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marciapiede?... Ottanta ragazzi in cammino su un
marciapiede largo un metro non vedono le persone che
vengono loro incontro: le costringono in strada, a pochi
centimetri dalle macchine in corsa, ma non lo sanno, non
lo fanno “apposta”, non se ne accorgono. L’insegnante in
fondo alla fila ogni tanto li richiama (lasciate un
po’ di spazio a chi vi viene incontro, il marciapiede
non è solo nostro!) con voce già rauca ― tra poco
non ne avrà

più, e amen ― ma i colleghi in testa non lo aiutano.
Anzi: non si voltano neppure. Se n’infischiano, dunque,
di quel che succede dietro di loro e di quel che
potrebbe succedere? Non lo so. Forse se
n’infischiano così “sottilmente” che non sono
consapevoli d’infischiarsene. E se un bambino, investito
perché loro hanno fatto scendere la mamma dal
marciapiede, morisse? Ottanta ragazzi sarebbero
d’ora in poi, per tutta la vita, ottanta omicidi
involontari. Non avviene, non è mai avvenuto. Quel
che avviene è “solo” che ottanta ragazzi (moltiplicati
per diecimila e scaraventati in tutte le città d’Italia da
migliaia di Scuole a ogni primavera) si comportano da
villani e come tali son giudicati (e talora apostrofati)
dalle centinaia di persone (milioni, in tutto il Paese)
che hanno la ventura (o la sventura) di incontrarli sul
proprio cammino. Quel che accade è “solo” che ottanta
ragazzi sfiorano meraviglie d’ogni sorta senza degnarle
d’uno sguardo, sentono senza ascoltare, guardano senza
vedere, entrano nelle chiese e nei musei berciando,
scherzando, sporcando e disturbando tutti, salutano
nessuno, ringraziano nessuno, vedono nessuno, non
lasciano dormire né conversare né muoversi liberamente
gli altri ospiti degli alberghi, riducono le stanze a
porcili, scherniscono e vittimizzano i compagni meno
tosti, si espongono a pericoli tremendi, ingurgitano
di nascosto bevande eccitanti per tenersi svegli, fumano
a letto, si spenzolano dai balconi, si sporgono dalle
finestre... Quel che accade è “solo” che ottanta ragazzi
― dinanzi agli insegnanti, anzi: dietro di loro
che non è che se n’infischino, è che più sottilmente
non li sentono proprio
― confermano a chiunque incontrano, e quel ch’è peggio a sé stessi,
il duro, anaffettivo pregiudizio che in tutta Italia li
condanna come teppistelli insensibili, branco,
torma irresponsabile e incontrollabile contro la
quale... le maniere forti ci vorrebbero, altro che! E
invece no:
i ragazzi non si comporterebbero così, se gli
insegnanti e i presidi si comportassero diversamente con
loro. La “colpa” non è dei ragazzi: sono gli
insegnanti e i presidi che li fanno essere così.
Nessuno sa perché, ma in fatto di Viaggi d’istruzione
(o Gite scolastiche, come si diceva prima che
anche su questo tema si esercitasse l’insensatezza
politico-burocratica che delira di cambiar le cose
cambiandone i nomi) gli insegnanti e i presidi
continuano a commettere gravi errori che talvolta son
già costati morti e feriti,
e che tutte le volte mettono i ragazzi in Viaggio
in condizione di non trarne alcun beneficio (o benefici
minimi), di venir giudicati con antipatia e disprezzo
(e, quel ch’è peggio, di giudicarsi con antipatia e
disprezzo essi stessi) e di tornare a casa meno
realizzati, meno intelligenti, meno creativi e meno
contenti di sé e del mondo di quando son partiti. Ma
forse lo so io il perché: insegnanti e presidi non è
che siano cattivi, non è che vogliano
infischiarsene: è che più sottilmente non sentono,
non soffrono per quel che vivono i ragazzi
loro affidati1;
ed è questo non sentire-non soffrire l’ottundimento che non permette loro di vedere,
comprendere e correggere gli errori in cui di
conseguenza persistono.
Errori di cui gli insegnanti stessi subiscono così
duramente l’effetto
― benché senza capire né gli uni né l’altro
― che ogni anno son sempre meno i disposti ad
accompagnare i ragazzi: una selezione alla rovescia
sta lasciando a impelagarsi nei Viaggi d’istruzione solo
i... “meno adatti a correggersi”, e in buona compagnia
con essi le più sprovvedute tra le nuove leve, o i
precari intimiditi che le cosiddette “riforme” della
Scuola e del Lavoro hanno ridotto a non osar più
criticare né tanto meno rifiutare alcunché. (Errori,
tuttavia
― avvertenza importante, di cui invito il lettore a non
dimenticare di tener conto nel prosieguo della lettura
― che uno a uno sarebbero meno gravi, ma che
collegandosi l’un l’altro non sommano ma bensì
moltiplicano esponenzialmente i propri effetti
negativi). 1. Il primo, inconcepibile, errore è
quello di ammassare come pecore, come se non fossero
umani, troppi ragazzi in uno stesso Viaggio: cinquanta, ottanta,
cento, centocinquanta!... E chissà cosa accadrà con i
mostruosi Istituti accorpati dalle brutali “riforme”
degli ultimi anni: bibliche carovane senza fine?... (Clicca
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