sul coperchio di una delle scatole c’era la figura di una mano come quella, graziosamente pendula... Subito la prese e la porse alla donna.

Ella annuì col capo, e la sua lucida vecchia faccia coperta di rughe rimase impassibile, ma gli occhi brillarono. Protese le braccia, e le mani presero a muoversi rapidamente ― sù e giù, avanti e indietro ― mentre le vecchie dita deformate si muovevano anch’esse. Arn, però, non capiva nulla di ciò che ella stava cercando di dirgli, e perse di nuovo la speranza. Ma uno strano fenomeno cominciò piano piano a verificarsi. Mai, in seguito, avrebbe saputo spiegarsi come successe, ma a poco a poco iniziò a comprendere ogni cosa: e i gesti della donna, che un minuto prima non erano che gli scatti e i guizzi privi di significato delle braccia e delle mani di una vecchia signora, a un tratto presero a trasformarsi in acqua, in una scatola, in una polverina, in una tazza. Altri movimenti all’improvviso significarono aprire, versare, riscaldare, mescolare, e alla fine tutti i diversi tipi di parole ― le parole per le cose e le parole per le azioni ― divennero chiari quasi come quelle che aveva ascoltato e pronunciato per tutta la vita.

La vecchia signora annuì per tre volte, quando ebbe finito di parlare, ed egli annuì per tre volte a mo’ di risposta e diede inizio ai preparativi. Jen ed Eugenia lo osservarono stupite mentre metteva in una grande tazza la giusta quantità di polverina marrone tratta dalla scatola con la figura della mano, ci versava sopra un po’ d’acqua calda dalla pentola sul fuoco, aggiungeva un pizzico di kinnikinic e un pizzico di salicornia, e infine mescolava il tutto con un cucchiaio di legno. Quindi prese dallo scaffale le due varietà di funghi che non avevano ancora osato assaggiare ― quelli gialli e quelli rossi. Erano secchi, ormai, ed egli li mise nel mortaio e col pestello li ridusse in polvere.

“Ma che cosa pensi di fare con quella roba, Arn?” domandò Eugenia. “Potrebbe essere pericolosa!”

“Sto preparando una medicina per il babbo,” rispose Arn, versando i funghi macinati nella tazza fumante.

“No!” gridò Eugenia. “Potrebbe essere velenosa! Non sappiamo che roba sia!”

“Sei sicuro, Arn?” disse Jen.

“No, non sono proprio sicuro,” ribatté Arn, “ma sento che devo farlo.”

Ed Eugenia, che sapeva che il marito stava sempre peggio e poteva morire, infine si rese conto che per quanto fosse disperato voler tentare qualcosa che era loro del tutto sconosciuto, tuttavia non potevano non farlo.

Quando ebbe preparato la mistura secondo le direttive della vecchia signora, Arn sostenne con un braccio la testa del babbo e accostò quella misteriosa brodaglia fumante alle sue labbra. Il vapore era giallo-arancione, quasi altrettanto denso del liquido, e Arn lo vedeva entrare nelle narici del babbo ogni volta che egli traeva i suoi brevi respiri affannosi. Ma presto quei respiri divennero più lunghi, tanto più lunghi quanto più vapore penetrava nel corpo del malato, più lunghi e più leggeri, e Arn sentì il collo del babbo abbandonarsi e rilassarsi sul suo braccio e vide che un po’ di colorito cominciava a poco a poco a riapparire sul suo viso.

Finalmente Tim Hemlock socchiuse gli occhi. Arn accostò la tazza alle sue labbra ed egli bevve il brodo marroncino. Poi, quando l’ebbe bevuto tutto, richiuse gli occhi e si addormentò profondamente ― di gran lunga troppo profondamente perché le loro voci potessero raggiungerlo. Ma per lo meno fu un sonno dal respiro più tranquillo.

I suoi si volsero allora a ringraziare la vecchia signora meglio che potevano. Per tutto l’inverno ella era stata lì, al solito posto, sulla panca di legno vicino al camino. Ogni giorno la sua bruna e silenziosa presenza era stata lì...

Ma adesso se n’era andata.

Non potevano crederci. Guardarono ancora, strabuzzando gli occhi. Ma se n’era proprio andata, tutta quanta eccetto un paio di eleganti mocassini di pelle di cervo ordinatamente disposti l’uno accanto all’altro là dove fino a poco prima c’erano i suoi piedi.

“Ma non poteva uscire con questo freddo senza i suoi mocassini!” gridò Jen. Corse alla porta, ma fuori non vide che livido ghiaccio dappertutto, e sentì l’aria così gelida che, quando tentò di inspirare, le narici le si chiusero. Il ghiaccio era un po’ più basso sul sentiero per la stalla, ma a perdita d’occhio non si scorgeva che ghiaccio bluastro in ogni direzione, ondulato e scivoloso, e nessuna traccia della vecchia signora.

Fu allora che Jen si accorse che la porta della stalla era socchiusa. Forse era lì che era andata! In un lampo si mise il giaccone di pelle, gli stivali e i guanti e s’inoltrò nel gelo esterno per andare a vedere che cosa era successo.

Quando tornò, Jen piangeva. “Anche Oky se n’è andata!” gridò. “Oh, povera Oky! Morirà di freddo! Non troverà nulla da mangiare!”

Arn ed Eugenia corsero nella stalla con lei, ed era proprio così. Brin e le capre erano ancora lì, appena visibili nella semi-oscurità, ma Oky non c’era più. E non si poteva dire quale direzione avesse preso, perché sul ghiaccio le impronte degli zoccoli non si vedono. Era stata la vecchia signora ad aprirle il recinto e la porta della stalla? Aveva forse portato Oky via con sé?

“Arn, quando hai dato da mangiare agli animali hai lasciato aperta la porta della stalla?” domandò Eugenia.

“No, certo che no!” disse Arn.

La più sconvolta era Jen. Amava Oky, e le era grata per il latte e il burro e il formaggio che essa dava loro. Per Arn, invece, una mucca era fatta per dare latte e questo era tutto, e non riusciva a capire, benché sapesse anche lui che non potevano permettersi di perdere Oky, come mai Jen si disperasse a quel modo.

“Oky sarà affamata!” gridò Jen. “Dove andrà a finire, sul ghiaccio, senza un posto per dormire e senza nulla da mangiare?”

Cercarono di rassicurarla, ma Jen non voleva essere consolata. Si misero allora i loro abiti più caldi e aiutandosi con i ramponi fecero un ampio giro sulla pianura di ghiaccio levigato che ricopriva i campi e la foresta, ma non trovarono alcuna traccia di Oky, né impronte né segni di alcun genere. E quando tornarono nella casetta, dove Tim Hemlock continuava a dormire sul pagliericcio davanti al fuoco, Eugenia preparò una zuppa con quel po’ di cibo che avevano e vi aggiunse qualcuna delle polverine che Arn aveva identificato grazie alle figure incise sulle scatole di corteccia di betulla.

Jen si calmò, a poco a poco, e mangiò un po’ di zuppa. Ma quella notte, quando salì sulla scala a pioli del soppalco e s’infilò tra le calde trapunte, non poté pensare che a Oky sperduta in quella landa selvaggia e misteriosa, affamata e sola. Oky, che era stata così generosa con loro, tutta sola e senza nessuno che l’aiutasse in quella terra crudele, così diversa dai tiepidi campi verdeggianti per i quali si struggeva di nostalgia. Proprio in quel momento il gelo assassino la stava forse abbattendo su un fianco, impacciata come doveva essere su quel ghiaccio duro e scivoloso!... Jen non poteva pensare ad altro. Non riusciva a dormire, nel suo caldo lettuccio, mentre Oky era fuori al freddo. E così, quando tutti si furono addormentati, si alzò più silenziosamente che poté, si mise il giaccone di pelle, i guanti dal dorso di pelle, gli stivali  con l’interno di pelle e con affilati ramponi da ghiaccio sulle suole, si tirò sù il cappuccio con le frange e s’incamminò nel chiaro di luna, così limpido e luminoso che sembrava di camminare nel freddo glaciale della luna stessa.

Non sapeva dove andare a cercarla, la povera Oky, ma doveva andare. Per prima cosa, però, sarebbe tornata nella stalla per vedere se c’era qualcosa da scoprire, là. Brin, forse, uscendo dalla sua calda e flemmatica magnificenza, avrebbe potuto dirle qualcosa. O magari quelle furbone delle capre, che avevan l’aria di saperla così lunga. Dovevano aver visto ogni cosa, quelle, attraverso le nere fessure degli occhietti gialli.

Ristette nell’alito della stalla, nel chiarore lunare che vi s’insinuava e nell’odore salato del fieno e del letame, chiamando: “Brin? Brin?”

Il bue mosse lievemente una gigantesca parte di sé ― il petto, o forse un fianco, ma Jen non poté vederlo bene, all’inizio ― e un profondo brontolio fuoriuscì da uno dei quattro scompartimenti del suo stomaco: “Sono solo una bestia, io, e non capisco un granché. Oky era bella calda, e mi aiutava a udire i rumori. E poi sapeva fiutare i lupi, e gli orsi affamati. Ma se n’è andata, e io sono solo un bueforte, ma con poche idee.”

“Ma dove è andata, Brin? Dov’è andata?”

Seguirà la luna, perché altrimenti come potrebbe vederci?”

“Ma la luna va verso il Monte Cascom!”

Perché fai domande a un bue? Se io fossi un toro, potrei parlare con te con i miei occhi e le mie corna.”

Alle spalle della bambina, le capre tentennarono il capo l’una verso l’altra e pestarono i piedi, ma i loro pensieri erano al di là della sua comprensione.

Jen non sapeva se davvero avesse udito qualcosa, a parte i movimenti degli animali nel recinto e gli scricchiolii delle assi congelate, ma non poté non dirigersi là dove la luna tramontava ed era proibito andare: verso il Monte Cascom, la tenebrosa montagna sacra dell’Antica Gente, dove solo l’Antica Gente aveva il diritto di recarsi, se mai di essa era ancora vivo qualcuno. Del resto, non si diceva forse che gli Dei dell’Antica Gente non sarebbero mai morti, e che privati del loro popolo erano diventati gretti e malvagi?

Ma Oky non sapeva niente di tutto ciò. Se solo avesse potuto raggiungerla prima che s’avventurasse nei luoghi proibiti, Jen l’avrebbe ricondotta a casa, nel bel calduccio della stalla. In fondo, con i suoi ramponi, lei poteva procedere sul ghiaccio molto meglio di Oky sui suoi zoccoli sdrucciolevoli.

Zoccoli,” dissero le capre dietro di lei. La bambina si voltò, incerta se avesse udito qualcosa o no. “Abbiamo tutte gli zoccoli, qui. Abbiamo zoccoli fessi. Perfino quello che è stato ucciso. Perfino quella che se n’è andata...” dissero le capre scrollando i velli lanosi e pestando con gli zoccoli sull’impiantito.

“Ma dov’è andata Oky?” domandò Jen, pur senza aspettarsi che le rispondessero. E a un tratto la capra belò ― un alto e insensato gracchiare nell’oscurità della stalla ― e il caprone s’inginocchiò e si rialzò di scatto con tutte quattro le zampe. Sembravano entrambi divertiti. Jen non poté capirli, e del resto non era sicura di aver udito davvero qualcosa, ma avvertì la loro inimicizia, sentì la freddezza e la distanza che separavano i pensieri di quegli animali dai suoi.

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Capitolo Quarto

La Montagna e la Cascata

Jen prese le briglie di corda di Oky e se le mise a tracolla. Uscì dalla stalla, chiudendo con cura la porta sul suo tepore, e subito l’aria esterna, gelida e