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Libera Scuola di Umanità, senza fedi né credi,

ispirata dalle scoperte di Massimo Fagioli e dalla Costituzione.

Diretta da Luigi Scialanca - Anticoli Corrado (Roma).

Pensiero del Giorno.

Pensiero del Giorno n° 939

Pensieri precedenti

Il pensiero, che è solo umano, è perciò collettivo.

Dunque non vi è pensiero, o almeno non umano,

in quelli che non hanno legami affettivi profondi.

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C’era una volta... ― comincia così, come una fiaba, il racconto Assoluzione che Francis Scott Fitzgerald scrisse nel 1924 a ventotto anni: C’era una volta un prete dagli occhi freddi e umidi che, nel silenzio della notte, versava fredde lacrime. E c’era un ragazzino bellissimo e molto vivace, dell’età di undici anni, che un pomeriggio entrò nella sua stanza stregata...

“Padre” Schwartz (così si chiama il prete dagli occhi freddi: dal tedesco schwarz, nero, come del resto lo sono tutti) esce il meno possibile dalla stanza stregata in cui cerca una piena unione mistica con Nostro Signore. Ma in estate (è estate, infatti, per sua disgrazia) dalle quattro del pomeriggio al crepuscolo una calda follia lo raggiunge anche lì: un profumo di saponette a buon mercato, un fruscio di fanciulle svedesi sul sentiero accanto alla sua finestra, la terribile dissonanza delle loro risa argentine, e il terribile frumento del Dakota che gremisce la valle del Fiume Rosso...

“Padre” Schwartz, in estate, prega a voce alta affinché scenda presto il crepuscolo. E poiché la preghiera non ha effetto, angosciato ― è la vita che lo angoscia, e nella vita soprattutto i segni insopprimibili della viva presenza umana ― abbassa lo sguardo sul disegno del tappeto e porta la sua mente a cupe meditazioni in labirinti grotteschi.

Finché, un pomeriggio, alla porta della stanza ― ch’è stregata dal cupo meditare del “padre” l’unione con Dio e la perdita dei rapporti umani in labirinti grotteschi ― bussa un ragazzino bellissimo e molto vivace di undici anni, a nome Rudolph Miller.

Perché bellissimo?, ci domandiamo, inquieti. Non vi è che “padre” Schwartz nella stanza, dunque è per lui che Rudolph è bellissimo. Lo sarebbe anche per noi, ché i bambini son tutti bellissimi. Ma poiché noi non siamo lì, poiché Rudolph è bellissimo soltanto negli occhi freddi del “padre” (dove non dovrebbe esserlo, perché il “padre” è angosciato da quel ch’è umano e bello) come non spaventarci? Qui, nella stanza stregata, c’è solo il “padre”, e qui, dunque, la bellezza di un bambino non può più essere una delle mille umane bellezze di cui noi, i lettori, siamo felici come del frumento maturo del Dakota o della dissonanza delle risa delle fanciulle: in una stanza in cui a trovarlo bellissimo ci son soltanto gli occhi freddi di un “padre” Schwartz, la bellezza di un bambino di undici anni ci fa temere per lui.

Entra nello studio del “padre” un ragazzino bellissimo e molto vivace, e il “padre”, sorprendendosi a fissare i suoi occhi accesi da puntini splendenti di luce color cobalto, è spaventato dalla loro espressione. Ma poi si accorge che il piccolo visitatore è in uno stato di abietta paura, e questo ― che in noi accresce l’inquietudine ― in lui ha un effetto tranquillizzante: nel mondo capovolto di “padre” Schwartz, la bellezza di un ragazzino è angosciosa e spaventosa, la sua abietta paura rassicurante.

Qualche tempo prima, entrato in un granaio, Rudolph aveva udito un tale e una ragazza dirsi cose impure ed era rimasto ad ascoltarli sentendosi pulsare forte i polsi per una strana, romantica eccitazione. Per un mese, poi, era riuscito a non andare a confessarsi. Ma un sabato suo padre lo aveva agguantato per il collo mentre giocava: “Vacci subito,” aveva detto. “Non tornare finché non ti sarai confessato.” E Rudolph aveva dovuto ubbidire, poiché non ci sono vie di fuga per un bambino, quando i genitori sono dalla parte delle ombre nere: si era recato in chiesa, era entrato nella grande bara collocata perpendicolarmente del confessionale, dove “padre” Schwartz lo attendeva sotto forma di smorta ombra immobile dietro la grata, e aveva confessato per primi i “peccati” più lievi, i più facili da ammettere. Poi quello di non credere d’essere il figlio dei suoi genitori ― “Hai pensato, vuoi dire, di valere troppo per poter essere il figlio dei tuoi genitori?” aveva detto l’astuto “padre” ― e infine, con uno sforzo, l’episodio del granaio. Ma dei polsi che pulsavano forte non era riuscito a parlare. E nondimeno, quando “padre” Schwartz, alla fine, gli aveva chiesto se avesse detto bugie, Rudolph aveva risposto: “Oh, no, padre, non dico mai bugie.” Ma non era vero: non aveva parlato dell’eccitazione che l’aveva pervaso; e perciò, negando di aver detto bugie, si era macchiato di un peccato terribile: aveva mentito in confessione.

In un primo momento, tornando a casa di suo padre (non a casa sua: di suo padre), sollevato di essere passato dalla chiesa opprimente a un aperto mondo di campi di frumento e di cielo (il frumento del Dakota che per “padre” Schwartz è terribile), Rudolph aveva rinviato la piena consapevolezza di quel che aveva fatto. Poi, riempiendosi i polmoni d’aria pungente, tra sé e sé aveva ripreso il proprio vero nome, Blatchford Sarnemington, (il nome di un bambino che vale troppo per essere Rudolph Miller, figlio dei suoi genitori) ed era entrato nell’angoletto segreto della sua mente in cui era al sicuro da Dio, in cui architettava i sotterfugi con i quali, non di rado, truffava Dio, e celato in quest’angoletto aveva riflettuto sul modo per meglio evitare le conseguenze della bugia. E aveva deciso che il giorno dopo, avendo sulla coscienza il peccato di aver mentito in confessione, doveva a tutti i costi evitare la comunione. Troppo grande sarebbe stato il rischio a cui si sarebbe esposto se avesse fatto infuriare Dio fino a quel punto: la comunione fatta senza essersi purificata l’anima gli si sarebbe tramutata in bocca in veleno, ed egli avrebbe dovuto allontanarsi insozzato e dannato per sempre dalla balaustra dell’altare. Bisognava, dunque, che l’indomani mattina bevesse acqua “per sbaglio”, ponendosi così, secondo le leggi della Chiesa, nell’impossibilità di ricevere quel giorno la comunione.

(Da bambini si deve imbrogliare Dio, se si ha cuore sé stessi, la salute mentale e talvolta anche la salute fisica. Ma come imbrogliare, da bambini, il sentimento di bassezza insinuato fin dai primi anni dall’idea di Dio? Sia la schiavitù, che sembra alleviarlo, sia la ribellione, che sembra liberarne, invece lo accrescono entrambe: senza il genio dell’immaginazione, senza un atto creativo più potente dell’onnipotente ― “Dio non c’è, nel mondo ch’è il mio!” ― dal labirinto non si esce).

Suo padre, però, l’aveva scoperto. Carl Miller (un uomo che due cose legavano alla vita: la fede nella Chiesa Cattolica Romana e una mistica adorazione per James J. Hill, il costruttore dell’Empire; non il figlio, no, né qualsiasi altro essere umano realmente esistente: per vent’anni egli aveva vissuto solo con il nome di Hill e con Dio, e per tutta la vita non aveva fatto che rielaborare decisioni prese da tempo da altri: mai aveva saggiato nelle proprie mani l’equilibrio di una sola cosa) aveva udito un suono furtivo giungergli dalla cucina, era stato in ascolto, la leggerezza dei passi gli aveva detto che non si trattava di sua moglie, e allora, con la bocca lievemente socchiusa (immagine del godimento di chi ha scoperto che colpire e ferire e uccidere in nome di Dio, almeno col pensiero, è l’unico sollievo possibile dal sentimento della propria bassezza, se non si esce dal labirinto) si era precipitato giù per le scale e aveva spalancato la porta della cucina.

Sorpreso col bicchiere in mano, Rudolph (tradito, come ogni innocente dinanzi all’aguzzino, dalla sincerità della propria immaginazione) aveva commesso uno sbaglio: aveva detto di essersi dimenticato di dover fare la comunione ― e questa, come sappiamo, era una bugia ― ma che non aveva ancora bevuto neanche una goccia d’acqua: e questa era la verità, ma lo costringeva a comunicarsi, cioè a indurre in tentazione i fulmini ricevendo il Corpo e il Sangue del Cristo con il sacrilegio nell’anima. E così era stato aspramente redarguito per una negligenza di cui non era colpevole (“Se sei così smemorato da non ricordare la tua religione, aveva detto suo padre, bisognerà fare qualcosa di drastico al riguardo. Incominci con il trascurare la tua religione e sùbito dopo diventi un bugiardo e un ladro, e allora ti aspetta il riformatorio!”), mentre per la sincerità la sua situazione non era migliorata in alcun modo.

Sincerità incompleta, certo. Irrisoria, anzi: non aveva bevuto, solo questo aveva detto a suo padre di tutto ciò che gli era accaduto e lo tormentava, solo questo minuscolo pegno aveva pagato alla sincerità che sentiva di dovere al padre... Ma come poteva dir tutto, come poteva essere così pazzo da comportarsi come se non fosse vero Dio e fosse vero, invece, il padre col quale poter essere sincero che non esisteva che nella sua immaginazione? Sarebbero state percosse feroci, lo sapeva, e (ciò che più paventava) sarebbe stata la ferocia selvaggia, sfogo dell’uomo incapace (cioè dell’uomo reso impotente dal disprezzo religioso per sé stesso) che dietro le percosse si sarebbe celata.

Eppure la lealtà di Rudolph nei confronti di suo padre era stata totale, alla fine, anche se solo entro i confini del rapporto con lui, quando un’enfasi non voluta nel tono di voce di quest’ultimo ― “E in chiesa, prima di fare la comunione, faresti bene a inginocchiarti e a chiedere a Dio di perdonare la tua sbadataggine” ― aveva agito come una sostanza catalizzatrice con la confusione e con il terrore del bambino: un’ira sfrenata e orgogliosa si era gonfiata in lui, egli non l’aveva nascosta, e con rabbia, manifestando sinceramente a suo padre quel che sentiva, aveva scagliato il bicchiere nel lavandino.

Era stato brutalmente picchiato, per aver per un attimo creduto in suo padre più che in Dio: il tonfo sordo di un pugno sul lato della testa, trascinato o sollevato quando istintivamente si avvinghiava a un braccio, conscio del vivo dolore di colpi e torsioni... Aveva respinto la madre, disprezzandone la nervosa impotenza, quando ella aveva tentato di applicargli sul collo la tintura d’arnica. E poi, in chiesa, prima della comunione, lo aveva colmato una lacrimosa esultanza. Mai più sarebbe riuscito a porre con facilità un’astrazione di fronte alle esigenze della sua quiete e del suo orgoglio. Un confine invisibile era stato oltrepassato, ed egli era divenuto consapevole del proprio isolamento... conscio del fatto che esso si applicava non solo ai momenti in cui era Blatchford Sarnemington, ma anche a tutta la sua vita interiore. Fino a quel momento, fenomeni come le “folli” ambizioni, i meschini pudori e timori, altro non erano stati se non riserve private, non riconosciute dinanzi al trono della sua anima ufficiale. In quel momento capì inconsciamente che le sue riserve private si identificavano con lui stesso: la pressione dell’ambiente lo aveva spinto sulla strada solitaria e segreta dell’adolescenza.

Così ― mentre suo padre (troppo tardi per non pensare, noi lettori, che non sia che un fatuo ghiribizzo da demente) guardandolo inginocchiarsi dinanzi all’altare si sentiva orgoglioso di lui e incominciava a essere sinceramente, e non solo formalmente, dispiaciuto di quel che aveva fatto ― Rudolph rabbrividiva udendo la campanella della comunione. Non v’era motivo per cui Dio non dovesse fermargli il cuore, aveva pensato. Nelle ultime dodici ore aveva commesso una serie di peccati mortali, uno più grave dell’altro, e stava ora per coronarli con un empio sacrilegio. “Domine, non sum dignus...” Ma ormai era Blatchford Sarnemington per sempre, il ragazzino che valeva troppo per esser figlio di Carl Miller, e la sua vera identità era il suo isolamento: aveva preso la comunione e poi, solo con sé stesso, madido di sudore, immerso fino al collo nel peccato mortale, tornando al banco aveva udito il picchiare secco dei suoi zoccoli biforcuti risuonare forte sul pavimento e aveva saputo ch’era il nero veleno chiuso nel suo cuore.

Domine, non sum dignus... Il ragazzino Rudolph Miller ― il ragazzino Blatchford Sarnemington ― porta fino in fondo la ribellione comunicandosi immerso fino al collo nel peccato mortale, ma... non la porta fino in fondo. Non osa il “Non est Dominus, sum dignus”, non osa l’atto creativo più potente dell’onnipotente ― “Dio non c’è, nel mondo ch’è il mio!” ― non osa disconoscere la creazione del mondo ricreandolo per sé senza Dio, e dal labirinto non esce. E nel labirinto dove può finire se non nelle fauci del Minotauro ― dell’uomo che la volontà di unirsi a Nostro Signore ha separato dall’essere umano ― e cioè nella stanza stregata di “padre” Schwartz?... Sono abbandonati ai “padri” i figli che i padri abbandonano a Dio, se i figli non riescono a farsi padri di sé stessi e creatori del proprio mondo.

Rudolph infatti è lì, ora: il bellissimo ragazzino dagli occhi di smalto celeste, dalle ciglia che si aprono intorno a quegli occhi come petali di fiori, ha confessato a “padre” Schwartz il proprio peccato. [...] I gelidi, umidi occhi di “padre” Schwartz sono fissi sul disegno del tappeto [...] e dalla brutta stanza [...] si alza una rigida monotonia, frantumata di tanto in tanto dai riverberi nell’aria secca del picchiare di un lontano martello. I nervi del prete sono tesi fino al punto di rottura e i chicchi del suo rosario strisciano e si contorcono come serpenti sul panno verde che riveste la scrivania. Il prete non riesce a ricordare cosa dovrebbe dire. Fra tutte le cose esistenti nella sperduta cittadina svedese, egli è soprattutto conscio degli occhi di quel ragazzino... gli occhi bellissimi con le ciglia che se ne staccano con riluttanza incurvandosi all’indietro come per riunirsi di nuovo a essi...

Non vi dirò cosa accade dopo. Lascerò “padre” Schwartz lì dov’è ― mi piacerebbe che il lettore di queste righe sentisse, ora (come ho sentito io leggendo Assoluzione) che non si può non accorrere a difesa, padre o non padre che si sia, là dove un “padre” e un bambino sono soli l’uno dinanzi all’altro, e corresse a continuare da sé queste pagine ― e aggiungerò soltanto, con Francis Scott Fitzgerald, che Rudolph, qualsiasi cosa accada nella stanza stregata, sente che le proprie intime convinzioni sono state confermate: esiste, in qualche luogo, qualcosa di ineffabilmente splendido, e questo qualcosa non ha niente a che vedere con Dio. E intanto, fuori della finestra, lo scirocco turchino tremola sul frumento, e fanciulle dai capelli gialli camminano con sensualità lungo le strade che annodano i campi, gridando cose innocenti, eccitanti, ai giovani che lavorano nei solchi tra il frumento. Gambe si delineano sotto la cotonina non inamidata e le vesti son calde e umide sull’orlo delle scollature. Per cinque ore la vita ardente e fertile ha bruciato nel pomeriggio. Di qui a tre ore scenderà la notte, e in tutta la regione quelle bionde fanciulle nordiche e quegli alti giovani delle fattorie andranno a coricarsi accanto al frumento, sotto la luna.

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(Giovedì 4 febbraio 2016. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Amanda Gefter, Due intrusi nel mondo di Einstein

Un padre, sua figlia, il significato del nulla e l’inizio di tutto

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Due intrusi nel mondo di Einstein, di Amanda Gefter (Raffaello Cortina Editore, 2015, pp 493), è un libro interessantissimo: un immenso, suggestivo panorama della Fisica e della Cosmologia contemporanee, spiegate in maniera comprensibile anche a un profano (colto) ma senza eludere la complessità dell’argomento (chiarezza che la traduzione italiana conserva benché, a mio giudizio, non brilli per correttezza nella coniugazione dei verbi) e un’avvincente autobiografia, scientifica e allo stesso tempo esistenziale, della giovane autrice. Che si pone (e risponde, incontrando grandi scienziati, intervistandoli e riflettendo sulle loro teorie) domande di basilare importanza non “solo” per la conoscenza dell’Universo, ma anche per la comprensione di quel che significa essere umani.

Cos’è l’Universo? Cos’è il nulla? L’Universo è emerso dal nulla? L’Universo è nulla? L’Universo è infinito, è sempre esistito e sempre esisterà? Vi è, in esso, qualcosa di invariante, cioè che non dipenda da chi l’osserva? O esso dipende del tutto da chi (e come) lo guarda, cioè da noi? Siamo noi i creatori dell’Universo? Domande sulle quali, dalla prima all’ultima pagina, occhieggia (è proprio il caso di dirlo) lintrigante schema dell’Universo partecipativo di John Wheeler.

Intervistata nell’ottobre del 2014 dal sito Science Book a Day, Amanda Gefter ha risposto così alla domanda se stia lavorando a un nuovo libro: I’m really excited about the new book I’m working on. It’s still early in the process so I have to be a bit cagey. But when my father and I were reading Wheeler’s journals at the American Philosophical Society in Philadelphia, I came across the name of one of Wheeler’s students of whom I’d never heard. That was odd, considering Wheeler’s students all went on to become renowned physicists Richard Feynman, Hugh Everett, Kip Thorne, etc. So I started looking into it, and found a rather incredible story about this unknown guy who studied physics with Wheeler but went on to figure out some incredible things about how the mind works. And for me, personally, that’s the question that still keeps me up at night what is consciousness? And I think it’s ultimately a question of fundamental physics what kind of objective reality can support subjective experience? How does the reality wrought by our consciousness relate to the supposed reality “out there”? The new book will explore this strange tension between physics and philosophy of mind but again, these heavy ideas will be woven into a very human narrative.

Considerate attentamente queste parole: Strange tension between physics and philosophy of mind [...] woven into a very human narrative... Proprio questo mi ha colpito, leggendo Due intrusi nel mondo di Einstein: la Fisica e la Cosmologia contemporanee (molto più di ogni altra scienza, molto più avanti di ogni altra scienza, ivi comprese, e di gran lunga, le cosiddette neuroscienze) sono entrate in una strange tension con quel che sappiamo della mente umana. Tra non molto, nessuna scienza potrà più dirsi tale se non sarà anche scienza dell’essere umano. La Fisica (con la Cosmologia in qualche modo costretta, da un secolo, a seguirla) ormai sa di trovarsi a questo fondamentale hic Rhodus, hic salta da cui non si torna indietro. E non è certo un caso, io penso, che proprio da una giovane donna come Amanda Gefter le venga un impulso decisivo in questo senso.

Ha detto Carlo Rovelli, illustre fisico italiano e fra i primi al mondo: Ho amato questo libro dalla prima pagina. Dice l’essenziale, e l’essenziale qui è la passione per il fascino della Fisica. Un libro da bere d’un fiato. È quello che ho fatto io, ma... con tutto il rispetto per Carlo Rovelli, non userei il verbo bere: io, con l’autrice, ho “litigato” dall’inizio alla fine, e non sono d’accordo con le sue conclusioni! Eppure, se non l’avessi letto, non avrei conclusioni mie da contrapporre alle sue.

Sì, è in atto una strange [and wonderful] tension between physics and philosophy of mind!

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(Domenica 31 gennaio 2016. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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(Domenica 24 gennaio 2016. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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La nuova edizione di Divise forate, di Alessandro Placidi

È in libreria la nuova edizione, ampliata, di Divise forate, l’appassionato, bellissimo libro del giornalista e scrittore anticolano Alessandro Placidi...

La nuova edizione di "Divise forate", di Alessandro Placidi

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Vittime laiche degli Anni dei sacrifici Umani

commento di Luigi Scialanca a Divise forate, di Alessandro Placidi.

 

Si vorrebbe chiamarli belve, i terroristi. Ma le belve non hanno Dei. E non avendone, non sacrificano agli Dei i propri simili. Per darsi un Dio occorre un’immaginazione che gli animali non umani, per quel che ne sappiamo, non hanno ancora evoluto. E senza Dei, a chi sacrificarsi l’un l’altro?

Gli Dei, non esistendo, non chiedono sacrifici. Eppure ogni Dio ne ottiene: chi si fa creatore di Dei, immaginandoli infinitamente superiori a sé, non può testimoniare la sua infinita inferiorità a essi se non con il proprio e l’altrui sacrificio. Se non disprezzando e odiando, e umiliando, e talvolta uccidendo, sui loro altari, ciò che vi è di più prezioso sulla Terra: gli Esseri Umani.

Non siamo ancora riusciti a essere davvero quelli che siamo. Non ci siamo curati abbastanza, non siamo del tutto guariti. Le nostre fantasticherie, non ancora del tutto risanate, seguitano a creare Dei, a umiliarci e stravolgerci ai piedi delle nostre creazioni, a sacrificare loro noi stessi e gli altri. Ma almeno un Dio lo abbiamo cancellato, di una religione ci siamo liberati: il Comunismo.

Non è facile, per chi non crea Dei, accorgersi che in un altro, che sembra lì con lui, c’è un Dio che egli non vede perché non lo immagina. Non vi è che un modo: sentire, soffrire ― talvolta morendo ― che l’altro con cui abbiamo a che fare ci sta sacrificando. Sentire, soffrire, che l’altro con cui abbiamo a che fare non è lì con noi poiché si è messo in mente un Dio dinanzi al quale noi (e con noi perfino essi stessi, perfino i loro umani affetti) dobbiamo sparire, sacrificarci, non esistere più perché Egli sia. Sentire, come Isacco, che l’altro con cui abbiamo a che fare è Abramo, e che Abramo non è più padre né figlio, né fratello né marito, poiché non ha altro modo ― per far di sé il niente che egli vuol essere affinché il Dio sia tutto ― che render niente l’altro che per lui è tutto.

Così capimmo che il Comunismo era Dio, i suoi partiti Chiese, i leader papi, e noi, suoi adepti, umili fedeli intenti ad annullarci davanti a Lui: capendo che esso, benché inesistente e impossibile, perché sembrasse esistente e possibile era immaginato pretendere sacrifici umani...

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(Giovedì 28 gennaio 2016. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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La Mamma del Linguaggio

(Pablo Picasso, Donna e Bambino, 1921)

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Ignoro se qualcuno abbia già proposto, riguardo all’origine del linguaggio umano, l’idea che esso sia creato dalla donna entro la relazione affettiva col bambino, in particolare nel primo anno dopo la nascita. A me è stata irresistibilmente suggerita, pur senza mai accennarvi neanche alla lontana, da un pacato e scintillante “libretto” (si può essere pacati e scintillanti insieme? ― sì, quando si fa scienza e poesia allo stesso tempo, e il saggio scientifico, rigoroso, è anche un saggio di umanità e una lettera d’amore individuale e universale), Piccolo Puxi ― saggio sulla lingua di una madre (“Puxi. Eine Kleine Studie zur Sprache einer Mutter”) scritto da Leo Spitzer tra il 1922 e il 1926 e riproposto oggi in italiano, curato e tradotto da Anna Maria Babbi e Massimo Salgaro, dalle edizioni de il Saggiatore.

Leo Spitzer, ci rammentano i curatori, nato a Vienna nel 1887 e morto a Forte dei Marmi nel 1960, “linguista, critico letterario, filologo, etimologo, è stato il maggiore studioso di stilistica del Novecento. Allontanato in seguito alle leggi razziali dall’Università di Colonia nel 1933, insegnò all’Università di Istambul e, dal 1937, alla Johns Hopkins di Baltimora”.

Il 22 maggio 1922 nasce Wolfgang, figlio di Emma e suo. E il linguista, all’età di 35 anni, fin dal primo giorno “applica le sue vastissime conoscenze alla lingua del tutto speciale [corsivo mio]” della madre col figlio. “Giorno dopo giorno, per quattro anni, annota i nomi con cui la moglie [...] chiama il piccolo Wolfgang, che in questa «creazione di linguaggio» è Puck, Pückchen, Pucksi, Puxi; e Bübi, Mausi, Katzi; e Matschel, Kabäuschen, Tüdülütchen, Schnützeling”... E ancora, ancora: la creazione è quotidiana, ininterrotta, e segue, momento per momento, le “avventure” degli affetti della donna e del bambino, che inizia presto a partecipare al gioco. Finché il padre, Leo (anch’egli impegnato a creare, ma con un’inventiva di gran lunga meno “spigliata” di quella di Emma) si rende conto che “la lingua individuale di una madre è la lingua per eccellenza delle emozioni”. E frutto del desiderio materno, e della gioia del bambino per esso, di “evitare il nome «ufficiale» del figlio” o, quanto meno, di arricchirlo di espressioni affettive, ancorché verbali, certo comprensibili, etimologicamente “tracciabili” (del che testimonia il padre da par suo), ma che appartengano soltanto a loro tre, soltanto a loro due, soltanto al piccolo Puxi: tre sfere linguistiche concentriche il cui nucleo risulterà, allo stesso tempo, perfettamente decifrabile e del tutto inafferrabile da ogni altro parlante.

Qualche (imprescindibile) estratto:

“La scienza è razionalizzazione del vissuto ― ma la scienza vissuta non è forse la più alta forma di scienza? La scienza dovrebbe forse indietreggiare proprio nel punto in cui iniziano la vita e il vissuto, proprio là dove potrebbe elevarsi oltre il sapere sterile è morto?” (p. 7, corsivo mio).

“Si può dire che Wolfgang non era un nome vissuto dal cuore, ma fu da sempre percepito come impostoci dai vincoli statali e sociali [...]; era, per così dire, un mezzo di denominazione burocratico, un mot savant, dal quale tentavamo invano di estrarre valori [affettivi]” (p. 15).

“Il credo comune dei genitori era che una così incantevole creatura potesse nascere soltanto da un’atmosfera da sogno e da favola, e perciò anche il suo nome dovesse portare il segno [...] e, per così dire, la polvere delle ali di un volo proveniente dal paese dei sogni” (p. 22).

“L’affettuosità nei confronti del bambino imponeva il proprio schema a tutti gli altri rapporti umani” della mamma (p. 26).

“La fantasia linguistica costruttiva [della mamma] non si ferma davanti a niente” (p. 36).

“[Si] parte dal presupposto che la lingua sia qualcosa di concreto e specchio del reale, e non la [si] considera in modo abbastanza deciso come creazione, come lingua individuale, come immagine dell’individuo” (p. 73).

“[La mamma] non è «ragionevole» nel suo amore per il bambino, poiché si concede con tutta sé stessa a questo sentimento insistente e continuo, spesso in modo tumultuoso: la lingua [della mamma] rompe gli argini e scavalca le dighe della lingua comune” (p. 77, corsivo mio).

“La lingua della madre assomiglia al tessere costante e silenzioso di un arazzo linguistico, che non verrà mai completato, ma che non si lascerà mai pervadere da una sensazione di sfinimento [...]. [La madre] osserva il mondo avendo [il bambino] come punto focale, e segue una logica onirica che si distoglie dalla vita nella realtà con contemplativa spensieratezza, laddove la vita nella realtà non sia in relazione con l’immagine da sogno [del bambino] diventata realtà” (p. 78, corsivo mio, e mia anche qualche modifica alla traduzione che non tocca però il significato del brano).

“A un tale sentire, le parole della lingua comune appaiono troppo contagiate dalla promiscuità del quotidiano” (p. 81).

“Avverto come le [mie] parole, che dovrebbero descrivere la geografia affettiva della mamma, falliscono vergognosamente, ma penso di avere reso comprensibile la commistione di gioco e sogno, scherzo e realtà, vita reale e vita mentale-affettiva, che conferisce alla creazione dei vezzeggiativi, doppiamente iridescenti, il loro vero senso” (p. 79).

“E se questo non tener conto del reale fosse tipicamente femminile?” (p. 83).

Lingua comune e lingua individuale. Nel rapporto irrazionale-affettivo con la mamma, e della mamma con lui, il neonato non “soltanto” impara a parlare: scopre, anche, di poter creare il linguaggio a modo proprio ed esclusivo, benché “senza abbandonare la sfera d’influenza della norma linguistica vigente”.

Ma se questo accade ― ecco l’idea ― nel rapporto fra Emma e Puxi (e fra Puxi ed Emma), lo stesso non può non accadere in ogni rapporto tra la donna e il bambino, purché esso sia, anche da parte di lei, umanamente affettivo e immaginoso (purché, intendo, la mamma non sia anaffettiva, o atterrita da una norma sociale pazzamente anaffettiva e perciò violenta). E pertanto deve essere accaduto sempre, fin dagli albori dell’Umanità.

Il linguaggio umano, se le cose stanno così, non nascerebbe, dunque, né allora né oggi, come strumento del rapporto razionale, pratico, collettivo e individuale con la realtà, ma come creazione femminile che si oppone alla prassi esclusivamente razionale di rapporto con la realtà (prassi che di per sé, quanto meno alle origini, non necessita in alcun modo di un linguaggio anche solo minimamente più evoluto di quelli degli altri animali superiori). E che, opponendosi a tale prassi creativamente (non distruttivamente, non antisocialmente) ricrea lo specifico umano e instancabilmente lo ripropone a ogni nuova nascita. E naturalmente al maschio, purché partecipi affettivamente al rapporto.

La prima poesia, la prima resistenza creativa alla disumanizzazione che il vivere pratico quotidiano, con le sue difficoltà e sofferenze e sconfitte, sembra imporre all’uomo e, per suo tramite, alla donna e al bambino: la lingua individuale materna è il prius, e la lingua comune l’esito di un compromesso che di tale lingua sente (anche se non in tutti in egual misura) il fascino e la necessità.

 

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(Giovedì 7 gennaio 2016. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Fidati di chi s’innamora. Dubita di chi si sposa.

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Sono passati quasi cinquant’anni dall’inizio dell’estate del 1967. Quando a Nizza, mentre i giovani di quasi tutto il mondo ricevevano in dono Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e preparavano il ’68, una ragazza di venticinque anni che correva verso l’aereoporto rimase uccisa in un incidente. Si chiamava Françoise Dorleac, ed era la sorella maggiore di Catherine Deneuve (che invece portava il cognome della madre). Aveva girato il suo primo film nel ’61, due anni prima della sorella, e da allora ne aveva fatti altri otto, proprio come lei. L’ultimo, di Ken Russell (Il cervello da un miliardo di dollari) mentre Catherine si accingeva a interpretare il personaggio di Séverine in Bella di giorno, di Luis Buñuel.

Avevano successo entrambe, piacevano ai critici e piacevano al pubblico. Sommando i punteggi che a quei diciotto film assegna il Morandini (tra i quali un musical che le sorelle interpretarono insieme nel ’66, Les demoiselles de Rochefort, in Italia Josephine, di Jacques Demy), i film di Françoise ricevono 23,5 punti di critica e 27 di pubblico, i film di Catherine 25 punti per l’una e per l’altro.

Ho rivisto, qualche sera fa, quello che per me è il migliore dei film interpretati da Françoise Dorleac nella sua brevissima carriera: La peau douce, di François Truffaut, del 1964, che in Italia si chiamò La calda amante. I critici preferiscono Cul de sac, di Polanski (1966) ma io non sono d’accordo, anche se per motivi che a un critico farebbero storcere il naso: poiché Cul de sac riesce solo a stuzzicare una meschina curiosità, è una vicenda grottesca, scritta e filmata con feroce sarcasmo, di sconfitta per tutti, senza dignità né passione per alcuno; mentre La calda amante, benché sia la storia di un uomo che fallisce il rapporto con la donna e muore di una morte insensata per mano della moglie, avvince e commuove dalla prima all’ultima scena, e con umana intelligenza guarda e vede, senza disprezzo, anche gli sconfitti.

E poi in Cul de sac Françoise è una prostituta senza cuore, mentre ne La peau douce è la giovane donna stupenda e appassionata che era fatta per essere, nella realtà e sullo schermo...

Le dice Pierre, l’uomo sposato che si crede innamorato di lei (un intellettuale, mentre Nicole è una hostess), citando André Gide non so quanto esattamente: “Credete in quelli che cercano la verità. Dubitate di quelli che l’hanno trovata. Ma soprattutto non dubitate mai di voi stessi”.

Innamorarsi è dunque un modo (anche se non il solo) per cercare la verità? Se è così, dovremmo credere solo in chi s’innamora. Mentre di chi si sposa ― di chi, cioè, la verità l’ha trovata ― dovremmo dubitare. Amore e matrimonio sarebbero divisi dal medesimo abisso che separa chi fa ricerca da chi impone dogmi, l’incertezza dalla fede, chi vive da chi tenta di controllare la vita degli altri.

Tuttavia, pur dicendole cose come queste, Pierre non è davvero innamorato di Nicole. Crede di esserlo (se ne fa una fede, cioè, e persino con fanatismo), ma tutto avviene in lui nel pensiero soltanto, nel dominio che a questa e ad altre idee egli accorda sulla propria mente. Non nella realtà. Nella realtà Pierre non rischia il rapporto, non si abbandona a Nicole, non la cerca con l’audacia e insieme l’incertezza con cui l’esploratore si avventura sull’oceano su una fragile navicella.

Fin dall’inizio, benché intenerito e come ringiovanito dalla bellezza, dalla dolcezza, dall’appassionata sincerità con cui la ragazza invece ricerca un’intesa con lui, Pierre fa prevalere sulla spontaneità del rapporto il rispetto dell’astratta “verità” delle convenienze e delle convenzioni. Nicole lo lascia entrare di notte nel suo appartamento pur sapendo che la padrona di casa la sfratterebbe, se li sorprendesse; Pierre, invece, quasi non osa ― per tornare da lei che lo attende in albergo ― nemmeno liberarsi dell’importuno conoscente che gli si è messo alle costole dopo una conferenza e non lo molla. Nicole di giorno in giorno conosce Pierre sempre di più, sempre un po’ meglio, e in questa comprensione si estasia, anche quando non è del tutto gradevole, poiché riconosce in essa una prova del proprio amore, del proprio aver cercato davvero; Pierre invece, col passar del tempo, sempre più vede in lei ciò che astrattamente confligge con le astratte “verità” che lo dominano ― i jeans invece della gonna, o il volume troppo alto della sua voce in un locale, quando lei si lascia andare alla gioia di ritrovarsi con lui dopo una separazione ― e perciò s’infastidisce, si rabbuia, si irrita. Nicole vive il rapporto con lui nel mondo rischiosamente libero dei fatti; Pierre, invece, in un mondo da schiavi in cui le passioni le hanno soltanto le idee nel loro muoversi verso o contro altre idee, e il peggio che possa capitare a chi si agita fra l’una e l’altra è di dover, dall’oggi al domani, cambiar padrone dentro.

Perfino quando sembra decidersi a lasciare la moglie, infatti, Pierre in realtà non sta andando da nessuna parte. Sta solo creando una situazione mentale in cui poter “perfezionare” in un odio risolutivo, per quel che Nicole “lo costringe a fare”, l’incapacità di amarla con cui l’ha odiata fin dall’inizio, anche quando credeva (aveva fede) di amarla. Tant’è vero che mai lo vediamo così duro e insofferente contro Nicole come quando la porta a visitare la casa in cui in teoria vuol andare a vivere con lei. Così duro e insofferente, che è proprio allora che Nicole apre definitivamente gli occhi e dolcemente gli dice addio. E lui la lascia andare! La spia, dall’alto, piccola come una formichina mentre in piazza sale su un taxi e scompare per sempre ― così minuscola da non poter più apparire né bella né dolce né sincera se non per l’immaginazione che in Pierre non è più libera da chissà quanto tempo d’inseguire nessuno ― e non la chiama, non si muove, non fa un gesto per farla tornare. Esce, dopo un po’, raggiunge il solito locale, pranza da solo davanti a un quotidiano come se niente fosse. Ed è lì che la moglie impazzita lo sorprende e lo uccide, ignara che egli, in verità, non ha mai cessato, neanche per un attimo, di essere un marito e di credere nel matrimonio.

Non è strano, pertanto, che questa morte insensata, che senza dubbio nella vita di Pierre è finalmente un fatto e non solo un’idea, dispiaccia a noi spettatori non tanto per Pierre quanto soprattutto per Nicole, che ne soffrirà più di ogni altro. Poiché per Pierre questa morte è un contrappasso poeticamente “giusto ” impostogli dalla realtà in cui mai ha osato entrare, e che ora tragicamente lo punisce non perché egli l’abbia sempre fuggita, tenuta a bada e controllata, ma bensì per esser andato a stuzzicarla senza vero coraggio né sincerità, facendo assai più danno, nel cuore e nella mente di Nicole, di quando alla realtà si opponeva e la oltraggiava restando sottomesso alla finzione matrimoniale.

“Credete in quelli che cercano la verità. Dubitate di quelli che l’hanno trovata. Ma soprattutto non dubitate mai di voi stessi”, aveva detto a Nicole citando André Gide. Ma doveva dirlo e ripeterlo, fino alla nausea, solo a sé stesso. Poiché non era Nicole che dubitava di sé fino a non osare di lasciarsi andare ad amare. Nicole aveva la tenera e splendida incertezza con cui, nonostante essa, s’innamora e si fa avanti chi di sé stesso è certo. Pierre, invece, solo il durissimo e spinoso dubbio fra il credersi amante e il credersi marito con cui mai ama e mai si fa avanti chi, di sé, si è lasciato sempre indurre a dubitare.

Françoise Dorleac era nella vita come la sua Nicole ne La peau douce. E ciò che l’ha uccisa è stato il dover correre poiché non doveva perdere quell’aereo. Non l’imponderabile casualità dell’incidente, ma la disumana necessità del dovere. Non un desiderio, ma un’idea. Non un’incertezza, ma una convinzione. Non la libertà, ma l’obbedienza. Cose con cui non si può giocare, danzare, far l’amore. Cose che mai lascian libere le donne di essere donne, gli uomini di essere uomini. Cose per le quali si può solo affaticarsi, torturarsi, morire.

 Rimane un film, un fotogramma, un’immagine meravigliosa di donna. Che con uno sguardo, uno solo, anche dopo cinquant’anni (e ormai anche dopo cinquecento o cinquemila, come la fanciulla della Villa dei Misteri di Pompei) sconfigge la verità ormai trovata dell’opera d’arte, che niente può più cambiare, e torna magicamente a cercarla, a metterla alla prova nei nostri occhi.

Clicca qui per leggerlo in .pdf o qui per leggerlo in .doc.

(Mercoledì 16 dicembre 2015. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

(Venerdì 27 novembre 2015. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

(Giovedì 19 novembre 2015. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

(Lunedì 17 agosto 2015. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

E se dal giorno in cui veniamo al mondo, anno dopo anno, con una serie di riti si tentasse di confondere, in ognuno di noi, l’esperienza umana della vita?

Se con un primo rito si cercasse di mistificare, nei nostri genitori e un domani in noi, il significato umano delle nostre nascite?

Se più in là, con un secondo rito, si tentasse dingannarci sul rapporto umano convincendoci che esso è sacrificio disumano di sé e dell’altro?

Se quindi, con un terzo rito, si cercasse di confonderci sullumana ricerca di ognuno di noi sulla propria storia riducendola a un’interminabile sequela di ammissioni e cancellazioni di colpe?

Se in seguito, con un quarto rito, si tentasse di cancellare, in ognuno di noi, il senso del fondamentale momento del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e con esso il rapporto umano della donna con l’uomo e dell’uomo con la donna?

Se poi, con un quinto rito, si cercasse di devastare, in ognuno di noi, lumanità dell’amore, con le sue gioie e le sue sofferenze, raggelandola in un dogmatico dovere verso la divinità?

E se infine, con un sesto rito, si tentasse di falsificare il significato umano della morte spacciandola per una nascita? E alterando, così, il senso dell’intera vita?

Sarebbe mostruoso, vero?

Ebbene, dipende solo da noi che così non sia. Da ognuno di noi.

(Domenica 17 maggio 2015. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

(Venerdì 20 marzo 2015. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Il primo e il secondo perirono nel tentativo, prim’ancora d’imbattersi nei turriti. Il terzo sopravvisse, nemmeno lui incontrò i nemici, ma dopo qualche tempo si diede per vinto.

Solo il quarto riuscì...

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I primi quattro testi:

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Non erano ragioni valide le ragioni logiche, di Neri Pozza

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Donne nell'assedio di Firenze, di Roberto Papi

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Eugenio Curiel, di Elio Vittorini

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Le 100 nazioni di provenienza delle 12.542 visualizzazioni di pagina effettuate su ScuolAnticoli nel mese di gennaio 2016.

Le 100 nazioni di provenienza delle 12.542 visualizzazioni di pagina effettuate su ScuolAnticoli nel gennaio 2016: 5843 dall’Italia, 1398 dagli Stati Uniti, 1305 dalla Germania, 581 dall’Ucraina, ecc.... (Servizio fornito da Aruba)

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ScuolAnticoli nacque nel 2003 dal lavoro, svolto in orario extrascolastico, della Classe 2000-2003 della Scuola media di Anticoli Corrado, della signora Paola Scialanca e del professor Luigi Scialanca. Dall’agosto del 2006 è una Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca. Il contatore sottostante registra solo le visite alla homepage. Nel 2009 ScuolAnticoli ha avuto 89.853 visualizzazioni di pagina, nel 2010 125.454, nel 2011 150.974, nel 2012 137.123, nel 2013 150.110, nel 2014 160.679, nel 2015 163.144. Dal 1° gennaio 2016, 15.178.

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L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

ScuolAnticoli

La Terra vista da Anticoli Corrado

Libera Scuola di Umanità, senza fedi né credi,

ispirata dalle scoperte di Massimo Fagioli

e dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

Diretta da Luigi Scialanca - Anticoli Corrado (Roma).

Aggiornata al 9-2-2016.

Buon mercoledì 10 febbraio a tutti!

Pensieri precedenti

Pensiero del Giorno n° 939

Il pensiero, che è solo umano, è perciò collettivo.

Dunque non vi è pensiero, o almeno non umano,

in quelli che non hanno legami affettivi profondi.

Pensiero del Giorno.

Non tutti i Gatti vengono per Nuocere: Clicca e Vedrai!

Clicca qui e scrivici!

...E torna spesso!

Clicca qui e scrivici!

 

 

 

 

L’immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell’artista danese Viggo Rhode (1900-1976).

L’ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

 

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