ScuolAnticoli

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Diretto da Luigi Scialanca - Anticoli Corrado (Roma)

L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

Pensiero del Giorno.

Pensiero del Giorno n° 691

Pensieri precedenti

Poiché tutto è del tutto casuale, crolla tutto ciò

che non è, per almeno uno, del tutto necessario.

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ScuolAnticoli non è più su Facebook e sta meglio di prima. (Mercoledì 16 aprile 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Mercoledì 16 aprile 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Non c'è una "sana e libera" separazione di un corpo umano dalla sua umanità. (Domenica 13 aprile 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

Non c’è una “sana e libera” separazione di un corpo umano dalla sua umanità

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Il Partito democratico, i suoi dirigenti, i militanti, gli elettori, sanno o non sanno che l’idea che si possa comprare e vendere un essere umano è idea malata, sintomo di malattia mentale? E che l’idea che in un essere umano si possano separare, per poter venderli e comprarli, il corpo dagli affetti, il corpo dalla mente, il corpo dalla storia dell’essere umano ― in una parola: il corpo dalla sua umanità ― è idea non meno malata e sintomo di malattia mentale non meno grave?

 

Forse non lo sanno più, cioè sono malati essi stessi, ed è per questo che non vedono malattia nell’idea della senatrice Maria Spilabotte e del Partito democratico (con l’autorevole sostegno di Alessandra Mussolini) di presentare un disegno di legge (sedicente) di Regolamentazione del fenomeno della prostituzione (in realtà di Depenalizzazione del favoreggiamento della prostituzione) che propone “due strategie: la decriminalizzazione dell’adescamento e del favoreggiamento, da un lato, l’individuazione [dall’altro] di regole minime che indichino dove si può e dove non si può esercitare” e, naturalmente, una “autorizzazione” statale all’esercizio della prostituzione “sia in forma individuale (comprendendola nelle attività di cui al titolo III del libro V del codice civile ― lavoro autonomo) che in forma cooperativa” al costo semestrale “di euro 6.000 per l’attività full time e 3.000 per la part time: un giusto costo, considerando che su centocinquanta giorni lavorativi si pagherebbero circa 20 euro al giorno, che è già meno del prezzo medio per prestazione stabilito in almeno 30 euro”. Il tutto purché, è ovvio, “le persone autorizzate si assoggettino ai regimi fiscali e previdenziali previsti dalle normative vigenti”.

 

Una delle due: o la senatrice Spilabotte e il Pd non sanno che ciò che chiamano “esercizio della prostituzione” è in realtà, sempre, esercizio di violenza. O lo sanno, ma non sanno... quel che fanno.

 

Scrive così, nel suo disegno di legge, la senatrice Spilabotte: “Una regolamentazione è necessaria, perché... Clicca qui per continuare a leggere!

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(Domenica 13 aprile 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Rivedere ogni film ogni volta diverso, con i bambini...

"Rivedere ogni film ogni volta diverso, con i bambini..." (Martedì 8 aprile 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

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Mi dispiace tanto per chi non ha letto Il buio oltre la siepe o non ha, almeno, visto il film. Sono infelici che non sanno di esserlo. E, tra chi l’ha letto o l’ha visto, mi dispiace per chi non l’ha capito neanche un po’ o non ha, almeno, tentato. E tra chi l’ha letto, visto e capito, mi dispiace per chi non l’ha letto o visto con i bambini. E tra chi l’ha letto o visto con loro, mi dispiace tanto per chi, non essendo insegnante, non l’ha riletto o rivisto con altri bambini, e poi con altri ancòra, e ancòra, e ancòra...

I grandi libri e i grandi film sono ogni volta diversi, si sa. Ma letti e visti con i bambini (purché non induriti e istupiditi dalla devastante esperienza di aver avuto accanto certi adulti in quei primi, decisivi anni) essi sono, ogni volta, intensamente diversi. Magari solo per un dettaglio, e spesso apparentemente minuscolo, rileggere un grande libro o rivedere un grande film con una nuova classe è, per un insegnante, un evento sempre assoluto, e tanto più sconvolgente e trasformativo quanto più la classe per prima lo vive intensamente (e lui di riflesso, illuminato da loro). Naturalmente, purché l’insegnante non sia così indurito e istupidito dalle sue devastanti esperienze, da non esser più capace di illuminarsi: ma quelli sono insegnanti che non leggono Il buio oltre la siepe e non ne vedono il film.

Oggi, dunque, ho rivisto Il buio oltre la siepe per la ventesima volta o forse più. E di nuovo è stato diverso (tranne che in quel che non deve assolutamente cambiare: cioè le lacrime che ogni volta riempiono d’un tratto i miei occhi come quelli di Scout nel momento in cui dietro la porta appare Boo, Arthur Radley; poiché sono esse che ogni volta mi dicono che anchio, come Arthur, sono ancora umano), e potentemente diverso, e lo è stato così tanto perché l’ho rivisto con una classe così poco indurita, così poco istupidita, che per tutto il tempo ha brillato nel buio dinanzi a me come una costellazione umana.

E alla fine, nella sequenza di cui vedete qui sopra un fotogramma, mentre “le lacrime riempivano d’un tratto gli occhi” della bambina e i miei e mentre il volto di Arthur “tremava e si offuscava”, ho visto una cosa che, in almeno venti visioni nell’arco di quarant’anni, non avevo mai notato: il ritratto della defunta moglie di Atticus Finch collocato (dal regista?, dallo scenografo?) proprio lì, accanto aBoo (Robert Duvall) che Scout incontra in quell’istante per la prima volta.

Sono andato a controllare sul libro e non vi ho trovato alcun ritratto della mamma di Scout e Jem: non in quel momento, non lì. Perché ce l’hanno messo? Per dirci (alla faccia di Harper Lee, autrice di questo meraviglioso romanzo) che chi ha salvato Scout e Jem dalle grinfie assassine di Bob Ewell non è stato Arthur Radley ma una defunta madre che dall’Aldilà vegliava su di loro tramutata in angelo custode?

Una piccola (grande) macchia su un film bellissimo, indimenticabile, ma evidentemente meno bello, e d’ora in poi meno indimenticabile, del romanzo che in quel momento ha tradito. E ancor meno bello, e ancor meno indimenticabile, dei bambini senza i quali non l’avrei mai scoperto. Nemmeno rivedendo il film (e rileggendo il libro) per altri quarant’anni.

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(Martedì 8 aprile 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Fare ricerca culturale in un piccolo paese...

"Fare ricerca culturale in un piccolo paese..." (venerdì 4 aprile 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com). L'immagine riproduce il dipinto "A Boat and Red Buoy in Rough Sea" (1830), di Joseph Mallard William Turner (1775 - 1851).

A Boat and Red Buoy in Rough Sea (1830), di Joseph Mallard William Turner (1775 - 1851)

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“Fare ricerca culturale” (e non di rado, cerca oggi cerca domani, combattere una battaglia culturale) in un paese di mille abitanti ― se tenti di farla davvero, e se hai “armi” e “munizioni” con cui farla ― significa che ogni cosa che dici, insegni, scrivi (e perfino ogni tuo gesto, perfino il tuo modo di camminare, per esempio se un giorno sei un po’ stanco e fai, in salita, un po’ più fatica del solito) suscita negli altri mille ininterrotte reazioni che cambiano la tua vita momento per momento: dal meglio al peggio e dal peggio al meglio, ogni istante e giorno e ogni mese e anno che trascorri con loro, ti vedano o no e tu li veda o no, in contatto con te o che il contatto passi, dall’uno all’altro, di mano in mano e di bocca in bocca.

 

È come vivere su una barca, dove proprio stabile e immobile non sei mai, poiché il mare ti muove sempre e col mare si muove il cielo e soprattutto si muove in lontananza la rossa boa che vuoi raggiungere per intravedere, da lì, un’altra boa da raggiungere ancor più lontana: il mare sono gli altri e son sempre in movimento, sì, e reagiscono a ogni tuo moto e a loro volta muovono te (e naturalmente saresti mosso anche se non facessi ricerca né battaglia alcuna, se ti sforzassi di rimanere immobile come una statua e rinunciassi a muover loro a tua volta: verresti mosso e trasmetteresti ad altri il movimento altrui come se fosse tuo, e sarebbe la cosa più brutta poiché staresti male sempre, senza più alcun meglio, neanche per un attimo, ma solo un continuo peggio).

 

Ecco: “fare ricerca culturale”, in un paese di mille abitanti, è come tuffarti in un ballo che non finisce né s’interrompe mai e che danzano tutti, perfino i più piccoli per mano o in braccio, e ogni tuo passo echeggia nei passi d’ognuno fin in fondo alla piazza, nelle vie e nei vicoli intorno, e di laggiù torna indietro da tutte le parti nei passi mossi dal tuo che tornano a muovere i tuoi che muoveranno i loro.

 

Solo che il ballo talvolta esagera, e allora è come lasciare che ti mettano su un tappeto che tutti tengono insieme per farti volare in aria, ogni volta più sù, così che ogni volta che cadi sia più forte il colpo e più intensa la scossa che trasmetti a ogni mano e, attraverso le braccia, al cuore di ognuno. Mentre tu intanto speri, cercando malgrado tutto di restare vivo, che i mille che reagiscono e sentono e danzano e ti fan volare non si tramutino a un brutto momento in un unico immenso barile di polvere da sparo per farti saltar per aria una volta per sempre.

 

Sì, cambia tutto e cambia sempre, il “fare ricerca e battaglia culturale” in un piccolo paese di mille abitanti: cambia il sapore del mangiare, l’odore dell’aria che respiri, il peso di ogni uscio che apri ogni volta che l’apri, il tuo essere giovane e ancor più il tuo essere vecchio, il tuo resistere o il tuo ammalarti. Cambia perfino il morire o invece ancora no, la continua risposta di mille donne, uomini e bambini alla tua continua ricerca, alla tua continua battaglia tra loro e con loro.

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(Venerdì 4 aprile 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Una macchina più umana di noi?

"Una macchina più umana di noi?" (Mercoledì 2 aprile 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

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(Immagine di Pinocchio di Cecco Mariniello)

 

“A chi mette in guardia dalla sempre più forte concorrenza intellettuale delle macchine, c’è chi ribatte: «Basta che gli umani imparino a fare cose più sofisticate»” (Riccardo Staglianò, “Poveri ma connessi”, La Repubblica, 30 dicembre 2013, p. 37).

 

Discorso colmo di disprezzo (o, meglio, di razzismo antiumano) nei confronti di chi, non avendo imparato (sic) le sofisticate cose che hanno appreso a fare gli Staglianò, potrebbe e dovrebbe essere rottamato e sostituito da macchine ben più degne di lui di considerazione e di rispetto.

 

Sfugge, agli Staglianò, che non solo essi (gli Staglianò) ma tutti gli umani fanno già cose più sofisticate di quelle che qualsiasi macchina è ― o mai sarà ― in grado di fare. E che, pertanto, le macchine non fanno né faranno mai “concorrenza intellettuale” ad alcuno.

 

Quel che distingue, per natura, (vale a dire per la storia evolutiva di cui noi Sapiens siamo un esito), gli animali umani dagli altri è, infatti, l’incapacità della mente di produrre rappresentazioni della realtà interamente matematizzabili. È l’immaginazione, cioè: per la quale la mente umana nel suo insieme e ogni suo “contenuto” singolarmente considerato (ammesso che una mente umana si possa suddividere in contenuti delimitati), a differenza dell’Universo di realtà a cui essi si riferiscono, non sono né saranno mai del tutto adattabili a modelli matematici. Né, di conseguenza, matematicamente calcolabili.

 

Vi è un “di più”, nelle produzioni mentali umane, che non permette che esse siano del tutto assoggettabili alla descrizione matematica come lo sono, invece, le realtà a cui tali produzioni si riferiscono. Ma definirlo un “di più” è, in fondo, un antropocentrismo: nei momenti difficili delle nostre vite potremmo essere più propensi a giudicarlo un “di meno”, considerando in quanti e quali errori incorriamo, talvolta, a causa dell’intrinseca instabilità dei nostri contenuti mentali. E tuttavia è proprio quell’instabilità che ci rende creativi: è per essa che siamo costretti a pretendere che sia il mondo ad adeguarsi a noi, poiché noi non siamo né mai saremo in grado di rassegnarci completamente al mondo.

 

Mentre è del tutto evidente che le “macchine”, invece (come grossolanamente le chiamano gli Staglianò) “sanno” e “imparano” a fare solo “cose” (stupefacenti, gigantesche, ma) la cui descrizione matematica le contiene per intero, senza il benché minimo “residuo” di quella creativa “instabilità” da cui scaturiscono tutte le realizzazioni (e, purtroppo, tutte le de-realizzazioni) impreviste e imprevedibili che ogni essere umano è “costretto” (ebbene sì:costretto) a compiere vita natural durante.

 

Quel che nessuna “macchina” è né sarà mai in grado di fare, insomma, è ciò che ogni animale umano non può non fare: essere, per quanti sforzi faccia per “razionalizzarsi” (per ridursi, cioè, alla stregua degli altri animali, vale a dire per disumanizzarsi) sempre almeno in parte irrazionale. Non misurabile. Incommensurabile. E troppo “sofisticato”, dunque, perché una “macchina” possa eguagliarlo.

 

Si obietterà: “Ma il di più di cui tu parli non è misurabile soltanto perché è immaginario!”

 

E io cosa ho detto?

 

Ma se un giorno (forse non lontano) fabbricassimo invece una “macchina” (forse “quantistica”, e contenuta, forse, in un hardware biologico) le cui prestazioni, come quelle di ogni bimbo a partire dalla nascita, risultassero sempre almeno in parte “indescrivibili” matematicamente? Be’, a mio parere non è impossibile: ma quel giorno, semplicemente, avremmo creato un essere umano artificiale, e chiunque lo trattasse come una macchina commetterebbe un crimine.

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(Mercoledì 2 aprile 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Il Presidente del Senato, seconda carica della Repubblica italiana ed ex procuratore nazionale antimafia, ha dichiarato che il Partito democratico e il suo leader, Matteo Renzi, SONO UN PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA E LA LIBERTA DEL PAESE. (Lunedì 31 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Lunedì 31 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Spiegare un Film a un Bambino: Il dottor Zivago, di David Lean.

55. "Il dottor Zivago", di Boris Pasternak e David Lean (1965), con Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Rod Steiger, Alec Guinness, Tom Courtenay, Siobhan McKenna, Ralph Richardson, Rita Tushingham e Klaus Kinski.

(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media. Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto semplicistiche. Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e... non dimenticare di citarne l’autore!)

 

Lara, naturalmente, è l’immagine della Russia. Anzi: poiché Il dottor Zivago è un’opera di valore universale, Lara è l’immagine di ogni Società e dell’Umanità intera. Offesa e stuprata dal vile Komarovskij sotto l’antico regime, è l’immagine di tutti quelli che son trattati come se non fossero umani da chi umano non vuol restare. Sposata e resa madre, quando i comunisti si ergono contro l’oppressione e la violenza dello zar e dell’aristocrazia, dal giovane rivoluzionario Paša Antipov (benché Lara non sia certa di amarlo e neanche di poter fidarsi di lui) è l’immagine della trepidante speranza con cui i popoli hanno sempre accolto chi si proponeva loro come avversario dei nemici dell’Umanità. Abbandonata quando Paša diventa il gelido e feroce Strél’nikov (cioè quando il comunismo si disumanizza in una religione e i comunisti, impazziti, in inquisitori che tentano di forzare gli esseri umani entro i rigidi schemi della loro fede) è l’immagine della delusione e della solitudine di tutti quelli che nel corso del tempo hanno visto deteriorarsi e svanire, nei genitori e negli amanti come nei maestri e nei paladini, la bellissima realizzazione umana che per un momento avevano intravisto in loro. Infine, ripresa e fatta sparire dall’ignobile Komarovskij quando gli antichi violentatori ricompaiono travestiti da “compagni”, massacrano i rivoluzionari e ricominciano a opprimere e sfruttare, Lara è l’immagine della tragica sconfitta e degli orrori a cui da sempre va incontro ogni progetto di cambiamento così poco affettivo, e così poco sapiente della nostra umanità, da non intervenire su di noi altrimenti che coi dogmi e la costrizione.

 

Sconfitta e orrori di cui non sono responsabili solo i nemici dell’Umanità come Komarovskij, ma anche i generosi rivoluzionari come Paša Antipov, quando anch’essi tradiscono e pervertono la bellezza degli ideali originari poiché, non amando, non capendo e non conoscendo abbastanza gli esseri umani, commettono errori che sono come varchi, aperti nelle loro stesse menti e nella nuova Società in costruzione, in cui è lesto a penetrare il disumano dei Komarovskij. E i Paša se ne accorgono, vedono i Komarovskij infiltrarsi nel “mondo nuovo” e renderlo ogni giorno più simile al vecchio, ma non si rendono conto di averli anche dentro di sé. Ed è proprio questo che li fa impazzire, li fa sbagliare sempre di più, e infine li consegna al fallimento o, peggio, li rende altrettanto disumani dei propri avversari.

 

Ma la follia e i crimini degli Strél’nikov non devono farci dimenticare che essi, un tempo, furono i Paša, mentre i Komarovskij furono sempre i Komarovskij: quelli, cioè, che iniziano ad aggredire le menti dei Paša quando essi sono ancora bambini, che ostacolano e rovinano tutto ciò che i Paša tentano di valido, e che in ultimo li fanno impazzire o tentano di sopprimerli. Non c’è più niente, nei Komarovskij, degli esseri umani che anch’essi furono quando vennero al mondo; mentre negli Strél’nikov, invece, fino al giorno in cui vengono giustiziati da chi ha fatto loro la posta per tutta la vita, qualcosa dei Paša di un tempo rimane sempre. E Pasternak, infatti, nelle ultime pagine del romanzo, fa incontrare Strél’nikov con Zivago (una scena che nel film non c’è, purtroppo) e pronunciare, a proposito di Lara (cioè della Russia, cioè dell’Umanità, cioè di tutti noi) parole che un Komarovskij non capirebbe nemmeno:

 

“Il mio era il mondo della periferia cittadina,” dice a Zivago il Paša che ancora sopravvive in Strél’nikov... (Clicca qui per continuare a leggere!). (Domenica 30 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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1963: Kennedy a Roma, città in festa. 2014: Obama a Roma, città blindata. C’è chi la pace la vuole davvero, a rischio della vita. E c’è chi prende premi Nobel facendo finta di volerla, a rischio della vita altrui. (Martedì 25 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

C’è chi la pace la vuole davvero, a rischio della vita. E c’è chi prende premi Nobel facendo finta di volerla, a rischio della vita altrui.

(Martedì 25 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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C’è un complotto contro noi complottisti?

C'è un complotto contro noi complottisti? (Lunedì 24 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

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C’è un complotto contro di noi, poveri complottisti? Me lo domando perché, da alcuni anni, il complottismo è quasi il peggior “crimine” intellettuale di cui si possa essere accusati: ancor più grave è forse solo il cosiddetto populismo (a proposito, vi siete accorti che la Costituzione della Repubblica Italiana è orribilmente populista? L’articolo 1 osa affermare, pensate, che la sovranità appartiene al popolo!) e la propaganda della pedofilia viene solo quarta, dopo il “crimine” di libera manifestazione del pensiero senza essere plurilaureati con almeno cento pubblicazioni sull’argomento.

 

Ma non divaghiamo e torniamo al complottismo. Ho scritto che, da alcuni anni, sembra essere diventato uno dei peggiori “crimini” intellettuali e morali che si possano commettere. Già, ma... da quanti anni? Sono in grado di rispondere con grande precisione: dalle 15 circa (ora italiana) di martedì 11 settembre 2001. Da quel giorno, chi osa ipotizzare che negli Stati Uniti qualcuno abbia permesso la distruzione delle Twin Towers (o, quanto meno, si sia distratto mentre i terroristi la preparavano) viene accusato di complottismo, cioè ― in parole povere ― di essere un complice (per convinzione o stupidità) dei terroristi stessi. (Sùbito hanno preso la palla al balzo quelli che non hanno mai gradito ― ma prima dell’11 settembre non osavano dirlo ― che la stragrande maggioranza della popolazione mondiale non creda alla versione ufficiale sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy).

 

Ma in Italia l’accusa di complottismo è più antica dell’11 settembre 2001 (a dimostrazione del fatto che certi Italiani ― i peggiori, gli eredi di chi insegnò il fascismo a Hitler e al mondo intero ― anche oggi hanno ben poco da imparare dai peggiori del resto del pianeta) poiché risale addirittura al 1978, cioè al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro: fu allora, infatti, che si cominciò ad accusare di complottismo tutti quelli che pensavano (e pensano) che i quattro assassini baciapile che si facevano chiamare Brigate rosse non avrebbero mai potuto mirare così in alto senza la complicità di pezzi (deviati) delle istituzioni politiche, militari ed economiche italiane ed estere.

 

Curioso, no? I primi ideatori dell’accusa di complottismo furono proprio quei quattro scalzacani di ex chierichetti assassini autonominatisi brigatisti: “Abbiamo fatto tutto da soli!” strillano da allora, e a furia di strillare ce l’hanno fatta: da anni, ormai, chiunque si azzardi a dubitare della loro “verità” è additato con feroce disprezzo all’opinione pubblica (mentre gli assassini son tutti a spasso, e coccolatissimi dall’establishment catto-politico pubblicano “libri” e tengono conferenze nelle Università) come uno stupido e pericoloso complottista.

 

D’altra parte, come non vedere che complottisti mattoidi esistono davvero? Quelli che credono che Elvis Presley non sia morto ma sia stato rapito dai Marziani per insegnare loro a far colpo sulle Marziane, quelli che giurano che le compagnie aeree di tutto il mondo avvelenano con le scie chimiche chiunque non si trovi a bordo dei loro velivoli, quelli che son convinti che le classi dirigenti dell’intero pianeta siano state sostituite nottetempo da ultracorpi alieni ultranazisti (per quanto, forse, quest’ultima idea...). Sì, i complottisti schizzati esistono, e con le loro folli pensate gettano discredito su di noi, complottisti seri. Come evitarlo? Cosa possiamo escogitare, noi che ipotizziamo solo complotti autentici, docg, per distinguerci dai mattocchi e, al contempo, per contraddire chi fa di tutti i complottisti un fascio? A tal riguardo avrei una modesta proposta, che esporrò nei prossimi due (conclusivi) paragrafi.

 

Non c’è alcun bisogno di complottare. I nemici dell’Umanità sarebbero stupidi, se lo facessero. In primo luogo perché complottare, almeno dai tempi della Carboneria, significa rischiare di essere scoperti con facilità. In secondo luogo perché le pesanti restrizioni comportamentali a cui chi complotta deve sottoporsi per non essere individuato limitano molto l’intensità e l’efficacia delle sue azioni. E in terzo luogo perché una lunga esperienza ha insegnato ai nemici dell’Umanità che i complotti che riescono “meglio” sono proprio i non complotti: quelli, cioè, che per andare a “buon” fine contano sulla complicità spontanea e inconsapevole di ogni altro nemico dell’Umanità che si trovi nei paraggi... Ehm... Non è chiaro?... Mi spiegherò meglio, allora, con un esempio tratto dalla vita di tutti i giorni: che bisogno c’è di complottare ― che so io? ― contro un collega preparato e onesto? Sarebbe stupido e pericoloso, nessun collega incompetente e mascalzone lo farebbe mai: basterà che uno solo attacchi il bravo collega, e ogni nemico dell’Umanità che si trovi nei paraggi (e fino a chilometri di distanza) verrà spontaneamente a dar man forte all’aggressore senza bisogno che lo si preavverta e nemmeno che lo si chiami.

 

Ecco: i complotti veri, a mio modesto avviso di serio complottista di lungo corso, son fatti così. Non occorre organizzarli. Solo un idiota li organizzerebbe. I tipi come John Fitzgerald Kennedy, o come Aldo Moro, che a torto o a ragione i nemici dell’Umanità odiarono e temettero in un determinato momento storico, furono colpiti, in un certo senso, da chi passava di là. Ma con l’aiuto, più o meno consapevole, di ogni altro nemico dell’Umanità che sùbito colse la palla al balzo e fece del suo peggio per favorire il crimine, proteggerne gli autori, ostacolare le indagini, nascondere le prove, minacciare i testimoni, inquinare le testimonianze, confondere l’opinione pubblica. Tutti partecipi di un complotto? No. Tutti partecipi del medesimo odio e pronti, da chissà quanto tempo, a sfogarlo alla prima occasione.

 

L’ipotesi vi intriga? Bene: in tal caso tenete presente che essa vale, con ogni probabilità, anche per la crisi economica in atto.

 

P.s.: Che bisogno c’è di complotti? In qualsiasi parte del mondo, un agente dei servizi segreti, di passaggio in via Fani per puro caso, chi avrebbe involontariamente aiutato, i brigatisti o Aldo Moro? I brigatisti o gli uomini della scorta? E poi, accortosi di quel che aveva fatto, come avrebbe reagito? Solo il 2-3% di loro sarebbero stati ancora così umani da esclamare “Ops!”

 

(Il ritaglio di giornale è da l’Unità di lunedì 24 marzo 2014).

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(Lunedì 24 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Spiegare un Film a un Bambino: Romuald e Juliette, di Coline Serreau.

54. "Romuald e Juliette", di Coline Serreau (1989), con Daniel Auteuil, Firmine Richard, Pierre Vernier, Maxime Leroux e Gilles Privat.

(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media. Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto semplicistiche. Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e... non dimenticare di citarne l’autore!)

 

Il percorso che Romuald deve compiere per arrivare a Juliette è brevissimo, materialmente: all’inizio, i pochi metri che separano il suo ufficio dal corridoio che quella grossa donna di colore sta pulendo; più tardi, i pochi chilometri fra la sua villa nei quartieri alti e il palazzone di periferia dove ella vive. Ma immensa, quasi incolmabile, è invece la distanza interiore di Romuald da Juliette, poiché è la somma della sua distanza psichica dagli altri (dalla moglie, dai figli, dai dipendenti e da tutti gli esseri umani), più la distanza sociale ed economica che separa la ricca borghesia, a cui egli appartiene, dai lavoratori manuali come Juliette, più la distanza culturale e psicologica che divide tutti gli “occidentali”, indipendentemente dalla classe sociale, dai popoli del resto del mondo. Una distanza enorme, i cui addendi hanno però tutti, a ben guardare, la stessa natura e la stessa origine: l’anaffettività di Romuald, dalla quale scaturiscono tutto il suo non vedere, il suo non sapere, il suo non capire.

 

È per questo che il viaggio di Romuald è in realtà un viaggio dentro di sé, un’avventura nella mente: è “lì” che Romuald deve “andare” a scoprire l’ anaffettività che lo sta rendendo disumano e stupido; è “lì” che poi, una volta che l’abbia scoperta, deve odiarla ed eliminarla; e questo “viaggio”, restituendo misura umana alla distanza che lo separa da Juliette, da sua moglie, dai figli, dai colleghi e dipendenti e dal mondo intero, inevitabilmente trasforma tutti i suoi rapporti, cioè la sua vita... (Clicca qui per continuare a leggere!). (Domenica 23 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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"Guarda la Primavera e... vedi da te quanto sei ancora capace di rendere umano un fatto solo biologico". (Venerdì 21 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Venerdì 21 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Spiegare un Film a un Bambino: La tigre e il dragone, di Ang Lee.

53. "La tigre e il dragone", di Ang Lee (2000), con Chow Yun Fat, Michelle Yeoh, Zhang Zihi, Chen Chang e Cheng Pei-Pei.

(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media. Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto semplicistiche. Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e... non dimenticare di citarne l’autore!)

 

È solo una spada, quella il cui nome è Destino verde? Oppure è qualcosa di più? O vuole esser qualcosa di più ― tutto, forse, quel che l’essere umano è ― ma non riesce a esserlo? Non del tutto?

 

Il Destino verde, afferma chi la conosce, è “una spada unica al mondo”: di un metallo “speciale”, “è la più leggera di tutte”. Assoluta unicità che ci lascia immaginare che il “di più” che essa forse è, o che vuole essere, sia qualcosa di assolutamente unico. Mentre la sua insuperabile leggerezza ci lascia pensare che quel “di più” ― come se fosse niente, benché niente non sia ― sia qualcosa che nessuno potrà mai pesare né misurare, poiché di ciò che non ha uguale non vi è misura possibile.

 

Qualcosa che non si può sostenere, nonostante la sua levità, senza una capacità di movimento che la forza gravitazionale non può limitare: questo, forse, è il “di più” che il Destino verde è.

 

Ma perché Destino? E perché verde, oltre che per il colore del suo metallo senza peso?

 

Destino è parola che non ci piace, che rifiutiamo... Ma la ripugnanza si dilegua quando capiamo che il Destino, se è il nome di una spada che è unica, non è nelle stelle o nella mente di un dio, non è soprannaturale, non è scritto a priori dove che sia, ma è tanto più saldamente nelle nostre mani quanto più fortemente, abilmente e generosamente lo impugniamo. E neppure il verde ci dispiace: poiché è il colore degli anni che iniziarono quando nascemmo, e naturalmente, quindi, è anche il colore del “di più”, assolutamente unico e imponderabile, con cui da allora forgiamo le nostre vite.

 

Ma il dubbio ritorna quando apprendiamo che il gran maestro Li Mu Bai, che ci sembrava molto dotato del “di più” che il Destino verde è o vuole essere, ha deciso ― sebbene “avvolto da tristezza infinita”, o forse per questo ― di abbandonare l’addestramento nell’arte della spada e di interrompere la meditazione che per qualche tempo ha creduto il naturale coronamento di quell’arte... (Clicca qui per continuare a leggere!). (Giovedì 20 marzo 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Prima di far di te stesso il custode di qualcosa, assicurati che NON sia l'Overlook Hotel. (Giovedì 20 febbraio 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Giovedì 20 febbraio 2014. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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261/1000. Civitella di Licenza, 9 agosto 2010.

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Il Tour in progress di ScuolAnticoli nella Valle dell'Aniene prosegue con "Passeggiata a Castel di Tora": oltre 80 immagini, una più bella dell'altra, cliccando qui!

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Il Tour in progress di ScuolAnticoli nella Valle dell'Aniene prosegue con "Passeggiata a Colle di Tora": oltre 70 immagini, una più bella dell'altra, cliccando qui!

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Il Tour in progress di ScuolAnticoli nella Valle dell'Aniene prosegue con "Passeggiata a Filettino": oltre 120 immagini, una più bella dell'altra, cliccando qui!

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Passeggiata a Filettino

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Da Rai educational alle aule scolastiche. Una docu-fiction propone ai giovani il ricorso agli psicofarmaci come metodo per risolvere ogni disagio: "Quando la tv pubblica è diseducativa", di Adriana Bembina, da "left" 8, 1 marzo 2014.

Per sei settimane, a partire dall’ottobre 2013, è andata in onda su Rai educational e su Rai 3 la docu-fiction Disordini. Sei puntate che rielaborano altrettanti casi clinici di adolescenti, riscritti e raccontati in prima persona dal professor Stefano Vicari, primario del centro di neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. I curatori del progetto dichiarano che “le storie raccontate da Disordini vogliono essere un contributo alla conoscenza dei disturbi che affliggono gli adolescenti, mostrando come sia possibile identificarli per non sottovalutarne i rischi”. Come medico psicoterapeuta dell’età evolutiva ho visto il docu-film con comprensibile interesse. Ma la mia iniziale curiosità, con lo scorrere delle immagini, si è trasformata in un crescente disagio... Clicca qui per continuare a leggere!

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Il Tour in progress di ScuolAnticoli nella Valle dell'Aniene prosegue con "Passeggiata a Trevi nel Lazio": quasi 200 immagini, una più bella dell'altra, cliccando qui!

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Passeggiata a Trevi nel Lazio

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Il Tour in progress di ScuolAnticoli nella Valle dell'Aniene prosegue con "Passeggiata a Capranica Prenestina": 130 immagini, una più bella dell'altra, cliccando qui!

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Il Tour in progress di ScuolAnticoli nella Valle dell'Aniene prosegue con "Visita al Castello Theodoli e a Villa Manni (Trebula Suffenas) di Ciciliano": 130 immagini, una più bella dell'altra, cliccando qui!

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e a Villa Manni (Trebula Suffenas) di Ciciliano

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"Zitelle a Vallepietra, Modelle ad Anticoli Corrado - Immagini della Donna nel Novecento della Valle dell'Aniene", di Luigi Scialanca.

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Zitelle a Vallepietra, Modelle ad Anticoli Corrado

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(Quasi) Tutte le Gite e i Viaggi della Scuola Media Statale Celestino Rosatelli di Arsoli (Roma) e delle sue sedi staccate di Anticoli Corrado, Camerata Nuova, Riofreddo e Roviano: dalle più antiche alle più recenti, dai primi anni '80 a oggi

(Quasi) Tutte le Gite e i Viaggi della Scuola Media Statale Celestino Rosatelli

di Arsoli (Roma) e delle sue sedi staccate di Anticoli Corrado, Camerata Nuova,

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L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

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Pensiero del Giorno n° 691

Poiché tutto è del tutto casuale, crolla tutto ciò

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L’immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell’artista danese Viggo Rhode (1900-1976).

L’ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

 

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