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Quel
che manca a ogni piena realizzazione è ciò
che
manca a una piena intesa tra uomo e donna.
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nel
maggio
del 2013
(I
post di aprile
- I post di
marzo
- Tutti
i
post dal 2002 a oggi)
*

(Giovedì 17 maggio 2013. Luigi Scialanca,
scuolanticoli@katamail.com).
*
Bimbi battono primati uno
(e anche più) a zero...

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La
Repubblica anticipa una parte della lectio magistralis ―
L’Homo sapiens alla conquista del mondo ― che il
paleoantropologo
Ian Tattersal
(sul quale vedi anche, qui,
La sensazione dell’umano)
ha tenuto oggi al Salone del Libro di Torino. Tattersall dice cose molto
interessanti:
Ciò che veramente ci distingue e ci fa sentire così diversi da tutti gli
altri esseri viventi è il modo di elaborare le informazioni nel nostro
cervello. Quello che solo noi esseri umani facciamo è disassemblare
mentalmente il mondo che ci circonda in un vocabolario sterminato di
simboli mentali. Questa capacità unica si palesa in ogni aspetto delle
nostre vite. Gli esemplari di altre specie reagiscono, più o meno
direttamente e in modo più o meno sofisticato, agli stimoli dell’ambiente
esterno. Ma la nostra capacità simbolica ci mette nelle condizioni di
immaginare alternative e di porci domande come
“Che
succede se...?”. E il risultato è che non ci limitiamo a fare
semplicemente le stesse cose che fanno le altre creature, solo un po’
meglio: noi gestiamo le informazioni in modo completamente diverso.
[...]
Ricreando mentalmente il mondo noi di fatto facciamo,
nelle nostre teste, qualcosa di completamente nuovo e diverso.
[...]
L’innovazione
neurale decisiva è stata acquisita come sottoprodotto della grande
riorganizzazione evolutiva che ha dato origine all’Homo sapiens
come entità fisicamente distinta, circa duecentomila anni fa.
[...] [Ma] queste
nuove potenzialità, che hanno fornito il sostrato biologico per la
cognizione simbolica, sono rimaste
“in sonno”
fino a quando, sotto l’impulso
probabilmente di uno stimolo culturale, non si sono concretizzate. La
mia idea è che questo stimolo è stato l’invenzione del linguaggio, cioè
l’attività simbolica per eccellenza.
[...] In assenza
del linguaggio la nostra capacità di ragionare per simboli è quasi
inconcepibile. Immaginazione e creatività sono parte dello stesso
processo, perché solo dopo aver creato simboli mentali siamo in grado di
combinarli in modo nuovo e di chiedere:
“Che
cosa succede se...?”.
È immensamente importante che si torni a indagare su quel che ci
distingue da ogni altro animale, e ancor più importante che tale
caratteristica sia individuata nell’immaginazione e nella creatività:
Massimo Fagioli lo dice da mezzo secolo e oltre, ma per la scienza
mainstream è una novità assoluta di cui Ian Tattersall sembra essere
l’alfiere. È condivisibile, però, l’idea che l’immaginazione sia rimasta
“in sonno” fino all’invenzione del linguaggio? Per inventare qualcosa
non occorre che l’immaginazione sia attiva? Se essa invece era “in
sonno” (modo di dire un po’ infelice, poiché sembra voler sostenere che
quando si dorme non si immagina) come fu possibile l’invenzione del
linguaggio? Con che cosa fu inventato? Non è più verosimile che sia
stata l’immaginazione
a creare il linguaggio, anziché il contrario? E che, proprio per questo,
il linguaggio umano sia così immaginoso e continuamente in
divenire? A tal proposito mi sembra molto interessante il breve articolo
L’apprendimento creativo dei più piccoli, di Giovanni
Sabato, apparso su
Le Scienze
di maggio: Il
nostro linguaggio è unico fin dalle prime parole,
vi si legge.
Mentre le scimmie imparano per mera imitazione, i bambini creano da
sùbito frasi originali. Lo mostra, sui
Proceedings of the National Academy of
Sciences,
Charles Yang, del
Dipartimento di linguistica e scienze del
computer all’Università
della Pennsylvania. Poiché i bambini usano poche combinazioni di
vocaboli rispetto a quelle possibili, si era pensato che non facciano
che ripetere il limitato campione di frasi che ascoltano.
[...] Ma il confronto con gli adulti,
inclusi scrittori professionisti, mostra una varietà di combinazioni
analoga se non inferiore. [...] [Mentre],
se i piccoli si limitassero a ripetere a memoria, un modello basato su
oltre un milione di frasi rivolte dagli adulti ai bambini mostra che la
variabilità sarebbe molto più bassa.
“Analisi
simili su Nim Chimpsky, uno scimpanzè che ha appreso la lingua americana
dei segni, confermano che la usa solo per imitazione”, conclude Yang.
Il linguaggio appreso e le sue regole sembrerebbero, dunque, più gli
strumenti con cui
il bambino crea con la
propria immaginazione il proprio linguaggio, diverso da ogni
altro, che non l’interruttore
di un’immaginazione che altrimenti non entrerebbe mai in funzione.
(Venerdì 17 maggio 2013. Luigi Scialanca,
scuolanticoli@katamail.com).
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Suggerimenti per non far star male i
figli

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1. Non disprezziamoli. I figli sono il
prodotto di milioni di anni di evoluzione: sono quasi perfetti. Non
serve loro alcuna “correzione”. Non hanno difetti da estirpare né
“cattive tendenze” da raddrizzare. Non devono “irrobustirsi” né
“temprarsi”. Soffrire e piangere non fa loro alcun bene. Non occorre
loro alcuna “educazione”. Non sono “egoisti”. Non son violenti. Non sono
stupidi né pigri. E se hanno “problemi”, non li avevano però quando sono
nati: siamo stati noi a crearglieli. O, se non noi, altri adulti. 2.
Non consegniamoli a istituzioni violente. I figli sono umani
quanto e più di noi. Nessun “peccato originale” pesa su di loro. Nessun
“mostro” da addomesticare, civilizzare e controllare si nasconde in
loro. Non sono diavoletti, né angioletti, né bestiole, né gnomi, né
selvaggi. Chi vuole “umanizzarli”, cioè “renderli umani”, è matto, è
mentalmente pericoloso e non può che farli star male (e anche noi, se lo
pensassimo, saremmo matti e mentalmente pericolosi e non potremmo che
farli star male). Nei figli non c’è alcunché di “storto”. Perciò non
occorre loro alcun “rito”, più o meno superstizioso, che li “purifichi”
e li “salvi”: sottoporveli, alla nascita e in seguito, vuol dire tentar
di convincerli che siano malnati. 3. Non trattiamoli come animali
non umani. Non picchiamoli: in primo luogo perché non ne siamo
capaci, e poi perché farlo ― quale che ne fosse la “ragione” ― vorrebbe
dire tentar di convincerli che sono esseri irrimediabilmente stupidi e
cattivi. Parliamo con i figli il più possibile, e il più profondamente e
sinceramente possibile, fin dal loro primo giorno e tutti i giorni
successivi: in primo luogo perché lo desideriamo, e poi perché non farlo
vorrebbe dire tentar di convincerli che non esistono o che non hanno
alcuna importanza per noi. Non “addestriamoli”: in primo luogo perché ci
ripugna (sì, ci ripugna: o è meglio che ci facciamo visitare) e poi
perché farlo vorrebbe dire cercare di tramutarli in automi non umani.
Non inganniamoli, non “facciamo i furbi”, non chiudiamoli in “diorami”,
o mondi artificiali, come bestie in uno zoo: “mentiamo” loro (ma questo
non è mentire) solo per difenderli da conoscenze che non sono ancora in
grado di sostenere, non per accrescere la nostra “forza” contrattuale (questo
è mentire) a spese dell’integrità e certezza del loro rapporto con la
realtà e con noi. Insomma non trattiamo i figli come animali non umani:
perché ci teniamo a restare umani, e per non convincere loro di essere
mostri. 4. Difendiamoli. Non proteggiamo i figli da sé
stessi (è tutto a posto, in loro) ma dagli altri: da certi altri,
di solito più vecchi. Proteggiamoli dai pericoli naturali e artificiali:
questo sì. Difendiamoli dalle mille bugie su di essi (alle quali ho
accennato ai punti 1 e 2) che verranno loro raccontate per farli
impazzire, questo sì. Ma per il resto dobbiamo solo aiutarli a
realizzarsi, e il nostro aiuto non consisterà che nel rimuovere (per
quanto possiamo) gli ostacoli che la Società, malata, dissemina sul loro
cammino, e nel non ostacolarli noi stessi. Di tutto ciò che occorre per
stare al mondo, ai figli non mancano che l’esperienza e l’istruzione,
poiché richiedono tempo e ricerca. Ed è solo nel costruirsele, perciò,
che noi possiamo e dobbiamo aiutarli, se ne siamo capaci. Altrimenti è
meglio che siamo noi a imparare da loro. 5. Lasciamo che ci
aiutino. I figli nascono quasi perfetti, ma noi forse non lo
siamo più. Noi, col tempo, siamo forse andati incontro a “problemi” più
o meno gravi che ci hanno resi meno all’altezza della nostra umanità:
meno affettivi, meno immaginosi, meno curiosi, meno intelligenti. Il
rapporto coi figli, in tal caso, potrebbe essere l’ultima nostra
occasione di “rinascere”: guardiamoli, ascoltiamoli, scopriamo quel che
loro hanno ancora e noi non abbiamo più, e cerchiamo di ritrovarlo in
noi stessi. Impariamo da loro a stare al mondo. Ma soprattutto curiamo,
amandoli, la nostra incapacità di amare. 6. Amiamoli. Non
ci si può costringere ad amare qualcuno. Ma i figli non sono “qualcuno”:
sono gli unici esseri che solo i malati di mente non amano. Quanto più
li amiamo, perciò, tanto più è segno che stiamo bene. E quanto più
stiamo bene, tanto più lo stare con noi fa bene ai figli e lo stare con
loro fa bene a noi. Sì, questo soprattutto fa bene ai figli e a noi
stessi: che ci dispiaccia di separarcene e che siamo contenti di
ritrovarli. Anche se, naturalmente, spesso dobbiamo allontanarci:
per la nostra realizzazione, perché amiamo anche altri, per lavoro, o
perché siamo stanchi e vogliamo dormire e sognare. Ma una cosa è certa:
se li amiamo ci mancheranno. E loro sentiranno se ci allontaniamo
perché dobbiamo farlo, ma ci dispiace, o perché non li amiamo e non ci
dispiace affatto. E se si sentiranno non amati si ammaleranno della
nostra stessa malattia: l’anaffettività. E saremo stati noi a farli
ammalare. 7. Facciamo ai figli quel che non fu fatto a noi.
Abbracciamoli, baciamoli, accarezziamoli, coccoliamoli, teniamoli in
braccio, accontentiamoli, aiutiamoli, lodiamoli, “viziamoli”: così che i
figli, diversamente da alcuni di noi, sentano bella la vita e la amino e
la trattino bene. E diciamo loro anche no, certo: ma,
diversamente da come certi genitori li dissero a noi, soltanto i no
che sappiamo dire anche a noi stessi e a chi è più forte di noi. E senza
mai dimenticare, soprattutto, che il solo no non violento è
quello che suscita in chi lo pronuncia almeno altrettanto dispiacere che
in chi lo subisce. Per i
figli lavoriamo e spendiamo, senza nascondere il piacere che ci dà,
qualunque sia il lavoro nostro (foss’anche il più avvilente, poiché è
lavorare per i figli a renderlo degno) e per quanto sia poco il denaro
che possiamo spendere: e però mai, per nessun motivo, affidiamo loro
un’incombenza che non sia un onore e un segno di stima. Giochiamo coi
figli ogni giorno, soprattutto se nessuno giocò mai con noi. Se nessuno
ci raccontò una storia o ci lesse un libro, raccontiamo e leggiamo per
loro tutte le sere. Se nessuno ci portò in luoghi belli e ci mostrò cose
belle, facciamolo coi figli anche se non sappiamo farlo. Se i nostri
genitori mai dormirono vicino a noi, noi invece qualche volta dormiamo e
sogniamo accanto ai figli, e ci sveglieremo più sani. E anche se, quando
fummo figli, gli adulti ci indussero a temere e a disprezzare gli esseri
umani, noi invece impariamo dai figli ad amare insieme a loro tutto ciò
che è umanamente bello: poiché è di umanità che i figli e noi abbiamo
fame e sete per star bene con noi stessi e con gli altri: noi per
guarire dalla pazzia che prendemmo, e loro per non prenderla da noi.
8. E infine non sprechiamoli, poiché tutto ciò non durerà che
dieci anni o poco più. Poi, felice solo chi quei dieci anni se li sarà
goduti, e felici i suoi figli. Poi, se non li avremo fatti star male, i
figli vorranno iniziare a separarsi da noi per andare più in là. E
allora non tentiamo di trattenerli, non cerchiamo di far di loro le
copie di noi stessi: il nostro compito, a quel punto, sarà quello di
essere all’altezza, per quanto potremo, del più e del meglio che i figli
saranno e faranno rispetto a noi. Questo e non altro si deve ai
figli: tutto ciò che loro si può dare, e tutto ciò che loro non si deve
togliere. (Avvertenza. L’autore di
queste righe non è uno psicologo, né uno psichiatra, né uno
psicoterapeuta, né un (cosiddetto) psicoanalista. Non è un pedagogista.
È un laureato in filosofia, uno studioso, un insegnante, un padre. Chi
ne seguirà in tutto o in parte i suggerimenti, dunque, lo farà a proprio
rischio e pericolo. Come, del resto, chi non li seguirà). (Sabato
18 maggio 2013. Luigi Scialanca,
scuolanticoli@katamail.com).
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(Venerdì 17 maggio 2013. Luigi Scialanca,
scuolanticoli@katamail.com).
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(Mercoledì 14 maggio 2013. Luigi Scialanca,
scuolanticoli@katamail.com).
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(Martedì 14 maggio 2013. Luigi Scialanca,
scuolanticoli@katamail.com).
*
Spiegare un
Film a un Bambino:
Il vecchio e il mare,
di John Sturges.

(Le schede di
Spiegare un film
a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima,
Seconda e Terza media. Sono scritte, perciò, il più semplicemente
possibile. Ma non sono affatto semplicistiche. Vuoi servirtene? Fai
pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e... non dimenticare di citarne
l’autore!)
Un vecchio ed esperto pescatore, solo al mondo, “da
ottantaquattro giorni ormai non prende un pesce”. Gli altri pescatori lo
canzonano, tranne i più vecchi, che “lo guardano e si sentono tristi”, e
un ragazzo che lo stima ― “ci sono molti pescatori bravi e alcuni
grandi,” gli dice, “ma come te ci sei soltanto tu”. E con il ragazzo,
anche se è solo un ragazzo, il vecchio parla e si confida, e ne accetta
con discrezione l’aiuto perché, quantunque sia “troppo semplice per
chiedersi quando abbia raggiunto l’umiltà, sa di averla raggiunta e sa
che questo non è indecoroso e non comporta la perdita del vero
orgoglio”.
Una notte il vecchio “si addormenta presto e sogna
l’Africa quand’era ragazzo e le lunghe spiagge dorate e le spiagge
bianche, così bianche da far male agli occhi, e i promontori alti e le
grandi montagne brune. Ora viveva tutte le notti lungo quella costa e
nel sogno udiva il fragore dei frangenti e vedeva le barche indigene che
li fendevano.
Mentre dormiva sentiva l’odore del catrame e della stoppa
del ponte e sentiva l’odore dell’Africa recato al mattino dal vento di
terra. [...] Non sognava più tempeste, né donne, né grandi avvenimenti,
né grossi pesci, né zuffe, né gare di forza e neanche di sua moglie. Ora
sognava soltanto luoghi, e i leoni sulla spiaggia. Giocavano come
gattini nel crepuscolo e gli piacevano come gli piaceva il ragazzo. Non
sognava mai il ragazzo”.
Allora il vecchio si svegliò e si mise in mare ― quel
mare a cui egli “pensava sempre come a la mar, come lo chiamano
in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male,
ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni [...] ne parlavano
come di el mar al maschile. Ma il vecchio lo pensava sempre al
femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se
faceva cose strane o malvage era perché non poteva evitarle. La luna lo
fa reagire come una donna, pensò”.
Quel giorno, finalmente, all’amo del vecchio abboccò un
pesce gigantesco e molto forte, che lo impegnò in un durissimo e
terribile combattimento. Alla fine il vecchio trionfò sul pesce, che nel
frattempo era arrivato a stimare come un avversario valoroso e leale, ma
la sua lotta e le sue sofferenze non erano ancora terminate: doveva
portarlo a terra, e gli squali (né leali né valorosi) avrebbero fatto di
tutto per non lasciargliene che lo scheletro.
Una storia semplice come il viaggio che racconta e
l’obiettivo di esso: andare in mare, riuscire a prendere un pesce e
tornare a casa. Ma quel pesce non è uno qualsiasi: è il pesce che
salverà il vecchio dalla morte per fame, confermerà la sua immagine di
sé e lo farà sentire ancora degno della stima e dell’affetto del solo
essere umano con cui è in rapporto: il ragazzo.
E perciò neanche il viaggio è un viaggio qualsiasi, ma
quello che (per quanto spesso si ripeta) ogni volta torna a essere per
ognuno il più importante della vita: è l’impresa (grande e unica
come la scoperta dell’America o “piccola” e sempre ripetibile come ogni
buona riuscita) che dimostra...
(Clicca
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(Sabato 11 maggio 2013. Luigi Scialanca,
scuolanticoli@katamail.com).
*
Le
migliori domande dei bambini sui film:
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22.
Il buio oltre la siepe,
di Robert Mulligan.
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23. La guerra del fuoco,
di Jean-Jacques Annaud
(in preparazione).
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24. Odissea nello spazio,
di Stanley Kubrick
(in preparazione).
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(Sabato 11 maggio 2013. Luigi Scialanca,
scuolanticoli@katamail.com).
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Buttereste i vostri
figli nel nulla?

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Vi raccontano che le prove Invalsi sono prove di
valutazione del sistema scolastico, degli
insegnanti, degli alunni... Vi dicono che valutarli
è necessario, che si deve pur sapere cosa stiano
combinando, quali risultati stiano ottenendo... che
si devono pur confrontare i risultati delle scuole
italiane con quelli degli altri Paesi... Niente
di tutto ciò è vero, e chi lo dice racconta
balle sapendo di raccontarle oppure, animuccia
candida, non si rende conto di quel che dice. Le
prove Invalsi non sono prove di valutazione, ma
prove generali di sostituzione: mirano a
sostituire agli insegnanti i computer (o, che
è anche peggio, a tramutare gli insegnanti stessi in
computer); a sostituire agli affetti
(che rendono umano e vivo ed efficace il rapporto
insegnanti-alunni) la razionalità anaffettiva,
gelida, ostile all’umano;
a sostituire, cioè, al rapporto il nulla.
Solo voi genitori potete impedirlo. Ed è a voi
genitori, quindi, che migliaia di insegnanti
chiedono di tenere i bambini a casa quel giorno,
anziché precipitarli nel nulla delle prove Invalsi:
di star con loro, se possibile, o affidarli ai
nonni, o agli zii, o riunirli in case di amici, e
far loro sentire ancor più del solito tutto il
calore degli affetti umani. Poiché quel giorno
nelle aule non ci saranno insegnanti ma un
meccanismo: impersonale, insensibile, freddo,
astratto, al quale gli insegnanti dovranno
consegnare i vostri figli per poi restar lì come
statue, muti, inerti, come se non esistessero.
Poiché i vostri figli saranno lasciati soli col
nulla, il giorno delle prove Invalsi, e sarà il
nulla a valutarli. Gli insegnanti dovranno solo
premere il tasto Invio dopo aver inserito i
dati in apposite griglie, predisposte dall’Invalsi,
nelle quali non c’è spazio per descrivere dei vostri
figli la personalità, le qualità, i punti di forza,
i problemi: nulla. Poi sarà un computer a
trarre da quei dati una valutazione della situazione
scolastica dei bambini senza alcun rapporto con
loro, come se neanche i bambini esistessero
più. Il rapporto insegnanti-alunni ridotto a
nulla, gli insegnanti ridotti a nulla, i bambini
ridotti a nulla, solo numeri valutati da macchine,
ecco cosa sono le cosiddette prove di valutazione
Invalsi: prove di sostituzione del non umano
all’umano.
È questo che vogliamo per i vostri e nostri figli? È
questa la Società che vogliamo lasciare loro: un
meccanismo
senza
affetti che decide i destini di tutti attraverso
gelidi calcoli?
Il sistema scolastico, gli insegnanti e i risultati
conseguiti dagli alunni
devono essere valutati, certo: ma da esseri umani,
cioè dagli alunni stessi e dalle loro famiglie. (Post scriptum: Si
obietterà che i test sono stati predisposti
da esseri umani, sono prodotti altamente
professionali e vengono migliorati ogni anno:
perché, dunque, chiamarli nulla? La risposta
è semplice quanto dolorosa: sono nulla
perché, per quanto professionali siano,
quelle prove non conoscono i vostri figli, non
ne sanno niente, non hanno con loro alcun contatto
umano, alcun affetto, alcuna storia di rapporto:
nulla, appunto. Tanto che, se invece di un
bambino fosse un computer a svolgere le
prove ― un computer dell’Invalsi,
è ovvio: altamente professionale ― all’Invalsi
chi se ne accorgerebbe?).
(Mercoledì 8 maggio 2013. Luigi Scialanca,
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(Martedì 7 maggio 2013. Luigi Scialanca,
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Te lo dico io, compagno, che cosa...

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Intervistato da l’Unità,
Pier Luigi Bersani dice cose interessanti. 1.
Le mie dimissioni
dovrebbero servire a incoraggiare una discussione vera, a decidere
correzioni profonde riguardo al nostro modo di essere.
Bene: allora la prima correzione profonda sia la fine delle
bugie. Basta con
le mani sulle labbra per
nascondere
quel che si dice, basta con le doppie, triple e quadruple
“verità” cangianti a seconda degli interlocutori.
Si abbia il coraggio di esser donne e uomini onesti: si dica ciò che si
pensa e si fa e ciò che accade, e lo si dica sempre, su tutto, a tutti.
Gli avversari se ne avvantaggeranno? Mai quanto il Paese. 2.
Dinanzi alla prima vera responsabilità nazionale da quando
siamo nati non siamo riusciti a saltare l’asticella.
Abbiamo mancato la prova.
Ecco
una verità: il Partito democratico, dinanzi a tutti gli Italiani, si è
dimostrato e certificato inesistente, zero. E da zero riparta,
allora, con umiltà e orgoglio (con umiltà in quanto reduce da un
fallimento, con orgoglio per il coraggio, così facendo, di
mettersi nelle mani dei cittadini) alla ricerca di un più umano
che renda diversamente ricca l’immensa rete di umani rapporti che
è la Società. 3.
È difficile non vedere in questo la lunga semina della cultura
berlusconiana che ha messo frutto anche nel nostro campo.
Parole drammaticamente vere, che impongono al Partito, se non vuol più
mancare la prova, se vuol correggere profondamente il proprio
modo di essere, la vigilanza e il rifiuto continui di qualsiasi
compromissione col berluscismo. Che le urla di sdegno dei berluscisti, d’ora
in poi, siano il solo esito accettabile di ogni parola e azione pubblica
o privata di ogni dirigente e militante del partito: nell’interesse
di tutti e anche dei berluscisti, che altrimenti impazziranno sempre di più. 4.
È tramontata la possibilità di un governo di cambiamento.
Un’altra verità: il governo collaborazionista LettAlfano non è di
cambiamento, è di continuità; e perciò non potrà che continuare
(volenti o nolenti le due o tre persone per bene che vi si son lasciate
intruppare) a fare quel che han fatto Berlusconi e Monti: a distruggere
il Paese. Ma
allora dov’è che sbagli? Dov’è che fallisci? Dov’è l’idea insensata e
violenta che ha indebolito e vanificato ogni tuo sincero sforzo e tutto
l’impegno di chi, come me, ti ha sostenuto contro tutto e tutti? Tu lo
sai e lo dici, ma ostinandoti a professarla, quell’idea, come se fosse
un dogma, una verità di fede della Chiesa che il partito continua
a essere nella tua testa e in quelle di migliaia di dirigenti grandi e
piccoli e piccolissimi: 5. Vogliamo essere un soggetto
politico o uno spazio politico dove ognuno esercita il proprio
protagonismo? [...] Se scegli di entrare in una libera associazione,
decidi di devolvere a una comunità almeno una parte delle tue
convinzioni, delle tue aspirazioni, delle tue ambizioni.
No, compagno. No. Le aspirazioni, va bene. Le ambizioni,
anche. Ma le convinzioni no. Le convinzioni, le idee, non
puoi devolverle ad alcuna associazione, se davvero la vuoi
libera: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente
il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo,
stabilisce l’articolo
21 della Costituzione, ed esso vige in ogni
luogo: non c’è casa, scuola, circolo, parrocchia, caserma, piazza o
perfino carcere che la Costituzione non difenda dai soprusi, compagno
Bersani, ed essa vale, dunque, anche nel Partito, se davvero lo vuoi
democratico.
“Dovremmo dunque seguitare a dividerci e a litigare su tutto?”
obietterai. “A essere un partito senza identità?” No, compagno.
Voi siete senza identità, è vero, ma non perché vi dividiate
sulle idee: siete senza identità perché delle idee non v’importa un
fico secco. Perché le idee, che per noi son vere e
appassionate, per voi sono maschere con cui le vostre “correnti”,
in realtà identiche, camuffano i propri squallidi interessi per farsi
seguire da noi che le crediamo sincere. Non perché abbiate troppe e
inconciliabili identità, compagno Bersani, ma perché non ne
avete alcuna che non sia finta. Ingannando la base, i militanti
generosi, i piccoli dirigenti impegnati e onesti (che pur ci sarebbero,
ma che voi fiaccate relegandoli per anni in fondo alle liste
elettorali), gli iscritti e i cittadini tutti: i quali, più umani di
voi, credono che sia sulle idee che vi contrapponete, e le
dibattono, e s’infervorano, e su di esse cercano di farsi da voi
ascoltare... andando a sbattere contro un muro. Perché chi ha idee
sincere v’insospettisce invece fin dal primo giorno: perché lo
sentite troppo vivo, vero, sano, umano, e perciò incontrollabile.
Perché non vi fidate, invece, che di donne e uomini dalle “idee”
mosce: fatui quanto basta per credersi nondimeno sinceri; sciocchi
quanto occorre per non scoprire falsi voi; e rassegnati e ubbidienti
quanto serve per far da greggi alle vostre correnti e cordate
continuando a non vedere che sono finte, che non hanno idee di sorta,
che non litigano che per il potere, e che solo al potere ogni volta li
sacrificano. Magari litigaste davvero, compagno Bersani! Magari vi
contrapponeste sulle idee con sincerità e passione! Magari non
“devolveste” in segreto le vostre convinzioni alla lotta per il potere
che tutti vi uniforma nella rissa o, avvicinandosi le elezioni,
nell’unanimità opportunista che vi rende ancora più falsi! Allora chi ha
idee appassionate potrebbe avvicinarsi a voi senza sentirsi gelare fin
dal primo contatto. Allora nel confronto e nello scontro le identità di
ognuno si farebbero così autentiche che sarebbero i fasulli a sentirsene
respinti, anziché il contrario. Allora se ne andrebbe chi non mira che
al potere, non sopportando lui il contatto con noi, e
l’identità del partito sarebbe conflittuale, sì, ma insieme potente.
Non, come invece è ora, conflittuale e del tutto imbelle perché
senza più verità di cuore e di mente. Post scriptum: e guarda che
ti dico compagno, caro Pier Luigi Bersani, perché ancora ti sento
dei nostri, anche se il togliattismo razionale e anaffettivo
continua a farti scambiare per Partito democratico, sincero e
appassionato, quello che invece è Chiesa teocratica piena di menzogne e
d’odio. (Lunedì 6 maggio 2013. Luigi Scialanca,
scuolanticoli@katamail.com).
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Era ora: la scienza
mainstream
conia l’intuizione creativa...

A più di mezzo secolo dalla prima edizione di Istinto
di morte e conoscenza, di Massimo Fagioli, la scienza
mainstream “scopre” qualcosa di (vagamente)
analogo al concetto di immaginazione come capacità che distingue
l’animale
umano da tutti gli altri. Nel numero di maggio de
Le Scienze,
in un articolo dedicato a Le origini della creatività, di Heather
Pringle (una giornalista scientifica canadese che collabora con la
rivista Archeology) leggo:
Gli scimpanzè
adoperano con grande abilità un’ampia gamma di strumenti: pietre per
aprire noci, foglie per raccogliere l’acqua da cavità degli alberi, e
stecchi per scavare nutrienti radici vegetali. Ma non sembrano capaci di
far progredire tali conoscenze o di perfezionare le loro tecniche:
“Gli
scimpanzè possono far vedere ad altri scimpanzè come acchiappare le
termiti” dice Henshilwood
(Christopher
Henshilwood,
dell’Università del Witwatersrand a Johannesburg, n.d.r.),
“ma
non migliorano la loro tecnica, non dicono: "facciamolo con un altro
tipo di bastoncino". Si limitano a fare ogni volta la stessa cosa”. Gli
esseri umani, invece, non hanno questo tipo di limiti. [...] Nessun
singolo individuo, per esempio, ha tirato fuori da solo tutta l’intricata
tecnologia incorporata in un computer portatile: questi risultati
nascono dalle intuizioni creative di intere generazioni di
inventori
(Le Scienze n°537, maggio 2013,
p. 41; grassetto di
ScuolAnticoli). Siamo ancora ben lontani, naturalmente, dalla
maggior parte (o anche solo da alcune) delle fondamentali implicazioni
del concetto di immaginazione nelle scoperte e nell’elaborazione
teorica di Massimo Fagioli.
Ma è, finalmente, qualcosa nella giusta direzione. E io, nel mio
piccolissimo, ne sono contento anche perché quest’anno
fanno vent’anni che agli alunni anticolani insegno (senza poter darne
loro alcuna conferma da parte della scienza mainstream) che è
l’immaginazione (anche se a quei tempi la chiamavo fantasia) quel
che ci distingue dagli altri animali attualmente viventi. Come
ricorderanno, per esempio, le ragazze e i ragazzi che nell’anno
scolastico 1994-95 scrissero con me la sceneggiatura e collaborarono
alla realizzazione del film
Arriva l’Ispettore.
In cui, a un certo punto, alcuni alunni della Scuola media di
Anticoli Corrado trovavano non solo le tracce (opera di
Eclario Barone,
alle quali si riferisce la foto qui sotto) di un preistorico Homo
Anticolensis, ma addirittura... lui in persona.

Che,
su
loro invito, veniva a scuola a parlare di sé. E a un certo punto si
esprimeva (quasi) come vent’anni dopo si sarebbe espresso il professor
Henshilwood: HOMO
ANTICOLENSIS. Anche gli animali usano semplici strumenti: certe scimmie,
per difendersi, usano pietre e bastoni; certi uccellini, i pavimenti
delle terrazze per rompere i pinoli... Anche gli animali fabbricano nidi
e dighe, scavano tane e formicai... Anche gli animali possono “dirsi” se
hanno fame o paura, cercarsi o respingersi... Anche gli animali
ricordano, hanno esperienza, sanno e ragionano: tendono agguati,
sfuggono alle trappole, insegnano ai piccoli dov’è la vita e dov’è la
morte... Eppure non sono umani. La camera inquadra gli ascoltatori.
Sullo sfondo, la professoressa Fantàsia si prepara a rivolgere una
domanda... PROFESSORESSA FANTÀSIA. Ma allora cosa vuol dire essere
umani, se si può usare uno strumento, costruirsi un rifugio, raccogliere
un frutto, cacciare; se si può ricordare, sapere e perfino comunicare, e
non esserlo ancora? HOMO ANTICOLENSIS. In Africa, diecimila secoli fa,
un mio antenato fu il primo essere umano: il primo, dotato di fantasia.
Solo per la fantasia siamo diversi dagli animali. Tutto il resto:
esperienza, memoria, intelligenza, ragione, perfino un linguaggio, ce
l’hanno anche loro. La fantasia no. Gli animali ripetono sempre. Nessun
animale, mai, ha potuto cambiare qualcosa in meglio.
Farà piacere, forse, a quei ragazzi oggi più che trentenni, sapere di
aver ricevuto un insegnamento in anticipo di (almeno) vent’anni
sulla scienza “ufficiale”? Spero di sì. (Venerdì 3 maggio 2013. Luigi Scialanca,
scuolanticoli@katamail.com).
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Lettera
aperta al compagno Gianluca Santilli,
candidato
per il Pd al Consiglio comunale di Roma

Leggo
su
Segnalazioni
queste righe, tratte da un articolo di Ugo Magri su
La Stampa
del 21 maggio: Se
[a Roma] il candidato Pd
riuscisse a imporsi, per Epifani, neo-segretario del partito, sarebbe
un’eccellente notizia: nemmeno il tempo di insediarsi e, zac, eccoti
servito un piccolo trionfo... Verrebbe in qualche misura dimostrato
(osservano al Largo del Nazareno) che la nascita del governo di “larghe
intese” non determina la temutissima fuga dell’elettorato Pd.
È ciò
che penso anch’io,
caro Gianluca Santilli: il Pd filoberluscista di Enrico Letta e compari,
che ebbe la faccia come il popò
d’interpretare
come
un “benedizione” delle cosiddette
larghe intese
la vittoria di Serracchiani in Friuli per soli 1.800 (milleottocento!)
voti, quanto si glorierebbe e ringalluzzirebbe
se
Ignazio Marino diventasse sindaco di Roma? No, caro Gianluca: il Pd
collaborazionista di Enrico Letta e compari, che sta facendo strame
della volontà degli elettori di sinistra e della stragrande maggioranza
dei suoi stessi militanti ―
questo Pd deciso a servire il berluscismo fino all’estrema
viltà di farsi sicario suo e delle tirannie finanziarie globali nella
distruzione della Sinistra italiana ―
questo Pd deve perdere, a Roma e ovunque: perdere sonoramente,
clamorosamente e vergognosamente. Eppure, al tempo stesso, io e tanti
altri abbiamo per te un’immensa
stima, caro Gianluca: sappiamo che uomo sei, conosciamo la tua
onestà, la tua generosità, la tua passione, la tua intelligenza, e
sappiamo che ciò che sta accadendo dispiace a te e alla tua squadra
quanto e come dispiace a ogni donna e a ogni uomo rimasto umano di
questo Paese. Come non votarti, dunque? Sei il miglior consigliere
comunale che Roma possa augurarsi e sperare. Perciò io penso e dico,
caro Gianluca, che spero con tutto il cuore che tu vinca e che il Pd sia
sconfitto. Che tu sia il grande, ottimo consigliere comunale che puoi
e devi essere, sì, ma di minoranza. E che la caduta dell’attuale
dirigenza
golpista
del partito ― sì: golpista contro la volontà formalmente e
chiaramente espressa degli elettori, degli iscritti e dei militanti ―
segni l’inizio
di una rinascita del partito, di una risalita di tutti noi dall’abisso
di disonore e di disperazione in cui quegli individui ci stanno
precipitando, e di un’inversione di rotta che salvi il Paese dalla
rovina morale, civile, politica ed economica a cui il governo LettAlfano
lo condannerebbe. Con immensa stima e affetto, caro Gianluca, ti dico
perciò
in bocca al
lupo: che tu vinca, ma che loro perdano. Luigi Scialanca.
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C’è una forte richiesta di aiuto e di cura della malattia
mentale,
in
particolare
per
i più giovani, e c’è
chi risponde a essa.
Ma
la richiesta e la risposta ―
specialmente qui da noi,
ad
Anticoli e nella Valle ―
non sempre arrivano a incontrarsi.
ScuolAnticoli, per aiutarle a farlo, segnala un libro
fondamentale,
La
medicina della mente, e
ne pubblica qualche estratto...

|
Clicca qui per
leggere gli estratti in formato
pdf.
O
qui per leggerli in Word.
Alcuni brani particolarmente
significativi degli estratti:
[...] La storia
ci ha consegnato un eterno
oscillare tra l’assistenza, che
presuppone l’immutabilità della
condizione altrui, e la
repressione del pedagogo-custode
che plasma e frena, dimensioni
entrambe violente con cui si è
sempre affrontata la realtà
psichica umana; fermare il
comportamento non è curare, e
impostare una terapia
farmacologica, come avviare al
servizio territoriale, non è
sufficiente. Occorre, allora,
fondare l’intervento
psicoterapeutico sulla
proposizione forte di cura
per la guarigione, intento
reso possibile dalla fondazione
di una psichiatria che individua
con precisione l’eziologia della
malattia mentale che è reazione
a una noxa esterna,
‘virus invisibili’ insediatisi
nel rapporto interumano.
Svincolata dal paradigma
biologico e da quello
sociogenetico, la malattia
mentale diventa trattabile con
la psicoterapia che affronta e
trasforma la dimensione non
cosciente. [...]
[...] È noto che,
sia nei pazienti che nelle loro
famiglie, la tendenza prevalente
è la negazione della patologia
che ha portato alla crisi
manifesta, e che in psichiatria
la mancanza di consapevolezza di
malattia è indice di gravità e
lo è ancor di più se questa
consapevolezza non si sviluppa
nel tempo. Il gruppo di reparto
può dunque contribuire in
maniera importante alla comparsa
della consapevolezza di malattia
nel momento in cui il paziente
coglie in sé o in un altro la
possibilità di una reversibilità
dello stato attuale. Si può
evidenziare allora la malattia
come reazione non cosciente al
rapporto, reazione patologica
che assume forme diverse: il
gruppo fa emergere quelle
comunanze e ripetizioni che
sempre si manifestano con la
malattia e che non sono un modo
personale di essere. D’altra
parte, il non sentirsi soli e
unici, è riconosciuto da vari
autori come uno dei fattori
terapeutici del gruppo e
frantuma il pensiero
onnipotente, sempre
rintracciabile nei pazienti, di
essere il caso unico e quindi
incurabile. Il sintomo diventa
così riconoscibile, affrontabile
e, se è inteso come reazione a
un rapporto, non è più
strutturale, non è modificazione
biochimica, c’è un inizio e una
fine, non è un destino
ineluttabile. [...]
[...] Il giovane,
ammalatosi in una storia di
rapporti deludenti, di assenze e
mancate risposte, propone una
realtà psicotica, “non riesce a
stabilire un rapporto”,
rimanendo imprigionato in un
essere senza divenire. Nella
condizione di malattia il tempo
umano si altera, si blocca, si
ripete rimanendo uguale a sé
stesso, rallenta e perde la
realtà, perde quel movimento
verso, il cui motore è la
speranza-certezza che qualcuno
risponderà, per soddisfare le
esigenze che fanno sì che
l’identità evolva e si
trasformi. Nel gruppo, anche se
il comportamento è fermo, la
presenza e il pensiero sono
sollecitati dal fatto stesso di
‘essere nel gruppo’. Il
terapeuta propone nel rapporto
il senso del divenire che si
oppone al tempo fermo o sospeso
della malattia e distingue ciò
che è annullamento assoluto, per
cui ogni gruppo è un ‘atto senza
domani’, dalla negazione, per
cui qualcosa è intuìto, ma
alterato; propone nel rapporto
un pensiero non scisso che si
oppone al pensiero sconnesso,
scucito, frammentato dei
pazienti stessi. Con ciò il
gruppo tenta di ridare umanità
al tempo... [...]
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estratti in pdf.
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Word. |
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Le Mille più Belle immagini di
ScuolAnticoli...
58/1000, No
Berlusconi Day.
Roma, piazza
della Repubblica,
5 dicembre
2009.
(Clicca
sulla foto, se vuoi ingrandirla!)
(Clicca
qui per andare a vederle tutte!)

Inesistenza del
Cielo sopra Anticoli Corrado

Tutte le
Classi della Scuola di Anticoli dal 1982 al 2015
Tutte le Classi della Scuola di Arsoli dal 1982
al 2015
Tutte le Classi della Scuola di Riofreddo dal
1982 al 2015
Tutte le Classi della Scuola di Roviano dal 1982
al 2015

(Quasi) Tutte
le Gite e i Viaggi della Scuola
Media Statale Celestino Rosatelli
di Arsoli (Roma) e delle sue
sedi staccate di Anticoli Corrado, Camerata Nuova,
Riofreddo e Roviano:
dalle più antiche alle più recenti, dai primi anni
’80 a oggi.
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Una Bellissima
Signora di 64 anni: la
Costituzione
della Repubblica Italiana. |
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